Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica internazionale: Nord Africa e Medio Oriente

Lo Stato duraturo: perché è improbabile che le proteste in Iran portino a un cambio di regime

SI fa pre­sto a dire: “Rivo­lu­zio­ne!”.
Le mas­sic­ce pro­te­ste in atto in que­ste set­ti­ma­ne in Iran ven­go­no, da mol­ta par­te del­l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca e di ambien­ti del­la sini­stra mon­dia­le, con­si­de­ra­te come un pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio (o, per­lo­me­no, una sua fase ini­zia­le) ten­den­te a pro­dur­re un cam­bio di regi­me nel Pae­se. E non è in dub­bio che la popo­la­zio­ne che sta mani­fe­stan­do nel­le stra­de non solo di Tehe­ran scon­tran­do­si con la repres­sio­ne sta­ta­le aspi­ri a questo.
Così come non può dubi­tar­si che si trat­ta del mede­si­mo obiet­ti­vo cal­deg­gia­to, per­se­gui­to e vero­si­mil­men­te finan­zia­to e orga­niz­za­to, dal­l’im­pe­ria­li­smo sta­tu­ni­ten­se in pri­mo luo­go, uni­ta­men­te al suo asca­ro sio­ni­sta israeliano.
Men­tre non nutria­mo la ben­ché mini­ma sim­pa­tia per l’or­ren­da dit­ta­tu­ra cle­ri­co-capi­ta­li­sta su cui si fon­da il pote­re del­la teo­cra­zia scii­ta ira­nia­na, allo sta­to e sul­la base del­l’os­ser­va­zio­ne degli ele­men­ti in gio­co nel­la dina­mi­ca in atto nel Pae­se non pos­sia­mo però fare a meno di segna­la­re che appa­re fuo­ri luo­go par­la­re di una rivo­lu­zio­ne in gra­do di deter­mi­na­re nel­l’im­me­dia­to il crol­lo del regi­me degli aya­tol­lah e la sua sosti­tu­zio­ne con un altro regi­me, come segna­la que­st’a­cu­to arti­co­lo che pre­sen­tia­mo tra­dot­to in italiano.
Buo­na lettura.
La redazione

Lo Stato duraturo: perché è improbabile che le proteste in Iran portino a un cambio di regime

 

Le pro­te­ste in Iran riflet­to­no pro­fon­de ten­sio­ni socia­li e gene­ra­zio­na­li, ma in assen­za di una lea­der­ship uni­fi­ca­ta, di una frat­tu­ra del­l’é­li­te e di un ordi­ne alter­na­ti­vo cre­di­bi­le, esse sfi­da­no il siste­ma sen­za tra­dur­si in una rivoluzione.

 

Kau­ti­lya il Contemplatore

 

