Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Rivoluzione russa del 1917

Dalla stazione Finlandia

L’arrivo di Lenin alla stazione Finlandia

Il cor­po­so pia­no edi­to­ria­le, con cui la rivi­sta Jaco­bin Maga­zi­ne inten­de com­me­mo­ra­re e por­re all’attenzione, non solo di stu­dio­si, ma anche di sem­pli­ci mili­tan­ti, quel­la che è sta­ta la Rivo­lu­zio­ne rus­sa del 1917, pro­se­gue nel­la sua ver­sio­ne ita­lia­na su que­sto Blog.
Oggi pre­sen­tia­mo il sag­gio di Yurii Colom­bo — tra­dot­to dall’ori­gi­na­le in ingle­se dal suo stes­so Auto­re — che si foca­liz­za sugli even­ti che si svol­se­ro in Rus­sia, a par­ti­re dal ritor­no di Lenin dall’esilio.
Ricor­dia­mo ai nostri let­to­ri che la pub­bli­ca­zio­ne in ita­lia­no dei sag­gi sul­la Rivo­lu­zio­ne rus­sa del 1917 è frut­to del­la col­la­bo­ra­zio­ne di que­sto Blog con la rivi­sta Jaco­bin Maga­zi­ne ed è rea­liz­za­ta in coo­pe­ra­zio­ne con il sito Paler­mo­Grad, e che gli stes­si testi ven­go­no altre­sì pub­bli­ca­ti sul sito Marxists.org, oltre che in ita­lia­no, in una ver­sio­ne plu­ri­lin­gue.
Buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne

Dalla stazione Finlandia

Lenin arri­vò alla sta­zio­ne Fin­lan­dia 100 anni fa, rimo­du­lan­do la stra­te­gia bol­sce­vi­ca e il cor­so del­la rivo­lu­zio­ne rus­sa

Yurii Colom­bo [*]

 

Quan­do Vla­di­mir Lenin, giu­sto cent’anni fa, rag­giun­se Pie­tro­gra­do sul famo­so “tre­no piom­ba­to” pas­san­do attra­ver­so la Ger­ma­nia, la situa­zio­ne sia inter­na che al fron­te sem­bra­va sta­bi­liz­za­ta.

La tre­gua tem­po­ra­nea tra il nuo­vo gover­no prov­vi­so­rio e le mas­se ribel­li, tut­ta­via, ave­va evi­ta­to di affron­ta­re la que­stio­ne prin­ci­pa­le che ave­va dato il via alla rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io: la guer­ra. Quan­do furo­no rive­la­ti gli aggres­si­vi obiet­ti­vi mili­ta­ri del gover­no prov­vi­so­rio, le dimo­stra­zio­ni del­le “gior­na­te di apri­le” dimo­stra­ro­no che la rivo­lu­zio­ne era anco­ra viva.

Dopo feb­bra­io, lo zar Nico­laj II era sta­to arre­sta­to ed era sta­to costi­tui­to un gover­no prov­vi­so­rio, a capo del qua­le era sta­to posto il prin­ci­pe Geor­gy Lvov, figu­ra deco­ra­ti­va che rap­pre­sen­ta­va l’ultimo lega­me con il vec­chio regi­me: tut­ta­via il gabi­net­to era domi­na­to da libe­ra­li spa­ven­ta­ti dal­la stes­sa rivo­lu­zio­ne che li ave­va fat­ti ascen­de­re al pote­re.

Al mini­ste­ro degli Este­ri ven­ne nomi­na­to Pavel Milyu­kov, sto­ri­co lea­der del par­ti­to dei Cadet­ti, men­tre al mini­ste­ro del­la Guer­ra fu posto Alek­san­der Guch­kov, pre­si­den­te degli Otto­bri­sti del­la Duma. Il mini­ste­ro del­la Giu­sti­zia fu assun­to inve­ce dal social­ri­vo­lu­zio­na­rio Ale­xan­der Keren­sky, uni­co socia­li­sta nel gover­no.

L’obiettivo fon­da­men­ta­le del nuo­vo gover­no era quel­lo di garan­ti­re ai capi­ta­li­sti rus­si e all’Intesa che la guer­ra con­ti­nuas­se. Come Milyu­kov con­fi­dò a un gior­na­li­sta fran­ce­se, «la rivo­lu­zio­ne rus­sa è sta­ta fat­ta per rimuo­ve­re gli osta­co­li alla vit­to­ria del­la Rus­sia in guer­ra».

