L’inganno della patrimoniale
Le “soluzioni magiche” del soggettivismo volontarista piccolo‑borghese
Valerio Torre
«[…] L’imposta è il seno materno
a cui il governo si disseta.
[…] L’imposta è il quinto Dio, accanto alla proprietà,
alla famiglia, all’ordine e alla religione»
(K. Marx, “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850”)
Ciclicamente, le organizzazioni e i partiti più o meno riformisti reintroducono nel dibattito pubblico il tema della patrimoniale, in genere sotto forma di proposte politiche variamente articolate e poi sempre discusse in modo acceso, aprendo così uno scontro che rappresenta una costante negli ambiti economico e politico a livello globale.
Solo per soffermarci all’Italia, ricordiamo la proposta di emendamento alla legge di bilancio presentata sul finire del 2020 dai deputati Matteo Orfini (della “sinistra” del Pd) e Nicola Fratoianni (oggi parlamentare di Sinistra Italiana, all’epoca nella coalizione LeU), con la quale si voleva introdurre una patrimoniale per destinare i relativi proventi alla “redistribuzione della ricchezza” e alla sanità messa in difficoltà dalla pandemia di Covid. La proposta – aliquota progressiva minima dello 0,2% sui grandi patrimoni la cui base imponibile era costituita da una ricchezza netta superiore a 500.000 euro e fino a 1 milione di euro, per arrivare al 2% oltre i 50 milioni di euro – venne in seguito definitivamente bocciata dalla Camera.
Negli anni successivi sono poi stati presentati differenti disegni di legge che però non sono mai stati calendarizzati, e diversi altri progetti mai realmente discussi nelle sedi decisionali.
Eppure, le varie proposte di patrimoniale appaiono davvero di buon senso: chi, di fronte allo sfacciato arricchimento di pochissimi e all’immiserimento di tantissimi, non troverebbe sensato che i “ricchi” cedano qualcosa a vantaggio delle fasce sociali più deboli? Nondimeno, ogni volta che organizzazioni della c.d. “sinistra radicale” li hanno avanzati, tutti questi progetti sono stati irrimediabilmente respinti: sicché possiamo concludere che nel nostro Paese la stragrande maggioranza delle forze politiche – sia di centrodestra che di centrosinistra – è contraria all’introduzione di una simile imposta. La ragione? Perché tutte queste forze rappresentano gli interessi di quei settori della borghesia refrattari all’introduzione di questa misura.
Miliardari che vogliono pagare più tasse: strano, ma ci sono!
Esistono invece altri settori della borghesia internazionale che hanno dato vita negli ultimi anni a un vero e proprio “movimento” di miliardari – articolato in diverse organizzazioni – i quali chiedono pubblicamente di essere tassati di più. Questi super‑ricchi sostengono che una redistribuzione della ricchezza sia fondamentale per garantire la tenuta sociale, finanziare i servizi pubblici e contrastare le disuguaglianze estreme.
Negli Usa, ad esempio, è attivo “Patriotic Millionaires”, nato dall’iniziativa di un gruppo di facoltosi americani che ritiene “destabilizzante” l’estrema concentrazione di ricchezza e potere negli Stati Uniti e promuove un’economia fondata su un sistema fiscale equo, un salario dignitoso per ogni lavoratore americano e pari accesso al potere politico, con il dichiarato scopo di «difendere il capitalismo democratico dalle minacce di forze oscure che cercano di smantellare la nostra democrazia». Questo movimento, presieduto dall’ex amministratore delegato di BlackRock, Morris Pearl, ha presentato una proposta di legge per l’equità fiscale: una proposta definita, per paradossale che sembri, “antioligarchica”.
Si definiscono invece addirittura una “rete globale” quegli altri multimilionari riuniti nell’associazione “Millionaires for Humanity” che ha al centro delle proprie rivendicazioni proprio un’imposta patrimoniale.
In Europa, poi, è attiva l’organizzazione “TaxMeNow”, nata su iniziativa di facoltosi individui residenti in Paesi di lingua tedesca, che chiedono, oltre all’introduzione della patrimoniale, una più forte imposizione sulle successioni e sulle donazioni, definendo “scandalosa” la situazione di privilegio fiscale dei super‑ricchi in Germania, Austria e Svizzera.
A livello sovranazionale, proprio con la palese intenzione di aprire una valvola di sfogo per la pressione sociale accumulatasi a seguito dell’impoverimento generalizzato, il Fondo Monetario Internazionale si dichiara da tempo a favore dell’introduzione della patrimoniale, mentre l’Ocse propone che vengano tassate perfino le grandi corporation del web.
