Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Economia, Politica nazionale, Teoria

L’inganno della patrimoniale

L’inganno della patrimoniale


Le “solu­zio­ni magi­che” del sog­get­ti­vi­smo volon­ta­ri­sta piccolo‑borghese

 

Vale­rio Torre

 

«[…] L’imposta è il seno materno
a cui il gover­no si disseta.
[…] L’imposta è il quin­to Dio, accan­to alla proprietà,
alla fami­glia, all’ordine e alla religione»
(K. Marx, “Le lot­te di clas­se in Fran­cia dal 1848 al 1850”)

 

Cicli­ca­men­te, le orga­niz­za­zio­ni e i par­ti­ti più o meno rifor­mi­sti rein­tro­du­co­no nel dibat­ti­to pub­bli­co il tema del­la patri­mo­nia­le, in gene­re sot­to for­ma di pro­po­ste poli­ti­che varia­men­te arti­co­la­te e poi sem­pre discus­se in modo acce­so, apren­do così uno scon­tro che rap­pre­sen­ta una costan­te negli ambi­ti eco­no­mi­co e poli­ti­co a livel­lo globale.
Solo per sof­fer­mar­ci all’Italia, ricor­dia­mo la pro­po­sta di emen­da­men­to alla leg­ge di bilan­cio pre­sen­ta­ta sul fini­re del 2020 dai depu­ta­ti Mat­teo Orfi­ni (del­la “sini­stra” del Pd) e Nico­la Fra­to­ian­ni (oggi par­la­men­ta­re di Sini­stra Ita­lia­na, all’epoca nel­la coa­li­zio­ne LeU), con la qua­le si vole­va intro­dur­re una patri­mo­nia­le per desti­na­re i rela­ti­vi pro­ven­ti alla “redi­stri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za” e alla sani­tà mes­sa in dif­fi­col­tà dal­la pan­de­mia di Covid. La pro­po­sta – ali­quo­ta pro­gres­si­va mini­ma del­lo 0,2% sui gran­di patri­mo­ni la cui base impo­ni­bi­le era costi­tui­ta da una ric­chez­za net­ta supe­rio­re a 500.000 euro e fino a 1 milio­ne di euro, per arri­va­re al 2% oltre i 50 milio­ni di euro – ven­ne in segui­to defi­ni­ti­va­men­te boc­cia­ta dal­la Camera.
Negli anni suc­ces­si­vi sono poi sta­ti pre­sen­ta­ti dif­fe­ren­ti dise­gni di leg­ge che però non sono mai sta­ti calen­da­riz­za­ti, e diver­si altri pro­get­ti mai real­men­te discus­si nel­le sedi decisionali.
Eppu­re, le varie pro­po­ste di patri­mo­nia­le appa­io­no dav­ve­ro di buon sen­so: chi, di fron­te allo sfac­cia­to arric­chi­men­to di pochis­si­mi e all’immiserimento di tan­tis­si­mi, non tro­ve­reb­be sen­sa­to che i “ric­chi” ceda­no qual­co­sa a van­tag­gio del­le fasce socia­li più debo­li? Non­di­me­no, ogni vol­ta che orga­niz­za­zio­ni del­la c.d. “sini­stra radi­ca­le” li han­no avan­za­ti, tut­ti que­sti pro­get­ti sono sta­ti irri­me­dia­bil­men­te respin­ti: sic­ché pos­sia­mo con­clu­de­re che nel nostro Pae­se la stra­gran­de mag­gio­ran­za del­le for­ze poli­ti­che – sia di cen­tro­de­stra che di cen­tro­si­ni­stra – è con­tra­ria all’introduzione di una simi­le impo­sta. La ragio­ne? Per­ché tut­te que­ste for­ze rap­pre­sen­ta­no gli inte­res­si di quei set­to­ri del­la bor­ghe­sia refrat­ta­ri all’introduzione di que­sta misura.

Miliar­da­ri che voglio­no paga­re più tas­se: stra­no, ma ci sono!
Esi­sto­no inve­ce altri set­to­ri del­la bor­ghe­sia inter­na­zio­na­le che han­no dato vita negli ulti­mi anni a un vero e pro­prio “movi­men­to” di miliar­da­ri – arti­co­la­to in diver­se orga­niz­za­zio­ni – i qua­li chie­do­no pub­bli­ca­men­te di esse­re tas­sa­ti di più. Que­sti super‑ricchi sosten­go­no che una redi­stri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za sia fon­da­men­ta­le per garan­ti­re la tenu­ta socia­le, finan­zia­re i ser­vi­zi pub­bli­ci e con­tra­sta­re le disu­gua­glian­ze estreme.
Negli Usa, ad esem­pio, è atti­vo “Patrio­tic Mil­lio­nai­res”, nato dall’iniziativa di un grup­po di facol­to­si ame­ri­ca­ni che ritie­ne “desta­bi­liz­zan­te” l’estrema con­cen­tra­zio­ne di ric­chez­za e pote­re negli Sta­ti Uni­ti e pro­muo­ve un’economia fon­da­ta su un siste­ma fisca­le equo, un sala­rio digni­to­so per ogni lavo­ra­to­re ame­ri­ca­no e pari acces­so al pote­re poli­ti­co, con il dichia­ra­to sco­po di «difen­de­re il capi­ta­li­smo demo­cra­ti­co dal­le minac­ce di for­ze oscu­re che cer­ca­no di sman­tel­la­re la nostra demo­cra­zia». Que­sto movi­men­to, pre­sie­du­to dall’ex ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to di Blac­kRock, Mor­ris Pearl, ha pre­sen­ta­to una pro­po­sta di leg­ge per l’equità fisca­le: una pro­po­sta defi­ni­ta, per para­dos­sa­le che sem­bri, “anti­o­li­gar­chi­ca”.
Si defi­ni­sco­no inve­ce addi­rit­tu­ra una “rete glo­ba­le” que­gli altri mul­ti­mi­lio­na­ri riu­ni­ti nell’associazione “Mil­lio­nai­res for Huma­ni­ty” che ha al cen­tro del­le pro­prie riven­di­ca­zio­ni pro­prio un’imposta patrimoniale.
In Euro­pa, poi, è atti­va l’organizzazione “Tax­Me­Now”, nata su ini­zia­ti­va di facol­to­si indi­vi­dui resi­den­ti in Pae­si di lin­gua tede­sca, che chie­do­no, oltre all’introduzione del­la patri­mo­nia­le, una più for­te impo­si­zio­ne sul­le suc­ces­sio­ni e sul­le dona­zio­ni, defi­nen­do “scan­da­lo­sa” la situa­zio­ne di pri­vi­le­gio fisca­le dei super‑ricchi in Ger­ma­nia, Austria e Svizzera.
A livel­lo sovra­na­zio­na­le, pro­prio con la pale­se inten­zio­ne di apri­re una val­vo­la di sfo­go per la pres­sio­ne socia­le accu­mu­la­ta­si a segui­to dell’impoverimento gene­ra­liz­za­to, il Fon­do Mone­ta­rio Inter­na­zio­na­le si dichia­ra da tem­po a favo­re dell’introduzione del­la patri­mo­nia­le, men­tre l’Ocse pro­po­ne che ven­ga­no tas­sa­te per­fi­no le gran­di cor­po­ra­tion del web.
Anche sin­go­lar­men­te si con­ta­no diver­si mul­ti­mi­lio­na­ri che si lamen­ta­no del­le poche tas­se paga­te al fisco: War­ren Buf­fett e Bill Gates, ad esem­pio. E così pure, fra gli altri, Abi­gail Disney, ric­ca ere­di­tie­ra del­la nota casa cine­ma­to­gra­fi­ca, che a nome di altri bene­stan­ti invo­ca i gover­ni: «Fate­ci paga­re più tas­se!».
Tra gli “ideo­lo­gi” del­la patri­mo­nia­le tro­via­mo il noto eco­no­mi­sta fran­ce­se Tho­mas Piket­ty, segui­to dai suoi col­le­ghi sta­tu­ni­ten­si Gabriel Zuc­man ed Emma­nuel Saez. Non pote­va­no man­ca­re all’appello il sena­to­re Usa, Ber­nie San­ders, che inse­rì la pro­po­sta nel suo pro­gram­ma elet­to­ra­le, e il nuo­vo ido­lo del­la sini­stra rifor­mi­sta, il sin­da­co di New York, Zoh­ran Mam­da­ni, fau­to­re del­la tas­sa­zio­ne del patri­mo­nio immo­bi­lia­re dei miliar­da­ri nel­la cit­tà da lui amministrata.
Al di là di un sem­pre pos­si­bi­le sen­ti­men­to di “giu­sti­zia socia­le”, le ragio­ni per cui costo­ro sono favo­re­vo­li a una tas­sa­zio­ne dei patri­mo­ni van­no rin­ve­nu­te in un dupli­ce ordi­ne di considerazioni.
Innan­zi­tut­to, la con­sa­pe­vo­lez­za che per inve­sti­re nel­le infra­strut­tu­re sul­le qua­li i ric­chi stes­si han­no potu­to costrui­re le pro­prie for­tu­ne – sani­tà, istru­zio­ne, stra­de, sicu­rez­za – lo Sta­to ha biso­gno di risor­se. Se non le finan­zia, il siste­ma eco­no­mi­co in cui il capi­ta­li­smo affon­da le pro­prie radi­ci ne vie­ne danneggiato.
In secon­do luo­go, per­ché essi san­no bene che un diva­rio trop­po ampio tra facol­to­si e pove­ri gene­ra ten­sio­ni socia­li, popu­li­smi e insta­bi­li­tà poli­ti­ca, che alla fine pre­giu­di­ca­no anche gli inve­sti­men­ti e le imprese.

