Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica internazionale: Europa

L’Islanda ha fatto bene a dire “No” all’UE

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Scric­chio­la l’Unione europea.
Per quan­to pic­co­la sia, la cre­pa aper­ta dal roton­do NO espres­so dagli elet­to­ri islan­de­si all’ipotesi di un ingres­so dell’isola nell’Unione a pie­no tito­lo (dato che ad oggi essa fa par­te solo del­lo Spa­zio eco­no­mi­co comu­ne e non dell’istituzione poli­ti­ca) rap­pre­sen­ta un col­po note­vo­le per la cric­ca tec­no­cra­ti­ca di Bruxelles.
Solo pochi gior­ni dopo, quel­la cre­pa si è ulte­rior­men­te allar­ga­ta con l’esito del voto nel­la regio­ne tede­sca del­la Sassonia‑Anhalt, che ha visto il par­ti­to popu­li­sta e anti­eu­ro­pei­sta Alter­na­ti­ve für Deu­tschland trion­fa­re a spe­se del­le for­ze di gover­no che sosten­go­no a livel­lo cen­tra­le l’esecutivo Merz.
La cri­si dell’Ue, insom­ma, si esten­de, e aumen­ta nel­la per­ce­zio­ne del­le mas­se del Vec­chio Con­ti­nen­te il rifiu­to di isti­tu­zio­ni viste come nemi­che del­le aspi­ra­zio­ni popo­la­ri: quel­la che si dipa­na sot­to i nostri occhi è, dun­que, una cri­si poli­ti­ca che mina lo stes­so pro­get­to di inte­gra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca euro­pea. Ma, sia chia­ro: l’Unione euro­pea – così come il capi­ta­li­smo – non mori­rà di mor­te natu­ra­le. Dovrà esse­re un even­to ester­no a favo­ri­re que­sto pro­ces­so, appro­fit­tan­do degli ele­men­ti del­la cri­si che la avvi­lup­pa. E se i lavo­ra­to­ri non sfrut­te­ran­no ogni occa­sio­ne favo­re­vo­le, reste­ran­no anch’essi schiac­cia­ti dal­le con­vul­sio­ni in cui le bor­ghe­sie euro­pee si dibat­to­no per cer­ca­re di sal­va­re la pro­pria “crea­tu­ra” e se stesse.
Le poli­ti­che adot­ta­te dall’Ue, soprat­tut­to a par­ti­re dal­la guer­ra in Ucrai­na, han­no ampli­fi­ca­to le con­trad­di­zio­ni inter­ne al capi­ta­le euro­peo evi­den­zian­do un chia­ro sin­to­mo dell’attuale debo­lez­za del­le bor­ghe­sie con­ti­nen­ta­li nel­le loro varie articolazioni.
Ora, occor­re con­si­de­ra­re che, in gene­ra­le, il momen­to del­la cri­si – che al con­tem­po si svi­lup­pa anche inter­na­zio­nal­men­te gene­ran­do dispu­te inter­ca­pi­ta­li­sti­che e inte­rim­pe­ria­li­ste – è quel­lo di mag­gio­re vul­ne­ra­bi­li­tà del capi­ta­li­smo, dal momen­to che, per uscir­ne, la bor­ghe­sia ha come uni­ca ricet­ta un aumen­to del­lo sfrut­ta­men­to del pro­le­ta­ria­to: una misu­ra che può auspi­ca­bil­men­te far cre­sce­re l’intensità del­la lot­ta di clas­se. Ma se que­sto non acca­de e il capi­ta­le rie­sce a sca­ri­ca­re i costi del­la cri­si sul­le clas­si subal­ter­ne, il siste­ma gua­da­gna tem­po per ristrutturarsi.
È impen­sa­bi­le, per chi si pro­fes­sa rivo­lu­zio­na­rio, non appro­fit­ta­re di tut­te le con­trad­di­zio­ni inter­ne al capi­ta­le sen­za ten­ta­re di acuir­le. Non a caso, Lenin ave­va appro­pria­ta­men­te scrit­to: «Si può vin­ce­re un nemi­co più poten­te sol­tan­to con la mas­si­ma ten­sio­ne del­le for­ze e all’immancabile con­di­zio­ne di uti­liz­za­re nel modo più dili­gen­te, accu­ra­to, cau­to e abi­le ogni ben­ché mini­ma “incri­na­tu­ra” tra i nemi­ci, ogni con­tra­sto di inte­res­si tra la bor­ghe­sia dei diver­si Pae­si, tra i vari grup­pi e le varie spe­cie di bor­ghe­sia all’interno di ogni sin­go­lo Pae­se […]. Chi non ha capi­to que­sto non ha capi­to un’acca del mar­xi­smo».
