
Abbiamo, tempo fa, trattato il tema dell’Unione europea in un approfondito articolo che, pur presentando taluni riferimenti contingenti all’epoca in cui fu scritto, resta, anche nella presente fase, di un’attualità stringente.
Il nucleo di quel testo analizzava la natura reazionaria dell’Ue capitalista e proclamava la necessità della sua rottura per far posto invece a un’Europa socialista.
Il pezzo che pubblichiamo oggi tradotto in italiano, sebbene scritto da un versante non marxista, nondimeno inquadra la costruzione autoritaria della c.d. “democrazia europea” in un’ottica storica a partire dalla formazione dei suoi principali Stati, e pertanto riveste un notevole interesse nello smascherare – appunto – il carattere fittizio della veste “democratica” di cui si ammantano le élite capitaliste che governano l’Europa.
Buona lettura.
La redazione
Perché la democrazia europea è un’illusione fondata sull’impero e sul controllo
La democrazia europea è più un’illusione che una realtà concreta, poiché secoli di autoritarismo e imperialismo trovano eco ancora oggi nella censura e nella repressione del dissenso
Kautilya il Contemplatore [*]
La democrazia liberale, definita come un sistema di elezioni libere ed eque, lo Stato di diritto e la tutela delle libertà civili, è ampiamente celebrata come il segno distintivo dell’Europa. Tuttavia, oggi le sue fondamenta sono sempre più smascherate. Sui media alternativi e tra i cittadini, molte voci lamentano la deriva del continente verso la censura, la sorveglianza e la repressione dell’opposizione. Le élite europee si proclamano custodi della democrazia, ma utilizzano questa retorica per perpetuare il controllo postcoloniale, criminalizzare i rivali e giustificare gli interventi. A giudicare dalla sua stessa definizione, tuttavia, l’Europa non supera la prova. Anziché dare potere ai cittadini, la democrazia ha funzionato a lungo come strumento per il dominio delle élite all’interno e per le ambizioni imperiali all’estero.
Se inserito nel più ampio contesto della storia europea, questo fallimento non dovrebbe sorprendere. Lungi dall’essere eredi naturali delle tradizioni democratiche, gli Stati europei sono il prodotto dell’assolutismo e dell’impero. Le due guerre mondiali che hanno devastato il continente non sono state aberrazioni, ma manifestazioni della brama autoritaria di potere insita nel DNA politico dell’Europa. Questi conflitti sono stati l’espressione massima del militarismo che era stato a lungo esportato attraverso la conquista coloniale e che ora si è rivolto verso l’Europa stessa. E anche in questo caso, non furono combattute solo dagli europei, ma anche sulle spalle dei sudditi coloniali. Milioni di indiani, arabi e africani furono arruolati per morire in guerre per la “libertà” in Europa.
Anche durante la presunta fioritura democratica dell’Europa nel XIX e XX secolo, i suoi imperi coloniali sono stati un chiaro promemoria della persistenza dell’autoritarismo. La Gran Bretagna ha governato l’India, l’Asia e l’Africa con la forza bruta. La Francia ha imposto la sua volontà all’Africa settentrionale e occidentale attraverso conquiste e massacri. Il Belgio ha trasformato il Congo in un campo di sterminio domestico. L’Italia ha praticato la barbarie in Etiopia e Libia. Le rivendicazioni interne di libertà coesistevano con la tirannia all’estero, rivelando che gli ideali democratici dell’Europa non erano mai stati universali, ma accuratamente limitati dalla razza, dalla geografia e dagli interessi imperiali.
Il colonialismo era la proiezione esterna delle tradizioni autoritarie dell’Europa. La sua eredità continua a destabilizzare il mondo di oggi. La divisione tra India e Pakistan ha creato un permanente focolaio nucleare. Il conflitto arabo-israeliano, che affonda le sue radici nella Dichiarazione Balfour della Gran Bretagna, rimane una delle dispute più conflittuali nella politica globale. Le politiche di divide et impera del Belgio e della Francia in Ruanda e Burundi hanno gettato le basi per la violenza etnica culminata nel genocidio ruandese del 1994. L’elenco potrebbe continuare.
