Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Rivoluzione russa del 1917

Prima del febbraio

La fol­la dei mani­fe­stan­ti davan­ti al Palaz­zo di Tau­ri­de a San Pie­tro­bur­go

Come ave­va­mo anti­ci­pa­to, ini­zia­mo, con l’articolo che pre­sen­tia­mo oggi, la pub­bli­ca­zio­ne in ita­lia­no dei lavo­ri pre­vi­sti nel pia­no edi­to­ria­le del­la rivi­sta Jaco­bin Maga­zi­ne per com­me­mo­ra­re il cen­te­na­rio del­la rivo­lu­zio­ne rus­sa dell’ottobre 1917.
In que­sto testo, Todd Chre­tien ana­liz­za la dina­mi­ca ascen­den­te del movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio rus­so pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io.
Buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne del Blog

Prima del febbraio

La rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io scop­piò cen­to anni fa e spaz­zò via una monar­chia san­gui­na­ria

Todd Chre­tien

 

«Noi vec­chi non vedre­mo for­se le bat­ta­glie deci­si­ve dell’imminente rivo­lu­zio­ne», avver­ti­va Lenin in un rap­por­to per un grup­po di gio­va­ni sviz­ze­ri in occa­sio­ne del dodi­ce­si­mo anni­ver­sa­rio del­la rivo­lu­zio­ne scon­fit­ta del 1905. La giu­stap­po­si­zio­ne del­le sue osser­va­zio­ni e la cadu­ta, solo sei set­ti­ma­ne dopo, del­lo Zar Nico­la II creò le con­di­zio­ni per la clas­si­ca bat­tu­ta del movi­men­to mar­xi­sta: “non attar­dar­ti nel­la pro­te­sta, per­ché la rivo­lu­zio­ne può ini­zia­re!”.

Ma il suo testo ren­de chia­ro che, a quel tem­po, Lenin era con­sa­pe­vo­le che la situa­zio­ne poli­ti­ca nel­la sua madre­pa­tria sareb­be potu­ta esplo­de­re in qual­sia­si momen­to. Per tre­cen­to anni, la dina­stia dei Roma­nov ave­va gover­na­to la Rus­sia – a quell’epoca un impe­ro gigan­te­sco in cui i rus­so­fo­ni era­no una mino­ran­za – con il pugno di fer­ro.

Lun­gi dal vivac­chia­re nell’isolamento, gli zar pose­ro il loro sigil­lo rea­zio­na­rio sull’Europa occi­den­ta­le, for­nen­do gran­di eser­ci­ti con­ta­di­ni per soste­ne­re la monar­chia e la rea­zio­ne con­tro i movi­men­ti demo­cra­ti­ci e nazio­na­li­sti dal­la rivo­lu­zio­ne fran­ce­se del 1789 in poi. I Roma­nov riu­sci­ro­no per­si­no a gua­da­gna­re il pri­mo posto nel­la lista dei nemi­ci mor­ta­li nell’inci­pit del Mani­fe­sto Comu­ni­sta. Eppu­re, agli albo­ri del XX seco­lo quell’impero ven­ne scos­so alle fon­da­men­ta.

Nel­la sua Sto­ria del­la Rivo­lu­zio­ne rus­sa, León Tro­tsky spie­ga la vola­ti­li­tà del­la socie­tà rus­sa, sot­to­li­nean­do che lo svi­lup­po eco­no­mi­co glo­ba­le si pro­du­ce neces­sa­ria­men­te ad un rit­mo dise­gua­le. Il tro­no di Nico­la II pog­gia­va su una miria­de di ter­ri­to­ri e popo­li – un pic­co­lo esem­pio di ciò lo ritro­via­mo nel suo tito­lo uffi­cia­le: “Impe­ra­to­re e auto­cra­te di tut­te le Rus­sie, Mosca, Kiev, Vla­di­mir, Nov­go­rod, zar di Kazan, zar di Astra­kan, zar di Polo­nia, zar del­la Sibe­ria … e gran­du­ca di Smo­len­sk, Litua­nia … e via dicen­do”.