In que­sto sen­so, la bus­so­la per la clas­se ope­ra­ia e le mas­se subal­ter­ne deve esse­re la costru­zio­ne di un pro­get­to poli­ti­co basa­to sull’indipendenza di clas­se e la pie­na auto­no­mia dal­lo Sta­to e dai suoi gover­ni: un pro­get­to poli­ti­co che appro­fit­ti di quel­le “incri­na­tu­re” e con­trad­di­zio­ni insi­nuan­do­vi­si e ampli­fi­can­do­le, per met­te­re in discus­sio­ne da subi­to il dise­gno di sopraf­fa­zio­ne che le bor­ghe­sie con­ti­nen­ta­li stan­no appli­can­do attra­ver­so quel­la mac­chi­na da guer­ra anti­o­pe­ra­ia che è l’Unione euro­pea. In que­sta fase il prin­ci­pa­le obiet­ti­vo dei lavo­ra­to­ri deve esse­re appun­to la distru­zio­ne dell’Unione euro­pea così come è sta­ta con­ce­pi­ta dal­le bor­ghe­sie con­ti­nen­ta­li e transatlantiche.
Quell’«evento ester­no» a cui pri­ma abbia­mo fat­to cen­no, insom­ma, risie­de pro­prio nel­le mani del pro­le­ta­ria­to; e, nel cro­gio­lo del­le dram­ma­ti­che ten­sio­ni esi­sten­ti, da esso deve esse­re pro­vo­ca­to pun­tan­do all’obiettivo più gene­ra­le dell’abbattimento del capi­ta­li­smo e del­la costru­zio­ne di un siste­ma socialista.
Non si trat­ta, ovvia­men­te, di un pro­ces­so a tap­pe, ma inve­ce di un pro­ces­so “tra­scre­scen­te”: la Rivoluzione.
In que­sto sen­so, l’articolo di Tho­mas Fazi sul refe­ren­dum tenu­to­si pochi gior­ni fa in Islan­da, pub­bli­ca­to sul sito Nach­Denk­Sei­ten e che pre­sen­tia­mo tra­dot­to in ita­lia­no ai nostri let­to­ri, get­ta una luce impor­tan­te sul­la natu­ra dell’Unione euro­pea e con­sen­te di apri­re un’ampia discus­sio­ne su come il pro­le­ta­ria­to di tut­ti i Pae­si del con­ti­nen­te inten­da appron­ta­re i mez­zi per una bat­ta­glia fron­ta­le e uni­ta­ria con­tro le pro­prie bor­ghe­sie e le sue istituzioni.

L’Islanda ha fatto bene a dire “No” all’UE


Tho­mas Fazi [*]

 

Se l’adesione all’UE era già una cat­ti­va idea ven­ti o trent’anni fa, oggi lo è in misu­ra infi­ni­ta­men­te mag­gio­re. Per­ché l’UE del 2026 non è nem­me­no più l’UE del 2008. La mac­chi­na oli­gar­chi­ca del bloc­co – la poli­ti­ca di auste­ri­tà, la tec­no­cra­zia, il disprez­zo per la demo­cra­zia – si è tra­sfor­ma­ta in qual­co­sa di ben più mostruo­so: in una mac­chi­na da guer­ra pie­na­men­te sviluppata.


Saba­to [29 ago­sto 2026: N.d.R.] gli islan­de­si han­no respin­to la pro­po­sta del loro gover­no di ripren­de­re i nego­zia­ti di ade­sio­ne all’Unione euro­pea: il 52,8% ha vota­to con­tro, il 47,2% a favo­re, con un’affluenza alle urne dell’82,5%. Più di quat­tro islan­de­si su cin­que si sono reca­ti alle urne per rispon­de­re a una doman­da a cui la mag­gior par­te degli elet­to­ri euro­pei non ha mai potu­to rispon­de­re. Il gover­no, e que­sto va a suo meri­to, ha dichia­ra­to che rispet­te­rà il risul­ta­to. Si trat­ta di un’ot­ti­ma noti­zia per l’Islanda. In effet­ti, il Pae­se stes­so ha già for­ni­to in pas­sa­to argo­men­ti con­tro l’UE più con­vin­cen­ti di quan­to qual­sia­si arti­co­lo potreb­be mai fare.
