Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica internazionale - Europa

“Geringonça”? No: governo di collaborazione di classe!

Catarina Martins, portavoce del Bloco de Esquerda, firma l’accordo di governo con il premier António Costa

Nel novembre 2015, dopo le elezioni politiche, il Portogallo ha visto formarsi un nuovo governo. Si tratta, in realtà, di un esecutivo di minoranza guidato dal socialista António Costa, con l’appoggio esterno del Partito comunista portoghese, dei Verdi e del Bloco de Esquerda, un partito nato dalla confluenza di diversi partiti di sinistra, tra cui un’organizzazione che si richiama al trotskismo e facente capo al Segretariato Unificato della Quarta Internazionale.
I discreti risultati dell’economia e alcune misure, che sono state dipinte come una inversione delle politiche di austerità imposte dalla Troika, hanno fatto parlare di “modello portoghese”, entusiasmando la sinistra riformista internazionale dopo il miserevole fallimento dell’esperienza di governo di Syriza in Grecia. In realtà, a dispetto dei proclami di questi riformisti, orfani ormai di autentici riferimenti di classe, «in Portogallo c’è una sinistra che funziona (perché fa quello che dice l’Ue)», come efficacemente sintetizzato persino da un giornale italiano di destra, Il Foglio.
L’anomala alleanza tra un partito del centro liberale, come i socialisti di Costa, con un partito della più rigida ortodossia stalinista (il Pcp) e un altro che ha al suo interno addirittura una tendenza che fa riferimento al trotskismo (il Bloco), viene gergalmente definita in Portogallo “geringonça”, che può tradursi in italiano con “accozzaglia”. Noi preferiamo invece, grazie agli strumenti che il marxismo ci ha fornito per l’analisi della realtà, definirla “governo di collaborazione di classe”. E cioè un governo che, in virtù dell’appoggio dei partiti che hanno un’influenza nella classe lavoratrice, persegue non già gli interessi storici di questa, bensì quelli della classe ad essa contrapposta: quella dei capitalisti.
Senza volere scendere all’esame dettagliato delle politiche messe in campo dall’esecutivo di Costa, basti qui solo considerare che il combattivo sciopero a tempo indeterminato, indetto lo scorso mese di agosto dagli addetti al trasporto di sostanze pericolose per ottenere miglioramenti salariali e delle condizioni di lavoro, è stato stroncato dal governo con un provvedimento d’urgenza che ha decretato la “requisição civil”, cioè una sorta di precettazione con la previsione di una pena di due anni di carcere.
Era, o no, questa una ragione sufficiente per i partiti della sinistra portoghese per togliere l’appoggio a un esecutivo che ha tutelato gli interessi della società privata di trasporto, a scapito di quelli di dipendenti che lavorano per 15 ore al giorno per un salario di 700 euro? Evidentemente, non lo era né per il Pcp, né per il Bloco: il cui più autorevole dirigente, Francisco Louçã, non si è fatto scrupolo di dichiarare senza mezzi termini che quello da lui sostenuto «non è un governo di sinistra», ma che il Bloco persegue attraverso di esso «l’obiettivo … della conquista dell’egemonia sociale». E cioè – chiosiamo noi – l’eterna riproposizione della fallimentare politica dei riformisti al traino della borghesia.
Presentiamo, dunque, l’analisi che Rolando Astarita fa del c.d. “modello portoghese”, dal punto di vista dell’economia.
Buona lettura.
La redazione

Portogallo, il modello “progressista‑socialista”


Rolando Astarita [*]

 