I momen­ti di pro­te­sta di mas­sa in Iran ten­do­no a mani­fe­star­si all’im­prov­vi­so, ma sono qua­si sem­pre il risul­ta­to di pres­sio­ni che si sono accu­mu­la­te nel cor­so degli anni. L’on­da­ta attua­le è sta­ta imme­dia­ta­men­te inne­sca­ta da un for­te shock valu­ta­rio che ha fat­to pre­ci­pi­ta­re il rial ira­nia­no ai mini­mi sto­ri­ci di 1,4‑1,5 milio­ni per dol­la­ro USA sui mer­ca­ti non uffi­cia­li[1]. Que­sto rapi­do deprez­za­men­to ha ero­so il pote­re d’ac­qui­sto qua­si dal­l’og­gi al doma­ni, ren­den­do improv­vi­sa­men­te inac­ces­si­bi­li i beni di pri­ma neces­si­tà. Que­sto shock eco­no­mi­co ha tra­sfor­ma­to la fru­stra­zio­ne laten­te in mobi­li­ta­zio­ne di piaz­za, pri­ma nei cen­tri com­mer­cia­li e poi in tut­te le cit­tà del Paese.
Tut­ta­via, la por­ta­ta e la dif­fu­sio­ne geo­gra­fi­ca del­le pro­te­ste non pos­so­no esse­re spie­ga­te solo dal crol­lo del­la valu­ta. Esse riflet­to­no una con­ver­gen­za di ten­sio­ni strut­tu­ra­li più pro­fon­de sot­to for­ma di pro­lun­ga­te dif­fi­col­tà eco­no­mi­che dovu­te alle san­zio­ni, un’in­fla­zio­ne per­si­sten­te­men­te alta che ora supe­ra il 40%, una cat­ti­va gestio­ne, la fru­stra­zio­ne gene­ra­zio­na­le e una cre­scen­te dis­so­nan­za tra le nor­me uffi­cia­li e la real­tà socia­le vis­su­ta. Le mani­fe­sta­zio­ni si sono dif­fu­se oltre Tehe­ran, rag­giun­gen­do le cit­tà di pro­vin­cia e i cen­tri uni­ver­si­ta­ri, segna­lan­do una dif­fu­sa insod­di­sfa­zio­ne piut­to­sto che un movi­men­to nazio­na­le coor­di­na­to. Gli slo­gan di pro­te­sta spa­zia­no dal­le riven­di­ca­zio­ni eco­no­mi­che alla pro­te­sta cul­tu­ra­le fino al rifiu­to poli­ti­co totale.
Il momen­to è cri­ti­co. L’I­ran sta assor­ben­do shock sovrap­po­sti cau­sa­ti da san­zio­ni pro­lun­ga­te, ten­sio­ni post‑pandemiche, insi­cu­rez­za regio­na­le e una tran­si­zio­ne gene­ra­zio­na­le sem­pre più distan­te dal­la legit­ti­mi­tà del­l’e­ra rivo­lu­zio­na­ria. Que­ste pres­sio­ni sono aggra­va­te da segna­li ester­ni più inten­si, in par­ti­co­la­re dal recen­te avver­ti­men­to “pron­ti a spa­ra­re” del pre­si­den­te Trump, reso più cre­di­bi­le dagli attac­chi del giu­gno 2025 con­tro l’I­ran da par­te degli Sta­ti Uni­ti e di Israe­le, che han­no infran­to una bar­rie­ra deter­ren­te di lun­ga data. Insie­me, que­ste dina­mi­che han­no ridot­to la capa­ci­tà del­lo Sta­to di assor­bi­re gli shock eco­no­mi­ci, con­sen­ten­do alle riven­di­ca­zio­ni che un tem­po sareb­be­ro rima­ste loca­liz­za­te di dif­fon­der­si rapi­da­men­te in tut­te le regio­ni e i grup­pi sociali.
Seb­be­ne le pro­te­ste sia­no tra le più gra­vi e dirom­pen­ti dal 2022, anno del­la rivol­ta di Mah­sa Ami­ni (“Don­na, Vita, Liber­tà”), la loro gra­vi­tà non deve esse­re con­fu­sa con l’im­mi­nen­za. L’I­ran ha vis­su­to diver­se onda­te di pro­te­ste di mas­sa negli ulti­mi due decen­ni, alcu­ne del­le qua­li di por­ta­ta para­go­na­bi­le. Ciò che carat­te­riz­za il momen­to attua­le non è una mobi­li­ta­zio­ne sen­za pre­ce­den­ti, ma una ten­sio­ne strut­tu­ra­le per­si­sten­te. L’e­ven­tua­li­tà che tale ten­sio­ne por­ti al crol­lo del regi­me non dipen­de solo dal­le pro­te­ste, ma anche dal­la pre­sen­za di con­di­zio­ni più pro­fon­de che favo­ri­sca­no una tra­sfor­ma­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria, una distin­zio­ne spes­so tra­scu­ra­ta dai media occi­den­ta­li che equi­pa­ra­no i disor­di­ni visi­bi­li a un immi­nen­te cam­bia­men­to di regime.