Quan­do nel 2008 scop­piò la cri­si finan­zia­ria, l’Islanda fu col­pi­ta più dura­men­te di qua­si qual­sia­si altro Pae­se euro­peo. Il 90% del suo siste­ma ban­ca­rio crol­lò. Eppu­re si ripre­se più rapi­da­men­te e meglio rispet­to a qual­sia­si altro Pae­se. Per­ché? Per­ché pos­se­de­va qual­co­sa a cui i Pae­si dell’eurozona ave­va­no rinun­cia­to: la sovranità.
L’Islanda ha potu­to lascia­re che la pro­pria valu­ta si ade­guas­se; ha potu­to lasciar fal­li­re le pro­prie ban­che, inve­ce di esse­re costret­ta dal­la BCE a sal­var­le a spe­se dei pro­pri cit­ta­di­ni; ha potu­to impor­re con­trol­li sui capi­ta­li di pro­pria ini­zia­ti­va e revo­car­li secon­do i pro­pri tem­pi, cosa che ha fat­to com­ple­ta­men­te solo nel 2017. E ha potu­to chie­de­re alla pro­pria popo­la­zio­ne cosa voles­se: per due vol­te, nei “refe­ren­dum su Ice­sa­ve” del 2010 e del 2011, gli islan­de­si si sono rifiu­ta­ti di far­si cari­co dei debi­ti pri­va­ti di ban­chie­ri falliti.
Con­fron­ta­te que­sto con la Gre­cia, l’Irlanda, il Por­to­gal­lo o il mio stes­so Pae­se, l’Italia: Pae­si che, intrap­po­la­ti nell’euro, han­no sof­fer­to per anni a cau­sa di misu­re di auste­ri­tà dra­co­nia­ne, disoc­cu­pa­zio­ne di mas­sa e deva­sta­zio­ne socia­le, impo­ste da tec­no­cra­ti non elet­ti a Bru­xel­les e Fran­co­for­te. L’Islanda ha supe­ra­to bene la cri­si pro­prio per­ché, in ter­mi­ni rela­ti­vi, era un Pae­se mol­to più libe­ro. Que­sta è sta­ta la lezio­ne del 2008, e oggi è più vali­da che mai.
L’argomento cen­tra­le del­la fazio­ne del “Sì” – e di ogni com­men­ta­to­re filoeu­ro­peo che ora sostie­ne che il risul­ta­to sia un erro­re – era che la scel­ta pro­po­sta fos­se illu­so­ria. L’Islanda fa già par­te del­lo Spa­zio eco­no­mi­co euro­peo (SEE), un accor­do di cui fa par­te insie­me alla Nor­ve­gia e al Lie­ch­ten­stein e che esten­de il mer­ca­to inter­no dell’UE a tre Sta­ti che non sono mem­bri dell’Unione. Di con­se­guen­za, secon­do l’argomentazione del “Sì”, l’Islanda appli­ca già gran par­te del­la legi­sla­zio­ne dell’UE sen­za poter ave­re voce in capi­to­lo nel­la sua ela­bo­ra­zio­ne. La ver­sio­ne più dif­fu­sa di que­sta affer­ma­zio­ne duran­te la cam­pa­gna elet­to­ra­le for­ni­va dati con­cre­ti: dal 1994 sono sta­ti rece­pi­ti in Islan­da qua­si 9.000 atti giu­ri­di­ci dell’UE, ovve­ro il 75% del qua­dro nor­ma­ti­vo dell’Unione, con l’esclusione solo dei set­to­ri dell’agricoltura, del­la pesca, del­le doga­ne e dell’euro. L’adesione aggiun­ge­reb­be sem­pli­ce­men­te il dirit­to di voto. Per­ché rifiu­ta­re un posto a un tavo­lo a cui si è già seduti?
