
Mentre sul fronte ucraino la guerra di logoramento da parte della Russia continua metodicamente a macinare le risorse umane e materiali di Kiev, sul continente europeo e nel suo spazio informativo si va facendo sempre più strada l’idea che il conflitto armato con Mosca si avvicina.
Come sostiene Thomas Fazi nell’articolo che pubblichiamo qui di seguito tradotto in italiano, l’Europa e la Nato si trovano ormai sull’orlo del baratro di una guerra totale con la Russia.
Buona lettura.
La redazione
A un passo dal baratro: la NATO verso una guerra totale con la Russia
Soprattutto a causa della politica del rischio calcolato messa in atto dalla NATO, il rischio di un conflitto totale tra l’Europa e la Russia è più alto che mai, persino rispetto all’apice della Guerra Fredda
Thomas Fazi
Il rischio di un conflitto su vasta scala tra la NATO e la Russia è più alto che mai – persino rispetto ai momenti più critici della Guerra Fredda – vista la profonda implicazione delle due parti in quello che, sotto ogni profilo operativo, è un confronto militare sempre più diretto, anche se formalmente si continua a mantenere la finzione della non belligeranza. A differenza di quanto avveniva durante la Guerra Fredda, quando le superpotenze mantenevano protocolli elaborati volti a prevenire lo scontro diretto, oggi i confini sono sfumati al punto da essere quasi invisibili. Una guerra che avrebbe dovuto essere contenuta entro i confini dell’Ucraina si è progressivamente trasformata in qualcosa di molto più pericoloso: un conflitto per procura in cui il ruolo della NATO è diventato così centrale dal punto di vista operativo che la distinzione tra mandante e mandatario è in gran parte venuta meno, e in cui ogni settimana porta nuove prove del fatto che la logica dell’escalation sta procedendo ben più rapidamente di qualsiasi capacità politica di controllarla.
Gli eventi delle ultime settimane lo hanno reso inequivocabilmente chiaro.
La scorsa settimana, un drone ucraino nel Donbas ha colpito un istituto superiore nel Donbas, uccidendo 21 persone, per lo più studenti.
Si tratta di una gravissima escalation nell’offensiva con i droni che l’Ucraina sta intensificando contro la Russia negli ultimi mesi, compreso un numero crescente di attacchi in profondità sferrati sul territorio russo. Solo poche settimane fa, almeno tre persone sono state uccise e molte altre ferite in un attacco su larga scala con droni ucraini nella regione di Mosca.
Nel frattempo, secondo Reuters, a marzo gli attacchi con droni ucraini contro i tre principali terminali di esportazione russi sulle coste occidentali – Novorossiysk sul Mar Nero, e Primorsk e Ust‑Luga sul Mar Baltico – avevano messo fuori uso circa il 40% della capacità di esportazione petrolifera della Russia. Secondo una stima del New York Times, all’inizio di aprile gli attacchi ucraini avevano anche danneggiato o distrutto circa il 20% della capacità di raffinazione del petrolio della Russia. Proprio questo mese, secondo il Ministero della Difesa ucraino, i droni ucraini hanno colpito due dozzine di raffinerie di petrolio russe.
Alcuni dei siti presi di mira più di recente si trovavano a una distanza compresa tra i 1.500 e i 1.700 km dal confine ucraino, il che indica un significativo miglioramento delle capacità dei droni a lungo raggio dell’Ucraina.
Come ha osservato John Mearsheimer in una recente intervista con Glenn Diesen, gli attacchi con droni e missili ucraini sul territorio russo, compresa Mosca, rappresentano un significativo passo avanti nella catena dell’escalation. Sebbene non fosse impressionato dal loro effetto militare immediato, la traiettoria lo preoccupa profondamente:
«I danni che quei droni possono causare non sono poi così gravi … di certo non influenzeranno in modo significativo l’esito della guerra. Questo non accadrà. Ma credo che il grande pericolo per il futuro sia che gli ucraini, in collaborazione con gli europei che rimangono determinati a sconfiggere la Russia, aumentino il numero e l’intensità degli attacchi contro la Russia».