Pro­te­sta o rivo­lu­zio­ne: una distin­zio­ne concettuale
La pro­te­sta, anche quan­do è soste­nu­ta e dif­fu­sa, non è rivo­lu­zio­ne. La sto­ria trac­cia una chia­ra distin­zio­ne tra le due cose. Le rivo­lu­zio­ni sono even­ti rari, che scon­vol­go­no il siste­ma e ribal­ta­no inte­ri ordi­ni poli­ti­ci, eco­no­mi­ci e socia­li. Non nasco­no auto­ma­ti­ca­men­te dal­le dif­fi­col­tà, dal­la repres­sio­ne o dai disor­di­ni visi­bi­li, né sono esplo­sio­ni spon­ta­nee di rabbia.
I movi­men­ti di pro­te­sta pos­so­no per­si­ste­re per anni, anche con alti livel­li di disgre­ga­zio­ne e sot­to inten­se pres­sio­ni ester­ne, sen­za diven­ta­re rivo­lu­zio­na­ri. Non si trat­ta di un’af­fer­ma­zio­ne sul­l’e­qui­va­len­za poli­ti­ca, ma sul­la mec­ca­ni­ca poli­ti­ca. In Vene­zue­la, il pro­lun­ga­to col­las­so eco­no­mi­co, le ripe­tu­te onda­te di pro­te­ste a livel­lo nazio­na­le, l’e­sca­la­tion del­le san­zio­ni sta­tu­ni­ten­si e per­si­no il recen­te rapi­men­to del pre­si­den­te Nico­lás Madu­ro da par­te degli Sta­ti Uni­ti non han­no por­ta­to al crol­lo del regi­me. L’ap­pa­ra­to di gover­no resi­ste per­ché il suo nucleo coer­ci­ti­vo rima­ne intat­to e non è emer­sa alcu­na auto­ri­tà suc­ces­si­va credibile.
Dina­mi­che simi­li sono sta­te osser­va­te in Bie­lo­rus­sia dopo le ele­zio­ni del 2020, dove sono scop­pia­te mani­fe­sta­zio­ni di mas­sa dopo risul­ta­ti ampia­men­te con­te­sta­ti, ma che alla fine sono sta­te repres­se nel cor­so degli anni sen­za che il pre­si­den­te Ale­xan­der Luka­shen­ko fos­se desti­tui­to, nono­stan­te le con­ti­nue san­zio­ni occi­den­ta­li. In Nica­ra­gua, dopo il 2018, la mobi­li­ta­zio­ne pub­bli­ca pro­lun­ga­ta e l’i­so­la­men­to inter­na­zio­na­le non sono riu­sci­ti a tra­dur­si in una sosti­tu­zio­ne del regi­me in assen­za di defe­zio­ni del­l’é­li­te o di cen­tri paral­le­li di auto­ri­tà coer­ci­ti­va. Nel loro insie­me, que­sti casi raf­for­za­no una rego­la costan­te: anche quan­do il col­las­so eco­no­mi­co, la dele­git­ti­ma­zio­ne mora­le e la pres­sio­ne ester­na con­ver­go­no, il dis­sen­so pro­lun­ga­to pro­du­ce più spes­so repres­sio­ne, rifor­me o ricom­po­si­zio­ne del­l’é­li­te inve­ce che un’au­to­ri­tà rivo­lu­zio­na­ria in gra­do di rove­scia­re l’in­te­ro sistema.
L’er­ro­re ana­li­ti­co comu­ne nei com­men­ta­ri occi­den­ta­li è quel­lo di equi­pa­ra­re la pro­te­sta alla rivo­lu­zio­ne, equi­pa­ran­do la visi­bi­li­tà alla fat­ti­bi­li­tà. Gran­di fol­le, mani­fe­sta­zio­ni per­si­sten­ti e slo­gan cari­chi di emo­ti­vi­tà ven­go­no trat­ta­ti come pro­ve evi­den­ti del­l’im­mi­nen­te crol­lo del regi­me. Ciò signi­fi­ca frain­ten­de­re i mec­ca­ni­smi del cam­bia­men­to rivo­lu­zio­na­rio e soprav­va­lu­ta­re il pote­re poli­ti­co del­la sola mobi­li­ta­zio­ne. Il rumo­re non è pote­re e la pro­te­sta non con­fe­ri­sce auto­ri­tà di gover­no. Que­sta per­ce­zio­ne erra­ta è alla base di mol­te ipo­te­si ester­ne sul cam­bia­men­to di regi­me in Iran, dove la pro­te­sta vie­ne spes­so scam­bia­ta per capa­ci­tà rivoluzionaria.
Nel cor­so del­la sto­ria, le rivo­lu­zio­ni di suc­ces­so han­no in comu­ne due carat­te­ri­sti­che indi­spen­sa­bi­li. In pri­mo luo­go, richie­do­no un cen­tro di coor­di­na­men­to legit­ti­mo – un lea­der auto­re­vo­le o una rete isti­tu­zio­na­le coe­sa – in gra­do di con­ver­ti­re l’a­gi­ta­zio­ne di mas­sa in un’au­to­ri­tà di gover­no dura­tu­ra. Tale lea­der­ship deve esse­re ampia­men­te rico­no­sciu­ta come auten­ti­ca e rap­pre­sen­ta­ti­va, in gra­do di otte­ne­re leal­tà al di là dei cir­co­li atti­vi­sti e nel­le clas­si socia­li e nel­le isti­tu­zio­ni fon­da­men­ta­li. In secon­do luo­go, devo­no offri­re un ordi­ne alter­na­ti­vo coe­ren­te che affron­ti le cau­se pro­fon­de del mal­con­ten­to. Le rivo­lu­zio­ni sosti­tui­sco­no i siste­mi. Non si limi­ta­no a negarli.
In assen­za di que­ste con­di­zio­ni, la pro­te­sta si fram­men­ta, si dis­si­pa o vie­ne assor­bi­ta dal siste­ma che affron­ta. Anche disor­di­ni pro­lun­ga­ti pos­so­no impor­re costi o costrin­ge­re a con­ces­sio­ni, ma sen­za un nucleo di lea­der­ship legit­ti­mo e un pro­get­to di gover­no alter­na­ti­vo, rara­men­te cul­mi­na­no in una tra­sfor­ma­zio­ne rivoluzionaria.

Le rivo­lu­zio­ni rove­scia­no i siste­mi, non solo i governi
La Rivo­lu­zio­ne fran­ce­se del 1789 sman­tel­lò la monar­chia feu­da­le, i pri­vi­le­gi ari­sto­cra­ti­ci e il domi­nio cle­ri­ca­le, sosti­tuen­do­li con una con­ce­zio­ne radi­cal­men­te nuo­va di cit­ta­di­nan­za e sovra­ni­tà. La Rivo­lu­zio­ne bol­sce­vi­ca del 1917 distrus­se l’au­to­cra­zia zari­sta e il siste­ma capi­ta­li­sti­co di pro­prie­tà ter­rie­ra, sosti­tuen­do­li con uno Sta­to socia­li­sta cen­tra­liz­za­to. La Rivo­lu­zio­ne ira­nia­na del 1979 eli­mi­nò la monar­chia e l’au­to­ri­ta­ri­smo seco­la­re, instau­ran­do una repub­bli­ca cle­ri­ca­le radi­ca­ta nel­l’i­deo­lo­gia sciita.
Nono­stan­te le dif­fe­ren­ze ideo­lo­gi­che, que­ste rivo­lu­zio­ni han­no avu­to un model­lo comu­ne: han­no sosti­tui­to inte­ri siste­mi di gover­no a livel­lo poli­ti­co, eco­no­mi­co e socia­le. Nes­su­na era pri­va di lea­der. Nes­su­na era ideo­lo­gi­ca­men­te vaga. Nes­su­na dipen­de­va dal soste­gno stra­nie­ro per ave­re successo.