Ci risia­mo! Anco­ra una pro­po­sta di patrimoniale
Que­sta dif­fe­ren­za di vedu­te fra diver­si set­to­ri del­la bor­ghe­sia – nel cam­po di uno dei qua­li si ritro­va, e a pro­prio agio, la sini­stra rifor­mi­sta – indu­ce a inter­ro­gar­si: ma allo­ra, l’introduzione di una patri­mo­nia­le è com­pa­ti­bi­le col siste­ma capi­ta­li­sti­co? È tran­quil­la­men­te attua­bi­le entro i limi­ti dei rap­por­ti bor­ghe­si di produzione?
La rispo­sta a que­sta doman­da è mol­to sem­pli­ce: dipende!
Un’imposta straor­di­na­ria sul patri­mo­nio è com­pa­ti­bi­le con il capi­ta­li­smo sol­tan­to quan­do que­sto ha neces­si­tà di ristrut­tu­rar­si per fare fron­te a situa­zio­ni straor­di­na­rie e vie­ne dun­que appli­ca­ta dal­la bor­ghe­sia inse­dia­ta al pote­re, nel suo stes­so inte­res­se e per con­so­li­da­re il pro­prio siste­ma di domi­na­zio­ne sociale.
In Ita­lia, attual­men­te, si con­ta­no diver­se patri­mo­nia­li: l’Imu, l’imposta di bol­lo, il bol­lo auto, il cano­ne Rai, l’imposta su imbar­ca­zio­ni e aero­mo­bi­li, la tas­sa sul­le tran­sa­zio­ni finan­zia­rie e sul­le suc­ces­sio­ni e dona­zio­ni. Però que­sti sono pre­lie­vi che in linea di mas­si­ma col­pi­sco­no la gene­ra­li­tà del­le clas­si, sia quel­le sfrut­ta­te (in par­ti­co­lar modo) che quel­le sfrut­ta­tri­ci (mol­to di meno, vista la mag­gio­re capa­ci­tà di spesa).
Ma anche quan­do sono sta­te intro­dot­te impo­si­zio­ni straor­di­na­rie che han­no col­pi­to soprat­tut­to patri­mo­ni più con­si­sten­ti – ad esem­pio, quel­la fis­sa­ta nel 1922 sui patri­mo­ni impo­ni­bi­li net­ti di alme­no £ 50.000 (equi­va­len­ti a qua­si € 59.000 attua­li)[1]; o quel­le sta­bi­li­te nel 1936, nel 1937 e nel 1938[2] – ciò è sta­to fat­to dal­lo Sta­to bor­ghe­se e nell’interesse del siste­ma capi­ta­li­sti­co. E si pen­si, ad esem­pio, anche alla patri­mo­nia­le intro­dot­ta nel 1947 per sop­pe­ri­re alla rico­stru­zio­ne del­lo Sta­to libe­ra­le dopo i vent’anni di dit­ta­tu­ra fasci­sta e la Secon­da guer­ra mon­dia­le: un’imposta che col­pi­va con un’aliquota del 61,61% i patri­mo­ni supe­rio­ri al miliar­do e mez­zo di lire dell’epoca (equi­va­len­ti a oltre tren­ta­cin­que milio­ni di euro attua­li)! Dav­ve­ro si può cre­de­re che ciò avven­ne nell’interesse del­le clas­si lavo­ra­tri­ci che vive­va­no nel­la mise­ria più nera di quel­la fase sto­ri­ca? In tem­pi più vici­ni a noi va anche ricor­da­ta la patri­mo­nia­le sui con­ti cor­ren­ti intro­dot­ta not­te­tem­po con decre­to leg­ge dal gover­no Ama­to nel 1992 per tam­po­na­re le disa­stro­se con­se­guen­ze del­la vio­len­ta sva­lu­ta­zio­ne del­la lira.
Sto­ri­ca­men­te, dun­que, il siste­ma bor­ghe­se non è in asso­lu­to refrat­ta­rio all’introduzione di patri­mo­nia­li. Ma le intro­du­ce solo quan­do ne ha neces­si­tà, e da una posi­zio­ne di for­za. In que­sto sen­so, l’imposta è fun­zio­na­le al siste­ma stes­so in ter­mi­ni di compatibilità.
Però, pos­sia­mo dire lo stes­so quan­do a pro­muo­ver­la sono le for­ze del­la sini­stra rifor­mi­sta, come nel caso del­la recen­te pro­po­sta di leg­ge di ini­zia­ti­va popo­la­re per l’introduzione di un’imposta sui gran­di patrimoni?
La rispo­sta è sem­pli­ce: No!