A un esa­me più atten­to, tut­ta­via, que­sta argo­men­ta­zio­ne non reg­ge. Nel 2012 il gover­no nor­ve­ge­se ha pub­bli­ca­to un rap­por­to di 900 pagi­ne che face­va il pun­to sui suoi rap­por­ti con Bru­xel­les, e le sue con­clu­sio­ni sono signi­fi­ca­ti­ve poi­ché la Nor­ve­gia, in quan­to mem­bro del SEE ma al di fuo­ri dell’UE, si tro­va esat­ta­men­te nel­la stes­sa posi­zio­ne dell’Islanda. Nel­la sua sin­te­si, il rap­por­to giun­ge­va alla con­clu­sio­ne che la Nor­ve­gia aves­se rece­pi­to cir­ca tre quar­ti del­la nor­ma­ti­va dell’UE. Lo stes­so rap­por­to spie­ga tut­ta­via che, seb­be­ne la Nor­ve­gia abbia rece­pi­to cir­ca il 70% del­le diret­ti­ve dell’UE, ha rece­pi­to solo il 17% dei suoi rego­la­men­ti. I rego­la­men­ti sono nume­ri­ca­men­te mol­to più fre­quen­ti del­le diret­ti­ve. Se si com­bi­na­no entram­be le cate­go­rie, la per­cen­tua­le scen­de a poco meno del 30%. Ciò cor­ri­spon­de all’incirca alle aspet­ta­ti­ve: dei cir­ca 23.000 atti giu­ri­di­ci dell’UE attual­men­te in vigo­re, cir­ca 5.000 sono appli­ca­bi­li negli Sta­ti del SEE.
E ciò che rima­ne fuo­ri da tut­to que­sto non è cer­to una que­stio­ne di det­ta­gli tec­ni­ci. La Poli­ti­ca comu­ne del­la pesca non si appli­ca all’Islanda, che sta­bi­li­sce auto­no­ma­men­te le pro­prie quo­te di pesca nel­le pro­prie acque ter­ri­to­ria­li: pro­prio la que­stio­ne al cen­tro del­la cam­pa­gna. Allo stes­so modo non si appli­ca la Poli­ti­ca Agri­co­la Comu­ne (PAC), e l’Islanda man­tie­ne dazi agri­co­li che sono tra i più alti al mon­do: una que­stio­ne tutt’altro che secon­da­ria per l’agricoltura a lati­tu­di­ni così ele­va­te. Il Pae­se è fuo­ri dall’unione doga­na­le e dal­la poli­ti­ca com­mer­cia­le comu­ne e nego­zia quin­di i pro­pri accor­di com­mer­cia­li, tra cui uno con la Cina che nes­su­no Sta­to mem­bro dell’UE potreb­be firmare.
Ma for­se l’aspetto più impor­tan­te è che il siste­ma fisca­le, la poli­ti­ca mone­ta­ria e la valu­ta riman­go­no sot­to il con­trol­lo islan­de­se, così come la Ban­ca cen­tra­le che gesti­sce que­sti settori.
In mate­ria di poli­ti­ca este­ra e di sicu­rez­za, l’Islanda si alli­nea alle posi­zio­ni dell’UE se lo desi­de­ra, ma non è obbli­ga­ta a far­lo. E poi c’è l’architettura giu­ri­di­ca stes­sa, in cui risie­de la vera dif­fe­ren­za. Gli Sta­ti del SEE non sono sog­get­ti alla Cor­te di giu­sti­zia euro­pea (CGE); essi sono sog­get­ti alla Cor­te dell’EFTA, i cui pare­ri han­no for­mal­men­te carat­te­re con­sul­ti­vo per i tri­bu­na­li nazio­na­li e non sono vin­co­lan­ti. Il dirit­to dell’UE non ha in Islan­da la stes­sa pre­mi­nen­za e lo stes­so effet­to diret­to che ha in uno Sta­to mem­bro. E ai sen­si dell’articolo 102 dell’Accordo SEE, gli Sta­ti dell’EFTA con­ser­va­no il dirit­to for­ma­le di rifiu­ta­re l’adozione di un nuo­vo atto legi­sla­ti­vo: una scel­ta poli­ti­ca­men­te one­ro­sa, rara­men­te uti­liz­za­ta, ma rea­le e giu­ri­di­ca­men­te non dispo­ni­bi­le per nes­sun Pae­se mem­bro dell’Unione Europea.