Anche singolarmente si contano diversi multimilionari che si lamentano delle poche tasse pagate al fisco: Warren Buffett e Bill Gates, ad esempio. E così pure, fra gli altri, Abigail Disney, ricca ereditiera della nota casa cinematografica, che a nome di altri benestanti invoca i governi: «Fateci pagare più tasse!».
Tra gli “ideologi” della patrimoniale troviamo il noto economista francese Thomas Piketty, seguito dai suoi colleghi statunitensi Gabriel Zucman ed Emmanuel Saez. Non potevano mancare all’appello il senatore Usa, Bernie Sanders, che inserì la proposta nel suo programma elettorale, e il nuovo idolo della sinistra riformista, il sindaco di New York, Zohran Mamdani, fautore della tassazione del patrimonio immobiliare dei miliardari nella città da lui amministrata.
Al di là di un sempre possibile sentimento di “giustizia sociale”, le ragioni per cui costoro sono favorevoli a una tassazione dei patrimoni vanno rinvenute in un duplice ordine di considerazioni.
Innanzitutto, la consapevolezza che per investire nelle infrastrutture sulle quali i ricchi stessi hanno potuto costruire le proprie fortune – sanità, istruzione, strade, sicurezza – lo Stato ha bisogno di risorse. Se non le finanzia, il sistema economico in cui il capitalismo affonda le proprie radici ne viene danneggiato.
In secondo luogo, perché essi sanno bene che un divario troppo ampio tra facoltosi e poveri genera tensioni sociali, populismi e instabilità politica, che alla fine pregiudicano anche gli investimenti e le imprese.
Ci risiamo! Ancora una proposta di patrimoniale
Questa differenza di vedute fra diversi settori della borghesia – nel campo di uno dei quali si ritrova, e a proprio agio, la sinistra riformista – induce a interrogarsi: ma allora, l’introduzione di una patrimoniale è compatibile col sistema capitalistico? È tranquillamente attuabile entro i limiti dei rapporti borghesi di produzione?
La risposta a questa domanda è molto semplice: dipende!
Un’imposta straordinaria sul patrimonio è compatibile con il capitalismo soltanto quando questo ha necessità di ristrutturarsi per fare fronte a situazioni straordinarie e viene dunque applicata dalla borghesia insediata al potere, nel suo stesso interesse e per consolidare il proprio sistema di dominazione sociale.
In Italia, attualmente, si contano diverse patrimoniali: l’Imu, l’imposta di bollo, il bollo auto, il canone Rai, l’imposta su imbarcazioni e aeromobili, la tassa sulle transazioni finanziarie e sulle successioni e donazioni. Però questi sono prelievi che in linea di massima colpiscono la generalità delle classi, sia quelle sfruttate (in particolar modo) che quelle sfruttatrici (molto di meno, vista la maggiore capacità di spesa).
Ma anche quando sono state introdotte imposizioni straordinarie che hanno colpito soprattutto patrimoni più consistenti – ad esempio, quella fissata nel 1922 sui patrimoni imponibili netti di almeno £ 50.000 (equivalenti a quasi € 59.000 attuali)[1]; o quelle stabilite nel 1936, nel 1937 e nel 1938[2] – ciò è stato fatto dallo Stato borghese e nell’interesse del sistema capitalistico. E si pensi, ad esempio, anche alla patrimoniale introdotta nel 1947 per sopperire alla ricostruzione dello Stato liberale dopo i vent’anni di dittatura fascista e la Seconda guerra mondiale: un’imposta che colpiva con un’aliquota del 61,61% i patrimoni superiori al miliardo e mezzo di lire dell’epoca (equivalenti a oltre trentacinque milioni di euro attuali)! Davvero si può credere che ciò avvenne nell’interesse delle classi lavoratrici che vivevano nella miseria più nera di quella fase storica? In tempi più vicini a noi va anche ricordata la patrimoniale sui conti correnti introdotta nottetempo con decreto legge dal governo Amato nel 1992 per tamponare le disastrose conseguenze della violenta svalutazione della lira.
Storicamente, dunque, il sistema borghese non è in assoluto refrattario all’introduzione di patrimoniali. Ma le introduce solo quando ne ha necessità, e da una posizione di forza. In questo senso, l’imposta è funzionale al sistema stesso in termini di compatibilità.
Però, possiamo dire lo stesso quando a promuoverla sono le forze della sinistra riformista, come nel caso della recente proposta di legge di iniziativa popolare per l’introduzione di un’imposta sui grandi patrimoni?
La risposta è semplice: No!
