L’ostracismo del XXI secolo
Il regime sanzionatorio nelle moderne “democrazie blindate”: il paradigmatico caso Baud
Valerio Torre
L’ordinamento giuridico dell’antica democrazia ateniese prevedeva un istituto di tipo sanzionatorio denominato “ostracismo” (dal greco antico, ὀστρακισμός: traslitterato in caratteri latini, ostrakismòs), in virtù del quale chi fosse stato ritenuto un pericolo per la sicurezza della Polis poteva essere mandato in esilio per dieci anni. Un eventuale rientro prima di questo lasso di tempo era punito con la morte.
Durante il periodo dell’allontanamento coatto, però, l’ostracizzato non perdeva il possesso dei propri beni, ma poteva demandarne la gestione a un rappresentante che era autorizzato anche a rimettergli gli utili ricavati dalla loro amministrazione.
La sanzione aveva una connotazione politica e non era legata alla commissione di delitti da parte dell’esiliato, il quale per effetto della condanna all’esilio neanche perdeva i diritti politici e civili, né subiva una pena pecuniaria.
Il termine deriva dalla parola greca ὄστρακον (òstrakon) che voleva letteralmente dire “conchiglia”, ma che per traslato indicava i pezzi di vaso di coccio su cui i votanti scrivevano il nome dell’individuo da ostracizzare.
La lista SDN degli Stati Uniti
Così concepito, tale istituto giuridico ateniese era – come vedremo di qui a poco – certamente meno grave di quello che stiamo osservando ai giorni nostri, che sottopone a una vera e propria “morte civile” persone sgradite a governi o istituzioni per aver espresso pubblicamente le proprie idee.
L’ordinamento degli Stati Uniti d’America, ad esempio, prevede che all’interno del Dipartimento del Tesoro operi un organismo denominato Office of Foreign Assets Control (“OFAC”: Ufficio per il controllo dei beni esteri) che ha il compito di gestire una lista di persone o Paesi stranieri «terroristi, trafficanti internazionali di stupefacenti, coinvolti in attività legate alla proliferazione di armi di distruzione di massa e altre minacce alla sicurezza nazionale, alla politica estera o all’economia degli Stati Uniti».
Chi viene inserito in questa lista (Specially Designated Nationals and Blocked Persons List) viene, senza alcun contraddittorio né processo giudiziario, sanzionato con il blocco dei propri conti correnti, beni e altre attività, e col divieto di viaggiare negli Usa: in pratica, oltre a vedersi limitato il proprio diritto alla mobilità, chi è oggetto di questa misura non può farsi accreditare lo stipendio in banca, non può operare con il proprio conto corrente, né disporre di un bancomat o di una carta di credito, non può ottenere un mutuo o un prestito, noleggiare un’auto, prendere una camera d’albergo e usufruire dei minimi servizi della vita quotidiana che richiedono un rapporto finanziario in essere. Se un istituto di credito o un prestatore di beni e/o servizi non dovesse osservare la sanzione, incorrerebbe a sua volta in “sanzioni secondarie” con l’applicazione di pesantissime multe. Paradossalmente, anche un privato cittadino totalmente estraneo al soggetto sanzionato potrebbe essere anch’egli sottoposto allo stesso regime qualora dovesse sostenerlo finanziariamente. Spesso, anche i familiari più stretti vengono inseriti in questa lista per evitare l’elusione della sanzione comminata al loro congiunto.
I casi Albanese e Guillou
È, ad esempio, il caso della Relatrice speciale del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, Francesca Albanese, in conseguenza del suo lavoro per l’organismo che l’aveva nominata: è accusata cioè di aver espresso nella sua relazione opinioni sgradite ai governi statunitense e israeliano.

Ed è – non meno eclatante – il caso del giudice Nicolas Guillou, magistrato francese presso la Corte penale internazionale (CPI) dell’Aia, che ha autorizzato il mandato d’arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Insieme ad altri cinque giudici e tre procuratori della CPI, Guillou è stato sanzionato dal governo statunitense (primo sponsor dello Stato sionista) con provvedimenti che ne hanno cancellato la soggettività sociale rendendolo una “non‑persona”: tutti i suoi account social sono stati cancellati d’imperio, le applicazioni di Google gli sono state disattivate, i conti bancari accesi in Francia congelati e persino le prenotazioni alberghiere annullate.