“Patri­mo­nia­le”: riven­di­ca­zio­ne mini­ma o misu­ra di transizione?
Per com­pren­de­re la dif­fe­ren­za, occor­re rifar­si a un po’ di teo­ria mar­xi­sta: un com­pi­to indi­ge­ri­bi­le per chi ha abban­do­na­to – se mai le abbia segui­te – le posi­zio­ni rivo­lu­zio­na­rie, e a chi, pur riven­di­can­do­le a paro­le, tro­va oggi disa­ge­vo­le navi­ga­re nel mare di quel­la teoria.
È noto che Lenin con­si­de­ra­va quel­le “mini­me” come le riven­di­ca­zio­ni che in linea di prin­ci­pio pos­so­no esse­re rag­giun­te entro i limi­ti del capi­ta­li­smo: «Il pro­gram­ma mini­mo è un pro­gram­ma com­pa­ti­bi­le in linea di prin­ci­pio con il capi­ta­li­smo, un pro­gram­ma che non tra­va­li­ca i con­fi­ni del capi­ta­li­smo»[3]. Ma la patri­mo­nia­le da ulti­mo sug­ge­ri­ta dal Comi­ta­to “1%Equo” – un rag­grup­pa­men­to infar­ci­to di per­so­na­le poli­ti­co appar­te­nen­te a ciò che resta di Rifon­da­zio­ne comu­ni­sta e infioc­chet­ta­to col soste­gno di talu­ni acca­de­mi­ci come Emi­lia­no Bran­cac­cio – può esse­re defi­ni­ta una “misu­ra minima”?
La rispo­sta è age­vo­le: poi­ché, nel­le con­di­zio­ni date, il pote­re bor­ghe­se non ha neces­si­tà di ristrut­tu­rar­si o con­so­li­dar­si attra­ver­so una simi­le misu­ra, e per que­sto la rifiu­ta, è evi­den­te che, da un pun­to di vista teo­ri­co, essa non può esse­re con­si­de­ra­ta “mini­ma”, ma si atteg­gia inve­ce come “tran­si­to­ria”, cioè di tran­si­zio­ne al socia­li­smo. E ciò, al di là del­le inten­zio­ni stes­se dei pro­po­nen­ti, i cui sco­pi nul­la han­no a che fare col socialismo.
E per­ché va con­si­de­ra­ta “tran­si­to­ria”? Per­ché rap­pre­sen­ta di fat­to un’espropriazione dei pro­fit­ti deri­van­ti dall’estorsione di plu­sva­lo­re e tra­sfor­ma­ti in ric­chez­za dai capi­ta­li­sti: una (alme­no par­zia­le) “espro­pria­zio­ne degli espro­pria­to­ri”. Non si iden­ti­fi­ca con una mera tas­sa­zio­ne, per quan­to pro­gres­si­va, di quel­la ric­chez­za (che, essa sì, sareb­be una misu­ra mini­ma, e dun­que com­pa­ti­bi­le col siste­ma)[4]. Ecco per­ché Marx ed Engels la inse­ri­ro­no nell’insieme del­le misu­re di tran­si­zio­ne pre­vi­ste nel Mani­fe­sto[5]. E in que­sto stes­so testo i due rivo­lu­zio­na­ri spie­ga­no che quel­le di tran­si­zio­ne sono «misu­re che appa­io­no eco­no­mi­ca­men­te insuf­fi­cien­ti e inso­ste­ni­bi­li, ma che nel cor­so del movi­men­to sor­pas­sa­no se stes­se». E aggiun­go­no che esse non potran­no esse­re intro­dot­te «se non per via di inter­ven­ti dispo­ti­ci nel dirit­to di pro­prie­tà e nei rap­por­ti bor­ghe­si di pro­du­zio­ne». Ma chi dovreb­be esse­re l’autore di que­sti “inter­ven­ti dispo­ti­ci”? Marx ed Engels rispon­do­no: «Il pro­le­ta­ria­to [che] si ser­vi­rà del­la sua supre­ma­zia poli­ti­ca […], orga­niz­za­to come clas­se domi­nan­te». Non cer­to, dun­que, lo Sta­to bor­ghe­se, e cioè il rap­pre­sen­tan­te isti­tu­zio­na­le di que­gli stes­si capi­ta­li­sti. La ragio­ne? Ce la spie­ga lo stes­so Marx quan­do affer­ma che le misu­re tran­si­to­rie con­te­nu­te nel Mani­fe­sto «in se stes­se sono e non pos­so­no che esse­re con­trad­dit­to­rie»[6].

Le “patri­mo­nia­li” nell’interesse del capi­ta­li­smo e quel­le impo­ste dal pro­le­ta­ria­to al potere
Già que­sto spie­ga la ragio­ne per cui la pro­po­sta del Comi­ta­to “1%Equo”, al pari di quel­le simil­men­te sug­ge­ri­te da altri, è total­men­te erro­nea dal pun­to di vista teo­ri­co. La “patri­mo­nia­le” non è, nel­le con­di­zio­ni date di supre­ma­zia del capi­ta­li­smo, una sor­ta di “impo­sta pro­gres­si­va sul­la ric­chez­za” intro­dot­ta, ad esem­pio, attra­ver­so la rimo­du­la­zio­ne del­le ali­quo­te fisca­li e che la ren­de­reb­be una misu­ra com­pa­ti­bi­le col siste­ma capi­ta­li­sti­co e per­ciò tran­quil­la­men­te attua­bi­le entro i limi­ti dei rap­por­ti bor­ghe­si di pro­du­zio­ne[7].
E ciò riman­da a un pro­ble­ma che get­ta ampia luce sul­la natu­ra dell’imposta patri­mo­nia­le così come vie­ne oggi sban­die­ra­ta con tan­ta faci­lo­ne­ria. E cioè: chi, da qua­le inte­res­se di clas­se e per qua­le inte­res­se di clas­se, va ad appli­ca­re la misu­ra pro­po­sta? Qui vie­ne in rilie­vo l’abissale dif­fe­ren­za tra l’elaborazione teo­ri­ca di Marx ed Engels da un lato – che vede­va­no nel “pro­le­ta­ria­to orga­niz­za­to come clas­se domi­nan­te”, che cioè si è già impos­ses­sa­to del pote­re poli­ti­co in uno Sta­to bor­ghe­se, il sog­get­to che “si ser­vi­rà del­la sua supre­ma­zia poli­ti­ca” per ini­zia­re a distrug­ger­lo appli­can­do “misu­re di tran­si­zio­ne al socia­li­smo” – e, dall’altro, la costru­zio­ne un po’ cial­tro­ne­sca di chi, inve­ce, per “supe­ra­re” il pro­ble­ma di “Come fare tec­ni­ca­men­te”?», rispon­de con asso­lu­ta non­cha­lan­ce: “Attra­ver­so una leg­ge!”.
È abba­stan­za chia­ro? UNA LEGGE! Cioè, si pro­po­ne di chie­de­re allo Sta­to bor­ghe­se di appli­ca­re con leg­ge una misu­ra di tran­si­zio­ne al socia­li­smo!!! In altri ter­mi­ni, che esso pre­pa­ri con un atto nor­ma­ti­vo la pro­pria stes­sa distru­zio­ne e quel­la del­la clas­se domi­nan­te dei cui inte­res­si è il rappresentante.
Qui è in discus­sio­ne un tema fon­da­men­ta­le, che può esse­re rias­sun­to in una sem­pli­ce doman­da: la “patri­mo­nia­le” la si chie­de o la si impo­ne allo Sta­to capi­ta­li­sta? Per­ché se nel­le con­di­zio­ni di domi­nio nor­ma­le del­la bor­ghe­sia sul­la socie­tà la si chie­de, ciò che potrà al mas­si­mo otte­ner­si sarà una insi­gni­fi­can­te modi­fi­ca dell’imposizione fisca­le che potreb­be mar­gi­nal­men­te inci­de­re sui capi­ta­li­sti: e ciò, sem­pre che lo Sta­to bor­ghe­se lo riten­ga con­fa­cen­te agli inte­res­si in gio­co in quel pre­ci­so momen­to sto­ri­co; e comun­que, imman­ca­bil­men­te, con una con­tro­par­ti­ta che andrà a rica­de­re sul­le spal­le del­la clas­se lavo­ra­tri­ce. In que­sto modo, non si otter­rà altro che una bana­le rifor­ma fisca­le entro i limi­ti del­la lega­li­tà bor­ghe­se: per­ché sen­za una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria in atto e con il pro­le­ta­ria­to in armi non c’è modo di impor­re una misu­ra del genere.