Crol­lo sen­za sosti­tu­zio­ne: i casi esem­pla­ri del­la Libia e del­la Siria
È essen­zia­le distin­gue­re la rivo­lu­zio­ne siste­mi­ca da altri per­cor­si di crol­lo del regi­me. I gover­ni pos­so­no cade­re sen­za pro­dur­re una tra­sfor­ma­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria, in par­ti­co­la­re attra­ver­so il col­las­so del­lo Sta­to cau­sa­to da guer­re pro­lun­ga­te, fram­men­ta­zio­ne coer­ci­ti­va o inter­ven­ti stra­nie­ri, come si è visto in Libia nel 2011 e più recen­te­men­te in Siria. In que­sti casi, il crol­lo del­l’au­to­ri­tà cen­tra­le non ha por­ta­to a un nuo­vo ordi­ne di gover­no coe­ren­te, ma piut­to­sto alla disin­te­gra­zio­ne del­lo Sta­to stes­so. Il pote­re si è fram­men­ta­to tra mili­zie, signo­ri del­la guer­ra e pro­tet­to­ri ester­ni, pro­du­cen­do insta­bi­li­tà piut­to­sto che un siste­ma legit­ti­mo che potes­se suc­ce­de­re al pre­ce­den­te. Tali esi­ti dif­fe­ri­sco­no fon­da­men­tal­men­te dal­le rivo­lu­zio­ni, che sosti­tui­sco­no un ordi­ne poli­ti­co e socia­le inte­gra­to con un altro in gra­do di eser­ci­ta­re l’autorità.
Appli­ca­ta all’I­ran, que­sta distin­zio­ne è impor­tan­te. Seb­be­ne il crol­lo del regi­me sen­za un’al­ter­na­ti­va rivo­lu­zio­na­ria sia teo­ri­ca­men­te pos­si­bi­le, richie­de­reb­be una frat­tu­ra coer­ci­ti­va e un’e­sca­la­tion ester­na in sti­le siria­no o libi­co, con­di­zio­ni che al momen­to non sono evi­den­ti. A dif­fe­ren­za del­la Siria, dove grup­pi arma­ti han­no con­qui­sta­to e man­te­nu­to il con­trol­lo del ter­ri­to­rio, o del­la Libia, dove mili­zie riva­li han­no sman­tel­la­to l’au­to­ri­tà cen­tra­le lun­go linee regio­na­li e tri­ba­li, l’I­ran non mostra segni di disin­te­gra­zio­ne ter­ri­to­ria­le o di guer­ra seces­sio­ni­sta orga­niz­za­ta. Nes­sun movi­men­to arma­to sta con­te­stan­do il con­trol­lo del­lo Sta­to per otte­ne­re regio­ni sepa­ra­ti­ste, né auto­ri­tà paral­le­le stan­no ten­tan­do di sop­pian­ta­re il gover­no cen­tra­le. In assen­za di fram­men­ta­zio­ne ter­ri­to­ria­le, defe­zio­ni mili­ta­ri del­l’é­li­te o cen­tri di pote­re coer­ci­ti­vo con­cor­ren­ti, le pro­te­ste da sole non pos­so­no pro­dur­re il crol­lo del­lo Sta­to, tan­to meno un ordi­ne pra­ti­ca­bi­le dopo il crollo.

L’ar­go­men­to del­l’e­sca­la­tion ester­na e i suoi limiti
Una cri­ti­ca ana­lo­ga sostie­ne che l’I­ran potreb­be comun­que esse­re spin­to ver­so un col­las­so simi­le a quel­lo del­la Siria o del­la Libia se gli Sta­ti Uni­ti e Israe­le sfrut­tas­se­ro i disor­di­ni inter­ni attra­ver­so una nuo­va o più inten­sa azio­ne mili­ta­re vol­ta a fram­men­ta­re lo Sta­to o a costrin­ger­lo alla sot­to­mis­sio­ne. Que­sto rischio non può esse­re com­ple­ta­men­te igno­ra­to, ma è spes­so sopravvalutato.
A dif­fe­ren­za del­la Libia o del­la Siria, l’I­ran man­tie­ne un coman­do mili­ta­re uni­fi­ca­to, un’ar­chi­tet­tu­ra di sicu­rez­za inter­na a più livel­li e un siste­ma poli­ti­co espli­ci­ta­men­te pro­get­ta­to per resi­ste­re alle pres­sio­ni com­bi­na­te degli attac­chi ester­ni e del dis­sen­so inter­no. Sto­ri­ca­men­te, la pres­sio­ne mili­ta­re ester­na ha anche teso a con­so­li­da­re piut­to­sto che a fram­men­ta­re la coe­sio­ne del­lo Sta­to ira­nia­no, atti­van­do la legit­ti­mi­tà nazio­na­li­sta e basa­ta sul­la sovra­ni­tà: una dina­mi­ca visi­bi­le duran­te gli attac­chi di Israe­le del giu­gno 2025 e i bom­bar­da­men­ti sta­tu­ni­ten­si sui siti nuclea­ri, che non sono riu­sci­ti a pro­vo­ca­re la defe­zio­ne del­le éli­te o la rivol­ta popo­la­re. Affin­ché l’I­ran segua una tra­iet­to­ria simi­le a quel­la del­la Siria o del­la Libia, sareb­be neces­sa­ria una guer­ra pro­lun­ga­ta in gra­do di rom­pe­re la coe­sio­ne del­le sue isti­tu­zio­ni di sicu­rez­za e di pro­dur­re cen­tri riva­li di auto­ri­tà arma­ta. Una tale esca­la­tion com­por­te­reb­be una con­fla­gra­zio­ne regio­na­le e costi stra­te­gi­ci proi­bi­ti­vi per le stes­se poten­ze coinvolte.