La Russia ha già reagito all’attacco con droni contro l’istituto tecnico del Donbas con un massiccio assalto a Kiev, uno dei più imponenti dall’inizio della guerra, che ha visto anche l’impiego di missili Oreshnik a capacità nucleare. E ha già minacciato di sferrare una nuova ondata di “attacchi sistematici” contro la capitale. I nuovi attacchi avranno come obiettivo “i centri decisionali e i posti di comando”, oltre agli impianti di produzione di droni presenti in città, ha dichiarato il Ministero degli Esteri russo in un comunicato. Mosca ha invitato i cittadini stranieri e i diplomatici a lasciare Kiev “il prima possibile” e ha avvertito i cittadini di tenersi lontani dagli edifici amministrativi e militari.
Finora Mosca si è astenuta dal colpire i quartier generali ucraini: un fatto piuttosto notevole, dato che le forze armate ucraine hanno ripetutamente preso di mira i quartier generali russi, come ha osservato Anatol Lieven. Martedì, lo Stato Maggiore ucraino ha affermato di aver distrutto un importante centro di comando e controllo russo a Lugansk con missili da crociera britannici Storm Shadow. L’uso efficace di questi missili – che l’Ucraina sta lanciando da due anni – richiede dati di puntamento statunitensi.
Ciononostante, Mosca non ha preso di mira i quartier generali ucraini a Kiev proprio a causa della probabilità che soldati e ufficiali dell’intelligence statunitensi e di altri paesi della NATO potessero rimanere uccisi, rischiando una drastica escalation in risposta da parte dell’Occidente. Da quando Donald Trump è tornato alla presidenza e ha riaperto i negoziati diplomatici, il governo russo è stato frenato anche dal desiderio di non irritarlo né indebolirlo. Tuttavia, la scorsa settimana il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che i colloqui di pace sono in una fase di stallo e che «al momento non sono in corso colloqui di questo tipo».
Ciò indica non solo una pericolosa escalation della guerra, ma anche la sua potenziale espansione oltre i confini dell’Ucraina.
Dopotutto, sebbene questi attacchi siano formalmente condotti dall’Ucraina, la realtà è che l’Ucraina non potrebbe mai sferrare questi attacchi con droni sul territorio russo senza il supporto dei servizi segreti e satellitari della NATO, e degli Stati Uniti in particolare. Nonostante le aperture di pace di Trump, la sua amministrazione ha continuato a fornire all’Ucraina informazioni di intelligence per condurre attacchi con droni a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche russe, secondo quanto riferito da diversi funzionari statunitensi e ucraini. Le informazioni aiutano l’Ucraina a «definire la pianificazione del percorso, l’altitudine, i tempi e le decisioni relative alla missione, consentendo ai droni d’attacco suicidi a lungo raggio dell’Ucraina di eludere le difese aeree russe». Una fonte ha descritto la forza di droni ucraina come lo “strumento” che gli Stati Uniti stanno utilizzando per raggiungere l’obiettivo di minare l’economia russa e spingere Putin verso un accordo. Anche la CIA è stata coinvolta nella creazione del programma di droni ucraino.
Il grado di coinvolgimento degli Stati Uniti va oltre la semplice condivisione di informazioni. Mentre un funzionario statunitense ha affermato che l’Ucraina seleziona l’obiettivo e gli Stati Uniti forniscono informazioni sulle sue vulnerabilità, altri funzionari hanno dichiarato che gli Stati Uniti hanno di fatto stabilito le priorità degli obiettivi per l’esercito ucraino: ciò significa che sono gli Stati Uniti a scegliere, in effetti, cosa colpire.