Rifor­me borghesi
Pen­sa­re di risol­ve­re i pro­ble­mi del­le mas­se lavo­ra­tri­ci attra­ver­so un’imposta sul­le gran­di for­tu­ne per una “distri­bu­zio­ne più equa” è «il caval­lo di bat­ta­glia di ogni bor­ghe­se radi­ca­le, l’elemento spe­ci­fi­co di tut­te le rifor­me eco­no­mi­che bor­ghe­si». Così scri­ve­va­no Marx ed Engels sul­la Neue Rhei­ni­sche Zei­tung Poli­ti­sch-öko­no­mi­sche Revue n. 4, apri­le 1850, recen­sen­do il sag­gio di Emi­le de Girar­din, “Le socia­li­sme et l’im­pôt” (Il socia­li­smo e le imposte).
Men­tre quest’autore cer­ca­va di armo­niz­za­re capi­ta­le e lavo­ro per­se­guen­do l’eliminazione del­la pover­tà per il tra­mi­te di una pro­po­sta di rifor­me fisca­li, i due rivo­lu­zio­na­ri fusti­ga­va­no inve­ce quel­le pro­po­ste che ave­va­no come obiet­ti­vo «o l’a­bo­li­zio­ne del­le impo­ste tra­di­zio­na­li che osta­co­la­no il pro­gres­so indu­stria­le, o bilan­ci sta­ta­li meno dispen­dio­si, o una distri­bu­zio­ne più equa. Quan­to più que­sto obiet­ti­vo sfug­ge alla sua por­ta­ta nel­la pra­ti­ca, tan­to più la bor­ghe­sia per­se­gue con fer­vo­re l’i­dea­le chi­me­ri­co di una distri­bu­zio­ne equa del cari­co fisca­le. I rap­por­ti distri­bu­ti­vi, che si fon­da­no diret­ta­men­te sul­la pro­du­zio­ne bor­ghe­se, ovve­ro i rap­por­ti tra sala­ri e pro­fit­ti, pro­fit­ti e inte­res­si, ren­di­te e pro­fit­ti, pos­so­no al mas­si­mo esse­re modi­fi­ca­ti in aspet­ti non essen­zia­li dal­la tas­sa­zio­ne, ma que­st’ul­ti­ma non potrà mai minac­ciar­ne i fon­da­men­ti. Ogni inda­gi­ne e discus­sio­ne sul­la tas­sa­zio­ne pre­sup­po­ne la per­si­sten­za inin­ter­rot­ta di que­sti rap­por­ti bor­ghe­si. Per­si­no l’a­bo­li­zio­ne del­le tas­se non fareb­be che acce­le­ra­re lo svi­lup­po del­la pro­prie­tà bor­ghe­se e del­le sue con­trad­di­zio­ni. […] La ridu­zio­ne del­le tas­se, la loro distri­bu­zio­ne più equa, ecc., è una bana­le rifor­ma bor­ghe­se. […] La gran­de bor­ghe­sia, che vive già in quel­lo che per essa è “il miglio­re dei mon­di pos­si­bi­li”, disprez­za natu­ral­men­te l’u­to­pia di un mon­do miglio­re».
Cer­to, si può legit­ti­ma­men­te dis­sen­ti­re da Marx ed Engels e pen­sa­re di rag­giun­ge­re il socia­li­smo attra­ver­so una patri­mo­nia­le. Ma che dire? Auguri!