Doman­de cru­cia­li e rispo­ste rivoluzionarie
Una carat­te­ri­sti­ca distin­ti­va del­le rivo­lu­zio­ni di suc­ces­so è la loro capa­ci­tà di rispon­de­re a doman­de cru­cia­li sul­la gover­nan­ce, cosa che man­ca com­ple­ta­men­te nel­le attua­li pro­te­ste. La rivo­lu­zio­ne isla­mi­ca del 1978‑79 ha fat­to pro­prio que­sto. Ha dato una rispo­sta chia­ra alla que­stio­ne del­la strut­tu­ra del­lo Sta­to, sosti­tuen­do la monar­chia con una Repub­bli­ca isla­mi­ca che com­bi­na­va ele­zio­ni e isti­tu­zio­ni rap­pre­sen­ta­ti­ve con la tute­la clericale.
Ha affron­ta­to la distri­bu­zio­ne eco­no­mi­ca inqua­dran­do la giu­sti­zia intor­no al tra­sfe­ri­men­to del pote­re e del­la ric­chez­za dal­l’é­li­te cor­ti­gia­na agli “oppres­si”, legit­ti­man­do la nazio­na­liz­za­zio­ne, la ridi­stri­bu­zio­ne e lo svi­lup­po gui­da­to dal­lo Sta­to in ter­mi­ni mora­li e politici.
Ha pro­mos­so una dot­tri­na di sicu­rez­za nazio­na­le fon­da­ta sul­la legit­ti­mi­tà rivo­lu­zio­na­ria, la mobi­li­ta­zio­ne di mas­sa e l’in­di­pen­den­za dai pro­tet­to­ri stra­nie­ri, espli­ci­ta­men­te pla­sma­ta dal ricor­do del col­po di Sta­to di Mos­sa­de­gh del 1953 e dai timo­ri di una controrivoluzione.
Infi­ne, ha defi­ni­to il posto del­l’I­ran in un ambien­te regio­na­le osti­le attra­ver­so un’i­den­ti­tà di poli­ti­ca este­ra che rifiu­ta­va l’al­li­nea­men­to con gli Sta­ti clien­ti, pro­cla­ma­va “né Orien­te né Occi­den­te” e con­si­de­ra­va la sovra­ni­tà e la resi­sten­za come pila­stri del­la digni­tà nazionale.
È sta­ta que­sta capa­ci­tà di affron­ta­re e rispon­de­re alle que­stio­ni fon­da­men­ta­li del­la gover­nan­ce – non solo la pro­te­sta – che ha per­mes­so alla rivo­lu­zio­ne di con­so­li­da­re il pote­re e resistere.

Le attua­li pro­te­ste in Iran sod­di­sfa­no que­ste condizioni?
Se valu­ta­te alla luce di que­sto stan­dard sto­ri­co, le attua­li pro­te­ste in Iran risul­ta­no insuf­fi­cien­ti. Non esi­ste anco­ra una lea­der­ship uni­fi­ca­ta in gra­do di mobi­li­ta­re la nazio­ne. Le figu­re del­l’op­po­si­zio­ne all’e­ste­ro man­ca­no di legit­ti­mi­tà all’in­ter­no del­l’I­ran, men­tre il dis­sen­so inter­no rima­ne fram­men­ta­to tra clas­si, regio­ni e ideo­lo­gie. Le pro­te­ste sono emo­ti­va­men­te poten­ti ma orga­niz­za­ti­va­men­te disperse.
Non vie­ne nem­me­no pro­po­sto un siste­ma alter­na­ti­vo coe­ren­te. Gli slo­gan del­le pro­te­ste attua­li espri­mo­no indi­gna­zio­ne mora­le, dif­fi­col­tà eco­no­mi­che o fru­stra­zio­ne cul­tu­ra­le, ma non arti­co­la­no un model­lo di gover­no in gra­do di sosti­tui­re la Repub­bli­ca Isla­mi­ca. Le richie­ste di “liber­tà” o “cam­bio di regi­me” non sono pro­gram­mi poli­ti­ci. Non affron­ta­no que­stio­ni rela­ti­ve alla strut­tu­ra del­lo Sta­to, alla distri­bu­zio­ne eco­no­mi­ca, alla sicu­rez­za nazio­na­le o al ruo­lo del­l’I­ran in un con­te­sto regio­na­le osti­le, que­stio­ni che la Rivo­lu­zio­ne Isla­mi­ca del 1978‑79, indi­pen­den­te­men­te da ciò che si pen­si dei suoi risul­ta­ti, ha affron­ta­to direttamente.
Ciò che spes­so vie­ne lascia­to impli­ci­to è che una rivo­lu­zio­ne in Iran dovreb­be sman­tel­la­re non solo l’é­li­te al pote­re, ma l’in­te­ro ordi­ne eco­no­mi­co, giu­ri­di­co e socia­le in cui l’au­to­ri­tà cle­ri­ca­le è radi­ca­ta nel siste­ma giu­di­zia­rio, nel­l’ap­pa­ra­to di sicu­rez­za, nel siste­ma pre­vi­den­zia­le e nei prin­ci­pa­li set­to­ri del­l’e­co­no­mia. Non ci sono pro­ve cre­di­bi­li che l’at­tua­le movi­men­to di pro­te­sta abbia arti­co­la­to, e tan­to meno orga­niz­za­to, un model­lo di gover­no che pos­sa sosti­tui­re que­sto model­lo pro­fon­da­men­te istituzionalizzato.
Altret­tan­to impor­tan­te è il fat­to che l’ap­pa­ra­to sta­ta­le ira­nia­no non si è fram­men­ta­to. Le for­ze di sicu­rez­za, le isti­tu­zio­ni cle­ri­ca­li e le strut­tu­re ammi­ni­stra­ti­ve fon­da­men­ta­li riman­go­no intat­te. Le rivo­lu­zio­ni richie­do­no la defe­zio­ne del­l’é­li­te. Ciò non è avvenuto.