Quin­di no: l’Islanda non rispet­ta anco­ra tut­te le rego­le. Rispet­ta le nor­me del mer­ca­to inter­no, alla cui osser­van­za si è impe­gna­ta, e ha man­te­nu­to tut­to il resto. Per­tan­to, l’argomento secon­do cui “ave­te già le rego­le, quin­di pote­te anche par­te­ci­pa­re alle deci­sio­ni” crol­la a un esa­me più atten­to. Agli islan­de­si non è sta­to offer­to il dirit­to di voto. Sono sta­ti loro offer­ti sei seg­gi su 720 al Par­la­men­to euro­peo e un voto su 28 in seno al Con­si­glio: in cam­bio del­la loro pesca, del­la loro agri­col­tu­ra, del­la loro poli­ti­ca com­mer­cia­le e – poi­ché nes­su­no Sta­to che ha ade­ri­to dopo il Trat­ta­to di Maa­stri­cht bene­fi­cia del­la dero­ga del­la Dani­mar­ca – di un impe­gno di prin­ci­pio ad adot­ta­re l’euro. La Sve­zia ha dimo­stra­to che tale obbli­go può esse­re rin­via­to più o meno a tem­po inde­ter­mi­na­to, ma un rin­vio a tem­po inde­ter­mi­na­to con la tol­le­ran­za del­le isti­tu­zio­ni non equi­va­le a un dirit­to di veto.
In cam­bio, l’Islanda avreb­be (for­se) otte­nu­to impor­ta­zio­ni leg­ger­men­te più con­ve­nien­ti e un po’ più di turi­smo, ma sareb­be al con­tem­po diven­ta­ta un con­tri­buen­te net­to al bilan­cio dell’UE.
Il pro­ble­ma più pro­fon­do dell’argomentazione pro‑UE, tut­ta­via, con­si­ste nel fat­to che essa trat­ta l’Unione euro­pea come se fos­se poco più di un accor­do com­mer­cia­le di vaste dimen­sio­ni, un insie­me di nor­me tec­ni­che sull’etichettatura del­la mar­mel­la­ta e sul­le dimen­sio­ni del­la frut­ta, al qua­le l’adesione aggiun­ge­reb­be sem­pli­ce­men­te un voto. Ma l’UE non è un insie­me di nor­me: è inve­ce una mega­mac­chi­na poli­ti­ca, isti­tu­zio­na­le e ideo­lo­gi­ca, e il suo pote­re sugli Sta­ti mem­bri va ben oltre la per­cen­tua­le di diret­ti­ve rece­pi­te. I Pae­si che ade­ri­sco­no all’UE adot­ta­no di fat­to una “Costi­tu­zio­ne eco­no­mi­ca” che li vin­co­la a un qua­dro neo­li­be­ri­sta che nes­sun voto demo­cra­ti­co può annul­la­re e che le isti­tu­zio­ni dell’UE impon­go­no sen­za scrupoli.
Ciò risul­ta par­ti­co­lar­men­te evi­den­te nei pae­si dell’Eurozona. Nel novem­bre 2010, in una let­te­ra pri­va­ta indi­riz­za­ta al mini­stro del­le Finan­ze irlan­de­se, il pre­si­den­te del­la Ban­ca cen­tra­le euro­pea minac­ciò di ridur­re la liqui­di­tà di emer­gen­za desti­na­ta alle ban­che irlan­de­si qua­lo­ra il gover­no non si fos­se sot­to­po­sto a un pro­gram­ma di sal­va­tag­gio. Nell’agosto 2011 la BCE scris­se al pri­mo mini­stro ita­lia­no, illu­stran­do in det­ta­glio qua­li leg­gi sul mer­ca­to del lavo­ro e sul­le pen­sio­ni il suo gover­no doves­se appro­va­re, e nel giro di tre mesi quel gover­no era sta­to desti­tui­to e sosti­tui­to da un gover­no di tecnocrati.
Nel giu­gno 2015, quan­do la Gre­cia era alle soglie di un refe­ren­dum sul­le con­di­zio­ni del pro­prio pro­gram­ma di auste­ri­tà, la BCE limi­tò la liqui­di­tà di emer­gen­za e chiu­se il siste­ma ban­ca­rio gre­co per tut­ta la dura­ta del­la cam­pa­gna. I gre­ci vota­ro­no comun­que “No” con il 61% dei voti, eppu­re il gover­no attuò a dispet­to del­l’e­si­to refe­ren­da­rio una nuo­va onda­ta di misu­re di auste­ri­tà det­ta­te dall’UE.