“Patrimoniale”: rivendicazione minima o misura di transizione?
Per comprendere la differenza, occorre rifarsi a un po’ di teoria marxista: un compito indigeribile per chi ha abbandonato – se mai le abbia seguite – le posizioni rivoluzionarie, e a chi, pur rivendicandole a parole, trova oggi disagevole navigare nel mare di quella teoria.
È noto che Lenin considerava quelle “minime” come le rivendicazioni che in linea di principio possono essere raggiunte entro i limiti del capitalismo: «Il programma minimo è un programma compatibile in linea di principio con il capitalismo, un programma che non travalica i confini del capitalismo»[3]. Ma la patrimoniale da ultimo suggerita dal Comitato “1%Equo” – un raggruppamento infarcito di personale politico appartenente a ciò che resta di Rifondazione comunista e infiocchettato col sostegno di taluni accademici come Emiliano Brancaccio – può essere definita una “misura minima”?
La risposta è agevole: poiché, nelle condizioni date, il potere borghese non ha necessità di ristrutturarsi o consolidarsi attraverso una simile misura, e per questo la rifiuta, è evidente che, da un punto di vista teorico, essa non può essere considerata “minima”, ma si atteggia invece come “transitoria”, cioè di transizione al socialismo. E ciò, al di là delle intenzioni stesse dei proponenti, i cui scopi nulla hanno a che fare col socialismo.
E perché va considerata “transitoria”? Perché rappresenta di fatto un’espropriazione dei profitti derivanti dall’estorsione di plusvalore e trasformati in ricchezza dai capitalisti: una (almeno parziale) “espropriazione degli espropriatori”. Non si identifica con una mera tassazione, per quanto progressiva, di quella ricchezza (che, essa sì, sarebbe una misura minima, e dunque compatibile col sistema)[4]. Ecco perché Marx ed Engels la inserirono nell’insieme delle misure di transizione previste nel Manifesto[5]. E in questo stesso testo i due rivoluzionari spiegano che quelle di transizione sono «misure che appaiono economicamente insufficienti e insostenibili, ma che nel corso del movimento sorpassano se stesse». E aggiungono che esse non potranno essere introdotte «se non per via di interventi dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione». Ma chi dovrebbe essere l’autore di questi “interventi dispotici”? Marx ed Engels rispondono: «Il proletariato [che] si servirà della sua supremazia politica […], organizzato come classe dominante». Non certo, dunque, lo Stato borghese, e cioè il rappresentante istituzionale di quegli stessi capitalisti. La ragione? Ce la spiega lo stesso Marx quando afferma che le misure transitorie contenute nel Manifesto «in se stesse sono e non possono che essere contraddittorie»[6].
Le “patrimoniali” nell’interesse del capitalismo e quelle imposte dal proletariato al potere
Già questo spiega la ragione per cui la proposta del Comitato “1%Equo”, al pari di quelle similmente suggerite da altri, è totalmente erronea dal punto di vista teorico. La “patrimoniale” non è, nelle condizioni date di supremazia del capitalismo, una sorta di “imposta progressiva sulla ricchezza” introdotta, ad esempio, attraverso la rimodulazione delle aliquote fiscali e che la renderebbe una misura compatibile col sistema capitalistico e perciò tranquillamente attuabile entro i limiti dei rapporti borghesi di produzione[7].
E ciò rimanda a un problema che getta ampia luce sulla natura dell’imposta patrimoniale così come viene oggi sbandierata con tanta faciloneria. E cioè: chi, da quale interesse di classe e per quale interesse di classe, va ad applicare la misura proposta? Qui viene in rilievo l’abissale differenza tra l’elaborazione teorica di Marx ed Engels da un lato – che vedevano nel “proletariato organizzato come classe dominante”, che cioè si è già impossessato del potere politico in uno Stato borghese, il soggetto che “si servirà della sua supremazia politica” per iniziare a distruggerlo applicando “misure di transizione al socialismo” – e, dall’altro, la costruzione un po’ cialtronesca di chi, invece, per “superare” il problema di “Come fare tecnicamente”?», risponde con assoluta nonchalance: “Attraverso una legge!”.
È abbastanza chiaro? UNA LEGGE! Cioè, si propone di chiedere allo Stato borghese di applicare con legge una misura di transizione al socialismo!!! In altri termini, che esso prepari con un atto normativo la propria stessa distruzione e quella della classe dominante dei cui interessi è il rappresentante.