La que­stio­ne Reza Pahla­vi e il pro­ble­ma del­la legit­ti­mi­tà esterna
Qual­sia­si valu­ta­zio­ne del poten­zia­le rivo­lu­zio­na­rio deve affron­ta­re la que­stio­ne del­la lea­der­ship alter­na­ti­va. Tra le figu­re ampli­fi­ca­te dai media occi­den­ta­li, Reza Pahla­vi, figlio del­l’ul­ti­mo scià, è spes­so descrit­to come un sim­bo­lo uni­fi­can­te o un lea­der nazio­na­le laten­te. Un recen­te son­dag­gio GAMAAN con­dot­to in Iran mostra che cir­ca il 31% degli inter­vi­sta­ti ha scel­to Pahla­vi quan­do è sta­to chie­sto di iden­ti­fi­ca­re una figu­ra poli­ti­ca pre­fe­ri­ta, col­lo­can­do­lo davan­ti ad altre figu­re del­l’op­po­si­zio­ne cita­te, ma ben al di sot­to del soste­gno del­la mag­gio­ran­za e con una distri­bu­zio­ne diso­mo­ge­nea tra i ses­si (36% tra gli uomi­ni e 27% tra le don­ne) e le fasce d’e­tà[2]. Que­sto livel­lo di soste­gno deve esse­re inte­so come sim­bo­li­co ed epi­so­di­co, riflet­ten­do momen­ti di nega­zio­ne e fru­stra­zio­ne nei con­fron­ti del­l’or­di­ne esi­sten­te, ali­men­ta­ti dal­le pro­te­ste, piut­to­sto che il con­so­li­da­men­to di una legit­ti­mi­tà rivo­lu­zio­na­ria dura­tu­ra e in gra­do di sosti­tui­re il sistema.
La popo­la­ri­tà nei son­dag­gi non equi­va­le all’au­to­ri­tà di gover­no. A dif­fe­ren­za dei lea­der rivo­lu­zio­na­ri di suc­ces­so in Fran­cia, Rus­sia o nel­lo stes­so Iran, Pahla­vi non gode di una legit­ti­mi­tà radi­ca­ta nel­le strut­tu­re socia­li, isti­tu­zio­na­li e ideo­lo­gi­che ira­nia­ne. Non è a capo di alcu­na orga­niz­za­zio­ne inter­na, non gui­da alcun movi­men­to di mas­sa all’in­ter­no del Pae­se e non è anco­ra­to a nes­su­na del­le isti­tu­zio­ni reli­gio­se, mili­ta­ri, sin­da­ca­li o poli­ti­che che sto­ri­ca­men­te deter­mi­na­no gli esi­ti rivo­lu­zio­na­ri. Il suo soste­gno rima­ne con­cen­tra­to nel­la dia­spo­ra e nei cir­co­li poli­ti­ci occi­den­ta­li, il che inde­bo­li­sce ulte­rior­men­te la sua posi­zio­ne all’in­ter­no del­l’I­ran, anzi­ché rafforzarla.
Il con­tra­sto con le rivo­lu­zio­ni sto­ri­che è deci­si­vo. L’au­to­ri­tà di Vla­di­mir Lenin nel 1917 si basa­va su un par­ti­to disci­pli­na­to radi­ca­to nel­le fab­bri­che e nei con­si­gli dei sol­da­ti; quel­la del­l’A­ya­tol­lah Kho­mei­ni nel 1978‑79 su decen­ni di pre­sti­gio cle­ri­ca­le e su una rete reli­gio­sa nazio­na­le in gra­do di mobi­li­ta­re la socie­tà e neu­tra­liz­za­re lo Sta­to. Allo stes­so modo, Mao Zedong gui­da­va un par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio di mas­sa fuso con la mobi­li­ta­zio­ne con­ta­di­na e un eser­ci­to di guer­ri­glia che eser­ci­ta­va il con­trol­lo ter­ri­to­ria­le mol­to pri­ma del crol­lo del pote­re sta­ta­le. Ho Chi Minh com­bi­na­va la legit­ti­mi­tà nazio­na­li­sta con un partito‑Stato e un appa­ra­to mili­ta­re ben orga­niz­za­ti che si era­no radi­ca­ti nei vil­lag­gi, nei sin­da­ca­ti e nel­le reti di resi­sten­za duran­te decen­ni di lot­ta anti­co­lo­nia­le. Anche la Rivo­lu­zio­ne fran­ce­se, nono­stan­te all’i­ni­zio non aves­se un lea­der uni­co, pos­se­de­va cen­tri isti­tu­zio­na­li in gra­do di tra­dur­re la mobi­li­ta­zio­ne in pote­re di governo.
Non ci sono pro­ve pub­bli­che cre­di­bi­li che Pahla­vi offra nul­la di tut­to ciò. Il suo appeal è prin­ci­pal­men­te di oppo­si­zio­ne piut­to­sto che pro­gram­ma­ti­co, defi­ni­to dal rifiu­to del­la Repub­bli­ca Isla­mi­ca piut­to­sto che da un’al­ter­na­ti­va di gover­no coe­ren­te radi­ca­ta nel­la real­tà con­tem­po­ra­nea del­l’I­ran. Le pro­po­ste avan­za­te a suo nome non affron­ta­no le que­stio­ni fon­da­men­ta­li di auto­ri­tà, sicu­rez­za, distri­bu­zio­ne eco­no­mi­ca e sovra­ni­tà che le rivo­lu­zio­ni devo­no risolvere.
La cre­scen­te visi­bi­li­tà di Pahla­vi nei son­dag­gi e nel­le pro­te­ste non segna­la quin­di uno slan­cio rivo­lu­zio­na­rio, ma l’assen­za di un nucleo di lea­der­ship autoc­to­no cre­di­bi­le. Come dimo­stra il crol­lo del gover­no prov­vi­so­rio rus­so di Ale­xan­der Keren­sky dopo la rivo­lu­zio­ne del feb­bra­io 1917, il rico­no­sci­men­to inter­na­zio­na­le non può sosti­tui­re una pro­fon­da legit­ti­mi­tà inter­na e un pote­re di gover­no orga­niz­za­to. Fin­ché non emer­ge­rà una lea­der­ship di que­sto tipo, le pro­te­ste in Iran rimar­ran­no poli­ti­ca­men­te inde­ter­mi­na­te piut­to­sto che capa­ci di trasformazione.