Ma anche gli Sta­ti mem­bri che han­no man­te­nu­to la pro­pria mone­ta pos­so­no esse­re mes­si al loro posto attra­ver­so vari mez­zi di pres­sio­ne. Sot­to i pre­ce­den­ti gover­ni nazional‑conservatori in Polo­nia e Unghe­ria, la Com­mis­sio­ne ha trat­te­nu­to ingen­ti som­me desti­na­te a entram­bi i Pae­si: cir­ca 137 miliar­di di euro nel caso del­la Polo­nia e cir­ca 32 miliar­di di euro nel caso dell’Ungheria, pari in entram­bi i casi a cir­ca un sesto del PIL nazio­na­le. Si trat­ta­va di fon­di pro­ve­nien­ti sia dal bilan­cio ordi­na­rio che dal fon­do di rico­stru­zio­ne “Next Gene­ra­tion EU”, pre­su­mi­bil­men­te per moti­vi lega­ti allo Sta­to di diritto.
L’opposizione in entram­bi i Pae­si ha poi uti­liz­za­to pro­prio que­sto effet­to leva come un tema del­la cam­pa­gna elet­to­ra­le: vota­te­ci e i fon­di saran­no sbloc­ca­ti. In entram­bi i casi ha fun­zio­na­to come pro­mes­so. Quan­do le ele­zio­ni in Polo­nia nell’ottobre 2023 han­no por­ta­to al pote­re la coa­li­zio­ne filoeu­ro­pea di Donald Tusk, i fon­di sono sta­ti sbloc­ca­ti nel giro di pochi mesi. E quan­do, nell’aprile di quest’anno, gli unghe­re­si han­no vota­to con­tro Vik­tor Orbán, Ursu­la von der Leyen ha accol­to con favo­re il risul­ta­to affer­man­do che l’Ungheria ave­va scel­to l’Europa, e la Com­mis­sio­ne si è imme­dia­ta­men­te atti­va­ta per sbloc­ca­re i fon­di desti­na­ti al nuo­vo gover­no gui­da­to da Péter Magyar.
Il dena­ro non era l’unico stru­men­to uti­liz­za­to. Entram­bi i Pae­si sono sta­ti inol­tre ber­sa­glio dell’apparato pro­pa­gan­di­sti­co dell’UE, in par­ti­co­la­re del pro­gram­ma CERV (Citi­zens, Equa­li­ty, Rights and Values), attra­ver­so il qua­le, dopo il 2021, sono sta­ti ero­ga­ti cir­ca 40 milio­ni di euro a cia­scu­no di essi: a ONG, think tank e Comu­ni per la pro­mo­zio­ne dei “valo­ri dell’UE” e, in una serie di casi, per misu­re vol­te diret­ta­men­te a mina­re il gover­no in cari­ca. È legit­ti­mo sup­por­re che entram­bi gli stru­men­ti abbia­no pro­ba­bil­men­te avu­to un ruo­lo nel “cam­bio di regi­me” avve­nu­to in que­sti Pae­si, cosa che è sta­ta addi­rit­tu­ra ammes­sa aper­ta­men­te da alcu­ni degli atto­ri loca­li coinvolti.
Que­sto dimo­stra chia­ra­men­te che, se l’adesione all’UE era già una cat­ti­va idea ven­ti o trent’anni fa, oggi lo è in misu­ra infi­ni­ta­men­te mag­gio­re. Infat­ti, l’UE del 2026 non è nem­me­no più l’UE del 2008. La mac­chi­na oli­gar­chi­ca del bloc­co – la poli­ti­ca di auste­ri­tà, la tec­no­cra­zia, il disprez­zo per la demo­cra­zia – si è tra­sfor­ma­ta in qual­co­sa di ben più mostruo­so: in una mac­chi­na da guer­ra a tut­ti gli effet­ti. L’UE ha avvia­to un pro­gram­ma di arma­men­ti da 800 miliar­di di euro deno­mi­na­to “ReArm Euro­pe”, che è sta­to poi fret­to­lo­sa­men­te ribat­tez­za­to “Rea­di­ness 2030″, oltre agli impe­gni nazio­na­li con­cor­da­ti al ver­ti­ce NATO dell’Aia di aumen­ta­re la spe­sa mili­ta­re al 5% del PIL. Man­fred Weber, capo­grup­po del grup­po più nume­ro­so del Par­la­men­to euro­peo, par­la aper­ta­men­te di oltre sei tri­lio­ni di euro di spe­se mili­ta­ri euro­pee nel pros­si­mo decen­nio e insi­ste sul fat­to che que­sto poten­zia­men­to deb­ba esse­re san­ci­to per iscrit­to affin­ché – come egli stes­so affer­ma – nes­sun futu­ro gover­no pos­sa revocarlo.