La pole­mi­ca di Engels con­tro Heinzen
Per par­te nostra, pre­fe­ria­mo rifar­ci agli inse­gna­men­ti dei due rivo­lu­zio­na­ri: non per invo­car­ne “l’autorità”, ma sem­pli­ce­men­te per­ché rin­ve­nia­mo nel­le loro ope­re e nel loro lavo­ro poli­ti­co, piut­to­sto che in quel­lo di que­sti estem­po­ra­nei acca­de­mi­ci ed eclet­ti­ci ado­ra­to­ri del socia­li­smo bor­ghe­se e piccolo‑borghese, le basi di un siste­ma socialista.
Abbia­mo accen­na­to (v. nota 5) alle “impo­ste for­te­men­te pro­gres­si­ve” postu­la­te da Marx ed Engels nel Mani­fe­sto. Esse era­no arti­co­la­te nel qua­dro di un pro­gram­ma di misu­re rivo­lu­zio­na­rie che devo­no esse­re appli­ca­te da un gover­no rivo­lu­zio­na­rio. Stia­mo par­lan­do, cioè, di un pro­gram­ma rivo­lu­zio­na­rio che nel suo insie­me deve esse­re mes­so in atto da un gover­no rivo­lu­zio­na­rio inse­dia­to al pote­re. Marx ed Engels non han­no mai, in nes­su­na del­le loro cospi­cue ope­re, pro­po­sto l’applicazione di una sin­go­la (cioè, sle­ga­ta dal­le altre) misu­ra di tran­si­zio­ne al socia­li­smo[8], e men che meno in una situa­zio­ne non rivo­lu­zio­na­ria, cioè in una situa­zio­ne di domi­nio incon­tra­sta­to del­la bor­ghe­sia, con la clas­se ope­ra­ia sfi­du­cia­ta, divi­sa e sul­la difensiva.
Chia­ris­si­mo, a tal pro­po­si­to, fu Engels, il qua­le pole­miz­zò fero­ce­men­te con Hein­zen (un libe­ra­le tra­sfor­ma­to­si, come egli lo descri­ve, in un “radi­ca­le asse­ta­to di san­gue”). Hein­zen pro­po­ne­va, «in una situa­zio­ne paci­fi­ca, bor­ghe­se» – scri­ve Engels[9] – misu­re di carat­te­re tran­si­to­rio, cioè le stes­se avan­za­te dai comu­ni­sti (e che sareb­be­ro poi con­flui­te nel siste­ma di riven­di­ca­zio­ni e misu­re di tran­si­zio­ne dise­gna­to nel Mani­fe­sto), sen­za ovvia­men­te esse­re in gra­do – pro­prio per­ché tali – di «dibat­te­re […], spie­ga­re, espor­re e difen­de­re le riven­di­ca­zio­ni del par­ti­to, così come com­bat­te­re e respin­ge­re le riven­di­ca­zio­ni e le affer­ma­zio­ni del par­ti­to avver­so»: com­pi­ti, que­sti, che Engels rite­ne­va neces­sa­ri in una fase non rivo­lu­zio­na­ria. E le misu­re pro­po­ste da Hein­zen era­no sì, per il coau­to­re del Mani­fe­sto, «non solo pos­si­bi­li […], ma di fat­to […] neces­sa­rie». A con­di­zio­ne, però, argo­men­ta Engels – e qui casca l’asino! – «che tut­to il pro­le­ta­ria­to insor­to le difen­da e le impon­ga con la for­za del­le armi. […] Sono pos­si­bi­li come pas­si pre­pa­ra­to­ri, fasi tem­po­ra­nee e di tran­si­zio­ne ver­so l’abolizione del­la pro­prie­tà pri­va­ta, ma non in altro modo»[10]. Le riven­di­ca­zio­ni e misu­re tran­si­to­rie, insom­ma, «non sono dise­gna­te per una situa­zio­ne paci­fi­ca, bor­ghe­se». In que­sto caso, è la con­clu­sio­ne, chi le pro­po­ne «le con­ver­te in misu­re impos­si­bi­li e al con­tem­po rea­zio­na­rie».
E ci pia­ce nota­re di pas­sa­ta, per ter­mi­na­re su que­sto pun­to, che per­fi­no in una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria, con un ese­cu­ti­vo che era il pro­dot­to del­la Rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io, con un dop­pio pote­re in atto (il gover­no prov­vi­so­rio e i Soviet), però solo alla vigi­lia del­la pre­sa del pote­re e non già quin­di col pote­re nel­le mani, Lenin liqui­dò con que­ste paro­le una pro­po­sta di patri­mo­nia­le ana­lo­ga a quel­le tan­to in voga ai gior­ni nostri (anzi, ancor più radi­ca­le, visto che si chie­de­va una tas­sa­zio­ne del 100% sui pro­fit­ti dei capi­ta­li­sti) avan­za­ta dal socia­li­sta Sko­be­lev: «Non sol­tan­to è impos­si­bi­le appli­ca­re il pro­gram­ma di Sko­be­lev, ma, in gene­ra­le, non si pos­so­no nean­che fare pas­si di una qual­che impor­tan­za in que­sta dire­zio­ne quan­do si va a brac­cet­to con die­ci mini­stri del par­ti­to dei gran­di pro­prie­ta­ri fon­dia­ri e dei capi­ta­li­sti e ci si ser­ve di un appa­ra­to buro­cra­ti­co di fun­zio­na­ri di cui il gover­no capi­ta­li­sti­co (con la sua appen­di­ce di men­sce­vi­chi e di popu­li­sti) è costret­to a con­ten­tar­si. […] Biso­gna impa­dro­nir­si del­la cit­ta­del­la prin­ci­pa­le del capi­ta­le finan­zia­rio. Biso­gna per­ciò comin­cia­re – e comin­cia­re subi­to – dal­la mili­zia ope­ra­ia per avviar­ci con pas­so sal­do ed esper­to, pur rispet­tan­do la neces­sa­ria gra­dua­li­tà, ver­so l’istituzione di una mili­zia popo­la­re, ver­so la sosti­tu­zio­ne del­la poli­zia e dell’esercito per­ma­nen­te con l’armamento gene­ra­le del popo­lo»[11]. E cioè, anche per Lenin sen­za il pote­re ope­ra­io dife­so in armi nes­su­na misu­ra così con­ce­pi­ta può esse­re appli­ca­ta. Per­ché, ritor­nan­do a un 2026 di gran lun­ga più arre­tra­to rispet­to al mag­gio 1917, non si può chie­de­re a un gover­no bor­ghe­se di intac­ca­re i pro­fit­ti di quel­la stes­sa bor­ghe­sia che di quel gover­no è l’azionista unico.
Lenin, dun­que, con­clu­de ricor­dan­do che solo il pote­re degli ope­rai, basa­to sul­le mili­zie popo­la­ri, e dun­que sull’armamento gene­ra­le del popo­lo – con il neces­sa­rio scio­gli­men­to degli orga­ni­smi repres­si­vi del­lo Sta­to bor­ghe­se (poli­zia ed eser­ci­to) – può por­ta­re a ter­mi­ne un pro­gram­ma del gene­re, a van­tag­gio del­le clas­si subal­ter­ne[12].

L’Indi­riz­zo del Comi­ta­to cen­tra­le di Marx ed Engels
Insom­ma, come abbia­mo dif­fu­sa­men­te argo­men­ta­to nel pre­ce­den­te para­gra­fo, una “impo­sta for­te­men­te pro­gres­si­va” sul capi­ta­le ha un signi­fi­ca­to pro­gres­si­vo per la clas­se ope­ra­ia se è arti­co­la­ta all’interno di un pro­gram­ma rivo­lu­zio­na­rio (di tran­si­zio­ne al socia­li­smo) e quest’ultimo ven­ga mes­so in pra­ti­ca dal­la stes­sa clas­se ope­ra­ia. Un pro­gram­ma, cioè, come reci­ta il Mani­fe­sto, che abbia come asse cen­tra­le quel­lo di far fun­zio­na­re l’economia su basi non capi­ta­li­ste a par­ti­re dall’espropriazione dei mez­zi di pro­du­zio­ne dete­nu­ti dal­la bor­ghe­sia e dall’amministrazione e dal con­trol­lo operaio.
Nell’Indi­riz­zo del Comi­ta­to cen­tra­le alla Lega dei Comu­ni­sti (mar­zo 1850), e cioè due anni dopo il siste­ma di misu­re di tran­si­zio­ne ela­bo­ra­to nel Mani­fe­sto, Marx ed Engels for­mu­la­ro­no una tat­ti­ca tran­si­to­ria di riven­di­ca­zio­ni in cui era com­pre­sa anche quel­la per l’introduzione di una tas­sa­zio­ne tan­to pesan­te­men­te pro­gres­si­va «che il gran­de capi­ta­le ne vie­ne rovi­na­to». Però que­sto pro­gram­ma riven­di­ca­ti­vo non era rivol­to a un gover­no capi­ta­li­sta, ben­sì a un pos­si­bi­le gover­no del­la pic­co­la bor­ghe­sia radi­ca­le sor­to da una ipo­te­ti­ca rivo­lu­zio­ne: un ese­cu­ti­vo che, nel­la pre­vi­sio­ne dei due auto­ri, sareb­be sta­to «costret­to a pro­por­re misu­re più o meno socia­li­ste». In que­sto caso – e solo in que­sto caso (infat­ti, Marx ed Engels deli­nea­va­no nel loro testo tre diver­si sce­na­ri) – le mas­se arma­te e orga­niz­za­te sul­la base dell’indipendenza di clas­se[13] avreb­be­ro dovu­to avan­za­re a quel gover­no sor­to dal pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio tali riven­di­ca­zio­ni tran­si­to­rie (tra cui quel­la sul­la tas­sa­zio­ne for­te­men­te pro­gres­si­va sul capi­ta­le). Le misu­re indi­vi­dua­te nell’Indi­riz­zo era­no cioè rag­grup­pa­te in un pro­gram­ma di riven­di­ca­zio­ni che la clas­se ope­ra­ia in armi avreb­be dovu­to agi­ta­re e difen­de­re nei con­fron­ti di un gover­no piccolo‑borghese radi­ca­le in una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria (per acuir­la) e di dop­pio potere.
Insom­ma, è del tut­to evi­den­te che in nes­su­na occa­sio­ne Marx ed Engels ipo­tiz­za­ro­no l’agitazione urbi et orbi di una sin­go­la riven­di­ca­zio­ne tran­si­to­ria. Cir­co­scris­se­ro, inve­ce, l’applicazione di un pro­gram­ma di tran­si­zio­ne (cioè di un insie­me di misu­re che si lega­no le une con le altre e che «nel cor­so del movi­men­to sor­pas­sa­no se stes­se e spin­go­no in avan­ti, e sono ine­vi­ta­bi­li come mez­zi per rivo­lu­zio­na­re l’intero modo di pro­du­zio­ne») a uno sce­na­rio in cui la clas­se ope­ra­ia aves­se pre­so il pote­re e potes­se quin­di appli­ca­re quel pro­gram­ma dal pote­re[14].
Così come in nes­su­na occa­sio­ne, gio­va ripe­ter­lo, con­si­glia­ro­no ai pro­pri adep­ti di agi­ta­re riven­di­ca­zio­ni tran­si­to­rie in una situa­zio­ne paci­fi­ca, di domi­nio nor­ma­le del­la bor­ghe­sia, chie­den­do allo Sta­to bor­ghe­se di appli­ca­re misu­re di tran­si­zio­ne al socialismo.