Ciò che dovrebbe far riflettere è che, sia nel caso Albanese che in quello Guillou, i rispettivi governi, sull’altare delle relazioni politico‑militari transatlantiche, non hanno mosso un dito per difendere due loro cittadini, condannati senz’appello ad una morte civile barbara per avere disimpegnato funzioni ufficiali per le quali erano stati incaricati all’interno di istituzioni internazionali create e partecipate dai due Paesi stessi.
La “culla della democrazia” va alla guerra
L’Unione europea, che viene presentata come un “faro di civiltà”, la “culla della democrazia” di cui difenderebbe i “valori”, non è da meno rispetto agli Stati Uniti.
Il conflitto in Ucraina, in particolare, rappresenta ormai il banco di prova di quanto tali iperbolici giudizi siano espressi assolutamente a sproposito: chiunque provi ad analizzare le ragioni dell’invasione viene immediatamente bollato come “filo‑russo”, spregiativamente additato come “putiniano”: in pratica, accusato di “intelligenza col nemico”.
Perché è proprio questo il punto. Oggi l’Europa si è creata un nemico alle porte che starebbe preparando l’invasione del Vecchio Continente in una data che viene addirittura indicata come certa – chi dice 2027, chi 2030 – e quel “nemico” è senza tema di smentite “la Russia di Putin”.
In funzione di questa fantastica costruzione mentale, i tecnocrati europei stanno snocciolando la narrazione della “minaccia russa” per giustificare massicce spese in armamenti[1]. In un’aura di isteria collettiva è stato ideato un gigantesco progetto di militarizzazione dell’intero territorio che però, per poter essere “digerito” da una società disabituata all’idea di combattere dopo ottant’anni di assenza di conflitti sul suolo europeo (fatta eccezione per il bombardamento sulla Serbia: ma quello è stato fatto passare per un “intervento umanitario per fermare i massacri”!), deve poggiare sulla preparazione di una solida base ideologica che assicuri il sostegno – o, quantomeno, la non opposizione – della maggioranza della popolazione.
E però, una simile base ideologica non può tollerare che vi siano elementi di disturbo che insinuino dubbi con la più pericolosa delle armi che potrebbe minarla: il ragionamento. Nella prospettiva di combattere il nemico esterno, è prioritario ridurre al silenzio quello interno.
Ecco perché, da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina (ma lo stesso è valso per il genocidio commesso dallo Stato sionista di Israele a Gaza), chi detiene le leve del potere ha progressivamente stretto la morsa nei confronti di chiunque proponesse una lettura dei fatti non conforme a quella “ufficiale”.
L’Italia, Dostoevskij e la lista dei “putiniani”
Per quanto riguarda l’Italia, basti ad esempio ricordare la vicenda di uno dei più popolari volti dei tg Rai, lo storico inviato a Mosca Marc Innaro, rimosso dal suo ufficio perché nei suoi servizi televisivi aveva contestualizzato l’invasione russa presentando anche il punto di vista del Cremlino che denunciava l’allargamento a est della Nato attraverso l’Ucraina.
In altre occasioni, la scure censoria ha prodotto conseguenze che hanno toccato l’apice del ridicolo. Come quando l’Università Bicocca di Milano ha annullato un corso di lezioni sull’opera di Dostoevskij a cura dello scrittore Paolo Nori. Di fronte allo scandalo suscitato da questa assurda decisione[2], l’ateneo ha poi cercato di mettere una pezza; che, come sempre accade, è peggiore del buco: riattivare il corso … però affiancando a Dostoevskij un autore ucraino, in una sorta di “contraddittorio politico‑letterario” post mortem! Superfluo sottolineare che il docente ha rifiutato l’indecente “proposta” con la brillante giustificazione di non essere esperto di letteratura ucraina.