Gli Stati Uniti forniscono anche supporto satellitare, sia sotto forma di guida GPS in tempo reale (in particolare sul territorio ucraino e su quello annesso dalla Russia tramite Starlink di Elon Musk), sia attraverso la fornitura di dati geospaziali che consentono ai droni di operare senza un segnale GPS in tempo reale, ad esempio in aree in cui il segnale è disturbato: mappe del terreno precaricate, dati sulle rotte, coordinate degli obiettivi e profili di evasione della difesa aerea, tutti elementi che dipendono dalla ricognizione satellitare e dall’intelligence americana.
Ciò significa che le operazioni di attacco in profondità dell’Ucraina contro la Russia sono di fatto un’operazione USA‑NATO che indossa i colori ucraini. Ma la NATO non si limita a fornire l’intelligence e il supporto satellitare per questi attacchi, oltre naturalmente ai fondi per i droni. Sempre più spesso, fornisce anche i droni stessi.
Sebbene la stragrande maggioranza dei droni utilizzati dalle forze ucraine sia prodotta all’interno della stessa Ucraina, uno sviluppo più recente e strategicamente significativo consiste nell’espansione deliberata della produzione di droni nei Paesi europei, anche per ridurre la vulnerabilità agli attacchi russi contro le strutture ucraine. Zelensky ha annunciato piani per aprire dieci joint venture per la produzione di droni in Europa nel 2026.
Il paese al centro di questo sviluppo è la Germania. Il governo Merz sta approfondendo la sua cooperazione militare con Kiev, diventando sempre più un co‑belligerante nel conflitto con la Russia. Con il disimpegno americano, la Germania è da tempo il principale sostenitore finanziario dell’Ucraina. Ma a metà aprile, per la prima volta, il governo tedesco ha stretto una partnership strategica con il settore della difesa di un Paese in guerra. L’accordo apre la strada alla coproduzione di sistemi d’arma, droni con un’autonomia fino a 1.500 km e missili a lungo raggio, insieme a Kiev. Uno degli esempi più evidenti è Quantum Frontline Industries in Germania – una joint venture tra Quantum Systems e l’ucraina Frontline Robotics – che ha visto il primo drone uscire dalla linea di produzione meno di due mesi dopo l’annuncio della partnership.
Con un tratto di penna, il governo tedesco ha spazzato via l’intero dibattito interno degli ultimi anni sulla fornitura di armi tedesche all’Ucraina per attacchi contro obiettivi all’interno del territorio russo. Come ha scritto l’ex deputata tedesca Sevim Dagdelen, con l’integrazione delle industrie della difesa di Berlino e Kiev stiamo assistendo alla nascita di un complesso militare‑industriale tedesco‑ucraino sotto l’egemonia di Berlino. In effetti, è probabile che nei recenti attacchi a Mosca e nella regione di Mosca siano stati utilizzati droni a lungo raggio di fabbricazione tedesca.
Anche altri Paesi europei sono coinvolti. Dalla fine del 2024, il gruppo finlandese Summa Defence ha costituito diverse joint venture con aziende ucraine per produrre droni in Finlandia. L’azienda britannica Prevail Partners e l’ucraina Skyeton hanno unito le forze nel luglio 2025 per produrre il drone di sorveglianza Raybird nel Regno Unito. Skyeton ha inoltre aperto una linea di produzione Raybird in Slovacchia e sta negoziando ulteriori partnership europee, mentre i consorzi ucraini di droni stanno costruendo impianti di assemblaggio e di produzione di componenti in Finlandia e Danimarca.
Ciò significa che le nazioni europee – in primo luogo la Germania – stanno diventando sempre più direttamente coinvolte nel conflitto. Questo aumenta notevolmente il rischio di attacchi di ritorsione russi sul territorio europeo. Infatti, a metà aprile, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i nomi e gli indirizzi delle aziende europee – tra cui diverse imprese italiane – coinvolte nella produzione di droni ucraini, affermando che «l’opinione pubblica europea dovrebbe sia comprendere chiaramente le vere ragioni delle minacce alla propria sicurezza, sia conoscere gli indirizzi e le ubicazioni delle imprese “ucraine” e “congiunte” che producono UAV e componenti per l’Ucraina sul territorio dei propri paesi».