I dis­si­den­ti inter­ni e i limi­ti del­l’au­to­ri­tà morale
Un’o­bie­zio­ne legit­ti­ma è che la poten­zia­le lea­der­ship alter­na­ti­va del­l’I­ran non deve neces­sa­ria­men­te pro­ve­ni­re dal­la dia­spo­ra. Figu­re come Nar­ges Moham­ma­di, Nasrin Sotou­deh, Shi­rin Eba­di e Too­maj Sale­hi, tra le tan­te altre, rap­pre­sen­ta­no una cor­ren­te distin­ta del­l’op­po­si­zio­ne. Sono radi­ca­te nel ter­ri­to­rio nazio­na­le, moral­men­te cre­di­bi­li e sim­bo­li­ca­men­te poten­ti pro­prio per­ché han­no subi­to la repres­sio­ne all’in­ter­no del­l’I­ran. La loro posi­zio­ne si basa sul­l’e­spe­rien­za vis­su­ta piut­to­sto che sul­la poli­ti­ca del­l’e­si­lio, e la loro riso­nan­za è più for­te tra le popo­la­zio­ni urba­ne istrui­te, gli elet­to­ri rifor­mi­sti, le reti per i dirit­ti del­le don­ne, i cir­co­li stu­den­te­schi e le éli­te culturali.
Tut­ta­via, l’au­to­ri­tà mora­le, anche quan­do è ampia­men­te rispet­ta­ta, non gene­ra di per sé pote­re rivo­lu­zio­na­rio. Nes­su­na di que­ste figu­re è a capo di un appa­ra­to orga­niz­za­ti­vo nazio­na­le in gra­do di coor­di­na­re la mobi­li­ta­zio­ne di mas­sa, indur­re la defe­zio­ne del­le éli­te o con­ver­ti­re la pro­te­sta in auto­ri­tà di gover­no. Non sono radi­ca­te nel­le isti­tu­zio­ni che sto­ri­ca­men­te deter­mi­na­no gli esi­ti rivo­lu­zio­na­ri: le for­ze di sicu­rez­za, le fede­ra­zio­ni sin­da­ca­li, le strut­tu­re di pote­re pro­vin­cia­li, le gerar­chie reli­gio­se o le reti com­mer­cia­li. Il loro fasci­no, seb­be­ne auten­ti­co, rima­ne social­men­te diso­mo­ge­neo e isti­tu­zio­nal­men­te debo­le, ren­den­do­le vul­ne­ra­bi­li alle nar­ra­zio­ni del­lo Sta­to che le descri­vo­no come set­ta­rie, urba­ne o incen­tra­te sui dirit­ti piut­to­sto che come alter­na­ti­ve sovra­ne in gra­do di governare.
In que­sto sen­so, pos­so­no esse­re più cre­di­bi­li di Reza Pahla­vi come sim­bo­li del dis­sen­so inter­no. Tut­ta­via, non costi­tui­sco­no anco­ra il tipo di cen­tro di coor­di­na­men­to che rap­pre­sen­ta­va­no figu­re come Lenin nel 1917, Mao nel 1949 o Kho­mei­ni nel 1979. Que­sti era­no lea­der la cui auto­ri­tà non era solo mora­le o sim­bo­li­ca, ma orga­niz­za­ti­va, isti­tu­zio­na­le e, in ulti­ma ana­li­si, di gover­no. In assen­za di un nucleo di que­sto tipo, la dis­si­den­za inter­na ira­nia­na rima­ne poten­te come cri­ti­ca, ma strut­tu­ral­men­te inca­pa­ce di risol­ve­re le que­stio­ni fon­da­men­ta­li di auto­ri­tà, sicu­rez­za, distri­bu­zio­ne e sovra­ni­tà a cui le rivo­lu­zio­ni di suc­ces­so devo­no rispondere.