Sempre per restare in Italia, la lista dei “putiniani” si ingrossa sempre più: lo storico Angelo D’Orsi, i filosofi Luciano Canfora e Massimo Cacciari, il notissimo divulgatore di storia Alessandro Barbero, il giornalista Marco Travaglio e l’autorevole analista geopolitico Lucio Caracciolo, l’ex deputato Alessandro Di Battista, solo per fare alcuni nomi. È sufficiente, avendo un minimo seguito mediatico, esprimere un’opinione minimamente più articolata rispetto alla “verità ufficiale” declamata dal governo e dai suoi canali comunicativi, per diventare nemici pubblici del Bel Paese e conniventi con la Russia: in pratica, per essere considerati un pericolo per la sicurezza dello Stato.
Doğru e gli altri: il grado di repressione aumenta
A livello di Unione europea le conseguenze di questa politica da Santa Inquisizione sono ben drammatiche, poiché la Commissione europea adotta lo stesso sistema statunitense di sanzionare pesantemente i personaggi “scomodi”[3].
Un cittadino tedesco, Hüseyin Doğru, di professione giornalista, ha scoperto del tutto casualmente che i conti correnti suo e di sua moglie erano stati bloccati. Nulla gli era stato comunicato, nessun procedimento legale era stato promosso a suo carico, eppure la Commissione europea ha emesso il provvedimento sanzionatorio perché lo ha ritenuto responsabile di minacciare, attraverso le opinioni espresse nel suo lavoro sul genocidio a Gaza, «la stabilità e la sicurezza dell’Unione e di uno o più dei suoi Stati membri». Quando ha provato a ricorrere alle vie legali, la giustizia tedesca si è dichiarata priva di giurisdizione perché il provvedimento sanzionatorio era un atto politico e non giudiziario.

Ma Doğru non è stato il solo giornalista tedesco ad essere stato sanzionato dalla Commissione europea. Nell’ambito del 17° pacchetto di sanzioni contro la Russia, altri due giornalisti in Germania, Alina Lipp e Thomas Röper, sono stati accusati di essere “propagandisti del Cremlino”: la surreale imputazione mossa ai due era che il loro lavoro aveva lo scopo di «manipolare il sentimento pubblico tedesco in merito al sostegno all’Ucraina»[4], con azioni che «compromettono o minacciano la sicurezza e la stabilità nell’Unione e in un Paese terzo (Ucraina) attraverso l’uso coordinato di manipolazione e interferenza delle informazioni e facilitando un conflitto armato in un Paese terzo»[5].
È evidente che un’accusa così formulata, di “manipolazione e interferenza delle informazioni”, rappresenta una definizione talmente ampia da conferire al Consiglio europeo una discrezionalità di fatto illimitata nel decidere sanzioni contro singoli individui, oltre a sfuggire a ogni effettivo controllo giurisdizionale di un giudice terzo che assicuri al soggetto colpito un giudizio imparziale e con ampio diritto di difesa: l’indeterminatezza della fattispecie e la mancanza di “tipicità” della condotta addebitata, così come la mancata previsione del diritto dell’incolpato ad essere previamente ascoltato e difeso da un legale, fanno sconfinare la decisione in un atto puramente amministrativo che si traduce in un lampante esempio di persecuzione politica.
Il paradigmatico caso Baud
Il caso che ha di recente richiamato l’attenzione di molti è stato quello di Jacques Baud, ex colonnello (ora in pensione) dell’esercito svizzero, funzionario dei servizi segreti del Paese elvetico, nonché ufficiale della Nato per conto della quale ha svolto compiti di rilievo proprio in Ucraina, il quale è stato colpito dalle sanzioni decise dalla Commissione europea: conseguentemente, sono stati bloccati i suoi conti e gli è impedito di viaggiare in tutto il territorio Ue.
La sua “colpa”? Sostanzialmente, quella di avere fornito, su diverse pubblicazioni e vari canali informativi, un’analisi del conflitto in Ucraina diversa dalla “narrazione ufficiale” delle istituzioni di Bruxelles. Per questo, viene considerato un “propagandista del Cremlino”: gli si contesta di essere «responsabile dell’attuazione o del sostegno di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione russa che minano o minacciano la stabilità o la sicurezza di un Paese terzo (Ucraina) ricorrendo alla manipolazione delle informazioni e all’ingerenza»[6].
