Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Imperialismo e guerre imperialiste, Politica internazionale: Nord Africa e Medio Oriente

La guerra per cui l’Iran si è preparato: la difesa a mosaico e la logica della resistenza prolungata

La stra­te­gia con cui Trump e Neta­nya­hu sono entra­ti in guer­ra con­tro l’I­ran il 28 feb­bra­io scor­so è sta­ta quel­la nota come “shock and awe” (“col­pi­sci e ter­ro­riz­za”), fina­liz­za­ta ad un cam­bio di regi­me in favo­re di un gover­no filo-occi­den­ta­le che pones­se il sigil­lo sul domi­nio asso­lu­to di Washing­ton e Tel Aviv sul Medio Orien­te. La fase pre­pa­ra­to­ria di que­sto sce­na­rio era rap­pre­sen­ta­ta dal­le pro­te­ste del gen­na­io pas­sa­to che, sep­pur nate spon­ta­nea­men­te per le ter­ri­bi­li con­di­zio­ni eco­no­mi­che in cui ver­sa la popo­la­zio­ne ira­nia­na, era­no sta­te da tem­po pre­pa­ra­te gra­zie all’a­zio­ne di cel­lu­le inse­dia­te dal Mos­sad sul ter­ri­to­rio, ma stron­ca­te qua­si subi­to dal­la vio­len­ta azio­ne repres­si­va del gover­no di Tehe­ran. E i bom­bar­da­men­ti di que­sti gior­ni avreb­be­ro dovu­to “fini­re il lavo­ro” preventivo.
Però le cose non sono anda­te così; e, men­tre il regi­me ira­nia­no si era frat­tan­to pre­pa­ra­to al con­flit­to dopo la “guer­ra dei dodi­ci gior­ni” di giu­gno scor­so, il vio­len­to attac­co sca­te­na­to dal­le for­ze arma­te con­giun­te Usa-Israe­le si è pro­po­sto l’o­biet­ti­vo di sca­te­na­re movi­men­ti di guer­ri­glia inter­na all’I­ran e rivol­te di mas­sa con­tro un gover­no i cui ver­ti­ci era­no sta­ti frat­tan­to ucci­si dal­le pri­me bom­be lan­cia­te. Tut­ta­via, nul­la di tut­to ciò è acca­du­to e, anzi, il livel­lo di vio­len­za sca­te­na­to dal­l’at­tac­co sem­bra aver addi­rit­tu­ra aumen­ta­to il soste­gno nazio­na­li­sta al regime.
È evi­den­te che Tehe­ran non può com­pe­te­re mili­tar­men­te su un pia­no di pari­tà con gli aggres­so­ri, e la sua stra­te­gia – al momen­to estre­ma­men­te effi­ca­ce – è di pro­lun­ga­re il più pos­si­bi­le le ope­ra­zio­ni sul cam­po coin­vol­gen­do tut­ti i Pae­si del­la regio­ne e pro­vo­can­do uno shock eco­no­mi­co pres­so­ché glo­ba­le, ma soprat­tut­to con­fi­dan­do sul­l’en­ti­tà limi­ta­ta di armi a dispo­si­zio­ne degli Sta­ti Uni­ti e di Israele.
Su qua­li basi stra­te­gi­che e mate­ria­li si fon­da l’ac­ca­ni­ta dife­sa del­la Repub­bli­ca islamica?
Ce lo spie­ga l’il­lu­mi­nan­te arti­co­lo che, tra­dot­to in ita­lia­no, pre­sen­tia­mo a chi ci segue.
Buo­na lettura.
La redazione

La guerra per cui l’Iran si è preparato: la difesa a mosaico e la logica della resistenza prolungata


La dife­sa a mosai­co del­l’I­ran disper­de la poten­za mili­ta­re per impe­di­re un rapi­do col­las­so e costrin­ge­re gli avver­sa­ri a una guer­ra prolungata


Kau­ti­lya il Contemplatore

 

«La dife­sa a mosai­co decen­tra­liz­za­ta ci con­sen­te di deci­de­re quan­do e come fini­rà la guer­ra» (Abbas Ara­gh­chi, Mini­stro degli Este­ri ira­nia­no)[1]