Provisional government

In alto, da sini­stra: il prin­ci­pe Geor­gy Lvov e Pavel Milyu­kov. In bas­so, da sini­stra: Alek­san­der Guch­kov e Ale­xan­der Keren­sky

La lot­ta rivo­lu­zio­na­ria di feb­bra­io ave­va fat­to sor­ge­re, come nel­la rivo­lu­zio­ne del 1905, con­si­gli dei lavo­ra­to­ri elet­ti demo­cra­ti­ca­men­te chia­ma­ti soviet; solo che ora que­sti inclu­de­va­no anche i sol­da­ti, ini­zial­men­te solo di Pie­tro­gra­do, e in segui­to anche di tut­te le pro­vin­ce dell’Impero.

Il 1° mar­zo, il soviet di Pie­tro­gra­do pub­bli­cò l’Ordine n. 1, in cui si dichia­ra­va che: «gli ordi­ni del­la com­mis­sio­ne mili­ta­re del­la Duma di Sta­to dovran­no esse­re ese­gui­ti solo nei casi in cui non con­trad­di­ca­no gli ordi­ni e le deci­sio­ni dei Depu­ta­ti dei Soviet degli ope­rai e dei sol­da­ti».

La rivo­lu­zio­ne ave­va inol­tre dato impul­so a nuo­ve liber­tà sen­za pre­ce­den­ti e mes­so fine alle con­ti­nue per­se­cu­zio­ni del­la poli­zia. Quan­do il gior­na­li­sta bri­tan­ni­co Mor­gan Phi­lips Pri­ce arri­vò in tre­no a Mosca il 6 apri­le, osser­vò:

«Cam­mi­nan­do per le stra­de notai subi­to i cam­bia­men­ti inter­cor­si rispet­to alla vol­ta pre­ce­den­te. Non c’era in giro un solo poli­ziot­to o gen­dar­me. Era­no sta­ti tut­ti arre­sta­ti e man­da­ti al fron­te in pic­co­li distac­ca­men­ti. Mosca era sen­za poli­zia e sem­bra­va potes­se esse­re feli­ce anche sen­za di essa».

Il soviet di Pie­tro­gra­do era domi­na­to dal­le for­ze socia­li­ste, in par­ti­co­la­re dai men­sce­vi­chi. I men­sce­vi­chi soste­ne­va­no che il gover­no sareb­be dovu­to rima­ne­re sal­da­men­te nel­le mani del­la bor­ghe­sia men­tre le clas­si lavo­ra­tri­ci avreb­be­ro dovu­to svol­ge­re sem­pli­ce­men­te una fun­zio­ne di con­trap­pe­so e di pres­sio­ne sul gover­no prov­vi­so­rio.

Secon­do i men­sce­vi­chi, la Rus­sia non era pron­ta per una rivo­lu­zio­ne socia­li­sta. Si ven­ne a pro­dur­re così rapi­da­men­te una situa­zio­ne di “dop­pio pote­re”: da una par­te il gover­no prov­vi­so­rio che rap­pre­sen­ta­va gli inte­res­si dei capi­ta­li­sti e dei lati­fon­di­sti, dall’altra il pote­re rea­le resta­va nel­le mani dei Soviet e del­le clas­si lavo­ra­tri­ci.

Il 23 mar­zo, gli Sta­ti Uni­ti entra­ro­no in guer­ra. Quel­lo stes­so gior­no, Pie­tro­gra­do sep­pel­li­va i cadu­ti del­la rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io. Otto­cen­to­mi­la per­so­ne si inco­lon­na­ro­no ver­so il Cam­po di Mar­te e fu la mobi­li­ta­zio­ne più gran­de di quell’anno.

I fune­ra­li diven­ne­ro un inno alla soli­da­rie­tà inter­na­zio­na­le e un gri­do di pace. Nel­la sua clas­si­ca Sto­ria del­la Rivo­lu­zio­ne Rus­sa, Lev Tro­tsky scris­se che «le mani­fe­sta­zio­ni in comu­ne dei sol­da­ti rus­si e pri­gio­nie­ri austria­ci e tede­schi era­no un fat­to cla­mo­ro­so, che ali­men­ta­va innu­me­re­vo­li spe­ran­ze e con­sen­ti­va di pen­sa­re che, nono­stan­te tut­to, la rivo­lu­zio­ne reca­va in sé la cer­tez­za di un mon­do miglio­re».