In pri­mo luo­go, ciò che è più impor­tan­te, lo zar era il più gran­de pro­prie­ta­rio ter­rie­ro nel­la clas­se dei baro­ni del­la ter­ra che era­no soprav­vis­su­ti ai loro omo­lo­ghi feu­da­li dell’Europa occi­den­ta­le per un seco­lo o più – la ser­vi­tù fu abo­li­ta solo nel 1861. Que­sta clas­se di tren­ta­mi­la ari­sto­cra­ti­ci pos­se­de­va cir­ca 765 milio­ni di chi­lo­me­tri qua­dra­ti (le pro­prie­tà ave­va­no una dimen­sio­ne media di 21,85 chi­lo­me­tri qua­dra­ti), cioè una quan­ti­tà di ter­ra mag­gio­re di quel­la che pote­va­no ave­re, tut­ti insie­me, cin­quan­ta milio­ni di con­ta­di­ni pove­ri o medi.

Già que­sti dati rap­pre­sen­ta­va­no di per sé un foco­la­io per la rivol­ta agra­ria pron­to ad esplo­de­re, ma costi­tui­va­no anche la dimo­stra­zio­ne del cre­scen­te diva­rio tra la capa­ci­tà pro­dut­ti­va dell’Europa occi­den­ta­le in pro­ces­so di indu­stria­liz­za­zio­ne e quel­la del­la Rus­sia agra­ria. Pre­oc­cu­pa­to che l’arretratezza tec­no­lo­gi­ca potes­se por­re fine alla sua poten­za mili­ta­re, lo zar otten­ne dal­le ban­che fran­ce­si e bri­tan­ni­che il soste­gno per finan­zia­re un eser­ci­to moder­no e alta­men­te cen­tra­liz­za­to e un’industria metal­lur­gi­ca cen­tra­ta in San Pie­tro­bur­go e mol­ti altri luo­ghi. Alcu­ne del­le più gran­di fab­bri­che nel mon­do sor­se­ro su suo­lo rus­so e con­cen­tra­ro­no al loro inter­no una nuo­va clas­se fat­ta di per­so­ne che non ave­va­no nul­la da ven­de­re se non la pro­pria forza‑lavoro. Nel suo scrit­to data­to 1899, Svi­lup­po del capi­ta­li­smo in Rus­sia, Lenin sti­ma­va che già nel 1890 vi era­no die­ci milio­ni di lavo­ra­to­ri sala­ria­ti nel Pae­se.

Lo zar cer­cò di con­so­li­da­re que­sta “amal­ga­ma” con la fru­sta. Le ban­de anti­se­mi­te, cono­sciu­te col nome di Cen­tu­rie Nere, si aggi­ra­va­no nel­le cam­pa­gne ter­ro­riz­zan­do gli ebrei, il nazio­na­li­smo gran rus­so impe­di­va l’uso del­le lin­gue loca­li nell’insegnamento e gli scio­pe­ri veni­va­no repres­si con la for­za mili­ta­re. E nel­la spe­ran­za di gua­da­gna­re uno sboc­co sul mare nel­la costa occi­den­ta­le sof­fian­do sul fuo­co del patriot­ti­smo, nel 1904 la coro­na dichia­rò guer­ra al Giap­po­ne, col risul­ta­to però di risve­glia­re ben pre­sto l’impeto dell’opposizione inter­na a cau­sa del­la supe­rio­ri­tà dell’equipaggiamento e del­la stra­te­gia mili­ta­re dei giap­po­ne­si.

Il 9 gen­na­io, 1905, cen­ti­na­ia di miglia­ia di lavo­ra­to­ri, stu­den­ti e pove­ri mar­cia­ro­no die­tro un pre­te, Padre Gapon, implo­ran­do lo zar di alleg­ge­ri­re il loro far­del­lo. Ven­ne­ro accol­ti da baio­net­te e pro­iet­ti­li, e il san­gue del­le cen­ti­na­ia di mor­ti scor­se per le stra­de.

La “Pro­va gene­ra­le” del 1905, come l’episodio è poi rima­sto cono­sciu­to, pro­vo­cò una vasta defla­gra­zio­ne socia­le: con­ta­di­ni con­tro pro­prie­ta­ri ter­rie­ri, lavo­ra­to­ri con­tro padro­ni, e pra­ti­ca­men­te tut­to il Pae­se (com­pre­si alcu­ni set­to­ri del­la clas­se media, e per­fi­no qual­che capi­ta­li­sta) con­tro la monar­chia.