Quan­do il Mini­stro degli Este­ri ira­nia­no ha defi­ni­to la dot­tri­na del Pae­se in que­sti ter­mi­ni il 1° mar­zo 2026, non sta­va riven­di­can­do il pre­do­mi­nio sul cam­po di bat­ta­glia, ma il con­trol­lo stra­te­gi­co. L’af­fer­ma­zio­ne riflet­te una logi­ca più pro­fon­da, in quan­to l’e­si­to di una guer­ra moder­na dipen­de meno da chi col­pi­sce per pri­mo che da chi man­tie­ne una capa­ci­tà orga­niz­za­ta dopo lo shock ini­zia­le. Nume­ro­si com­men­ta­to­ri han­no indi­ca­to la dot­tri­na di dife­sa a mosai­co del­l’I­ran come fon­da­men­ta­le per com­pren­de­re que­sta posi­zio­ne stra­te­gi­ca. Seb­be­ne le loro pro­spet­ti­ve ana­li­ti­che dif­fe­ri­sca­no, con­ver­go­no sostan­zial­men­te sul­la stes­sa con­clu­sio­ne: l’ar­chi­tet­tu­ra mili­ta­re del­l’I­ran è pro­get­ta­ta per impe­di­re una rapi­da coer­ci­zio­ne e per impor­re una dura­ta a qual­sia­si avver­sa­rio che con­tem­pli un’escalation.
Quan­do la poten­za ame­ri­ca­na entra in guer­ra, pre­fe­ri­sce la rapi­di­tà. Dal­l’in­ter­ven­to a Pana­ma nel 1989 alla cam­pa­gna aerea di aper­tu­ra del­la Guer­ra del Gol­fo del 1991 e alle pri­me set­ti­ma­ne del­l’in­va­sio­ne del­l’I­raq del 2003, il model­lo ope­ra­ti­vo è sta­to coe­ren­te: rapi­do domi­nio aereo, para­li­si del coman­do e con­trol­lo, deca­pi­ta­zio­ne del­la lea­der­ship e crol­lo del­la resi­sten­za orga­niz­za­ta. Il pre­sup­po­sto alla base di que­sto model­lo è che la for­za con­cen­tra­ta appli­ca­ta con­tro siste­mi cen­tra­liz­za­ti pro­du­ca risul­ta­ti deci­si­vi pri­ma che si accu­mu­li­no attri­ti politici.
La dot­tri­na di dife­sa ira­nia­na è pro­get­ta­ta spe­ci­fi­ca­men­te per infran­ge­re que­sto model­lo. Ciò che i pia­ni­fi­ca­to­ri ira­nia­ni descri­vo­no come “dife­sa a mosai­co” (دفاع موزاییکی) o “Defā‑e Mozāy­i­ki” non è sem­pli­ce­men­te una posi­zio­ne tat­ti­ca. È un’ar­chi­tet­tu­ra di soprav­vi­ven­za costrui­ta sul­l’u­ni­ca pre­mes­sa che agli Sta­ti Uni­ti e a Israe­le deb­ba esse­re nega­ta una guer­ra di bre­ve dura­ta. Per­ché? Per­ché in un con­flit­to pro­lun­ga­to, l’e­qui­li­brio dei van­tag­gi si spo­sta. I rischi di esca­la­tion regio­na­le si espan­do­no, le per­tur­ba­zio­ni eco­no­mi­che aumen­ta­no e i costi poli­ti­ci di un inter­ven­to pro­lun­ga­to ini­zia­no a supe­ra­re i bene­fi­ci di una rapi­da coercizione.
Que­sta archi­tet­tu­ra a mosai­co ha ini­zia­to a pren­de­re for­ma in Iran nei pri­mi anni 2000, in rispo­sta all’im­prov­vi­sa espan­sio­ne del­la poten­za mili­ta­re sta­tu­ni­ten­se sui suoi fian­chi orien­ta­le e occi­den­ta­le in segui­to alle guer­re in Afgha­ni­stan (2001) e Iraq (2003). La mag­gior par­te del­le ana­li­si attri­bui­sce l’ar­ti­co­la­zio­ne con­cet­tua­le del­la dot­tri­na al Mag­gior Gene­ra­le Moham­mad Ali Jafa­ri nel 2005, men­tre la sua isti­tu­zio­na­liz­za­zio­ne è avve­nu­ta dopo la sua nomi­na a coman­dan­te del­l’IR­GC (Cor­po del­le Guar­die del­la Rivo­lu­zio­ne Isla­mi­ca), quan­do le Guar­die sono sta­te rior­ga­niz­za­te in coman­di ter­ri­to­ria­li pro­vin­cia­li tra il 2008 e il 2009.