Marx ed Engels non era­no “con­si­glie­ri” del capi­ta­le: vole­va­no distruggerlo
Ma va anco­ra aggiun­to che in nes­su­na occa­sio­ne, ben­ché duran­te la loro vita si fos­se­ro svi­lup­pa­te vio­len­te cri­si eco­no­mi­che che col­pi­ro­no gra­ve­men­te la clas­se ope­ra­ia, a Marx e ad Engels pas­sò mai per la testa di “offri­re solu­zio­ni” per com­bat­te­re i mali del capi­ta­li­smo sug­ge­ren­do allo Sta­to bor­ghe­se di usa­re la leva del­la tas­sa­zio­ne, o di for­ni­re un aiu­to eco­no­mi­co alle mas­se lavo­ra­tri­ci chie­den­do a quel­lo stes­so Sta­to di appli­ca­re impo­ste sul­le gran­di for­tu­ne e sui patri­mo­ni. Eppu­re, essi ebbe­ro modo di assi­ste­re alla cri­si del 1846‑1847 (sfo­cia­ta poi nei moti gene­ra­liz­za­ti del 1848), a quel­le del 1857 (epo­ca nel­la qua­le Marx era impe­gna­to nel­la ste­su­ra dei Grun­dris­se), del 1866 e del 1873 (quest’ultima ven­ne defi­ni­ta la “Gran­de Depres­sio­ne” e durò sva­ria­ti anni, secon­do alcu­ni stu­di fino al 1895).
Ebbe­ne in tut­te que­ste occa­sio­ni, di fron­te alla cre­scen­te mise­ria in cui le mas­se popo­la­ri veni­va­no sem­pre più sca­ra­ven­ta­te, i due rivo­lu­zio­na­ri non si sogna­ro­no mai di diven­ta­re “con­si­glie­ri” del capi­ta­li­smo for­nen­do­gli faci­li ricet­te per aiu­tar­lo ad usci­re dal­le pro­prie cri­si, ed aiu­ta­re così indi­ret­ta­men­te la clas­se ope­ra­ia. Come mai non invo­ca­ro­no una “patri­mo­nia­le sul­le gran­di for­tu­ne”? For­se era­no essi stes­si indif­fe­ren­ti alle sof­fe­ren­ze dei lavo­ra­to­ri? Oppu­re per­ché, inve­ce, sape­va­no benis­si­mo – a dif­fe­ren­za dei moder­ni teo­riz­za­to­ri di “patri­mo­nia­li” – che le cri­si sono feno­me­ni ogget­ti­vi che pro­vo­ca­no gigan­te­sche sva­lo­riz­za­zio­ni del capi­ta­le e a cui cer­ta­men­te non si può por­re rime­dio median­te l’imposizione di tas­se, sia pure “straor­di­na­rie”?
Non ci con­sta­no, insom­ma, ela­bo­ra­zio­ni teo­ri­che del mar­xi­smo in cui si sia affer­ma­ta la pos­si­bi­li­tà di soste­ne­re le neces­si­tà eco­no­mi­che del­la clas­se ope­ra­ia impo­nen­do tri­bu­ti “sul­le gran­di ric­chez­ze”. Non a caso, lo stes­so Marx nel­le “Istru­zio­ni per i dele­ga­ti del Con­si­glio Cen­tra­le Prov­vi­so­rio dell’A.I.L.” spe­ci­fi­ca­va: «Nes­su­na modi­fi­ca del­la for­ma di impo­si­zio­ne può pro­dur­re un qual­che impor­tan­te cam­bia­men­to nel­le rela­zio­ni tra lavo­ro e capi­ta­le». Ciò in quan­to quel­lo che resta sul­lo sfon­do è, appun­to, il qua­dro del­le rela­zio­ni tra lavo­ro e capi­ta­le; e qual­sia­si misu­ra che voglia seria­men­te inci­de­re su quest’ultimo a van­tag­gio del pri­mo non può che basar­si sul pote­re del­la clas­se ope­ra­ia.
Chi “esi­ge” dal­lo Sta­to bor­ghe­se l’introduzione di una “patri­mo­nia­le” sem­bra non ren­der­si con­to che per i mar­xi­sti i pro­ble­mi che il capi­ta­li­smo di per sé gene­ra per il pro­fit­to di pochi, e a dan­no del­la clas­se lavo­ra­tri­ce e del­le mas­se subal­ter­ne, non tro­va­no solu­zio­ne entro i limi­ti del­lo stes­so siste­ma capi­ta­li­sta. In que­sto sen­so, i mar­xi­sti non pro­pon­go­no ricet­te per risol­ve­re pro­ble­mi entro quei limi­ti. Il Mani­fe­sto o il Capi­ta­le non sono sta­ti scrit­ti per risol­ve­re i pro­ble­mi del­la bor­ghe­sia, ma per abbat­ter­la. “Sug­ge­ri­re solu­zio­ni” allo Sta­to bor­ghe­se signi­fi­ca diven­ta­re “con­si­glie­ri del Prin­ci­pe”; signi­fi­ca pun­tel­lar­lo; signi­fi­ca, in defi­ni­ti­va, attua­re un’evidente col­la­bo­ra­zio­ne di clas­se.