In realtà, per sua stessa ammissione Baud ha sempre rifiutato inviti da organi di stampa ufficialmente riconducibili alla Federazione russa e nelle sue analisi si è sempre servito di notizie di fonte occidentale e addirittura ucraina. Il suo obiettivo, sostiene, è dimostrare «che si può avere una prospettiva diversa sul conflitto ucraino anche senza ricorrere alla propaganda russa». E spiega: «Faccio un lavoro analitico in cui esamino clinicamente il conflitto».

Il colonnello Jacques Baud (Photo credit: Gregory Yetchmeniza/Imago)
Il problema è, che in questo isterico clima generalizzato di caccia alle streghe in cui le sanzioni vengono usate come strumento amministrativo di stampo repressivo contro letture e analisi critiche di segno diverso rispetto a quello “ufficiale”, i fatti vengono interpretati e bollati come “propaganda russa” anche quando sono spiegati con attenzione e cautela.
Come chiosa il quotidiano tedesco Berliner Zeitung,
«il caso Baud solleva interrogativi fondamentali. A che punto la critica alla linea ufficiale non viene più considerata un legittimo contributo al dibattito, ma piuttosto un reato punibile? La risposta a questa domanda sarà probabilmente cruciale per determinare se la libertà di espressione sia preservata in Europa».
“La libertà di espressione va limitata”
In realtà, la politica europea quella risposta l’ha già data in diverse occasioni. Ed è sicuramente negativa.
Quando il giornalista tedesco Florian Warweg, a proposito delle sanzioni inflitte a Baud e approvate anche dalla Germania in seno al Consiglio europeo, ha chiesto al portavoce del governo federale se la posizione dell’esecutivo fosse effettivamente quella di sanzionare pesantemente rinomati analisti militari solo perché non condivide il contenuto delle loro analisi sulla guerra in Ucraina, e se fosse stata preliminarmente verificata la fondatezza piuttosto discutibile della motivazione delle sanzioni prima di approvarle, il rappresentante governativo ha risposto con un brutale cinismo: «Tutti i soggetti che operano in questo campo devono essere consapevoli che ciò potrebbe accadere anche a loro …».
E ancora. Qualche giorno fa, in una esemplare applicazione della legge del contrappasso, gli Usa hanno sanzionato (per ora solo col divieto di viaggio negli Stati Uniti) cinque funzionari europei protagonisti dell’approvazione del Digital Services Act (DSA), un regolamento nato per disciplinare il settore digitale e che si applica a tutte le piattaforme online per «assicurare il corretto funzionamento del mercato digitale dell’Ue, proteggendo i consumatori e contrastando fenomeni come la disinformazione e la diffusione di contenuti illeciti»[7]. Washington ha motivato il provvedimento sanzionatorio col fatto che il regolamento europeo avrebbe imbavagliato la libertà di espressione sui social in nome della lotta all’odio, nonché imposto regolamentazioni severe alle piattaforme e‑commerce statunitensi.
Uno dei soggetti sanzionati è la direttrice dell’organizzazione tedesca HateAid, Josephine Ballon, la quale, intervistata qualche mese prima da una giornalista che le faceva notare che negli Usa l’opinione pubblica riteneva che il DSA rappresentasse una restrizione della libertà di espressione e una minaccia per la democrazia, rispose con disprezzo: «La libertà di espressione va limitata».
Nondimeno, per condannare le sanzioni statunitensi contro i funzionari europei e incurante del fatto che frattanto la Commissione europea aveva sanzionato Jacques Baud, Ursula von der Leyen ha avuto la sfrontatezza di dichiarare: «La libertà di espressione è il fondamento della nostra forte e vibrante democrazia europea. Ne siamo orgogliosi. La proteggeremo. Perché la Commissione è la custode dei nostri valori». Ipocrisia senza limiti[8]!