Qui è in discussione un tema fondamentale, che può essere riassunto in una semplice domanda: la “patrimoniale” la si chiede o la si impone allo Stato capitalista? Perché se nelle condizioni di dominio normale della borghesia sulla società la si chiede, ciò che potrà al massimo ottenersi sarà una insignificante modifica dell’imposizione fiscale che potrebbe marginalmente incidere sui capitalisti: e ciò, sempre che lo Stato borghese lo ritenga confacente agli interessi in gioco in quel preciso momento storico; e comunque, immancabilmente, con una contropartita che andrà a ricadere sulle spalle della classe lavoratrice. In questo modo, non si otterrà altro che una banale riforma fiscale entro i limiti della legalità borghese: perché senza una situazione rivoluzionaria in atto e con il proletariato in armi non c’è modo di imporre una misura del genere.
Riforme borghesi
Pensare di risolvere i problemi delle masse lavoratrici attraverso un’imposta sulle grandi fortune per una “distribuzione più equa” è «il cavallo di battaglia di ogni borghese radicale, l’elemento specifico di tutte le riforme economiche borghesi». Così scrivevano Marx ed Engels sulla Neue Rheinische Zeitung Politisch-ökonomische Revue n. 4, aprile 1850, recensendo il saggio di Emile de Girardin, “Le socialisme et l’impôt” (Il socialismo e le imposte).
Mentre quest’autore cercava di armonizzare capitale e lavoro perseguendo l’eliminazione della povertà per il tramite di una proposta di riforme fiscali, i due rivoluzionari fustigavano invece quelle proposte che avevano come obiettivo «o l’abolizione delle imposte tradizionali che ostacolano il progresso industriale, o bilanci statali meno dispendiosi, o una distribuzione più equa. Quanto più questo obiettivo sfugge alla sua portata nella pratica, tanto più la borghesia persegue con fervore l’ideale chimerico di una distribuzione equa del carico fiscale. I rapporti distributivi, che si fondano direttamente sulla produzione borghese, ovvero i rapporti tra salari e profitti, profitti e interessi, rendite e profitti, possono al massimo essere modificati in aspetti non essenziali dalla tassazione, ma quest’ultima non potrà mai minacciarne i fondamenti. Ogni indagine e discussione sulla tassazione presuppone la persistenza ininterrotta di questi rapporti borghesi. Persino l’abolizione delle tasse non farebbe che accelerare lo sviluppo della proprietà borghese e delle sue contraddizioni. […] La riduzione delle tasse, la loro distribuzione più equa, ecc., è una banale riforma borghese. […] La grande borghesia, che vive già in quello che per essa è “il migliore dei mondi possibili”, disprezza naturalmente l’utopia di un mondo migliore».
Certo, si può legittimamente dissentire da Marx ed Engels e pensare di raggiungere il socialismo attraverso una patrimoniale. Ma che dire? Auguri!
La polemica di Engels contro Heinzen
Per parte nostra, preferiamo rifarci agli insegnamenti dei due rivoluzionari: non per invocarne “l’autorità”, ma semplicemente perché rinveniamo nelle loro opere e nel loro lavoro politico, piuttosto che in quello di questi estemporanei accademici ed eclettici adoratori del socialismo borghese e piccolo‑borghese, le basi di un sistema socialista.
Abbiamo accennato (v. nota 5) alle “imposte fortemente progressive” postulate da Marx ed Engels nel Manifesto. Esse erano articolate nel quadro di un programma di misure rivoluzionarie che devono essere applicate da un governo rivoluzionario. Stiamo parlando, cioè, di un programma rivoluzionario che nel suo insieme deve essere messo in atto da un governo rivoluzionario insediato al potere. Marx ed Engels non hanno mai, in nessuna delle loro cospicue opere, proposto l’applicazione di una singola (cioè, slegata dalle altre) misura di transizione al socialismo[8], e men che meno in una situazione non rivoluzionaria, cioè in una situazione di dominio incontrastato della borghesia, con la classe operaia sfiduciata, divisa e sulla difensiva.
Chiarissimo, a tal proposito, fu Engels, il quale polemizzò ferocemente con Heinzen (un liberale trasformatosi, come egli lo descrive, in un “radicale assetato di sangue”). Heinzen proponeva, «in una situazione pacifica, borghese» – scrive Engels[9] – misure di carattere transitorio, cioè le stesse avanzate dai comunisti (e che sarebbero poi confluite nel sistema di rivendicazioni e misure di transizione disegnato nel Manifesto), senza ovviamente essere in grado – proprio perché tali – di «dibattere […], spiegare, esporre e difendere le rivendicazioni del partito, così come combattere e respingere le rivendicazioni e le affermazioni del partito avverso»: compiti, questi, che Engels riteneva necessari in una fase non rivoluzionaria. E le misure proposte da Heinzen erano sì, per il coautore del Manifesto, «non solo possibili […], ma di fatto […] necessarie». A condizione, però, argomenta Engels – e qui casca l’asino! – «che tutto il proletariato insorto le difenda e le imponga con la forza delle armi. […] Sono possibili come passi preparatori, fasi temporanee e di transizione verso l’abolizione della proprietà privata, ma non in altro modo»[10]. Le rivendicazioni e misure transitorie, insomma, «non sono disegnate per una situazione pacifica, borghese». In questo caso, è la conclusione, chi le propone «le converte in misure impossibili e al contempo reazionarie».