Francia: Repubblica e Impero, la democrazia come intermezzo
La Francia è spesso considerata la culla della politica moderna basata sui diritti, eppure la sua storia è dominata da regimi autoritari. Dal IX secolo fino a Luigi XVI, la monarchia ha regnato per quasi mille anni. La Rivoluzione del 1789 prometteva libertà, ma si dissolse nel Terrore giacobino e poi nell’impero di Napoleone Bonaparte, entrambi di forma autoritaria. Dopo Napoleone, la Francia tornò alla monarchia e poi al Secondo Impero autoritario di Napoleone III.
La Terza Repubblica (1870–1940) fu il primo esperimento democratico di lunga durata del Paese, ma anche questo coincise con una violenta espansione coloniale in Algeria, Madagascar e Africa subsahariana. I francesi massacrarono civili, imposero lavori forzati ed estrassero risorse mentre proclamavano la libertà in patria. Quella repubblica crollò nel 1940, sostituita dal regime autoritario di Vichy. Quando quest’ultimo cadde nel settembre 1944, la brutalità continuò. L’8 maggio 1945, le forze francesi massacrarono circa 45.000 algerini a Sétif e Guelma, mentre le proteste per l’indipendenza coincidevano con le celebrazioni per la vittoria in Europa, mettendo in luce la contraddizione della Francia che proclamava la libertà mentre perpetuava l’oppressione all’estero.
Dopo la guerra, la Quarta Repubblica (1946–58) sopravvisse solo un decennio prima che Charles de Gaulle imponesse la Quinta Repubblica, che perdura ancora oggi con un sistema iperpresidenziale che normalizza i poteri di emergenza.
In nessun momento la democrazia in Francia ha avuto radici organiche. Al contrario, è stata imposta o rimodellata dalle élite o da forze esterne. Il Congresso di Vienna restaurò la monarchia nel 1815, le potenze alleate plasmarono le costituzioni del dopoguerra nel 1945 e de Gaulle progettò la Quinta Repubblica per proteggere le élite dall’instabilità. Dei 1180 anni di storia dello Stato francese, solo circa 160, ovvero il 13% circa, sono stati all’insegna della democrazia, e anche quegli anni sono stati accompagnati dall’autoritarismo coloniale all’estero.
Germania: dal militarismo alla democrazia imposta
La tradizione democratica della Germania è ancora più fragile. L’Impero tedesco (1871–1918) era una monarchia costituzionale dominata dal Kaiser e dai suoi generali. Dopo la prima guerra mondiale, la fragile Repubblica di Weimar (1919–1933), imposta dal Trattato di Versailles, durò solo quattordici anni prima di crollare sotto la dittatura di Hitler.
L’impero coloniale tedesco, sebbene di breve durata, rivelò gli stessi istinti autoritari. Nell’Africa sud-occidentale tedesca (Namibia), il genocidio degli Herero e dei Nama[1] tra il 1904 e il 1908 causò lo sterminio di decine di migliaia di persone. L’autoritarismo razziale delle colonie prefigurò il totalitarismo del Terzo Reich.
Dopo il 1945, la democrazia nella Germania occidentale fu letteralmente scritta dagli occupanti alleati. La Legge fondamentale del 1949 limitò deliberatamente la sovranità popolare, creando una wehrhafte Demokratie (“democrazia militante”) che vieta partiti e sorveglia l’opposizione. Questo modello fu esteso all’Est dopo la riunificazione nel 1990. Dalla prima unificazione nel 1871, la Germania ha avuto circa 90 anni di democrazia su 154, ovvero solo il 35% della sua storia moderna, e anche quegli anni sono stati sotto la supervisione degli Alleati, della NATO o dell’UE.
Proprio come la Francia ha mascherato l’autoritarismo con la retorica repubblicana, la Germania lo ha camuffato sotto le istituzioni gestite dagli Alleati. La democrazia qui non è mai nata dall’interno, ma dall’esterno, progettata per contenere il radicalismo e proteggere le élite.