Il mosai­co inter­no: decen­tra­liz­za­re il centro
L’IRGC costi­tui­sce il nucleo di que­sta archi­tet­tu­ra. Il siste­ma di coman­do pro­vin­cia­le crea­to duran­te que­ste rifor­me distri­bui­sce l’au­to­ri­tà mili­ta­re tra le 31 pro­vin­ce ira­nia­ne e il distret­to del­la capi­ta­le Tehe­ran (ovve­ro 32 uni­tà ter­ri­to­ria­li), dan­do vita a una rete di coman­di ter­ri­to­ria­li semi‑autonomi in gra­do di ope­ra­re anche in con­di­zio­ni di comu­ni­ca­zio­ni degra­da­te. Di fat­to, que­sta strut­tu­ra fram­men­ta la fun­zio­na­li­tà mili­ta­re del­lo Sta­to in nodi ope­ra­ti­vi loca­liz­za­ti, garan­ten­do che la per­di­ta o l’in­ter­ru­zio­ne del coman­do cen­tra­le non pro­du­ca una para­li­si sistemica.
I pia­ni­fi­ca­to­ri mili­ta­ri sta­tu­ni­ten­si e israe­lia­ni han­no a lun­go dato per scon­ta­to che deca­pi­ta­re la lea­der­ship poli­ti­ca e mili­ta­re nazio­na­le del­l’I­ran avreb­be gene­ra­to un vuo­to di pote­re deci­si­vo e para­liz­za­to la sua capa­ci­tà di con­dur­re la guer­ra. Tut­ta­via, all’in­ter­no di que­sto qua­dro a mosai­co sman­tel­la­re il siste­ma avreb­be richie­sto la neu­tra­liz­za­zio­ne non solo del­la strut­tu­ra di coman­do di Tehe­ran, ma anche dei restan­ti 31 coman­di pro­vin­cia­li e del­la fit­ta rete di uni­tà subor­di­na­te che si esten­de­va in pro­fon­di­tà nel­la socie­tà locale.
Al di sot­to di que­sta strut­tu­ra di coman­do ter­ri­to­ria­le si cela un’am­pia rete di sicu­rez­za inter­na pro­get­ta­ta per soste­ne­re la resi­sten­za anche in caso di gra­vi disor­di­ni. I Basij, una vasta for­za para­mi­li­ta­re di volon­ta­ri inte­gra­ta nel­l’IR­GC, ope­ra­no attra­ver­so cel­lu­le loca­li distri­bui­te in pro­vin­ce, cit­tà e quar­tie­ri, esten­den­do la capa­ci­tà di mobi­li­ta­zio­ne diret­ta­men­te al tes­su­to socia­le del­lo Stato.
In ter­mi­ni stra­te­gi­ci, i Basij fun­go­no da stra­to socia­le del siste­ma a mosai­co. Anche se le strut­tu­re di coman­do nazio­na­li sono degra­da­te, le uni­tà Basij loca­li, che lavo­ra­no a fian­co dei coman­di ter­ri­to­ria­li del­l’IR­GC, pos­so­no mobi­li­ta­re risor­se uma­ne, man­te­ne­re la sicu­rez­za inter­na e soste­ne­re la resi­sten­za loca­liz­za­ta. Il risul­ta­to è un’ar­chi­tet­tu­ra difen­si­va desti­na­ta a tra­sfor­ma­re qual­sia­si inva­sio­ne in un con­flit­to pro­lun­ga­to e fram­men­ta­to in cui il con­trol­lo del ter­ri­to­rio non si tra­du­ce facil­men­te nel con­trol­lo del­la popolazione.

L’Ar­tesh: lo stra­to difen­si­vo ester­no del mosai­co interno
Accan­to alla strut­tu­ra del­l’IR­GC e del Basij, l’e­ser­ci­to con­ven­zio­na­le ira­nia­no, l’E­ser­ci­to del­la Repub­bli­ca Isla­mi­ca del­l’I­ran (ارتش جمهوری اسلامی ایران) o “Artesh”, svol­ge un ruo­lo com­ple­men­ta­re all’in­ter­no del siste­ma a mosai­co. Men­tre l’IR­GC si con­cen­tra sul­la guer­ra asim­me­tri­ca, sul­le for­ze mis­si­li­sti­che e sul­la dife­sa ter­ri­to­ria­le, l’Ar­tesh costi­tui­sce la spi­na dor­sa­le del­la capa­ci­tà mili­ta­re con­ven­zio­na­le, com­pren­den­te for­ma­zio­ni coraz­za­te, uni­tà di dife­sa aerea e for­ze nava­li respon­sa­bi­li del­la pro­te­zio­ne dei con­fi­ni e del­le infra­strut­tu­re cri­ti­che dell’Iran.

Archi­tet­tu­ra mis­si­li­sti­ca dispersa
Le for­ze mis­si­li­sti­che seguo­no la stes­sa logi­ca. I mez­zi di lan­cio sono rin­for­za­ti, geo­gra­fi­ca­men­te disper­si e in alcu­ni casi mobi­li. L’o­biet­ti­vo non è l’im­pe­ne­tra­bi­li­tà, ma una rap­pre­sa­glia che per­met­ta di soprav­vi­ve­re. A poche ore dagli attac­chi ini­zia­li di Sta­ti Uni­ti e Israe­le, il 28 feb­bra­io 2026, l’I­ran è sta­to in gra­do di orga­niz­za­re attac­chi di ritor­sio­ne con mis­si­li e dro­ni, col­pen­do obiet­ti­vi in Israe­le e basi mili­ta­ri sta­tu­ni­ten­si nel­la regione.
Nei gior­ni suc­ces­si­vi, l’I­ran ha soste­nu­to un rit­mo di attac­chi in più tea­tri, con­ti­nuan­do a lan­cia­re raf­fi­che con­tro Israe­le e allo stes­so tem­po espan­den­do gli attac­chi negli sta­ti del Gol­fo e nel­le strut­tu­re col­le­ga­te agli Sta­ti Uni­ti, illu­stran­do il pre­sup­po­sto fon­da­men­ta­le secon­do cui la ritor­sio­ne non è un sin­go­lo “attac­co di rispo­sta”, ma una capa­ci­tà con­ti­nua che soprav­vi­ve alle inter­ru­zio­ni e può esse­re riap­pli­ca­ta su più obiet­ti­vi e aree geografiche.