E ci piace notare di passata, per terminare su questo punto, che perfino in una situazione rivoluzionaria, con un esecutivo che era il prodotto della Rivoluzione di febbraio, con un doppio potere in atto (il governo provvisorio e i Soviet), però solo alla vigilia della presa del potere e non già quindi col potere nelle mani, Lenin liquidò con queste parole una proposta di patrimoniale analoga a quelle tanto in voga ai giorni nostri (anzi, ancor più radicale, visto che si chiedeva una tassazione del 100% sui profitti dei capitalisti) avanzata dal socialista Skobelev: «Non soltanto è impossibile applicare il programma di Skobelev, ma, in generale, non si possono neanche fare passi di una qualche importanza in questa direzione quando si va a braccetto con dieci ministri del partito dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti e ci si serve di un apparato burocratico di funzionari di cui il governo capitalistico (con la sua appendice di menscevichi e di populisti) è costretto a contentarsi. […] Bisogna impadronirsi della cittadella principale del capitale finanziario. Bisogna perciò cominciare – e cominciare subito – dalla milizia operaia per avviarci con passo saldo ed esperto, pur rispettando la necessaria gradualità, verso l’istituzione di una milizia popolare, verso la sostituzione della polizia e dell’esercito permanente con l’armamento generale del popolo»[11]. E cioè, anche per Lenin senza il potere operaio difeso in armi nessuna misura così concepita può essere applicata. Perché, ritornando a un 2026 di gran lunga più arretrato rispetto al maggio 1917, non si può chiedere a un governo borghese di intaccare i profitti di quella stessa borghesia che di quel governo è l’azionista unico.
Lenin, dunque, conclude ricordando che solo il potere degli operai, basato sulle milizie popolari, e dunque sull’armamento generale del popolo – con il necessario scioglimento degli organismi repressivi dello Stato borghese (polizia ed esercito) – può portare a termine un programma del genere, a vantaggio delle classi subalterne[12].
L’Indirizzo del Comitato centrale di Marx ed Engels
Insomma, come abbiamo diffusamente argomentato nel precedente paragrafo, una “imposta fortemente progressiva” sul capitale ha un significato progressivo per la classe operaia se è articolata all’interno di un programma rivoluzionario (di transizione al socialismo) e quest’ultimo venga messo in pratica dalla stessa classe operaia. Un programma, cioè, come recita il Manifesto, che abbia come asse centrale quello di far funzionare l’economia su basi non capitaliste a partire dall’espropriazione dei mezzi di produzione detenuti dalla borghesia e dall’amministrazione e dal controllo operaio.
Nell’Indirizzo del Comitato centrale alla Lega dei Comunisti (marzo 1850), e cioè due anni dopo il sistema di misure di transizione elaborato nel Manifesto, Marx ed Engels formularono una tattica transitoria di rivendicazioni in cui era compresa anche quella per l’introduzione di una tassazione tanto pesantemente progressiva «che il grande capitale ne viene rovinato». Però questo programma rivendicativo non era rivolto a un governo capitalista, bensì a un possibile governo della piccola borghesia radicale sorto da una ipotetica rivoluzione: un esecutivo che, nella previsione dei due autori, sarebbe stato «costretto a proporre misure più o meno socialiste». In questo caso – e solo in questo caso (infatti, Marx ed Engels delineavano nel loro testo tre diversi scenari) – le masse armate e organizzate sulla base dell’indipendenza di classe[13] avrebbero dovuto avanzare a quel governo sorto dal processo rivoluzionario tali rivendicazioni transitorie (tra cui quella sulla tassazione fortemente progressiva sul capitale). Le misure individuate nell’Indirizzo erano cioè raggruppate in un programma di rivendicazioni che la classe operaia in armi avrebbe dovuto agitare e difendere nei confronti di un governo piccolo‑borghese radicale in una situazione rivoluzionaria (per acuirla) e di doppio potere.