La situa­zio­ne si era appe­na pla­ca­ta quan­do i mari­nai del­la coraz­za­ta Pote­m­kin si ammu­ti­na­ro­no, i con­ta­di­ni bru­cia­ro­no palaz­zi in un set­ti­mo del­le pro­vin­ce e una nuo­va espres­sio­ne si fece stra­da nel­la coscien­za del­la sini­stra inter­na­zio­na­le: secon­do la defi­ni­zio­ne di Lenin «si è for­ma­ta una orga­niz­za­zio­ne di mas­sa pecu­lia­re, il famo­so Soviet dei depu­ta­ti ope­rai, che riu­ni­sce i dele­ga­ti di tut­te le fab­bri­che».

Rosa Luxem­burg – lei stes­sa uno dei fon­da­to­ri del­la social­de­mo­cra­zia del Regno di Polo­nia e Litua­nia – teo­riz­za­va una gene­ra­liz­za­zio­ne al di là del­le con­di­zio­ni rus­se, facen­do­si aral­do del­lo «scio­pe­ro gene­ra­le [come] il pri­mo, natu­ra­le impul­so di ogni gran­de lot­ta rivo­lu­zio­na­ria del pro­le­ta­ria­to».

Nel bel mez­zo del­la rivo­lu­zio­ne, sboc­ciò la sini­stra socia­li­sta. Negli anni che pre­ce­det­te­ro il famo­so con­gres­so del 1903 del Par­ti­to Ope­ra­io Social­de­mo­cra­ti­co Rus­so (Posdr), in cui bol­sce­vi­chi e men­sce­vi­chi, dap­pri­ma uni­ti si sepa­ra­ro­no – oltre a com­pli­ca­ti nego­zia­ti con signi­fi­ca­ti­ve orga­niz­za­zio­ni di ebrei, polac­chi, fin­lan­de­si e di altri rag­grup­pa­men­ti socia­li­sti su basi nazio­na­li – si con­ta­va­no for­se cir­ca die­ci­mi­la affi­lia­ti soste­ni­to­ri del­le varie fazio­ni. Al cosid­det­to Con­gres­so dell’Unità, nel­la pri­ma­ve­ra del 1906, ade­ri­ro­no deci­ne di miglia­ia di per­so­ne, e al Con­gres­so del Posdr (com­pre­se le sue sezio­ni nazio­na­li) del 1907, nono­stan­te la bru­ta­le repres­sio­ne i mem­bri sali­ro­no a qua­si 150.000.

Lo zar era così ter­ro­riz­za­to che si risol­se a fare una con­ces­sio­ne alla rivo­lu­zio­ne, una sor­ta di par­la­men­to fan­toc­cio chia­ma­to Duma. In un pri­mo momen­to, ai lavo­ra­to­ri urba­ni non era nean­che rico­no­sciu­to il dirit­to di voto, anche se il cor­po elet­to­ra­le ven­ne in segui­to modi­fi­ca­to nel sen­so che era elet­to un dele­ga­to per ogni due­mi­la pro­prie­ta­ri ter­rie­ri, men­tre per i lavo­ra­to­ri la pro­por­zio­ne era di uno a novan­ta­mi­la. Que­ste bri­cio­le era­no allo stes­so tem­po più di quan­to Nico­la II voles­se con­ce­de­re e meno di quan­to ser­vis­se per seda­re la rivo­lu­zio­ne, sic­ché lo Sta­to tra­sfor­mò la Rus­sia in un cimi­te­ro: in quin­di­ci­mi­la furo­no giu­sti­zia­ti, con ven­ti­mi­la feri­ti e qua­ran­ta­cin­que­mi­la esu­li. Il san­gue spen­se il fuo­co per qual­che tem­po.

Nei pri­mi mesi del 1912, gli scio­pe­ri aumen­ta­ro­no di nuo­vo fino a quan­do il tap­po sal­tò in una cit­tà di minie­re d’oro sibe­ria­na chia­ma­ta Lena, dove le trup­pe zari­ste abbat­te­ro­no cen­ti­na­ia di scio­pe­ran­ti. La clas­se ope­ra­ia risor­se come una feni­ce dal­le cene­ri, i par­ti­ti socia­li­sti tor­na­ro­no a cre­sce­re e gli scio­pe­ri pro­li­fe­ra­ro­no. Nel 1914, il gior­na­le socia­li­sta Pra­v­da ave­va una tira­tu­ra di 30‑40.000 copie al gior­no in un Pae­se com­po­sto in mag­gio­ran­za da anal­fa­be­ti.