A peggiorare le cose, vi sono prove crescenti che i droni ucraini attraversino lo spazio aereo dei Paesi baltici membri della NATO per attaccare obiettivi russi, come i droni che hanno colpito i terminali petroliferi russi a Primorsk e Ust‑Luga sul Mar Baltico. Proprio questo mese, i droni ucraini hanno innescato ripetuti allarmi nello spazio aereo sopra Estonia, Lettonia e Lituania, provocando in diverse occasioni l’intervento di caccia della NATO, con almeno un drone ucraino abbattuto da un jet della NATO sopra l’Estonia il 19 maggio. Pochi giorni prima, un altro drone ucraino aveva colpito un impianto di stoccaggio di petrolio vuoto in Lettonia. Le ripercussioni politiche sono state significative, causando la caduta del governo lettone per la sua gestione della crisi.
La Russia ha accusato gli Stati baltici e la NATO di consentire attivamente ai droni ucraini di utilizzare il loro spazio aereo per attacchi contro la Russia, definendo la situazione come un’aggressione della NATO. Il consigliere presidenziale Nikolai Patrushev ha sottolineato che ciò costituisce una partecipazione diretta dei paesi della NATO agli attacchi sul territorio russo. Da parte loro, l’Ucraina e i Paesi baltici hanno respinto le accuse di collusione deliberata, accusando la Russia di utilizzare la guerra elettronica e le interferenze per reindirizzare i droni ucraini nello spazio aereo baltico, anche se questo non spiega perché la Russia si sia dimostrata incapace di impedire attacchi con droni contro obiettivi sensibili e civili, anche a Mosca. La presidente della Commissione europea von der Leyen è arrivata addirittura ad affermare che «la Russia e la Bielorussia hanno una responsabilità diretta» per le incursioni dei droni ucraini.
Ciò che è chiaro è che le tensioni nel Baltico sono più alte che mai. Il rischio che in quella zona scoppi un conflitto tra la NATO e Mosca è ulteriormente accentuato dal recente annuncio della creazione di una forza navale congiunta, denominata Northern Navies Initiative, che comprende Regno Unito, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Islanda, Estonia, Lettonia, Lituania e Paesi Bassi. Questa forza sembra avere l’obiettivo esplicito di contenere la Russia tra l’Artico e il Baltico, potenzialmente ostacolando il traffico commerciale di Mosca, e in particolare la sua cosiddetta “flotta ombra”. Provocazioni come l’abbordaggio di navi russe, o addirittura un blocco navale, costituirebbero un evidente casus belli. A ciò si aggiunge la militarizzazione della Finlandia, che ha recentemente aderito alla NATO, e le operazioni di spionaggio e sorveglianza aerea condotte dal suo territorio contro Mosca, fattori che stanno trasformando il Paese scandinavo in una nuova minaccia strategica agli occhi della Russia.
Non è esagerato affermare che basta un solo incidente, reale o provocato, perché la situazione degeneri rapidamente in una guerra diretta tra la NATO e la Russia. Ciò è particolarmente preoccupante dato che le provocazioni occidentali stanno incoraggiando i falchi a Mosca.
Tra gli approcci più radicali spicca quello di Sergey Karaganov, politologo di lunga data, ex consigliere sia di Gorbaciov che di Eltsin, e attualmente tra i consiglieri di Putin. Fin dall’inizio del conflitto, Karaganov ha sostenuto il possibile uso di armi nucleari in Europa. La sua argomentazione è che le élite europee sono completamente screditate e prive della legittimità necessaria per rimanere al potere. Ma soprattutto, sono incapaci di raggiungere un compromesso con la Russia. Devono essere fermate con la forza delle armi per impedire che il conflitto si diffonda in tutta Europa, innanzitutto colpendo obiettivi militari strategici e altamente simbolici sul territorio europeo con armi convenzionali.
