Dopo avere strombazzato ai quattro venti che avrebbero confiscato i beni russi depositati in Europa, i governi rappresentati nel Consiglio europeo sono stati costretti a rinunciare a questo piano per la fermissima opposizione del governo belga, nel cui territorio statale è depositata la stragrande maggioranza degli asset.
Il “piccolo Belgio” (come fu definito quando nelle primissime fasi della Pima Guerra mondiale venne invaso dalla Germania) ha detto NO a von der Leyen e Merz sostenendo una cosa molto semplice: “visto che si tratta di un’operazione illegale ai sensi del diritto internazionale e che una causa contro di noi sarebbe irrimediabilmente persa con in più una sonora condanna al risarcimento dei danni in favore di Mosca, forniteci ampie garanzie che il futuro debito derivante dalle azioni giudiziarie della Russia sarà condiviso tra tutti i 27 dell’Unione. Insomma, non pagheremo solo noi soltanto perché voi volete rapinare la Banca Centrale russa”.
Il Consiglio europeo ha rifiutato. Il che dimostra inequivocabilmente che il Belgio aveva ragione da vendere e che il piano dell’UE era “facciamo una rapina insieme, ma i soldi ce li teniamo noi e in galera ci vai solo tu”.
E allora è scattato il Piano B, che sostanzialmente è un ripiego (promosso da Francia e Italia, le quali condividevano le preoccupazioni del Belgio ma non potevano sottrarsi alla narrativa di quattro anni di “sostegno incondizionato a Kiev”), ma al contempo è un ripiego costoso per le nostre tasche, visto che i 90 miliardi accordati a Kiev li pagheremo noi tutti cittadini europei con fondi prelevati da tutte le altre misure.
In ogni caso, va aggiunto che Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno strappato, in cambio del loro voto favorevole, l’assicurazione scritta che dei 90 miliardi loro non cacceranno un centesimo.
Ce ne parla più approfonditamente Thomas Fazi nell’articolo che presentiamo tradotto in italiano.
Buona lettura.
La redazione
Il prestito di 90 miliardi di euro di Bruxelles all’Ucraina prolungherà la guerra e distruggerà l’Europa
Non riuscendo a sequestrare i beni russi, Bruxelles ha spinto gli stati membri a sottoscrivere un prestito enorme per continuare la guerra: gli ucraini continueranno a morire mentre i contribuenti europei pagheranno il conto
Thomas Fazi
Ho scritto per UnHerd di come il furto russo dei beni congelati sia stato sventato, per ora, in gran parte grazie alla coraggiosa resistenza del Primo Ministro belga Bart De Wever, che ha anteposto gli interessi del suo Paese a quelli della lobby pro-guerra – una posizione rara nell’Europa di oggi.
Ma c’è poco da festeggiare: nel suo disperato tentativo di mantenere in corso la guerra, la Commissione e la lobby pro‑guerra sono riuscite a far approvare un massiccio prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina, sostenuto dal bilancio dell’UE e sottoscritto da tutti gli Stati membri tranne tre (Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca), a cui è stata concessa la clausola di opt‑out.
Di fatto, l’ostacolo politico è stato aggirato non cambiando strategia, ma spostando il rischio finanziario direttamente sui contribuenti europei. Come ha chiarito von der Leyen prima del vertice, c’era poco spazio per il dissenso: “Nessuno abbandonerà il vertice UE finché non sarà risolta la questione del finanziamento dell’Ucraina”.
Incredibilmente, l’accordo prevede che il prestito dovrà essere rimborsato dall’Ucraina solo se e quando la Russia accetterà di pagare le riparazioni di guerra, trasformando di fatto ipotetiche riparazioni future in finanziamenti immediati. Questa idea è, nella migliore delle ipotesi, un pio desiderio. È altamente improbabile che la Russia accetti riparazioni vincolanti anche in caso di un accordo di pace, il che significa che ci sono poche possibilità che l’Ucraina rimborsi mai il prestito, lasciando che siano i governi dell’UE – e i contribuenti – a pagarne il conto.
Questo episodio illustra il modo in cui opera l’UE: creando falsi binari che precludono una vera scelta politica. Agli Stati membri è stata presentata una netta alternativa: accettare di confiscare i beni congelati della Russia o essere pronti a sottoscrivere collettivamente un nuovo ingente prestito. Ciò che non è mai stato seriamente preso in considerazione è stata una terza opzione: smettere di investire denaro in una strategia palesemente fallimentare e invece impegnarsi per porre fine alla guerra attraverso i negoziati.
Eppure è facile capire perché l’UE non possa permettersi di affrontare il fallimento della sua strategia per l’Ucraina, che ha inflitto immensi danni economici all’Europa senza produrre alcun risultato sul campo di battaglia, e che ha lasciato l’Ucraina in una posizione peggiore rispetto all’inizio della guerra. Riconoscere questa realtà comporterebbe enormi costi politici per le élite dell’UE, in particolare per quelle più coinvolte nella narrativa della vittoria a tutti i costi – da qui la loro determinazione a continuare la guerra a tutti i costi.
Ecco perché, anche dopo non essere riusciti a raggiungere un accordo sulla confisca, Bruxelles ha fatto approvare un ingente prestito, sostenuto dal bilancio, come sostituto. Le conseguenze saranno pesanti: gli ucraini continueranno a soffrire e morire in una guerra impossibile da vincere, mentre l’Europa rimarrà trincerata in uno stato permanente di guerra economica e di confronto militare per procura con la Russia, con un rischio costante di escalation in un conflitto diretto.
Se c’è un lato positivo in questa cupa traiettoria, è che l’incoscienza di queste scelte non farà che esacerbare le contraddizioni di un progetto che sta spingendo il continente sull’orlo del baratro, costringendo infine a una resa dei conti – sia all’interno degli Stati membri che tra i cittadini europei. In effetti, la Commissione potrebbe essere riuscita a evitare un’umiliazione catastrofica, ma così facendo ha messo a nudo la natura sempre più autoritaria dell’Unione, disposta a ignorare gli interessi nazionali e a scardinare vincoli giuridici, norme democratiche e razionalità economica di base per perseguire crociate ideologiche.
Nel frattempo, l’enorme onere finanziario imposto dall’ultimo accordo non farà che aggravare le fratture interne e spingere i bilanci nazionali al punto di rottura, soprattutto quando diventerà chiaro che ciò comporterà ulteriori risorse dirottate dalle infrastrutture fatiscenti dell’Europa, dagli ospedali sottofinanziati e dalle scuole sovraccariche.
Mentre le contraddizioni all’interno dell’UE continuano ad accumularsi, è sempre più difficile immaginare come Bruxelles possa gestire la reazione ancora a lungo. L’Unione sta iniziando ad assomigliare a un impero in rovina, che fa affidamento non solo sulla repressione, sulla censura e sulla manipolazione elettorale per mantenere il controllo, ma anche su tattiche sempre più aggressive, dirette persino contro gli stessi governi filo‑UE. Imponendo impegni sempre più sconsiderati in nome dell’unità, sta semplicemente preparando il terreno per un’implosione ancora più catastrofica in futuro.
(Traduzione dall’inglese di Ernesto Russo)