L’estate del 1914 fu la testi­mo­nian­za di una Rus­sia tesa allo spa­si­mo, fino al pun­to di rot­tu­ra: lo sta­tus quo era diven­ta­to inso­ste­ni­bi­le. Nico­la II dichia­rò guer­ra alla Ger­ma­nia il 19 luglio 1914. Solo che que­sta vol­ta, inve­ce di un con­flit­to limi­ta­to con il Giap­po­ne sul suo con­fi­ne orien­ta­le, la guer­ra con la Ger­ma­nia e l’impero austroun­ga­ri­co por­tò la fame e la pesti­len­za alle por­te del­la monar­chia.

Tut­ta­via, nei pri­mi gior­ni di guer­ra, un’ondata di entu­sia­smo patriot­ti­co ven­ne in soste­gno del­la poli­ti­ca del­lo zar. Cen­ti­na­ia di miglia­ia di ragaz­zi e gio­va­ni con­ta­di­ni si pre­ci­pi­ta­ro­no ad arruo­lar­si nell’esercito e i grup­pi nazio­na­li­sti imper­ver­sa­va­no nel­le piaz­ze di cit­tà e pae­si.

Ma tut­ti i con­flit­ti che ave­va­no por­ta­to al 1905 ben pre­sto tor­na­ro­no a ribol­li­re. La Gran­de Guer­ra resti­tuì alle mas­se rus­se cumu­li di cada­ve­ri in quan­ti­tà pres­so­ché impos­si­bi­le da imma­gi­na­re. La pri­ma guer­ra mon­dia­le pre­sen­tò lo spet­ta­co­lo del siste­ma socia­le più arre­tra­to e sot­to­svi­lup­pa­to a livel­lo con­ti­nen­ta­le immer­so fino al col­lo in una lot­ta a mor­te con l’economia indu­stria­le più avan­za­ta del mon­do. I risul­ta­ti furo­no ter­ri­fi­can­ti.

Tre milio­ni di sol­da­ti dell’esercito impe­ria­le zari­sta mori­ro­no, altri quat­tro milio­ni rima­se­ro feri­ti e cir­ca tre milio­ni di civi­li peri­ro­no per cau­se lega­te alla guer­ra su una popo­la­zio­ne di 175 milio­ni di abi­tan­ti. Di fron­te alla tec­no­lo­gia mili­ta­re tede­sca, lo zar schie­rò cen­ti­na­ia di miglia­ia di sol­da­ti pre­ca­ria­men­te arma­ti e male attrez­za­ti invian­do­li a mor­te cer­ta. Duran­te gli inver­ni del 1915, 1916 e 1917, deci­ne di miglia­ia di sol­da­ti mori­ro­no nel­le loro trin­cee per con­ge­la­men­to.

Nel frat­tem­po, la cor­te rea­le spro­fon­da­va in nuo­vi mean­dri di dis­so­lu­tez­za. Un pre­te misti­co, chia­ma­to Gri­go­ri Raspu­tin, era riu­sci­to ad assu­me­re una tale influen­za sul­la zari­na Ale­xan­dra da chie­de­re che il mari­to punis­se tut­ti i mini­mi segna­li di sleal­tà, come ave­va fat­to Ivan il Ter­ri­bi­le. La sua influen­za fu tale che gli ari­sto­cra­ti­ci rus­si lo ucci­se­ro, nel­la spe­ran­za di rigua­da­gna­re le sim­pa­tie di Nico­la II e ripren­de­re il con­trol­lo del­la sua poli­ti­ca di guer­ra. Dopo esser­si abbe­ve­ra­ti per un paio di seco­li alla fon­te rea­le, i baro­ni ora teme­va­no che sareb­be­ro sta­ti tut­ti avve­le­na­ti dal suo cada­ve­re poli­ti­co in decom­po­si­zio­ne. Come ripor­ta Tsuyo­shi Hase­ga­wa, la cop­pia rea­le «ha rifiu­ta­to di com­pren­de­re il mon­do ester­no».