Secondo Karaganov, se ciò non fosse sufficiente a “persuadere” le élite europee a venire a patti con la Russia, sarebbe necessario ricorrere a un attacco nucleare “dimostrativo”, o addirittura mirato all’eliminazione delle élite europee stesse. Tali idee, in gran parte marginali all’inizio del conflitto, stanno progressivamente guadagnando terreno sia negli ambienti militari che in quelli politici russi. Parallelamente, cresce la pressione su Putin affinché cambi strategia.
Mearsheimer prende sul serio l’argomento avanzato da Karaganov – secondo cui la Russia dovrebbe colpire obiettivi europei con armi convenzionali, passando al nucleare se necessario – osservando che quella che un tempo era un’opinione minoritaria ha ottenuto ampia accettazione all’interno della Russia:
«Lui sostiene, e io gli credo sulla parola perché è una persona onesta, che la stragrande maggioranza delle persone con cui parla sia d’accordo con lui. I russi, in un certo senso, ne hanno abbastanza».
Per quanto riguarda la dimensione nucleare, Mearsheimer spiega perché la semplice prospettiva dell’uso delle armi nucleari conferisce alla strategia di Karaganov la sua logica coercitiva:
»Una volta che si inizia a salire la spirale dell’escalation, tutti comprendono che a un certo punto … da qualche parte lungo quella spirale c’è l’uso delle armi nucleari. Su uno dei gradini c’è l’uso delle armi nucleari … La semplice minaccia delle armi nucleari avrà un enorme valore deterrente».
Egli fa anche un sorprendente paragone storico riguardo alle violazioni delle “linee rosse” da parte dell’Occidente:
«È davvero incredibile che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna abbiano aiutato l’Ucraina quando questa ha invaso il territorio russo nell’estate del 2024. Stiamo parlando dell’offensiva di Kursk … L’idea che potremmo aiutare un alleato a invadere l’Unione Sovietica, qualcosa che non accadrà mai … o che potremmo aiutare un alleato ad attaccare uno dei pilastri della triade nucleare strategica. È semplicemente impensabile. Era semplicemente troppo pericoloso».
La sua conclusione sul dilemma strategico russo è la seguente:
«Se ti metti nei panni della Russia … dovrai mettere i piedi per terra, come diceva sempre mia madre. E dovrai inviare un segnale molto chiaro che questo è semplicemente inaccettabile».
Il rischio di guerra non è un’astrazione lontana: è una realtà pericolosa e imminente. I meccanismi di escalation che ci hanno portato a questo punto sono ben noti: ogni passo in avanti, compiuto con la convinzione che la controparte farà marcia indietro, rende più probabile il passo successivo e restringe lo spazio per una de‑escalation. I leader occidentali si sono convinti, attraverso una combinazione di pio desiderio e inerzia istituzionale, che la Russia continuerà ad assorbire le provocazioni senza rispondere con la stessa moneta. Ma ogni settimana che passa senza una via d’uscita diplomatica ci avvicina al momento in cui tale presupposto sarà messo alla prova fino alla distruzione.
Ciò che rende la situazione attuale particolarmente pericolosa non è solo l’escalation militare, ma il completo crollo delle capacità politiche che potrebbero arrestarla. Non ci sono i realisti della Guerra Fredda, né canali segreti, né leader europei seri con l’autorevolezza e la volontà di proporre una soluzione negoziata. C’è solo lo slancio della macchina da guerra, ora distribuita in una dozzina di paesi e migliaia di aziende, che produce armi nelle fabbriche finlandesi, nelle joint venture tedesche e nelle officine britanniche: tutte alimentano un conflitto che, in assenza di un intervento politico urgente, non ha altro esito logico se non la catastrofe.
La responsabilità ricade, in ultima analisi, sui cittadini europei. I nostri governi non agiscono a nostro nome né nel nostro interesse. Spetta a noi, prima che si verifichi il prossimo incidente, il prossimo errore di valutazione, il prossimo drone che attraversi lo spazio aereo sbagliato, esigere che facciano un passo indietro dal baratro.
(Traduzione dall’inglese di Ernesto Russo)