Il “Ministero della Verità” dell’Ue
La Commissione europea ha deciso di creare uno “Scudo europeo della democrazia”, cioè un meccanismo per combattere la “disinformazione”. A tale scopo, verrà istituito un “Centro Europeo per la Resilienza Democratica”, roboante denominazione per un organismo il cui compito sarà contrastare «la manipolazione e le ingerenze da parte di attori stranieri e la disinformazione». Come ha spiegato Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sicurezza e la democrazia, il Centro si propone di agire d’anticipo intercettando e cancellando “contenuti falsi”. Ma su quali basi si stabilisce cos’è vero e cosa falso? In base a quale criterio si impone il sigillo di verità su una narrazione e si obbliga l’opinione pubblica ad adeguarvisi? Ciò che è in gioco è il monopolio dell’interpretazione dei fatti: viene prescritta, sotto pena di sanzioni, l’interpretazione fornita dalla Commissione europea che è per definizione qualificata come “vera”.
Cos’altro è allora questo congegno se non l’orwelliano “Ministero della Verità”?
È evidente che è in atto un gigantesco progetto di criminalizzazione del dissenso nel quadro di un processo di delegittimazione di chiunque si opponga alla politica decisa dalle istituzioni europee.

Come scrive l’analista politico Kristian Thyregod soffermandosi sul caso Baud, non è necessario condividere l’analisi del colonnello svizzero per vedere che in un’istituzione che si autodefinisce democratica c’è un problema: perché se qualcuno incita realmente alla violenza o si dedica allo spionaggio, esistono norme penali apposite, ma se si è semplicemente in presenza di opinioni infondate, tendenziose o parziali, la risposta sta nelle argomentazioni e nelle prove contrarie, non nel congelamento dei beni; perché se le sanzioni originariamente previste contro terroristi, narcotrafficanti o attori di una guerra vengono normalizzate contro analisti e commentatori, ciò significa ridefinire il confine tra politica estera e libertà di espressione interna; perché, così come sta manifestandosi, questa hybris sanzionatoria potrà in futuro essere utilizzata riorientandola verso altre “minacce” – il “negazionismo” climatico, la “disinformazione” sull’immigrazione, la critica alla politica economica dell’Ue – tutte inquadrabili come rischi per la “stabilità democratica”.
Regime sanzionatorio e democrazia blindata: dallo Stato di diritto allo Stato di sicurezza
Su impulso di alcuni eurodeputati è stato commissionato un parere giuridico presentato nello scorso mese di novembre al Parlamento europeo dall’ex giudice della Corte di giustizia europea Ninon Colneric e dalla professoressa di diritto internazionale all’Università di Angers, Alina Miron. Nel parere i due studiosi evidenziano le gravi violazioni che il regime sanzionatorio infligge al diritto basilare dell’Ue e alla Carta dei Diritti fondamentali, e in particolare alla libertà d’espressione, al diritto di essere previamente ascoltati, al diritto di scelta professionale (a causa dell’impedimento a svolgere un lavoro) e all’assistenza sanitaria (perché anche l’acquisto di farmaci incappa nella sanzione).
È evidente che il meccanismo sanzionatorio così congegnato – che segna il salto da uno Stato di diritto (borghese‑liberale) a uno Stato amministrativo, se non addirittura di polizia – rappresenta un sistema non solo per neutralizzare oppositori politici, ma anche per creare un esempio destinato ad imporre il conformismo ideologico utile a convogliare l’intera popolazione verso un paradigma di società militarizzata.