Insomma, è del tutto evidente che in nessuna occasione Marx ed Engels ipotizzarono l’agitazione urbi et orbi di una singola rivendicazione transitoria. Circoscrissero, invece, l’applicazione di un programma di transizione (cioè di un insieme di misure che si legano le une con le altre e che «nel corso del movimento sorpassano se stesse e spingono in avanti, e sono inevitabili come mezzi per rivoluzionare l’intero modo di produzione») a uno scenario in cui la classe operaia avesse preso il potere e potesse quindi applicare quel programma dal potere[14].
Così come in nessuna occasione, giova ripeterlo, consigliarono ai propri adepti di agitare rivendicazioni transitorie in una situazione pacifica, di dominio normale della borghesia, chiedendo allo Stato borghese di applicare misure di transizione al socialismo.
Marx ed Engels non erano “consiglieri” del capitale: volevano distruggerlo
Ma va ancora aggiunto che in nessuna occasione, benché durante la loro vita si fossero sviluppate violente crisi economiche che colpirono gravemente la classe operaia, a Marx e ad Engels passò mai per la testa di “offrire soluzioni” per combattere i mali del capitalismo suggerendo allo Stato borghese di usare la leva della tassazione, o di fornire un aiuto economico alle masse lavoratrici chiedendo a quello stesso Stato di applicare imposte sulle grandi fortune e sui patrimoni. Eppure, essi ebbero modo di assistere alla crisi del 1846‑1847 (sfociata poi nei moti generalizzati del 1848), a quelle del 1857 (epoca nella quale Marx era impegnato nella stesura dei Grundrisse), del 1866 e del 1873 (quest’ultima venne definita la “Grande Depressione” e durò svariati anni, secondo alcuni studi fino al 1895).
Ebbene in tutte queste occasioni, di fronte alla crescente miseria in cui le masse popolari venivano sempre più scaraventate, i due rivoluzionari non si sognarono mai di diventare “consiglieri” del capitalismo fornendogli facili ricette per aiutarlo ad uscire dalle proprie crisi, ed aiutare così indirettamente la classe operaia. Come mai non invocarono una “patrimoniale sulle grandi fortune”? Forse erano essi stessi indifferenti alle sofferenze dei lavoratori? Oppure perché, invece, sapevano benissimo – a differenza dei moderni teorizzatori di “patrimoniali” – che le crisi sono fenomeni oggettivi che provocano gigantesche svalorizzazioni del capitale e a cui certamente non si può porre rimedio mediante l’imposizione di tasse, sia pure “straordinarie”?
Non ci constano, insomma, elaborazioni teoriche del marxismo in cui si sia affermata la possibilità di sostenere le necessità economiche della classe operaia imponendo tributi “sulle grandi ricchezze”. Non a caso, lo stesso Marx nelle “Istruzioni per i delegati del Consiglio Centrale Provvisorio dell’A.I.L.” specificava: «Nessuna modifica della forma di imposizione può produrre un qualche importante cambiamento nelle relazioni tra lavoro e capitale». Ciò in quanto quello che resta sullo sfondo è, appunto, il quadro delle relazioni tra lavoro e capitale; e qualsiasi misura che voglia seriamente incidere su quest’ultimo a vantaggio del primo non può che basarsi sul potere della classe operaia.
Chi “esige” dallo Stato borghese l’introduzione di una “patrimoniale” sembra non rendersi conto che per i marxisti i problemi che il capitalismo di per sé genera per il profitto di pochi, e a danno della classe lavoratrice e delle masse subalterne, non trovano soluzione entro i limiti dello stesso sistema capitalista. In questo senso, i marxisti non propongono ricette per risolvere problemi entro quei limiti. Il Manifesto o il Capitale non sono stati scritti per risolvere i problemi della borghesia, ma per abbatterla. “Suggerire soluzioni” allo Stato borghese significa diventare “consiglieri del Principe”; significa puntellarlo; significa, in definitiva, attuare un’evidente collaborazione di classe.
Soluzioni facili o un compito difficile (però necessario)?
In conclusione, l’ennesima proposta di patrimoniale, presentata con l’avallo e il sigillo accademico di diversi cattedratici, costituisce la solita “fuffa” che conduce inevitabilmente il proletariato e le classi lavoratrici a confidare nella “salvifica azione” del parlamentarismo borghese, nel “potere del popolo” di proporre leggi, alla stessa stregua di quanto un tempo facevano i popolani recandosi al cospetto del sovrano col cappello in mano per presentare una supplica.