Dife­sa aerea a stra­ti: stra­te­gia di complicazione
I siste­mi di dife­sa aerea a stra­ti, tra cui il Bavar‑373 di ori­gi­ne ira­nia­na e l’S‑300 di ori­gi­ne rus­sa, svol­go­no una fun­zio­ne diver­sa all’interno dell’architettura a mosai­co. Inve­ce di con­sen­ti­re la ritor­sio­ne, sono pro­get­ta­ti per com­pli­ca­re la capa­ci­tà dell’attaccante di ope­ra­re libe­ra­men­te nel­lo spa­zio aereo ira­nia­no. Posi­zio­na­ti in stra­ti disper­si e sovrap­po­sti, que­sti siste­mi mira­no a impor­re mis­sio­ni di logo­ra­men­to, di sop­pres­sio­ne for­za­ta e a pro­teg­ge­re infra­strut­tu­re cri­ti­che come cen­tri di coman­do, basi aeree e basi missilistiche.
L’obiettivo non è rag­giun­ge­re la supe­rio­ri­tà aerea su avver­sa­ri tec­no­lo­gi­ca­men­te supe­rio­ri come gli Sta­ti Uni­ti o Israe­le. Piut­to­sto, l’obiettivo è aumen­ta­re i costi ope­ra­ti­vi del­le cam­pa­gne aeree pro­lun­ga­te, ral­len­ta­re il rit­mo degli attac­chi e nega­re agli aggres­so­ri un acces­so incon­te­sta­to a regio­ni chia­ve del ter­ri­to­rio ira­nia­no. In ter­mi­ni stra­te­gi­ci, la rete di dife­sa aerea ira­nia­na fun­zio­na come un siste­ma di nega­zio­ne difen­si­va, pro­get­ta­to per pro­teg­ge­re i nodi cri­ti­ci dell’architettura a mosai­co abba­stan­za a lun­go da con­sen­ti­re alla più ampia strut­tu­ra decen­tra­liz­za­ta di con­ti­nua­re a funzionare.

Que­st’im­ma­gi­ne è un’il­lu­stra­zio­ne con­cet­tua­le di come l’ar­chi­tet­tu­ra inter­na del­la “dife­sa a mosai­co” del­l’I­ran ven­ga comu­ne­men­te ana­liz­za­ta nel­la let­te­ra­tu­ra stra­te­gi­ca. Non inten­de esse­re una rap­pre­sen­ta­zio­ne auto­re­vo­le del­la strut­tu­ra esat­ta o del­l’or­ga­niz­za­zio­ne ope­ra­ti­va del­le for­ze arma­te ira­nia­ne, ma piut­to­sto un qua­dro ana­li­ti­co sem­pli­fi­ca­to per aiu­ta­re a visua­liz­za­re come i livel­li di dife­sa decen­tra­liz­za­ti pos­sa­no interagire.

In effet­ti, la dife­sa a mosai­co del­l’I­ran si basa su una strut­tu­ra a tre livel­li in cui l’Ar­tesh sor­ve­glia le fron­tie­re con for­ze con­ven­zio­na­li, l’IR­GC fun­ge da spi­na dor­sa­le ope­ra­ti­va che coor­di­na la dife­sa ter­ri­to­ria­le decen­tra­liz­za­ta e il Basij, inse­ri­to nel­la strut­tu­ra di coman­do del­l’IR­GC, esten­de la mobi­li­ta­zio­ne e la resi­sten­za all’in­ter­no del­la socie­tà stessa.

Il mosai­co ester­no: esten­de­re lo spa­zio di battaglia
Il peri­me­tro difen­si­vo del­l’I­ran non ter­mi­na ai suoi con­fi­ni. Tra gli atto­ri regio­na­li fre­quen­te­men­te asso­cia­ti a que­sta archi­tet­tu­ra figu­ra­no Hez­bol­lah, le For­ze di Mobi­li­ta­zio­ne Popo­la­re (PMF) in Iraq e gli Hou­thi in Yemen. Insie­me, for­ma­no un anel­lo di deter­ren­za distri­bui­to che com­pli­ca il con­te­ni­men­to geografico.