Si tratta, in altri termini, del compiuto passaggio dalla c.d. “democrazia liberale” a quella che lo studioso brasiliano Felipe Demier definisce “democrazia blindata”, i cui
«centri decisionali politici (ministeri, segreterie, parlamenti, tribunali ecc.) [sono diventati] praticamente impenetrabili alle richieste popolari. Inoltre, mantenendo un’autonomia quasi assoluta rispetto ai processi elettorali e quindi libere da qualsiasi tipo (anche minimo) di controllo popolare, alcune istituzioni statali responsabili di questioni considerate strategiche (come le banche centrali, le agenzie di regolamentazione, ecc.) sono diventate monopoli incontestabili dei rappresentanti politici e degli agenti commerciali della classe dominante. […] Ai movimenti sociali e alle organizzazioni politiche che si oppongono frontalmente al progetto controriformista, il regime democratico‑liberale blindato risponde con l’emarginazione politico‑istituzionale e la creazione/applicazione di leggi (formulate in maniera del tutto discrezionale) che limitano sempre più le libertà di manifestazione popolare. […] Liberate dai fastidiosi orpelli socialdemocratici, le democrazie blindate si mostrano quindi come democrazie borghesi per antonomasia. Completamente nuda, la democrazia borghese si sente più a suo agio. […] si può dire che il ballo borghese continua, solo che ora non è più in maschera».
In questi regimi “blindati” la compressione sempre più marcata dei diritti tende a trasformare il cittadino da “soggetto di diritti” a “oggetto di sicurezza”, un ingranaggio dell’infrastruttura di sicurezza/preparazione ai conflitti[9]. I regimi sanzionatori si risolvono in una “misura sanitaria” amministrativa finalizzata a prevenire il contagio da punti di vista dissenzienti rispetto alla narrazione ufficiale.
In questo senso, Ursula von der Leyen è stata assolutamente esplicita quando ha definito la c.d. “manipolazione delle informazioni” come un “virus” che causa una “infezione” che ognuno può “trasmettere” a un altro: un’infezione che è preferibile “prevenire vaccinando l’organismo, piuttosto che curare”.
L’istituzione, dunque, si fa “fortezza” che si blinda contro la penetrazione del “nemico”: è per questo che chi si trova all’interno della fortezza non può aprire la sia pur minima breccia attraverso la quale il nemico possa penetrare. Ed è sempre per questo che il dissenso viene bollato come una “minaccia alla sicurezza e alla stabilità”.
Tempi bui ci attendono. Rimpiangeremo l’ostracismo dell’antica Grecia?
Note
[1] Icasticamente, il presidente della repubblica le ha definite “impopolari ma necessarie”!
[2] Nori ha poi ironicamente spiegato: «Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia. Lo è anche essere un russo morto, che quando era vivo nel 1849 è stato condannato a morte perché aveva letto una cosa proibita».
[3] Il clima è talmente pesante che non c’è neanche bisogno dell’intervento formale dell’Ue per essere colpiti a causa delle opinioni espresse a motivo del proprio lavoro. Il giornalista italiano Gabriele Nunziati è stato licenziato dall’agenzia di stampa Nova per una domanda posta alla portavoce della Commissione Ue, Paula Pinho. Nunziati aveva chiesto, se, visto che si richiede alla Russia di finanziare la ricostruzione dell’Ucraina, l’Unione europea avrebbe preteso lo stesso da Israele per le distruzioni a Gaza. La testata lo ha licenziato con la motivazione che la domanda era “tecnicamente sbagliata”!
[4] Come se un “sentimento pubblico” debba essere – per decreto governativo – assolutamente unanime e non possa essere liberamente affiancato da sensibilità diverse, quantunque minoritarie; e, soprattutto, come se queste ultime possano essere ritenute una “minaccia” in sé per le istituzioni pubbliche.
[5] In queste “perle giuridiche” si sostanzia la motivazione del provvedimento assunto contro i due giornalisti.
[6] Con lo stesso provvedimento (e la stessa generica e intercambiabile motivazione: “manipolazione delle informazioni e ingerenza”) è stata sanzionata anche la giornalista ucraina Diana Panchenko, accusata di produrre e diffondere narrazioni anti‑ucraine, filo‑russe e anti‑Nato.
[7] Agenda Digitale, “Digital Services Act: cos’è e cosa prevede la legge europea sui servizi digitali”.
[8] Come ha efficacemente scritto Glenn Diesen, «la scorsa settimana, l’Ue ha sanzionato il colonnello Jacques Baud, analista dell’intelligence svizzera, per aver espresso opinioni non gradite. Questa settimana, l’Ue sostiene invece la libertà di espressione».
[9] Nel Bonilla, “Administrative Warfare & The End of the Political”, 22/12/2025.