Solu­zio­ni faci­li o un com­pi­to dif­fi­ci­le (però necessario)?
In con­clu­sio­ne, l’ennesima pro­po­sta di patri­mo­nia­le, pre­sen­ta­ta con l’avallo e il sigil­lo acca­de­mi­co di diver­si cat­te­dra­ti­ci, costi­tui­sce la soli­ta “fuf­fa” che con­du­ce ine­vi­ta­bil­men­te il pro­le­ta­ria­to e le clas­si lavo­ra­tri­ci a con­fi­da­re nel­la “sal­vi­fi­ca azio­ne” del par­la­men­ta­ri­smo bor­ghe­se, nel “pote­re del popo­lo” di pro­por­re leg­gi, alla stes­sa stre­gua di quan­to un tem­po face­va­no i popo­la­ni recan­do­si al cospet­to del sovra­no col cap­pel­lo in mano per pre­sen­ta­re una supplica.
Come ben spie­ga­va Lenin a pro­po­si­to del­la patri­mo­nia­le del 100% sui pro­fit­ti dei capi­ta­li­sti sug­ge­ri­ta dal mini­stro men­sce­vi­co Sko­be­lev[15], «nei par­la­men­ti del­le repub­bli­che bor­ghe­si que­ste fra­si ser­vo­no sem­pre a ingan­na­re il popo­lo».
Riven­di­can­do in un perio­do di domi­na­zio­ne bor­ghe­se la “patri­mo­nia­le” si sca­de nel rifor­mi­smo e finan­co – è bene riba­dir­lo – nel­la col­la­bo­ra­zio­ne di clas­se: si chie­de, cioè, allo Sta­to bor­ghe­se di risol­ve­re i pro­ble­mi del pro­le­ta­ria­to attra­ver­so una “rifor­ma” del capi­ta­li­smo che pro­prio que­gli stes­si pro­ble­mi ha gene­ra­to. Agi­ta­re paro­le d’ordine che appa­io­no come “solu­zio­ni” sem­pli­ci da rea­liz­za­re rap­pre­sen­ta, appun­to, un imbro­glio. È quel­lo che Marx defi­ni­va “socia­li­smo piccolo‑borghese”[16].
Alla fine dei con­ti, biso­gna deci­der­si. Se sia­mo con­sa­pe­vo­li che entro i limi­ti del siste­ma capi­ta­li­sta non ci sono solu­zio­ni per far fron­te alle cri­si che il siste­ma stes­so pro­du­ce e che col­pi­sco­no la clas­se lavo­ra­tri­ce e le mas­se popo­la­ri, allo­ra non pos­sia­mo diven­ta­re con­si­glie­ri del­lo Sta­to bor­ghe­se, sug­ge­ren­do­gli espe­dien­ti sem­pli­ci per por­re fine a quel­le cri­si e spac­cian­do­ci per­di­più per “mar­xi­sti”. Altri­men­ti, per­ché mai Marx avreb­be dedi­ca­to la gran par­te del­la sua esi­sten­za allo stu­dio e alla cri­ti­ca dell’economia poli­ti­ca bor­ghe­se (per­lo­più viven­do nell’indigenza) con lo sco­po di rove­sciar­ne il siste­ma, quan­do inve­ce gli sareb­be basta­to indi­vi­dua­re una o due riven­di­ca­zio­ni da agi­ta­re all’indirizzo del­lo Sta­to capi­ta­li­sta (per esem­pio, la “patri­mo­nia­le”) per miglio­ra­re la con­di­zio­ne del proletariato?
Se cioè soste­nia­mo che l’unica solu­zio­ne è l’instaurazione del socia­li­smo, non ci si può chie­de­re di uti­liz­za­re Il Capi­ta­le oppu­re Il Mani­fe­sto per risol­ve­re i pro­ble­mi che il capi­ta­li­smo pro­du­ce alla clas­se lavo­ra­tri­ce “col­la­bo­ran­do” con esso per indi­vi­dua­re all’interno di que­sto stes­so siste­ma le moda­li­tà per alle­via­re le sof­fe­ren­ze del­le clas­si subalterne.
La meto­di­ca distru­zio­ne del­la coscien­za di clas­se che la bor­ghe­sia ha mes­so in atto ci impo­ne di met­te­re mano a una sua fati­co­sa e dif­fi­ci­le rico­stru­zio­ne ripar­ten­do dai fon­da­men­ti del mar­xi­smo, non ingan­nan­do le mas­se con faci­li solu­zio­ni che non fan­no altro che con­so­li­da­re il pote­re del capitalismo.

«Meno fra­si alti­so­nan­ti e un po’ più di com­pren­sio­ne del modo in cui biso­gna met­ter­si all’opera»[17]!