Come ben spiegava Lenin a proposito della patrimoniale del 100% sui profitti dei capitalisti suggerita dal ministro menscevico Skobelev[15], «nei parlamenti delle repubbliche borghesi queste frasi servono sempre a ingannare il popolo».
Rivendicando in un periodo di dominazione borghese la “patrimoniale” si scade nel riformismo e financo – è bene ribadirlo – nella collaborazione di classe: si chiede, cioè, allo Stato borghese di risolvere i problemi del proletariato attraverso una “riforma” del capitalismo che proprio quegli stessi problemi ha generato. Agitare parole d’ordine che appaiono come “soluzioni” semplici da realizzare rappresenta, appunto, un imbroglio. È quello che Marx definiva “socialismo piccolo‑borghese”[16].
Alla fine dei conti, bisogna decidersi. Se siamo consapevoli che entro i limiti del sistema capitalista non ci sono soluzioni per far fronte alle crisi che il sistema stesso produce e che colpiscono la classe lavoratrice e le masse popolari, allora non possiamo diventare consiglieri dello Stato borghese, suggerendogli espedienti semplici per porre fine a quelle crisi e spacciandoci perdipiù per “marxisti”. Altrimenti, perché mai Marx avrebbe dedicato la gran parte della sua esistenza allo studio e alla critica dell’economia politica borghese (perlopiù vivendo nell’indigenza) con lo scopo di rovesciarne il sistema, quando invece gli sarebbe bastato individuare una o due rivendicazioni da agitare all’indirizzo dello Stato capitalista (per esempio, la “patrimoniale”) per migliorare la condizione del proletariato?
Se cioè sosteniamo che l’unica soluzione è l’instaurazione del socialismo, non ci si può chiedere di utilizzare Il Capitale oppure Il Manifesto per risolvere i problemi che il capitalismo produce alla classe lavoratrice “collaborando” con esso per individuare all’interno di questo stesso sistema le modalità per alleviare le sofferenze delle classi subalterne.
La metodica distruzione della coscienza di classe che la borghesia ha messo in atto ci impone di mettere mano a una sua faticosa e difficile ricostruzione ripartendo dai fondamenti del marxismo, non ingannando le masse con facili soluzioni che non fanno altro che consolidare il potere del capitalismo.
«Meno frasi altisonanti e un po’ più di comprensione del modo in cui bisogna mettersi all’opera»[17]!
Note
[1] Varata per far fronte alle disastrose conseguenze della Prima guerra mondiale.
[2] Approvata per le esigenze indotte dalla guerra d’Africa.
[3] V.I. Lenin, “Osservazioni a proposito di un articolo sul massimalismo”, in Opere, vol. 41, Edizioni Lotta comunista, 2002, p. 476.
[4] Tralasciamo qui, perché esorbita dai limiti di questo articolo, il tema relativo alla natura delle imposte, che per Marx ed Engels costituiscono una fetta del plusvalore estorto agli operai dai capitalisti e che questi ultimi cedono allo Stato, sia direttamente pagando le proprie tasse, sia indirettamente attraverso il salario dei lavoratori, nel quale confluisce una parte di quella stessa fetta di plusvalore da essi riversata poi allo Stato come imposte a loro carico. (K. Marx, “Critica moralizzante e moralità critica”, 1847, in Deutsche‑Brüsseler‑Zeitung nn. 86‑94). È per questa ragione che Engels sosteneva che «del lavoro non retribuito vivono assolutamente tutti i membri oziosi della società. Da esso provengono le imposte e i contributi percepiti dallo Stato e dai Comuni e che gravano sulla classe capitalista, sulla rendita dei latifondisti, ecc. Su di esso riposa tutto l’ordine sociale esistente» (F. Engels, “«Il Capitale» di Marx”, 1868, in “Demokratischen Wochenblatt”).
[5] «Imposta fortemente progressiva»: K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, Editori Riuniti, 1996, pp. 33‑34 (il grassetto è nostro).
[6] K. Marx, “Lettera a Friedrich Adolph Sorge”, 20 giugno 1881, in Lettere 1880‑1883 (marzo), Edizioni Lotta comunista, 2008, p. 82.
[7] Si pensi che nel 1974, quando fu approvata in Italia la riforma tributaria, il sistema rifletteva un principio di progressività molto accentuato, strutturato in ben 32 scaglioni di reddito e che partiva da una tassazione del 10% per i redditi più bassi fino a giungere ad un’aliquota del 72% per quelli più alti. Con questo sistema i lavoratori e il ceto medio venivano salvaguardati rispetto ai “Paperoni”. Oggi, con la riduzione delle aliquote a soli tre scaglioni, un reddito di € 50.000,01 viene tassato con la stessa aliquota del 43% applicata a chi percepisce un reddito – per esempio – di un milione (o due, tre, quattro, e così via) di euro. Ovviamente, la modifica del sistema di aliquote non è certamente stata pensata per favorire i redditi bassi!