Il Regno Unito: oligarchia in patria, impero autoritario all’estero
Il Regno Unito, spesso descritto come la “madre dei parlamenti”, si presenta come la più antica democrazia ininterrotta d’Europa, ma questo è più un mito che un fatto. La sua storia è prevalentemente oligarchica. Dalla conquista normanna del 1066 fino al XVII secolo, l’Inghilterra è stata governata da re ereditari, élite aristocratiche e strutture feudali.
La “monarchia costituzionale” dopo la Gloriosa Rivoluzione del 1688 trasferì il potere al Parlamento. Tuttavia, quest’ultimo era controllato da aristocratici e ricchi industriali. La maggior parte dei britannici rimase esclusa dalla politica fino a quando le leggi di riforma del XIX secolo non estesero gradualmente il diritto di voto. La democrazia di massa arrivò solo nel 1918, con il suffragio quasi universale esteso poi alle donne nel 1928. In quasi un millennio, solo 107 anni, circa l’11%, sono stati caratterizzati da una democrazia.
Eppure, durante lo stesso periodo, la Gran Bretagna ha governato il più grande impero del mondo attraverso una repressione spietata. In India, le rivolte furono represse con brutalità, in modo particolarmente infame a Jallianwala Bagh nel 1919, quando le truppe aprirono il fuoco su civili disarmati, uccidendo fino a 1.500 persone. Due decenni dopo, la carestia del Bengala del 1943, un disastro artificiale causato dalle politiche britanniche durante la guerra, uccise tra i tre e i quattro milioni di persone, una delle carestie più mortali del XX secolo, direttamente attribuibile al dominio coloniale.

La carestia del Bengala del 1943–1944, conseguenza di decenni di politica coloniale sfruttatrice e di negligenza da parte del governo britannico (Fonte: Hidden History)
In Africa, Asia e Caraibi, la Gran Bretagna governò con la violenza. Queste atrocità mettono in luce la profonda contraddizione al centro della cultura politica britannica: la retorica democratica in patria coesisteva tranquillamente con l’autoritarismo e la morte di massa all’estero. Ancora oggi, istituzioni non elette come la Camera dei Lord e la monarchia rivelano la natura incompiuta della democrazia britannica.
Italia: fascismo, violenza coloniale e controllo statunitense
L’Italia, unificata solo nel 1861, nacque sotto una monarchia dominata dalle élite. I suoi primi anni di vita parlamentare furono segnati da corruzione ed esclusione. Dopo la Prima Guerra mondiale, l’instabilità aprì le porte alla dittatura fascista di Mussolini nel 1922, che durò oltre due decenni.
Il colonialismo italiano mostrò il suo carattere autoritario con sconvolgente chiarezza. In Etiopia, le forze di Mussolini utilizzarono gas velenosi e campi di concentramento per sottomettere la resistenza. In Libia, decine di migliaia di persone furono uccise o rinchiuse nei campi. L’impero italiano fu di breve durata ma feroce, estendendo l’autoritarismo interno all’esterno.
La democrazia post‑1945 fu costruita sotto l’occupazione alleata con l’ingerenza degli Stati Uniti che assicurò che l’Italia rimanesse legata agli interessi occidentali e che il suo potente Partito Comunista fosse emarginato. Dei 160 anni trascorsi dall’unificazione, meno della metà sono stati caratterizzati da una democrazia, e anche questi decenni sono stati afflitti da instabilità, manipolazione da parte delle élite e interferenze esterne.
Le élite europee: Ucraina, Palestina e la cerchia di Bruxelles
Oggi, gli istinti autoritari dell’Europa sono nuovamente in mostra. Le élite perseguono ossessioni ideologiche, prima tra tutte la sconfitta strategica della Russia attraverso l’Ucraina, sacrificando le loro economie e ignorando le voci dei loro cittadini. L’ex ministro degli Esteri tedesco Annalena Baerbock ha ammesso apertamente che sostenere Kiev era importante «indipendentemente da ciò che pensano i miei elettori tedeschi»[2], mettendo a nudo il disprezzo delle élite per la responsabilità democratica.