Il Portogallo è diventato, di questi tempi, il modello raccomandato da gran parte del progressismo di sinistra e dal Frente de Todos[1]. Così, Kicillof[2] ha affermato che «Il Portogallo rappresenta una via d’uscita con crescita»; Cristina Kirchner ha fatto appello a rinegoziare con il Fmi “alla portoghese”; e Alberto Fernández si è incontrato col premier del Paese lusitano, Antonio Costa, «per capire dalla sua propria voce come si è sviluppata l’esperienza portoghese: essere molto cauti con i conti pubblici e incrementare il consumo».
Allo scopo di inquadrare l’argomento, ricordiamo che nel novembre del 2015 il socialista Antonio Costa fu nominato primo ministro sulla base di un accordo parlamentare del Partito socialista con il Bloco de Esquerda, il Partito comunista e i Verdi. L’obiettivo dichiarato era “porre fine all’austerità per riattivare l’economia”. Il governo del Partito socialista restaurò allora la settimana lavorativa di 35 ore per gli impiegati pubblici aumentandone gli stipendi; frenò le privatizzazioni del trasporto e recuperò il controllo delle linee aeree statali; elevò il salario minimo e le pensioni; aumentò il prelievo fiscale sulle grandi fortune e incentivò gli aiuti alle piccole e medie imprese. Poiché durante i quasi quattro anni del governo Costa l’economia è cresciuta, il “modello portoghese” viene da molti ritenuto la dimostrazione palpabile che è possibile una soluzione alla crisi capitalistica attraverso la redistribuzione progressista delle entrate e senza penalizzare la classe lavoratrice. Perciò l’esperienza portoghese è citata come un “modello da imitare” da parte del kirchnerismo, da stalinisti vari e da partiti socialisti e organizzazioni della sinistra, come ad esempio il Psoe e Podemos in Spagna. Il miracolo progressista portoghese, d’altra parte, è stato molto utile per dissimulare la disastrosa amministrazione di Syriza in Grecia (fino a pochi anni fa Syriza era il modello da imitare, raccomandato dai Kicillof nostrani, i Pablo Iglesias e il loro codazzo di araldi del riformismo borghese).
Vista la popolarità di cui godeva il modello di governo a guida Partito socialista portoghese nel campo della sinistra riformista, nel luglio del 2017 scrissi una nota, nella quale ho cercato di dimostrare che in Portogallo la ripresa economica era già in atto prima che Costa andasse al governo; e che le misure adottate dal suo esecutivo erano concessioni molto parziali, che non invertivano il processo di arretramento delle forze del lavoro durante la crisi. In questo articolo mi propongo di ampliare l’argomento attualizzando i dati. Questo testo si inscrive nel filone dei diversi scritti (molti dei quali provenienti da esponenti di sinistra) pubblicati negli ultimi giorni, che anch’essi mostrano che la ripresa dell’economia portoghese ha avuto come contropartita il peggioramento della situazione della classe lavoratrice e dei settori popolari rispetto al periodo che ha preceduto la crisi

Crisi e ripresa debole …
In linea con quanto evidenziato nel 2017, segnalo innanzitutto che la ripresa dell’economia era iniziata prima dell’insediamento del governo socialista. E che è una ripresa debole, come si evince dalla seguente tabella.

Di fatto, tra il 2015 e il 2019 (per quest’ultimo anno si tratta di una stima), il Pil è cresciuto in media di un magro 1,73% annuale. D’altro canto, il rapporto Investimenti/Pil – una variabile chiave quando si tratta di valutare la dinamica dell’accumulazione – si è mantenuta al di sotto del livello precedente alla crisi: tra il 2013 e il 2018 è stato in media del 15,5%, contro il 22% nel 2008‑2009.

… sostenuta dalla diminuzione dei salari
Inoltre, la ripresa si è prodotta dopo un crollo dei salari e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della popolazione in generale. Quest’aggiustamento si è approfondito a partire dall’accordo, nel maggio del 2011, tra il governo portoghese e la Troika (Fmi, Bce e Commissione europea): in cambio di un prestito di 78 miliardi di euro, il Portogallo ha applicato un programma che comprendeva, tra le altre misure, il congelamento dei salari, la riduzione degli stipendi degli statali, la riforma delle leggi sul lavoro e diverse privatizzazioni. Un risanamento che si è imposto nel contesto di un’elevata disoccupazione, che avrebbe raggiunto il suo apice del 16,4% nel 2013.
L’adeguamento è andato di pari passo con la caduta dei salari reali. Secondo l’Oil[3] (si veda il report “Lavoro dignitoso in Portogallo 2008‑2018. Dalla crisi alla ripresa”, Oil, 2018), i salari reali hanno visto, tra il 2008 e il 2018, la seguente evoluzione.

Si può osservare che, tra il 2014 e il 2017, i salari reali hanno recuperato ben poco del terreno perso a causa della crisi, e che la ripresa è iniziata dopo che l’economia ha toccato il fondo, nel 2012‑2013. Inoltre, si tenga presente che i salari portoghesi sono inferiori alla media europea.
La prossima tabella mostra la variazione della composizione dei salari per ora lavorata in percentuale (fonte Ocse). La cosa importante, qui, è vedere come la ripresa era già in atto quando la compensazione oraria era al suo punto più basso, nel 2014.

Inoltre, con la crisi si è approfondita la caduta della partecipazione dei salari al reddito nazionale. In particolare, perché a partire dal 2010 i salari si sono sganciati dagli aumenti della produttività. Il risultato è che, mentre negli anni 90 la partecipazione era approssimativamente del 60%, nel 2015 è stata solo de 52%.