Note

[1] Vara­ta per far fron­te alle disa­stro­se con­se­guen­ze del­la Pri­ma guer­ra mondiale.
[2] Appro­va­ta per le esi­gen­ze indot­te dal­la guer­ra d’Africa.
[3] V.I. Lenin, “Osser­va­zio­ni a pro­po­si­to di un arti­co­lo sul mas­si­ma­li­smo”, in Ope­re, vol. 41, Edi­zio­ni Lot­ta comu­ni­sta, 2002, p. 476.
[4] Tra­la­scia­mo qui, per­ché esor­bi­ta dai limi­ti di que­sto arti­co­lo, il tema rela­ti­vo alla natu­ra del­le impo­ste, che per Marx ed Engels costi­tui­sco­no una fet­ta del plu­sva­lo­re estor­to agli ope­rai dai capi­ta­li­sti e che que­sti ulti­mi cedo­no allo Sta­to, sia diret­ta­men­te pagan­do le pro­prie tas­se, sia indi­ret­ta­men­te attra­ver­so il sala­rio dei lavo­ra­to­ri, nel qua­le con­flui­sce una par­te di quel­la stes­sa fet­ta di plu­sva­lo­re da essi river­sa­ta poi allo Sta­to come impo­ste a loro cari­co. (K. Marx, “Cri­ti­ca mora­liz­zan­te e mora­li­tà cri­ti­ca”, 1847, in Deutsche‑Brüsseler‑Zeitung nn. 86‑94). È per que­sta ragio­ne che Engels soste­ne­va che «del lavo­ro non retri­bui­to vivo­no asso­lu­ta­men­te tut­ti i mem­bri ozio­si del­la socie­tà. Da esso pro­ven­go­no le impo­ste e i con­tri­bu­ti per­ce­pi­ti dal­lo Sta­to e dai Comu­ni e che gra­va­no sul­la clas­se capi­ta­li­sta, sul­la ren­di­ta dei lati­fon­di­sti, ecc. Su di esso ripo­sa tut­to l’ordine socia­le esi­sten­te» (F. Engels, “«Il Capi­ta­le» di Marx”, 1868, in “Demo­kra­ti­schen Wochenblatt”).
[5] «Impo­sta for­te­men­te pro­gres­si­va»: K. Marx, F. Engels, Mani­fe­sto del par­ti­to comu­ni­sta, Edi­to­ri Riu­ni­ti, 1996, pp. 33‑34 (il gras­set­to è nostro).
[6] K. Marx, “Let­te­ra a Frie­drich Adol­ph Sor­ge”, 20 giu­gno 1881, in Let­te­re 1880‑1883 (mar­zo), Edi­zio­ni Lot­ta comu­ni­sta, 2008, p. 82.
[7] Si pen­si che nel 1974, quan­do fu appro­va­ta in Ita­lia la rifor­ma tri­bu­ta­ria, il siste­ma riflet­te­va un prin­ci­pio di pro­gres­si­vi­tà mol­to accen­tua­to, strut­tu­ra­to in ben 32 sca­glio­ni di red­di­to e che par­ti­va da una tas­sa­zio­ne del 10% per i red­di­ti più bas­si fino a giun­ge­re ad un’aliquota del 72% per quel­li più alti. Con que­sto siste­ma i lavo­ra­to­ri e il ceto medio veni­va­no sal­va­guar­da­ti rispet­to ai “Pape­ro­ni”. Oggi, con la ridu­zio­ne del­le ali­quo­te a soli tre sca­glio­ni, un red­di­to di € 50.000,01 vie­ne tas­sa­to con la stes­sa ali­quo­ta del 43% appli­ca­ta a chi per­ce­pi­sce un red­di­to – per esem­pio – di un milio­ne (o due, tre, quat­tro, e così via) di euro. Ovvia­men­te, la modi­fi­ca del siste­ma di ali­quo­te non è cer­ta­men­te sta­ta pen­sa­ta per favo­ri­re i red­di­ti bassi!
[8] Anzi, nel­la “Let­te­ra a Sor­ge” di cui alla nota 6, Marx spie­ga­va bene che una misu­ra tran­si­to­ria, pre­sa iso­la­ta dal suo con­te­sto di un pro­gram­ma tran­si­to­rio, costi­tui­va «la pana­cea socia­li­sta degli eco­no­mi­sti bor­ghe­si».
[9] F. Engels, The Com­mu­nists and Karl Hein­zen, 26 settembre‑3 otto­bre 1847, Deutsche‑Brüsseler‑Zeitung, nn. 79 e 80.
[10] E che la que­stio­ne del­la pre­via pre­sa del pote­re del pro­le­ta­ria­to per poter met­te­re in atto un siste­ma di misu­re tran­si­to­rie sia una que­stio­ne cen­tra­le per Engels nel­lo scrit­to che stia­mo com­men­tan­do, vie­ne con­fer­ma­to dal pas­sag­gio in cui il rivo­lu­zio­na­rio le defi­ni­sce come “misu­re di salu­te pub­bli­ca”, cioè prov­ve­di­men­ti che si attua­no dal pote­re e con la for­za del­le armi.
[11] V.I. Lenin, “Cata­stro­fe ine­vi­ta­bi­le e pro­mes­se smi­su­ra­te” (pub­bli­ca­to sul­la Pra­v­da il 16‑17 mag­gio 1917), in Ope­re, cit., vol. 24, pp. 435 e ss.
[12] E infat­ti, sol­tan­to il 20 otto­bre (2 novem­bre) 1918 – e quin­di un anno dopo la pre­sa del pote­re! – il gover­no bol­sce­vi­co deci­se di impor­re, dal pote­re, una vera patri­mo­nia­le di die­ci miliar­di di rubli sul­le clas­si pos­si­den­ti (“Decre­to sull’imposta uni­ca e straor­di­na­ria rivo­lu­zio­na­ria”, in R. Labry, Une légi­sla­tion com­mu­ni­ste. Recueil des lois, decre­ts, arrê­tés prin­ci­paux du gou­ver­ne­ment bol­ché­vi­ste, Payot & C., 1920, pp. 560 e ss.).
[13] «[…] Gli ope­rai devo­no esse­re arma­ti e orga­niz­za­ti. L’intero pro­le­ta­ria­to deve esse­re arma­to subi­to di moschet­ti, fuci­li, can­no­ni e muni­zio­ni […]; gli ope­rai devo­no cer­ca­re di orga­niz­zar­si auto­no­ma­men­te come guar­dia pro­le­ta­ria, con capi elet­ti e con il pro­prio sta­to mag­gio­re elet­to; devo­no cer­ca­re di met­ter­si non agli ordi­ni dell’autorità sta­ta­le ma dei con­si­gli loca­li rivo­lu­zio­na­ri isti­tui­ti dai lavo­ra­to­ri. Lad­do­ve i lavo­ra­to­ri sono impie­ga­ti del­lo Sta­to, devo­no armar­si e orga­niz­zar­si in cor­pi spe­cia­li con diri­gen­ti elet­ti, o come par­te del­la guar­dia pro­le­ta­ria. Con nes­sun pre­te­sto si dovreb­be­ro cede­re armi e muni­zio­ni; qual­sia­si ten­ta­ti­vo di disar­ma­re i lavo­ra­to­ri deve esse­re fru­stra­to, con la for­za se neces­sa­rio».
[14] È lo stes­so meto­do uti­liz­za­to da Lenin nel testo “La cata­stro­fe immi­nen­te e come lot­ta­re con­tro di essa”, in Ope­re, cit., vol. 25, pp. 305 e ss. In que­sto scrit­to, Lenin arti­co­la un pro­gram­ma di misu­re di tran­si­zio­ne al socia­li­smo che non ven­go­no affat­to “indi­riz­za­te” al gover­no prov­vi­so­rio sor­to dal­la Rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io sot­to for­ma di “riven­di­ca­zio­ni”. Al con­tra­rio, costi­tui­sco­no un siste­ma com­ples­si­vo per attua­re il qua­le «occor­re una dit­ta­tu­ra rivo­lu­zio­na­ria del­la demo­cra­zia, diret­ta dal par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio; la demo­cra­zia deve cioè diven­ta­re di fat­to rivo­lu­zio­na­ria» (ivi, p. 338): in altri ter­mi­ni, deve pri­ma rea­liz­zar­si «la con­qui­sta del pote­re da par­te del pro­le­ta­ria­to, con il par­ti­to bol­sce­vi­co alla testa […]» (ivi, p. 335).
[15] V.I. Lenin, “Cata­stro­fe ine­vi­ta­bi­le e pro­mes­se smi­su­ra­te”, cit. In que­sto testo, Lenin dileg­gia­va la pro­po­sta di Sko­be­lev, soste­nen­do che essa era “eccel­len­te” ed era addi­rit­tu­ra più radi­ca­le del­le pro­po­ste “gra­dua­li” dei bol­sce­vi­chi, i qua­li si sareb­be­ro accon­ten­ta­ti di «una tas­sa­zio­ne pro­gres­si­va più equa sui red­di­ti e sul patri­mo­nio». E iro­ni­ca­men­te con­clu­de­va: «Il nostro par­ti­to è più mode­ra­to di Sko­be­lev»!
[16] «[…] Il capi­ta­le sopraf­fà [la clas­se dei pic­co­li bor­ghe­si] con la con­cen­tra­zio­ne, ed essa recla­ma impo­ste pro­gres­si­ve, limi­ta­zio­ni del dirit­to ere­di­ta­rio […]. Essa sogna la rea­liz­za­zio­ne paci­fi­ca del suo socia­li­smo […]. Così i pic­co­li bor­ghe­si diven­ta­no eclet­ti­ci, ossia segua­ci […] del socia­li­smo dot­tri­na­rio, che […] fan­ta­sti­ca di eli­mi­na­re la lot­ta rivo­lu­zio­na­ria del­le clas­si e le sue neces­si­tà median­te pic­co­li arti­fi­ci o gran­di sen­ti­men­ta­li­smi; […] non fa che idea­liz­za­re la socie­tà attua­le, ne acco­glie un’immagine senz’ombra e vuo­le attua­re il pro­prio idea­le con­tro la real­tà di essa» (K. Marx, “Le lot­te di clas­se in Fran­cia dal 1848 al 1850”, Marx‑Engels Col­lec­ted Works, vol. 10, pp. 126‑127).
[17] V.I. Lenin, “Cata­stro­fe ine­vi­ta­bi­le e pro­mes­se smi­su­ra­te”, cit., p. 436.