Pri­ma del­lo scop­pio del­l’at­tua­le guer­ra con l’I­ran, tut­ta­via, que­sto stra­to ester­no era già sta­to sot­to­po­sto a note­vo­li pres­sio­ni. Israe­le ave­va con­dot­to ope­ra­zio­ni mili­ta­ri pro­lun­ga­te con­tro Hez­bol­lah, inclu­si attac­chi mira­ti che ave­va­no eli­mi­na­to diver­se figu­re di spic­co all’in­ter­no del­la strut­tu­ra diri­gen­zia­le del­l’or­ga­niz­za­zio­ne. Allo stes­so tem­po, il crol­lo del gover­no di Bashar al‑Assad in Siria ha rap­pre­sen­ta­to un’ul­te­rio­re bat­tu­ta d’ar­re­sto stra­te­gi­ca per quel­lo che vie­ne defi­ni­to “Asse del­la Resi­sten­za”, pri­van­do l’I­ran di un part­ner regio­na­le di lun­ga data e di un cor­ri­do­io logi­sti­co che col­le­ga Tehe­ran al Libano.
Que­sti svi­lup­pi sol­le­va­no un inter­ro­ga­ti­vo impor­tan­te sul­la resi­lien­za del mosai­co ester­no: in che misu­ra que­sti atto­ri pos­so­no con­ti­nua­re a eser­ci­ta­re una pres­sio­ne coor­di­na­ta su Israe­le? La rispo­sta dipen­de­rà pro­ba­bil­men­te dal­la loro capa­ci­tà di rige­ne­ra­re lea­der­ship, logi­sti­ca e coe­sio­ne poli­ti­ca in con­di­zio­ni di guerra.
La pres­sio­ne sul­l’I­ran non pro­du­ce una rispo­sta uni­vo­ca e loca­liz­za­ta sul cam­po di bat­ta­glia. Gene­ra mol­te­pli­ci poten­zia­li vet­to­ri, tra cui il nord di Israe­le, le instal­la­zio­ni mili­ta­ri sta­tu­ni­ten­si in Iraq e Siria, i cor­ri­doi marit­ti­mi nel Mar Ros­so e nel Gol­fo Per­si­co. In ter­mi­ni di mosai­co, que­ste sono “tes­se­re” ester­ne. Sono col­le­ga­te attra­ver­so la For­za Quds del­l’IR­GC, che fun­ge da prin­ci­pa­le mec­ca­ni­smo di col­le­ga­men­to e coor­di­na­men­to che col­le­ga Tehe­ran alle sue reti regio­na­li, pre­ser­van­do al con­tem­po l’au­to­no­mia loca­le. Il degra­do di una di esse non fa crol­la­re il siste­ma. Al con­tra­rio, l’e­sca­la­tion diven­ta mul­ti­di­re­zio­na­le e stra­ti­fi­ca­ta. Il rischio si mol­ti­pli­ca nel­lo spazio.

Vul­ne­ra­bi­li­tà del­la dife­sa a mosai­co in que­sta guerra
La dife­sa a mosai­co non è esen­te da vul­ne­ra­bi­li­tà. Le stes­se carat­te­ri­sti­che di disper­sio­ne, ridon­dan­za ed ese­cu­zio­ne decen­tra­liz­za­ta che garan­ti­sco­no la resi­lien­za pos­so­no anche inde­bo­li­re la coe­ren­za stra­te­gi­ca. Quan­do l’au­to­ri­tà vie­ne tra­sfe­ri­ta tra nodi semi‑autonomi, coor­di­na­re l’e­sca­la­tion, allo­ca­re risor­se scar­se e man­te­ne­re un tar­ge­ting disci­pli­na­to diven­ta più dif­fi­ci­le, soprat­tut­to se le comu­ni­ca­zio­ni sono com­pro­mes­se da attac­chi infor­ma­ti­ci o cine­ti­ci. Un siste­ma pro­get­ta­to per la resi­lien­za può quin­di sci­vo­la­re ver­so la fram­men­ta­zio­ne, limi­tan­do la capa­ci­tà del difen­so­re di con­ver­ti­re la resi­sten­za in una leva stra­te­gi­ca coordinata.
La disper­sio­ne espo­ne inol­tre le for­ze a mosai­co alle moder­ne capa­ci­tà di intel­li­gen­ce e sor­ve­glian­za, che pos­so­no gra­dual­men­te map­pa­re e logo­ra­re reti disper­se. Il mosai­co ester­no si tro­va ad affron­ta­re pres­sio­ni simi­li. L’am­plia­men­to del­la guer­ra ira­nia­na nel­la regio­ne rischia di raf­for­za­re l’al­li­nea­men­to regio­na­le con­tro Tehe­ran, men­tre pre­ce­den­ti bat­tu­te d’ar­re­sto all’in­ter­no del­l’As­se del­la Resi­sten­za, di cui si è par­la­to sopra, han­no già mes­so a dura pro­va par­ti di que­sta rete.
Di con­se­guen­za, la dife­sa a mosai­co potreb­be riu­sci­re a impe­di­re un rapi­do col­las­so e a soste­ne­re la rap­pre­sa­glia, ma potreb­be comun­que ave­re dif­fi­col­tà a tra­dur­re la soprav­vi­ven­za in una con­clu­sio­ne favo­re­vo­le del­la guer­ra se la sua rete regio­na­le e il suo coor­di­na­men­to inter­no si ero­do­no più velo­ce­men­te del­la volon­tà poli­ti­ca dell’attaccante.