Come nel 1905, le rivol­te con­ta­di­ne aumen­ta­ro­no man mano che la guer­ra si tra­sci­na­va, ma que­sta vol­ta si pre­sen­ta­va­no in una nuo­va for­ma:  quel­la, cioè, del con­flit­to tra gli uffi­cia­li ari­sto­cra­ti­ci e i sol­da­ti con­ta­di­ni in trin­cea. Ogni vol­ta che un uffi­cia­le ordi­na­va un assal­to sui­ci­da con­tro il fuo­co tede­sco ciò che era in gio­co non era­no solo le vite di que­sti sol­da­ti del­le cam­pa­gne, ma anche il futu­ro del­le fami­glie che dipen­de­va dal ritor­no a casa di quei figli per­ché prov­ve­des­se­ro all’assistenza e al lavo­ro. Inol­tre, per ali­men­ta­re l’esercito veni­va sot­trat­to il sosten­ta­men­to alle fami­glie con­ta­di­ne e le semen­ti per le col­tu­re dell’anno seguen­te.

For­se Nico­la II, o per lo meno la monar­chia, sareb­be­ro soprav­vis­su­ti alla cre­scen­te rab­bia dei con­ta­di­ni, alle disa­stro­se per­di­te mili­ta­ri e al mal­con­ten­to all’interno del­la loro stes­sa clas­se. Ma un nemi­co anco­ra più poten­te sta­va nascen­do. Poi­ché, come la guer­ra riem­pi­va le trin­cee di san­gue, così riem­pi­va San Pie­tro­bur­go di ope­rai. La stes­sa clas­se ope­ra­ia che ave­va lot­ta­to con­tro il regi­me fino all’impasse del 1905 e che ne ave­va ter­ri­bil­men­te pati­to le con­se­guen­ze, ora veni­va chia­ma­ta a pro­dur­re e distri­bui­re ogni fuci­le, ogni pro­iet­ti­le, ogni gra­na­ta, ogni vago­ne fer­ro­via­rio da cui dipen­de­va la guer­ra del­lo zar. Peg­gio anco­ra, Nico­la II non ave­va altra scel­ta se non raf­for­za­re que­sto avver­sa­rio.

Hase­ga­wa rife­ri­sce che tra il 1914 e il 1917 il nume­ro di lavo­ra­to­ri a San Pie­tro­bur­go creb­be da 242.600 a 392.000 – qual­co­sa come il 62% – con le don­ne che rap­pre­sen­ta­va­no un quar­to di tut­ti i lavo­ra­to­ri. Gli scio­pe­ri era­no dimi­nui­ti nei pri­mi gior­ni di patriot­ti­smo di guer­ra: ad esem­pio, pri­ma del­la guer­ra, nel 1914, cir­ca 110.000 lavo­ra­to­ri ave­va­no scio­pe­ra­to per com­me­mo­ra­re la Dome­ni­ca di San­gue, men­tre inve­ce il 9 gen­na­io 1915 solo 2.600 si fer­ma­ro­no. Ma non appe­na lo sfor­zo bel­li­co crol­lò, gli scio­pe­ri pro­li­fe­ra­ro­no. Nei sei mesi tra il set­tem­bre 1916 e il feb­bra­io 1917, cir­ca 589.351 lavo­ra­to­ri incro­cia­ro­no le brac­cia e cir­ca l’80% di loro par­te­ci­pò a scio­pe­ri poli­ti­ci.

Inol­tre, nel pie­no di que­sto movi­men­to di mas­sa, le orga­niz­za­zio­ni socia­li­ste svi­lup­pa­ro­no tena­ce­men­te una lun­ga bat­ta­glia per impian­tar­si tra i lavo­ra­to­ri. Miglia­ia di rivo­lu­zio­na­ri ave­va­no per­so la vita nel 1905, o in segui­to alla repres­sio­ne, e altre miglia­ia era­no sta­ti reclu­ta­ti e man­da­ti al fron­te nel ten­ta­ti­vo di eli­mi­na­re dal movi­men­to ope­ra­io que­gli agguer­ri­ti orga­niz­za­to­ri. La poli­zia zari­sta, infat­ti, fu peri­co­lo­sa­men­te pros­si­ma a sra­di­ca­re l’organizzata sini­stra socia­li­sta in diver­si momen­ti; tut­ta­via, i semi di più di una doz­zi­na di anni di com­bat­ti­men­ti, l’organizzazione di par­ti­ti clan­de­sti­ni e l’educazione socia­li­sta ave­va­no mes­so radi­ci.