Disor­di­ni sen­za rivoluzione
L’I­ran oggi è sot­to­po­sto a for­ti ten­sio­ni. Le dif­fi­col­tà eco­no­mi­che, la cat­ti­va gestio­ne, l’a­lie­na­zio­ne gene­ra­zio­na­le, la pres­sio­ne del­le san­zio­ni e i segna­li mili­ta­ri ester­ni han­no con­cor­so a pro­dur­re uno dei cicli di pro­te­ste più gra­vi degli ulti­mi anni. La rab­bia è rea­le, le lamen­te­le sono pro­fon­de e il mar­gi­ne di erro­re del siste­ma si è ridot­to. Tut­ta­via, la sto­ria, la teo­ria e l’e­spe­rien­za com­pa­ra­ti­va por­ta­no tut­te alla stes­sa con­clu­sio­ne: i disor­di­ni da soli non costi­tui­sco­no una rivo­lu­zio­ne immi­nen­te e le ten­sio­ni da sole non deter­mi­na­no il collasso.
Le rivo­lu­zio­ni han­no suc­ces­so non per­ché le socie­tà sof­fro­no, ma per­ché la sof­fe­ren­za è orga­niz­za­ta in auto­ri­tà. Richie­do­no una lea­der­ship in gra­do di otte­ne­re leal­tà da tut­te le isti­tu­zio­ni, un ordi­ne alter­na­ti­vo coe­ren­te che rispon­da alle que­stio­ni fon­da­men­ta­li del­la gover­nan­ce e una frat­tu­ra del­l’é­li­te che tra­sfe­ri­sca il pote­re coer­ci­ti­vo dal­lo Sta­to al pro­get­to insur­re­zio­na­le. Nes­su­na di que­ste con­di­zio­ni è attual­men­te visi­bi­le in Iran. Le pro­te­ste riman­go­no fram­men­ta­te, sen­za lea­der e pro­gram­ma­ti­ca­men­te inde­ter­mi­na­te. La sicu­rez­za del­lo Sta­to e l’ar­chi­tet­tu­ra cle­ri­ca­le riman­go­no intat­te. Non è emer­so alcun cen­tro di gover­no rivale.
Ciò non signi­fi­ca che la Repub­bli­ca Isla­mi­ca non cor­ra alcun peri­co­lo. I per­si­sten­ti disor­di­ni segna­la­no un cre­scen­te diva­rio di legit­ti­mi­tà tra un siste­ma rivo­lu­zio­na­rio radi­ca­to nel­la memo­ria sto­ri­ca e una socie­tà pla­sma­ta dai vin­co­li eco­no­mi­ci, dai cam­bia­men­ti socia­li e dal­la distan­za gene­ra­zio­na­le dal 1979. La sfi­da a lun­go ter­mi­ne del­l’e­sta­blish­ment è l’a­dat­ta­men­to, non la soprav­vi­ven­za in sen­so imme­dia­to. La sua dura­ta dipen­de­rà dal­la sua capa­ci­tà di rial­li­nea­re la gover­nan­ce, la legit­ti­mi­tà e il con­sen­so socia­le in con­di­zio­ni di pres­sio­ne sostenuta.
Scam­bia­re le pro­te­ste odier­ne per una rivo­lu­zio­ne immi­nen­te signi­fi­ca ripe­te­re un erro­re ana­li­ti­co fami­lia­re, quel­lo di equi­pa­ra­re la visi­bi­li­tà alla fat­ti­bi­li­tà. La sto­ria met­te in guar­dia da que­sta ten­ta­zio­ne. Le rivo­lu­zio­ni rove­scia­no gli ordi­ni. Le pro­te­ste li met­to­no alla pro­va. L’I­ran, per ora, rima­ne sal­da­men­te nel­la secon­da categoria.


Note

[1] The Wall Street Jour­nal, “Iran Pro­tests Swell in Tehran’s Bazaar”, 6 gen­na­io 2026.
[2] The Group for Ana­ly­zing and Mea­su­ring Atti­tu­des in Iran (GAMAAN), Ammar Male­ki, “Ana­ly­ti­cal Report on “Ira­nians’ Poli­ti­cal Pre­fe­ren­ces in 2024”, 20 ago­sto 2025.