In Gran Bretagna, il primo ministro Keir Starmer ha trasformato l’Ucraina in una crociata, promettendo aiuti militari a lungo termine e vincolando la Gran Bretagna a un partenariato secolare, nonostante le difficoltà interne siano in aumento. In tutto il continente, i pacchetti di sanzioni hanno devastato la sicurezza energetica e l’industria, danneggiando la popolazione mentre le élite portano avanti il loro progetto geopolitico.
Lo stesso modello autoritario governa l’approccio dell’Europa alla Palestina. Le proteste pacifiche e gli eventi culturali in solidarietà con Gaza sono criminalizzati, mentre i cittadini subiscono vessazioni per aver criticato Israele.
A livello continentale, organismi non eletti come la Commissione Europea esercitano un potere immenso. Guidata dall’altamente incompetente Ursula von der Leyen, la Commissione detta sanzioni, aiuti esteri e politica militare da Bruxelles, usurpando la sovranità degli Stati membri. Questa cerchia di tecnocrati fa sì che non possa emergere alcuna via di riconciliazione con la Russia o una soluzione per la Palestina, costringendo l’Europa a uno scontro senza fine. Si tratta di un sistema sorprendentemente simile alle antiche corti reali europee, dove élite isolate prendevano decisioni in nome di una “unità” senza alcuna responsabilità nei confronti del popolo.
L’illusione di stabilità dopo il 1945
I difensori dell’Europa sostengono che il periodo successivo al 1945 abbia dimostrato la resilienza delle democrazie occidentali. Tuttavia, questa stabilità è in gran parte un’illusione. Non è stata la democrazia a garantire la pace, ma il dominio militare ed economico esterno degli Stati Uniti attraverso la NATO, il Piano Marshall e l’ombrello nucleare. Il pluralismo politico era tollerato solo entro limiti ristretti, mentre i movimenti di sinistra e antimperialisti erano sorvegliati, infiltrati o schiacciati. Il Partito Comunista Italiano, i movimenti sindacali francesi e gli attivisti anticolonialisti britannici hanno tutti subito una repressione sistematica.
Pertanto, l’apparente stabilità delle democrazie dell’Europa occidentale dopo il 1945 non era la prova di profonde radici democratiche, ma di un ordine di sicurezza ancorato agli Stati Uniti che disciplinava l’Europa alla conformità. Quella che passava per democrazia era in realtà un equilibrio attentamente gestito, imposto dall’esterno e limitato dall’interno.
I prossimi cinque anni: collasso o continuità?
Guardando al futuro, l’Europa si trova di fronte a un bivio decisivo. Il percorso del continente non sarà determinato da un approfondimento della democrazia, ma dallo scontro tra le sue tradizioni autoritarie e le crescenti pressioni interne ed esterne.
Dal punto di vista economico, l’Unione Europea ha già pagato un prezzo elevato per la sua ossessione di sconfiggere strategicamente la Russia. La carenza di energia, la deindustrializzazione e l’inflazione hanno svuotato settori chiave in Germania, Francia e Italia. Se le sanzioni e gli scontri persisteranno, il modello economico europeo, che era stato edificato sull’energia russa a basso costo, sull’accesso ai mercati globali e sulle esportazioni industriali, continuerà a sgretolarsi. Il malcontento pubblico aumenterà man mano che i cittadini comuni dovranno affrontare salari stagnanti, potere d’acquisto in calo e Stati sociali in erosione, mentre le élite raddoppieranno gli impegni geopolitici che servono più Washington che le loro capitali.
Dal punto di vista politico, la struttura dell’UE è fragile. Mentre la Commissione non eletta centralizza l’autorità, la sovranità si erode e i movimenti populisti in tutta Europa si mobilitano contro Bruxelles, aumentando il rischio di una Unione divisa tra élite federaliste e partiti estremisti.
Dal punto di vista geopolitico, la maschera della democrazia liberale dell’Europa scivolerà ulteriormente. L’ossessione per l’Ucraina continuerà a giustificare il potenziamento militare, la censura e i sacrifici economici. Allo stesso tempo, la repressione della solidarietà con la Palestina si intensificherà, poiché le élite cercheranno di preservare l’allineamento con gli interessi degli Stati Uniti e di Israele. Queste misure autoritarie indeboliranno la credibilità morale dell’Europa all’estero, rendendo ancora più vuote le sue lezioni di democrazia al Sud del mondo.