Riforme del lavoro favorevoli al capitale …
Nell’articolo del 2017 ho segnalato che con la riforma del lavoro, introdotta dal governo conservatore, «sono diminuite le indennità di licenziamento e si è agevolato il licenziamento per inadeguatezza o per estinzione del posto di lavoro; è stata ridotta alla metà l’indennità per lo straordinario; è stato diminuita la durata dell’assegno per la cassa integrazione, da tre anni e un mese a due anni e due mesi. Sono anche stati eliminati i tre giorni di ferie che alcune imprese concedevano ai lavoratori che non cumulavano assenze durante l’anno; sono state soppresse quattro festività; ed è stata creata un monte di 150 ore di lavoro extra a disposizione dell’impresa, che può decidere in che giorni lavorare. Questa riforma è entrata in vigore nonostante la resistenza dei lavoratori e lo sciopero generale indetto dalla Confederazione Generale dei Lavoratori portoghesi il 24 marzo 2012».

… che non sono state annullate
Come abbiamo anticipato, il governo socialista ha adottato provvedimenti che hanno rappresentato miglioramenti per i lavoratori. In cambio, però, essi hanno dato spazio al governo per non mettere in discussione in alcun modo la precarizzazione delle condizioni di lavoro e la perdita di posizioni rispetto al capitale sperimentata durante la crisi. In altri termini: dopo che il capitale ha fatto 100 passi in avanti, è possibile retrocedere di 10 o 20 per assicurare gli altri 80 di progressi e proclamare, ancora, che “stiamo governando nell’interesse dei lavoratori”. Una meccanica abbastanza comune quando si esce da una crisi della profondità sperimentata dal Portogallo.
Perciò non dovrebbe stupire che il governo socialista non abbia abrogato la riforma del lavoro imposta dalla Troika e dal Partito socialdemocratico. Ha ridotto a due anni la durata dei contratti di lavoro e a 180 giorni i contratti in prova, ma non ha corretto il calcolo delle indennità di licenziamento, che è stato il fondamento della riforma della Troika. Per questa ragione la riforma proposta dal Partito socialista ha avuto il via libera del padronato e della destra, e il voto contrario del Partito comunista, dei Versi e del Bloco de Esquerda. Analogamente, i socialisti hanno votato in parlamento, insieme alla destra, contro la proposta dei comunisti, del Bloco e dei Verdi di ripristinare il pagamento degli straordinari per il lavoro nei giorni festivi.
Il risultato è stato che, per diverse strade, si è consolidato il lavoro precario. Secondo il rapporto citato dell’Oil, «il livello di impiego precario nel 2017 era esattamente lo stesso del 2018. Il livello di impiego precario involontario rimaneva anch’esso stabile». Il lavoro inquadrato in contratti temporanei rappresentava il 37% del lavoro totale nel 2000; ha raggiunto un picco del 66% nel 2015 e nel 2017 era sceso ad appena il 63%.
Uno dei settori che più ha visto aumentare questo tipo d’impiego è stato il turismo, che, significativamente, è stato il motore della ripresa. Segnala un critico: «Il lavoro in questi settori è precario, mal pagato e presenta un’alta rotazione di lavoratori. Fra il 2013 e il 2017 sono stati firmati 3,8 milioni di nuovi contratti di lavoro, di cui 2,6 milioni hanno avuto termine nello stesso periodo. Approssimativamente, solo un terzo di questi nuovi contratti è a tempo indeterminato, mentre i restanti due terzi sono atipici (lavoro attraverso agenzie interinali) o a tempo determinato. Perfino con il salario minimo più elevato questi lavori offrono salari molto al di sotto della media nazionale. Secondo l’Osservatorio delle Crisi e delle Alternative, il salario medio mensile dei nuovi contratti a tempo indeterminato è diminuito da 961 euro della metà del 2014 a 837 euro alla fine del 2017» (N. Teles, “The Portuguese Illusion”).
Parallelamente, sono diminuiti i lavoratori interessati dalla contrattazione collettiva. Nel 2008 erano 1,9 milioni, quasi il 49% di tutti i salariati. Nel 2013 questo numero è crollato fino a 241.000, il 7% del totale. Da allora c’è stata una ripresa, fino a 821.000 (20,8% del totale) nel 2017: ma ancora molto al di sotto del livello precedente alla crisi (Oil). Un altro dato rivelatore della situazione è che è aumentata la durata settimanale media del lavoro, passata da 38,8 ore nel 2010 a 39,5 ore nel 2018 (“Portogallo in numeri, 2018”, Istituto nazionale di statistica).