E chi paghe­rà tut­to que­sto? Dopo che per vent’anni ci è sta­to det­to che non c’erano sol­di per ospe­da­li, scuo­le e pen­sio­ni e che le pre­sta­zio­ni socia­li dove­va­no esse­re taglia­te in nome del­la “soste­ni­bi­li­tà di bilan­cio”, i sol­di sono mira­co­lo­sa­men­te spun­ta­ti, ma solo per mis­si­li, dro­ni e muni­zio­ni. Il Finan­cial Times ha det­to ad alta voce ciò che tut­ti pen­sa­va­no ma non osa­va­no dire: l’Europa deve ridi­men­sio­na­re il pro­prio sta­to socia­le per costrui­re uno sta­to di guerra.
Si potreb­be obiet­ta­re che l’Islanda fa già par­te del­la NATO e che, in ogni caso, non può sfug­gi­re a que­sto desti­no. Ma que­sta è una visio­ne trop­po sem­pli­ci­sti­ca, e la stes­sa Islan­da la smen­ti­sce. Il Pae­se è mem­bro dell’Alleanza dal 1949 e con­ti­nua a non dispor­re di un eser­ci­to per­ma­nen­te: sono pas­sa­ti 77 anni dall’adesione, ma non esi­ste un solo sol­da­to islan­de­se. La NATO non dispo­ne pra­ti­ca­men­te di mez­zi per costrin­ge­re effet­ti­va­men­te un Pae­se a segui­re il pro­prio dik­tat. L’adesione all’UE è tut­ta un’altra cosa. Signi­fi­ca cede­re il pie­no con­trol­lo del­la pro­pria eco­no­mia a quel­la che è diven­ta­ta di fat­to il brac­cio poli­ti­co del­la NATO: un brac­cio che non esi­te­rà a ricor­re­re a qual­sia­si mez­zo a sua dispo­si­zio­ne per alli­nea­re gli Sta­ti mem­bri alla stra­te­gia UE‑NATO.
Il poten­zia­men­to mili­ta­re dell’UE vie­ne giu­sti­fi­ca­to come mez­zo per difen­der­si da una pre­sun­ta “minac­cia rus­sa”, per la qua­le non esi­sto­no pro­ve atten­di­bi­li, come ha ammes­so lo stes­so coman­dan­te in capo sta­tu­ni­ten­se del­la NATO: una minac­cia inven­ta­ta, la cui vera fun­zio­ne non è la dife­sa, ben­sì la repressione.
Per­ché que­sto è il rove­scio del­la meda­glia di tale mili­ta­riz­za­zio­ne: la repres­sio­ne all’interno del pro­prio Pae­se. Una socie­tà mobi­li­ta­ta per la guer­ra non può tol­le­ra­re opi­nio­ni diver­gen­ti, e l’UE non fin­ge nem­me­no più che non sia così. Ha ini­zia­to a san­zio­na­re i pro­pri cit­ta­di­ni – gior­na­li­sti e ana­li­sti come Hüsey­in Doğ­ru e Jac­ques Baud – a con­ge­lar­ne i con­ti ban­ca­ri, a impor­re loro divie­ti di viag­gio e a distrug­ge­re le loro fon­ti di sosten­ta­men­to, sen­za accu­se, sen­za pro­ces­so e sen­za che un tri­bu­na­le abbia mai deci­so in meri­to[1].