Il pericolo maggiore è che l’UE continui a dare priorità alle crociate ideologiche rispetto alla governance pratica. Se questa situazione persiste, l’Europa potrebbe trovarsi ad affrontare non solo un graduale declino, ma anche un disgregamento sistemico che includerebbe la frammentazione dell’Unione, la perdita di competitività industriale e l’escalation dei disordini interni. Le due guerre mondiali e le conquiste coloniali hanno già dimostrato come il DNA autoritario e la sete di potere dell’Europa possano diventare violenti. I prossimi anni potrebbero mettere nuovamente in luce la fragilità della pace nel continente se le élite si rifiuteranno di cedere.
Questa tendenza può essere invertita. Se i leader europei abbandonassero l’illusione della democrazia liberale universale come esportazione imperiale e invece rifondassero i loro sistemi sulla vera sovranità popolare, sulla responsabilità nazionale e sulla coesistenza pacifica con la Russia e il Sud del mondo, l’Europa potrebbe ritrovare la stabilità. Un tale cambiamento, tuttavia, richiederebbe di affrontare direttamente le sue tradizioni autoritarie, un compito che le élite europee, profondamente investite nella facciata della democrazia liberale, sembrano non voler intraprendere[3].
Il risultato più probabile è un declino controllato: un’Europa sempre più autoritaria al suo interno, indebolita all’estero e intrappolata nelle illusioni di una democrazia che non ha mai veramente posseduto.
Il DNA autoritario dell’Europa
Se si esaminano insieme Francia, Germania, Regno Unito e Italia, il mito della tradizione democratica dell’Europa crolla. La Francia è stata una democrazia solo per il 13% della sua storia, la Germania per il 35%, il Regno Unito per l’11% e l’Italia per meno della metà della sua esistenza moderna. Ma ogni democrazia è stata imposta dall’alto: dal Trattato di Versailles, dall’occupazione alleata, dalle condizioni imposte dalla NATO o dall’intervento della Guerra Fredda. Ciascuna di esse ha coesistito con l’autoritarismo coloniale all’estero e oggi ciascuna è gestita da élite che utilizzano la “democrazia” come facciata per ottenere obbedienza.
La storia dell’Europa, quindi, non è una storia di libertà, ma di autoritarismo rivolto verso l’interno e verso l’esterno. La conquista coloniale ha esportato l’autoritarismo in tutto il mondo e le guerre mondiali hanno rivelato cosa succede quando la stessa brama di potere si rivolge verso l’interno. Oggi, le élite perpetuano questa dinamica sopprimendo il dissenso e perseguendo ambizioni imperiali sotto la bandiera della democrazia.
L’affermazione dell’Europa di essere la culla della democrazia è vuota. La democrazia liberale qui non è un trionfo del popolo, ma uno strumento di controllo da parte delle élite. È un’illusione elaborata che nasconde le tradizioni autoritarie e legittima i progetti imperiali. La storia democratica del continente non è un’eredità di cui andare fieri, ma una facciata accuratamente mantenuta, dietro la quale si nasconde la realtà duratura del potere autoritario.
Note
[1] Conosciuto anche come il genocidio in Namibia.
[2] Dichiarazione rilasciata dal Ministro degli Esteri Annalena Baerbock in occasione dell’evento Forum 2000 tenutosi a Praga il 1° settembre 2022.
[3] Ovviamente, questa considerazione dell’Autore si basa su una prospettiva non marxista. A differenza sua, noi riteniamo invece che solo la demolizione completa del sistema capitalista e l’edificazione di un sistema socialista a livello continentale – come abbiamo prefigurato in quest’articolo – potrebbero realizzare le aspirazioni popolari a un’Europa davvero democratica [N.d.T.].
(Traduzione dall’inglese di Giovanni Pistone)
[*] Kautilya il Contemplatore decodifica il potere, l’impero e la strategia attraverso la lente dell’antica arte di governare e del realismo moderno.