Men­tre in Ger­ma­nia e Fran­cia i diri­gen­ti del­le più impor­tan­ti orga­niz­za­zio­ni socia­li­ste ave­va­no appog­gia­to le pro­prie clas­si diri­gen­ti nel­la pri­ma guer­ra mon­dia­le, la mag­gior par­te del movi­men­to socia­li­sta rus­so adot­tò inve­ce prin­ci­pi inter­na­zio­na­li­sti con­tra­ri alla guer­ra. Nel com­ples­so, San Pie­tro­bur­go bru­li­ca­va di socia­li­sti rivo­lu­zio­na­ri orga­niz­za­ti in grup­pi di par­ti­to – tra bol­sce­vi­chi, men­sce­vi­chi, inter­na­zio­na­li­sti[1], socia­li­sti rivo­lu­zio­na­ri, e per­si­no anar­chi­ci – che ope­ra­va­no in com­pe­ti­zio­ne e coo­pe­ra­zio­ne tra loro.

Ovvia­men­te, tra di loro c’erano anche alcu­ni famo­si social‑patrioti, in par­ti­co­la­re il capo dei men­sce­vi­chi di destra, Geor­gi Ple­kha­nov, il “padre del­la mar­xi­smo rus­so”, che sia Lenin che il men­sce­vi­co inter­na­zio­na­li­sta Julius Mar­tov ave­va­no un tem­po con­si­de­ra­to la loro gui­da poli­ti­ca.

In buo­na sostan­za, le pri­me set­ti­ma­ne del 1917 furo­no pros­si­me a sod­di­sfa­re quel­le che Lenin con­si­de­ra­va esse­re le pre­mes­se del­la “leg­ge fon­da­men­ta­le del­la rivo­lu­zio­ne”, cioè:

«Solo quan­do gli “stra­ti infe­rio­ri” non voglio­no più e gli “stra­ti supe­rio­ri” non pos­so­no più vive­re come in pas­sa­to la rivo­lu­zio­ne può trion­fa­re».

La clas­se ope­ra­ia nell’impero rus­so non era la sola a resi­ste­re alle con­di­zio­ni deri­van­ti dal­la guer­ra. Karl Lie­b­k­necth rom­pe­va con la dire­zio­ne filo‑bellica del par­ti­to social­de­mo­cra­ti­co tede­sco votan­do in par­la­men­to con­tro i cre­di­ti di guer­ra; in car­ce­re, Rosa Luxem­burg scri­ve­va il pam­phlet paci­fi­sta Junius Bro­chu­re; sol­da­ti fran­ce­si e tede­schi dichia­ra­va­no una tre­gua uni­la­te­ra­le per Nata­le, e la sini­stra del par­ti­to socia­li­sta ame­ri­ca­no insie­me ai lavo­ra­to­ri del sin­da­ca­to Indu­strial Wor­kers of the World si oppo­ne­va­no con for­za alla cam­pa­gna bel­li­ca di Woo­drow Wil­son.

Ma la pro­fon­di­tà del­la cri­si socia­le, eco­no­mi­ca e mili­ta­re in Rus­sia, som­ma­ta alla coscien­za poli­ti­ca e all’organizzazione del­la clas­se ope­ra­ia (in con­co­mi­tan­za con la cre­scen­te rivol­ta tra i sol­da­ti, con­ta­di­ni, stu­den­ti, e le nazio­na­li­tà oppres­se), cor­re­va mol­to più rapi­da­men­te che in qual­sia­si altro posto del mon­do nell’inverno del 1916–1917.

Soprat­tut­to, una bel­la illu­sio­ne (se non uni­ver­sal­men­te con­di­vi­sa, alme­no abba­stan­za comu­ne) tene­va insie­me il vasto movi­men­to anti-zari­sta. Cioè che, deca­pi­ta­ta la monar­chia, la pace, la demo­cra­zia e la pro­spe­ri­tà sareb­be­ro potu­te affer­mar­si in Rus­sia.

Non ci vol­le mol­to per­ché il movi­men­to rivo­lu­zio­na­rio rus­so potes­se met­te­re alla pro­va que­sta tesi. Feb­bra­io fu solo l’inizio.

Note

[1] Gli Inter­na­zio­na­li­sti (Mež­ra­jonstsy) era­no un’organizzazione indi­pen­den­te diret­ta da Tro­tsky, che nel mese di apri­le 1917 con­fluì nei bol­sce­vi­chi (Ndt).

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