Echi sto­ri­ci: Viet­nam e Afghanistan
Gli stes­si fun­zio­na­ri ira­nia­ni han­no rico­no­sciu­to che la dot­tri­na si basa ampia­men­te su stu­di sto­ri­ci. Il Mini­stro degli Este­ri Ara­gh­chi e altri lea­der mili­ta­ri ira­nia­ni han­no dichia­ra­to pub­bli­ca­men­te che i pia­ni­fi­ca­to­ri ira­nia­ni han­no esa­mi­na­to atten­ta­men­te le lezio­ni del­le pas­sa­te guer­re ame­ri­ca­ne, in par­ti­co­la­re i con­flit­ti in cui for­ze tec­no­lo­gi­ca­men­te supe­rio­ri han­no fati­ca­to a impor­re risul­ta­ti deci­si­vi. Que­ste espe­rien­ze sto­ri­che han­no influen­za­to l’e­vo­lu­zio­ne del­la dot­tri­na di dife­sa a mosai­co dell’Iran.
Per com­pren­de­re la logi­ca stra­te­gi­ca alla base di que­sta dot­tri­na, è quin­di uti­le con­fron­tar­la con due pre­ce­den­ti insur­re­zio­na­li: il Viet Minh con­tro gli Sta­ti Uni­ti in Viet­nam e i Tale­ba­ni con­tro le for­ze NATO in Afgha­ni­stan. Il para­go­ne non è reto­ri­co, ma strut­tu­ra­le. L’I­ran ha assor­bi­to la logi­ca insur­re­zio­na­le e l’ha inte­gra­ta in uno Sta­to sovrano.

Il model­lo Viet Minh: la logi­ca del­la diffusione
Il paral­le­li­smo strut­tu­ra­le con il Viet­nam non ini­zia con l’i­deo­lo­gia, ma con l’or­ga­niz­za­zio­ne. Il Viet Minh, e in segui­to il Viet Cong, costrui­ro­no una rete politico‑militare decen­tra­liz­za­ta, radi­ca­ta nel ter­ri­to­rio e nel­la socie­tà. I coman­di regio­na­li ope­ra­va­no in auto­no­mia. La logi­sti­ca scor­re­va lun­go cor­ri­doi capil­la­ri come il Sen­tie­ro di Ho Chi Minh. I siste­mi di tun­nel con­sen­ti­va­no alle for­ze di soprav­vi­ve­re a bom­bar­da­men­ti prolungati.
Gli stra­te­ghi ame­ri­ca­ni rico­nob­be­ro la dif­fi­col­tà. In un memo­ran­dum del 14 otto­bre 1966 al pre­si­den­te Lyn­don John­son, il Segre­ta­rio alla Dife­sa Robert McNa­ma­ra avvertì:

«Non sia­mo riu­sci­ti a fer­ma­re l’infiltrazione… Né sia­mo sta­ti in gra­do di distrug­ge­re la volon­tà di com­bat­te­re del nemi­co»[2].

I Pen­ta­gon Papers han­no ripe­tu­ta­men­te rico­no­sciu­to la dif­fi­col­tà strut­tu­ra­le di scon­fig­ge­re avver­sa­ri decen­tra­liz­za­ti. Una valu­ta­zio­ne inter­na ha concluso:

«La lot­ta in Viet­nam è essen­zial­men­te poli­ti­ca… La sola pres­sio­ne mili­ta­re non può garan­ti­re il suc­ces­so»[3].

Il gene­ra­le nord­viet­na­mi­ta Vo Nguyen Giap for­mu­lò chia­ra­men­te la pre­mes­sa strategica:

«Il nemi­co deve com­bat­te­re una lun­ga guer­ra; noi dob­bia­mo evi­ta­re bat­ta­glie deci­si­ve e pre­ser­va­re le nostre for­ze»[4].

Il ton­nel­lag­gio ame­ri­ca­no in ter­mi­ni di bom­be sgan­cia­to su Viet­nam, Laos e Cam­bo­gia supe­rò quel­lo del­la Secon­da Guer­ra Mon­dia­le. Eppu­re, la strut­tu­ra politico‑militare distri­bui­ta soprav­vis­se. L’Of­fen­si­va del Tet del 1968, seb­be­ne costo­sa per il Viet Cong, dimo­strò una capa­ci­tà ope­ra­ti­va con­ti­nua nono­stan­te anni di logoramento.
La lezio­ne fon­da­men­ta­le è che se il bari­cen­tro del nemi­co è dif­fu­so nel­la socie­tà e nel­la geo­gra­fia, una poten­za di fuo­co schiac­cian­te per­de di riso­lu­tez­za. L’I­ran ha stu­dia­to atten­ta­men­te que­sta storia.