Lavoratori statali
Con l’applicazione del piano del 2011 sono diminuiti gli stipendi degli statali, perché ci sono stati tagli sia dell’impiego che degli stipendi. Secondo il Fmi, i tagli nel 2011 sono stati fra il 3 e il 10% per gli stipendi che superavano i 1.500 euro (rapporto Oil). Nel 2012 sono stati sospesi i pagamenti delle tredicesime e delle quattordicesime. Nel 2013 sono state assunte misure aggiuntive per diminuire la spesa pubblica. Il rapporto Oil del 2013 segnalava che l’introduzione del programma di aggiustamento ha coinciso con le maggiori cadute dell’impiego e del Pil mai registrate. Nel 2014 ci sono state ulteriori tagli fra il 2,5 e il 12% per gli stipendi che superavano i 600 euro. È anche stata congelata la progressione di carriera nei ranghi dello Stato come misura di contenimento degli stipendi. Questi tagli sono stati in seguito ritirati. Secondo l’Oil, nel punto più acuto della crisi il Portogallo aveva ridotto la spesa pubblica in attività economiche, istruzione e sanità per il 7% circa del Pil. Il deficit è passato dal 3,8% a un picco del 11,2% del Pil nel 2010, poi al 7,2% nel 2014 e al 1,1% nel 2018.
L’impegno del governo Costa nel contenimento della spesa pubblica al prezzo di tagli ai diritti dei lavoratori continua inalterato fino ad oggi. Perciò si è rifiutato di sostenere un progetto di legge del Partito comunista, del Bloco e dei Verdi, che puntava al recupero integrale del periodo di servizio degli insegnanti. Congelato tra il 2011 e il 2017, questo periodo è essenziale per la progressione di carriera. L’argomento utilizzato dai socialisti per respingere questo progetto è che ciò avrebbe comportato un aumento della spesa pubblica pari a 800 milioni di euro all’anno.

Ripresa attraverso aumenti di salari e consumi?
Secondo la ricetta del riformismo borghese, è possibile uscire dalla crisi capitalista aumentando i salari e redistribuendo i profitti a vantaggio dei lavoratori e dei settori popolari. In tal modo, i consumi trascinerebbero gli investimenti. Le tesi “catastrofiste” del marxismo (il capitalismo esce dalle crisi peggiorando le condizioni di vita dei lavoratori) non valgono, e il caso portoghese ne rappresenterebbe la dimostrazione.

Da sinistra: il premier socialista, António Costa; la portavoce del Bloco, Catarina Martins; e il segretario del Pcp, Jerónimo de Sousa

Ma abbiamo visto che: a) i salari reali hanno toccato il punto più basso nel 2014, e hanno continuato al di sotto del livello pre‑crisi quando la ripresa già era in atto; b) la partecipazione dei salari alle entrate era minore, nel 2015, rispetto a prima della crisi. La realtà, allora, è che la ripresa dell’economia portoghese non è stata trascinata dai consumi che sarebbero stati promossi dal governo socialista. La spesa in consumi finali delle famiglie nel 2010 rappresentava il 63,9% del Pil; nel 2018 la partecipazione era scesa al 63% (“Portogallo in numeri, 2018”, cit.). Il che è naturale, dato che c’è stato indebitamento delle famiglie. Né la ripresa è stata indotta dalla spesa in consumi della pubblica amministrazione, che è passata dal 20,7% del Pil nel 2010 al 17,3% del 2018 (ibidem).
Perciò non è possibile sostenere che la ripresa economica si è prodotta a partire dall’iniezione di potere d’acquisto nei lavoratori salariati. Contro ciò che pretende il riformismo borghese, il superamento delle crisi capitalistiche avviene sempre secondo la logica del capitale. Logica che, imposta dal potere della proprietà privata dei mezzi di produzione, si sintetizza nell’esigenza oggettiva della restaurazione delle condizioni di redditività degli affari. Queste condizioni implicano, naturalmente, la stabilità macroeconomica: controllo del deficit statale e delle partite correnti, nonché stabilità della moneta. E riguardo a quest’ultimo aspetto, non è un fattore trascurabile il fatto che il Portogallo sia rimasto nell’eurozona […].