Puni­zio­ni per decre­to buro­cra­ti­co: per il rea­to di aver cri­ti­ca­to la poli­ti­ca UE‑NATO.A ciò si aggiun­go­no il divie­to dei media rus­si, l’apparato di cen­su­ra del Digi­tal Ser­vi­ces Act (DSA), le pro­po­ste di scan­sio­na­re ogni mes­sag­gio pri­va­to sul con­ti­nen­te nell’ambito del “Chat Con­trol”, l’ingerenza siste­ma­ti­ca del­le isti­tu­zio­ni dell’UE nel­le ele­zio­ni nazio­na­li, il vero e pro­prio annul­la­men­to del­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Roma­nia nel 2024, non­ché il per­se­gui­men­to pena­le dei poli­ti­ci dell’opposizione dal­la Fran­cia alla Germania.
Met­ten­do insie­me que­sti ele­men­ti, emer­ge l’immagine di un bloc­co che non è in guer­ra solo con la Rus­sia, ma innan­zi­tut­to con il pro­prio popolo.
E il pun­to cru­cia­le è che nul­la di tut­to ciò è una coin­ci­den­za, e nul­la di tut­to ciò rap­pre­sen­ta la “dege­ne­ra­zio­ne” di un pro­get­to un tem­po nobi­le. Que­sto pro­get­to è sta­to con­ce­pi­to fin dall’inizio per iso­la­re il pote­re dal­la demo­cra­zia, al fine di col­lo­ca­re le deci­sio­ni impor­tan­ti fuo­ri dal­la por­ta­ta degli elet­to­ri nazio­na­li. Oggi ciò inclu­de per­si­no la deci­sio­ne sul­la guer­ra e sul­la pace.
Duran­te tut­ta la cam­pa­gna elet­to­ra­le è sta­to det­to all’Islanda che una nazio­ne con 400.000 abi­tan­ti non può fare affi­da­men­to solo su se stes­sa in un mon­do osti­le; che in un’epoca di riva­li­tà per l’Artico e di impre­ve­di­bi­li­tà ame­ri­ca­na, solo la pro­te­zio­ne del bloc­co è di ausi­lio. È degno di nota quan­to poco i soste­ni­to­ri dell’UE par­li­no ormai di pro­spe­ri­tà e quan­to inve­ce par­li­no di paura.
Eppu­re, se guar­dia­mo al mon­do che ci cir­con­da, non è la sovra­ni­tà nazio­na­le ad appa­ri­re supe­ra­ta, ben­sì l’UE e la sua con­ce­zio­ne di un impe­ro sovra­na­zio­na­le. I Pae­si che stan­no bene sono quel­li che col­la­bo­ra­no nell’ambito di accor­di fles­si­bi­li e rispet­to­si del­la sovra­ni­tà: i Pae­si BRICS, l’ASEAN e, in que­sto con­te­sto, anche la stes­sa EFTA: par­te­na­ria­ti tra nazio­ni libe­re, non impe­ri. L’Islanda ha dimo­stra­to per tre decen­ni che un pic­co­lo Pae­se può ave­re pie­no acces­so al mer­ca­to euro­peo e allo stes­so tem­po man­te­ne­re il con­trol­lo sul­la pesca, sull’agricoltura, sul­la valu­ta, sul­la poli­ti­ca com­mer­cia­le e sul pote­re decisionale.
C’è un’altra cosa che ha con­ser­va­to, e saba­to ne è sta­ta data pro­va: la capa­ci­tà di esse­re inter­pel­la­ta e di vede­re rispet­ta­ta la pro­pria rispo­sta. Ai gre­ci è sta­to chie­sto il pare­re nel 2015 e la loro rispo­sta è sta­ta accan­to­na­ta nel giro di una set­ti­ma­na. Saba­to è sta­to chie­sto il pare­re agli islan­de­si e il loro gover­no ha accet­ta­to il risultato.
Ecco l’intera argo­men­ta­zio­ne in una sola fra­se. Nel 2008 l’Islanda ha mostra­to all’Europa qua­le fos­se la stra­da giu­sta da segui­re. Lo ha appe­na fat­to anco­ra una volta.


(Tra­du­zio­ne di Stel­la Becker)


Note
[1] Su que­sta vicen­da riman­dia­mo all’articolo “L’ostracismo del XXI seco­lo”, pub­bli­ca­to su que­sto stes­so sito (N.d.R.).


[*] Tho­mas Fazi è gior­na­li­sta, scrit­to­re e tra­dut­to­re di orien­ta­men­to socia­li­sta. Pub­bli­ca rego­lar­men­te su UnHerd e Com­pact. Vive a Roma.