Il model­lo tale­ba­no: esau­ri­re la superpotenza
In Afgha­ni­stan, i Tale­ba­ni adot­ta­ro­no una logi­ca strut­tu­ra­le ana­lo­ga. Dopo il crol­lo del loro pote­re alla fine del 2001, si fram­men­ta­ro­no in cel­lu­le insor­te loca­liz­za­te. La lea­der­ship si disper­se oltre i con­fi­ni. Reti di gover­nan­ce ombra furo­no rico­strui­te nel­le pro­vin­ce rura­li. La strut­tu­ra dei Tale­ba­ni com­pren­de­va coman­dan­ti sul cam­po decen­tra­liz­za­ti, allean­ze tri­ba­li fles­si­bi­li, reti di gover­nan­ce ombra e san­tua­ri tran­sfron­ta­lie­ri. Nono­stan­te il pre­do­mi­nio tec­no­lo­gi­co degli Sta­ti Uni­ti, i Tale­ba­ni pre­ser­va­ro­no la con­ti­nui­tà evi­tan­do bat­ta­glie deci­si­ve, rico­sti­tuen­do­si dopo le per­di­te e sfrut­tan­do il ter­ri­to­rio e il tempo.
Una valu­ta­zio­ne del 2009 del gene­ra­le Stan­ley McChry­stal ha osser­va­to che

«L’insurrezione è resi­lien­te … Man­tie­ne l’iniziativa ed è cre­sciu­ta in for­za»[5].

Gli Sta­ti Uni­ti con­trol­la­va­no i cie­li, le cit­tà e le prin­ci­pa­li arte­rie stra­da­li. I tale­ba­ni con­trol­la­va­no il tem­po. Evi­tan­do scon­tri deci­si­vi e rico­sti­tuen­do­si dopo le per­di­te, tra­sfor­ma­ro­no la scon­fit­ta con­ven­zio­na­le in una pro­lun­ga­ta lot­ta poli­ti­ca. Il riti­ro degli Sta­ti Uni­ti nel­l’a­go­sto 2021 non seguì il col­las­so del cam­po di bat­ta­glia, ma l’e­sau­ri­men­to strategico.
Sia in Viet­nam che in Afgha­ni­stan, la decen­tra­liz­za­zio­ne ha tra­sfor­ma­to la soprav­vi­ven­za in un mez­zo di leva. La dife­sa a mosai­co del­l’I­ran cer­ca di isti­tu­zio­na­liz­za­re que­sta con­ver­sio­ne fin dall’inizio.

L’a­dat­ta­men­to del­l’I­ran: l’in­sur­re­zio­ne su sca­la statale
La distin­zio­ne, tut­ta­via, rima­ne cri­ti­ca. I Viet Cong e i Tale­ba­ni era­no movi­men­ti insor­ti che resi­ste­va­no all’oc­cu­pa­zio­ne. L’I­ran è uno Sta­to sovra­no che si tro­va ad affron­ta­re cam­pa­gne di attac­co. Eppu­re, la con­ver­gen­za strut­tu­ra­le è evi­den­te. Le cel­lu­le decen­tra­liz­za­te tro­va­no un paral­le­lo nei coman­di pro­vin­cia­li del­l’IR­GC. La logi­sti­ca distri­bui­ta tro­va un paral­le­lo nel­la disper­sio­ne mis­si­li­sti­ca raf­for­za­ta. Lo sfrut­ta­men­to del ter­ri­to­rio tro­va un paral­le­lo nel­l’en­tro­ter­ra mon­tuo­so del­l’I­ran. Il rifu­gio ester­no tro­va un paral­le­lo in una rete regio­na­le di pro­cu­ra. La stra­te­gia di guer­ra a lun­go ter­mi­ne diven­ta deter­ren­za basa­ta sull’attrito.
Seb­be­ne l’I­ran pos­sa esse­re pron­to a una guer­ri­glia con­tro un poten­zia­le dispie­ga­men­to di for­ze ter­re­stri sta­tu­ni­ten­si, attual­men­te si con­cen­tra sul­la soprav­vi­ven­za in una guer­ra di pre­ci­sio­ne ad alta inten­si­tà. Inve­ce di armi leg­ge­re e tun­nel, si affi­da a for­ze mis­si­li­sti­che disper­se e a una dife­sa aerea stra­ti­fi­ca­ta. Inve­ce di sole reti tri­ba­li, inte­gra isti­tu­zio­ni para­mi­li­ta­ri strut­tu­ra­te e part­ner­ship regio­na­li for­ma­liz­za­te. Tut­ta­via, il prin­ci­pio gui­da rima­ne inva­ria­to: nega­re un rapi­do collasso.