Asse nel turismo e investimento immobiliare
I principali motori della ripresa non si rinvengono nei consumi, bensì nel turismo, nell’investimento estero e nell’investimento nelle costruzioni e nella proprietà immobiliare. In quattro anni, il turismo è passato dal 13 al 17% del Pil. È stato inoltre decisivo per il saldo con l’estero: mentre il saldo dei beni, fra il 2016 e il 2019, è stato deficitario (media annuale del 6,7% del Pil), il saldo dei beni e servizi si è mantenuto positivo intorno al 1,3% di media annuale (dati Fmi). La partecipazione dell’investimento estero nella formazione del capitale fisso lordo, da parte sua, è passata dal 8,6% del 2014 al 20% del 2017. Si sono registrati anche entrate di flussi di denaro destinati a investimenti immobiliari. Ricordiamo che dal 2012 è concesso il diritto a vivere in Portogallo a chiunque acquisisca una proprietà stimata in almeno 500.000 euro (e anche a chi investa capitali). La Banca del Portogallo segnala una sopravvalutazione delle proprietà immobiliari legata al picco turistico e agli investimenti dei non residenti: tra la fine del 2013 e la prima metà del 2018 i prezzi delle proprietà residenziali sono cresciuti, approssimativamente, del 29% (“Financial Stability Report”, dicembre 2018, Banco de Portugal).
Naturalmente, la ripresa basata sul turismo e sugli investimenti nelle costruzioni si riflette sui cambiamenti nelle partecipazioni dei settori nel valore aggiunto lordo: il settore dei servizi ha elevato la sua partecipazione dal 66,4% del 1995 al 75,3%. Le costruzioni, nello stesso periodo, l’ha incrementata dal 4 al 6,5%. Al contrario, i settori dell’industria, dell’energia, dell’acqua e servizi igienici hanno visto diminuire la loro partecipazione dal 21,6% del 1995 al 18,5% del 2018 (“Portogallo in numeri, 2018”, cit.). È sorprendente il fatto che questo modello venga rivendicato da un progressismo che non solo si considera “distribuzionista”, ma anche fortemente “industrialista”.

Inflazione creditizia e indebitamento
L’incremento dell’attività immobiliare – insieme all’aumento dei prezzi e ad un clima di bassi tassi d’interesse – ha dato luogo all’aumento del credito bancario e all’indebitamento. Come risultato, al termine della prima metà del 2018 le banche portoghesi erano altamente esposte agli attivi immobiliari, che rappresentavano il 38,9% del totale degli attivi. Questa esposizione era perlopiù indiretta, in particolare attraverso proprietà immobiliari usate come collaterale nel mercato ipotecario, che rappresenta il 28% del totale degli attivi di tutte le banche portoghesi.
Un’altra componente dell’esposizione è il credito concesso a imprese di costruzione e di affari immobiliari, che rappresenta il 5% degli attivi totali. Inoltre, il volume dei non performing loans (Npl)[4] associati alle costruzioni e al settore immobiliare è proporzionalmente maggiore rispetto ad altri settori: circa il 40% dei Npl del settore aziendale non finanziario riguarda imprese di costruzione e di attività immobiliari. Benché la crescita della domanda di proprietà immobiliare abbia aiutato a migliorare i bilanci delle banche – permettendo loro di disfarsi di proprietà immobiliari appostate in bilancio che erano state ricevute in pagamento – data l’alta esposizione del sistema bancario nei confronti del mercato immobiliare residenziale, un aggiustamento improvviso dei prezzi potrebbe rappresentare un significativo rischio per il settore (“Financial Stability Report”, cit.).
Da ultimo, voglio sottolineare che la ripresa del Portogallo è andata di pari passo con un alto livello di indebitamento. Il debito dello Stato come percentuale de Pil è passato dal 71,7% del 2008 a un massimo del 130,6% del 2014, e a metà del 2018 si collocava al 124,9% del Pil. Il debito estero, nella prima metà del 2018, rappresentava il 92,7% del Pil (“Financial Stability Report”, cit.).
In conclusione, è difficile comprendere in che cosa consista il “miracolo progressista‑di sinistra” per quel che riguarda la ripresa dell’economia portoghese.

 

[*] Rolando Astarita è uno studioso marxista di economia. Insegna all’Università di Quilmes e di Buenos Aires, in Argentina.

 

(Traduzione di Ernesto Russo)


Note (tutte le note sono della redazione)

[1] Il Frente de Todos è la coalizione politica argentina composta da settori peronisti, radicali, nazionalisti e socialisteggianti, capeggiata da Alberto Fernández e da Cristina Kirchner, in testa ai sondaggi per le prossime elezioni presidenziali del 27 ottobre dopo aver vinto le recenti elezioni primarie.
[2] Axel Kicillof è un economista, già ministro delle Finanze durante la precedente presidenza di Cristina Kirchner. È attualmente un deputato.
[3] Organizzazione internazionale del Lavoro.
[4] Crediti in sofferenza.

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