[8] Anzi, nella “Lettera a Sorge” di cui alla nota 6, Marx spiegava bene che una misura transitoria, presa isolata dal suo contesto di un programma transitorio, costituiva «la panacea socialista degli economisti borghesi».
[9] F. Engels, The Communists and Karl Heinzen, 26 settembre‑3 ottobre 1847, Deutsche‑Brüsseler‑Zeitung, nn. 79 e 80.
[10] E che la questione della previa presa del potere del proletariato per poter mettere in atto un sistema di misure transitorie sia una questione centrale per Engels nello scritto che stiamo commentando, viene confermato dal passaggio in cui il rivoluzionario le definisce come “misure di salute pubblica”, cioè provvedimenti che si attuano dal potere e con la forza delle armi.
[11] V.I. Lenin, “Catastrofe inevitabile e promesse smisurate” (pubblicato sulla Pravda il 16‑17 maggio 1917), in Opere, cit., vol. 24, pp. 435 e ss.
[12] E infatti, soltanto il 20 ottobre (2 novembre) 1918 – e quindi un anno dopo la presa del potere! – il governo bolscevico decise di imporre, dal potere, una vera patrimoniale di dieci miliardi di rubli sulle classi possidenti (“Decreto sull’imposta unica e straordinaria rivoluzionaria”, in R. Labry, Une législation communiste. Recueil des lois, decrets, arrêtés principaux du gouvernement bolchéviste, Payot & C., 1920, pp. 560 e ss.).
[13] «[…] Gli operai devono essere armati e organizzati. L’intero proletariato deve essere armato subito di moschetti, fucili, cannoni e munizioni […]; gli operai devono cercare di organizzarsi autonomamente come guardia proletaria, con capi eletti e con il proprio stato maggiore eletto; devono cercare di mettersi non agli ordini dell’autorità statale ma dei consigli locali rivoluzionari istituiti dai lavoratori. Laddove i lavoratori sono impiegati dello Stato, devono armarsi e organizzarsi in corpi speciali con dirigenti eletti, o come parte della guardia proletaria. Con nessun pretesto si dovrebbero cedere armi e munizioni; qualsiasi tentativo di disarmare i lavoratori deve essere frustrato, con la forza se necessario».
[14] È lo stesso metodo utilizzato da Lenin nel testo “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa”, in Opere, cit., vol. 25, pp. 305 e ss. In questo scritto, Lenin articola un programma di misure di transizione al socialismo che non vengono affatto “indirizzate” al governo provvisorio sorto dalla Rivoluzione di febbraio sotto forma di “rivendicazioni”. Al contrario, costituiscono un sistema complessivo per attuare il quale «occorre una dittatura rivoluzionaria della democrazia, diretta dal partito rivoluzionario; la democrazia deve cioè diventare di fatto rivoluzionaria» (ivi, p. 338): in altri termini, deve prima realizzarsi «la conquista del potere da parte del proletariato, con il partito bolscevico alla testa […]» (ivi, p. 335).
[15] V.I. Lenin, “Catastrofe inevitabile e promesse smisurate”, cit. In questo testo, Lenin dileggiava la proposta di Skobelev, sostenendo che essa era “eccellente” ed era addirittura più radicale delle proposte “graduali” dei bolscevichi, i quali si sarebbero accontentati di «una tassazione progressiva più equa sui redditi e sul patrimonio». E ironicamente concludeva: «Il nostro partito è più moderato di Skobelev»!
[16] «[…] Il capitale sopraffà [la classe dei piccoli borghesi] con la concentrazione, ed essa reclama imposte progressive, limitazioni del diritto ereditario […]. Essa sogna la realizzazione pacifica del suo socialismo […]. Così i piccoli borghesi diventano eclettici, ossia seguaci […] del socialismo dottrinario, che […] fantastica di eliminare la lotta rivoluzionaria delle classi e le sue necessità mediante piccoli artifici o grandi sentimentalismi; […] non fa che idealizzare la società attuale, ne accoglie un’immagine senz’ombra e vuole attuare il proprio ideale contro la realtà di essa» (K. Marx, “Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850”, Marx‑Engels Collected Works, vol. 10, pp. 126‑127).
[17] V.I. Lenin, “Catastrofe inevitabile e promesse smisurate”, cit., p. 436.