Dove il con­fron­to si interrompe
Tut­ta­via, l’I­ran non è né il Viet­nam né l’Af­gha­ni­stan. Pos­sie­de for­ze mis­si­li­sti­che a lun­go rag­gio in gra­do di col­pi­re obiet­ti­vi regio­na­li, siste­mi di dife­sa aerea inte­gra­ti, una base militare‑industriale for­ma­le e un’e­co­no­mia sta­ta­le in gra­do, sot­to pres­sio­ne, di soste­ne­re la mobi­li­ta­zio­ne. La sua deter­ren­za è quin­di più stra­ti­fi­ca­ta tec­no­lo­gi­ca­men­te rispet­to ai model­li insur­re­zio­na­li. Allo stes­so tem­po, è più vul­ne­ra­bi­le alla pres­sio­ne eco­no­mi­ca e alla cri­si infor­ma­ti­ca rispet­to alle insur­re­zio­ni rura­li radi­ca­te in socie­tà di sus­si­sten­za. Uno Sta­to a mosai­co deve pre­ser­va­re la coe­sio­ne anche sot­to san­zio­ni e ten­sio­ni politiche.

L’im­pli­ca­zio­ne strategica
Se Viet­nam e Afgha­ni­stan han­no dimo­stra­to qual­co­sa, è que­sto: la par­te che soprav­vi­ve allo shock ini­zia­le pla­sma la tra­iet­to­ria poli­ti­ca del­la guer­ra. In Viet­nam, la soprav­vi­ven­za si è tra­sfor­ma­ta in leva poli­ti­ca. In Afgha­ni­stan, la resi­sten­za si è tra­sfor­ma­ta nel ripri­sti­no fina­le del potere.
La dot­tri­na ira­nia­na mira a garan­ti­re che qual­sia­si con­flit­to pas­si da deci­si­vo a pro­lun­ga­to, da mili­ta­re a poli­ti­co, da chi­rur­gi­co a logo­ran­te. Per gli Sta­ti Uni­ti e Israe­le, la cui cul­tu­ra stra­te­gi­ca enfa­tiz­za cam­pa­gne rapi­de e ad alta inten­si­tà, que­sto crea un dilem­ma strut­tu­ra­le. Più a lun­go dura la guer­ra, più varia­bi­li entra­no in gio­co: mer­ca­ti glo­ba­li, esca­la­tion regio­na­le, poli­ti­ca inter­na e coe­sio­ne del­le allean­ze. Que­ste varia­bi­li stan­no ora ini­zian­do a mani­fe­star­si in que­sto conflitto.
L’ar­chi­tet­tu­ra difen­si­va a mosai­co del­l’I­ran non è pro­get­ta­ta per con­qui­sta­re. È pro­get­ta­ta per com­pli­ca­re e durare.

La doman­da fondamentale
Il con­fron­to sto­ri­co sug­ge­ri­sce un’in­da­gi­ne più appro­fon­di­ta: eser­ci­ti tec­no­lo­gi­ca­men­te avan­za­ti pos­so­no otte­ne­re risul­ta­ti deci­si­vi con­tro un avver­sa­rio che rifiu­ta con­cen­tra­zio­ne e cen­tra­liz­za­zio­ne? Viet­nam e Afgha­ni­stan han­no sug­ge­ri­to di no. L’I­ran scom­met­te che la rispo­sta riman­ga la stessa.
Se que­sta scom­mes­sa reg­ge­rà o meno dipen­de­rà da varia­bi­li che né Tehe­ran, né Washing­ton, né Tel Aviv pos­so­no con­trol­la­re appie­no: dina­mi­che di esca­la­tion, allean­ze regio­na­li, resi­lien­za eco­no­mi­ca e volon­tà poli­ti­ca. Ma strut­tu­ral­men­te, l’I­ran ha inte­rio­riz­za­to la lezio­ne fon­da­men­ta­le del­le guer­re ame­ri­ca­ne del XX e XXI seco­lo: l’av­ver­sa­rio più peri­co­lo­so non è quel­lo che vin­ce la pri­ma bat­ta­glia. È quel­lo che le sopravvive.


Note

[1] Dichia­ra­zio­ne su X del mini­stro degli Este­ri ira­nia­no Seyed Abbas Ara­gh­chi, 1° mar­zo 2026.
[2] McIn­nis, J. Mat­thew, “Den­tro il pen­sie­ro stra­te­gi­co di Tehe­ran”, Ame­ri­can Enter­pri­se Insti­tu­te, mag­gio 2017.
[3] Ful­ton, Will, “La rete di coman­do del­l’IR­GC: strut­tu­re for­ma­li e influen­za infor­ma­le”, rap­por­to del Cri­ti­cal Threa­ts Pro­ject del­l’AEI, luglio 2013.
[4] Alfo­neh, Ali, “The Basij Resi­stan­ce For­ce”, Washing­ton Insti­tu­te For Near East Poli­cy, 5 feb­bra­io 2010.
[5] Archi­vio del­la sicu­rez­za nazio­na­le, “Valu­ta­zio­ne ini­zia­le del coman­dan­te”, For­za inter­na­zio­na­le di assi­sten­za alla sicu­rez­za del­la NATO, Afgha­ni­stan, 30 ago­sto 2009.

 

(Tra­du­zio­ne dal­l’in­gle­se di Erne­sto Russo)