Tse­re­te­li e i lea­der men­sce­vi­chi del Soviet garan­ti­va­no il soste­gno ester­no al gover­no prov­vi­so­rio e cre­de­va­no che la guer­ra doves­se con­ti­nua­re, sep­pu­re in chia­ve “difen­si­va e sen­za annes­sio­ni”. Que­sta posi­zio­ne inter­me­dia ten­ta­va di por­si a caval­lo tra il man­da­to del gover­no a con­ti­nua­re la guer­ra come se nul­la fos­se suc­ces­so e le aspet­ta­ti­ve degli ope­rai e dei sol­da­ti per una pace sepa­ra­ta.

Il 14 mar­zo, il soviet di Pie­tro­gra­do pub­bli­cò un appel­lo che invi­ta­va «i popo­li euro­pei a par­la­re e ad agi­re con­giun­ta­men­te e deci­sa­men­te al fine pro­muo­ve­re la pace». Ma l’appello ai lavo­ra­to­ri tede­schi e austria­ci affer­ma­va anche che «la Rus­sia demo­cra­ti­ca non può minac­cia­re la liber­tà e la civil­tà», men­tre «difen­de fer­ma­men­te la sua liber­tà con­tro qual­sia­si tipo di offen­si­va rea­zio­na­ria»: e que­sto fu inte­so da mol­ti come un approc­cio mili­ta­ri­sta.

Come sosten­ne Tro­tsky, il docu­men­to di Milyu­kov era mil­le vol­te nel giu­sto quan­do dichia­ra­va che «l’appello, che si ini­zia su toni così tipi­ca­men­te paci­fi­sti, svi­lup­pa, in fon­do, un’ideologia che abbia­mo in comu­ne con tut­ti i nostri allea­ti».

Pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io, la guer­ra era in uno sta­to di stal­lo, i sol­da­ti si rifiu­ta­va­no di com­bat­te­re, a cen­ti­na­ia di miglia­ia diser­ta­va­no e fra­ter­niz­za­va­no con i sol­da­ti tede­schi.

I pri­mi feno­me­ni di fra­ter­niz­za­zio­ne tra i sol­da­ti rus­si e quel­li tede­schi nel­le trin­cee risa­li­va­no addi­rit­tu­ra al Nata­le 1914 con bal­li e scam­bio di cognac e siga­ret­te e anda­ro­no aumen­tan­do per tut­ti i due anni suc­ces­si­vi ma sen­za pro­dur­re una aper­ta ribel­lio­ne con­tro gli uffi­cia­li. La mas­sic­cia diser­zio­ne restò su un ter­re­no “pre-poli­ti­co”.

Lo sto­ri­co Marc Fer­ro, in un suo sag­gio sui movi­men­ti anti­mi­li­ta­ri­sti duran­te la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, cita una let­te­ra di un sol­da­to rus­so scrit­ta a sua moglie in cui si par­la degli uffi­cia­li:

«La guer­ra? [gli uffi­cia­li] sie­do­no lì men­tre sia­mo nel leta­ma­io, rice­vo­no 500 o 600 rubli con­tro i nostri 75. Sono osses­sio­na­ti dall’ingiustizia. E anche se sono i sol­da­ti che devo­no sop­por­ta­re la par­te più dolo­ro­sa del­la guer­ra, per loro è diver­so, sono rico­per­ti di meda­glie, di cro­ci, di ricom­pen­se; ma se ne stan­no mol­to lon­ta­ni dai cam­pi di bat­ta­glia».

All’inizio i gene­ra­li ten­ta­ro­no di impe­di­re la dif­fu­sio­ne del­le noti­zie fra le trup­pe sul­la ribel­lio­ne a Pie­tro­gra­do, solo per­ché le trup­pe tede­sche aves­se­ro infor­ma­to i sol­da­ti rus­si del­la rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io, ulte­rior­men­te ero­den­do la fidu­cia dei sol­da­ti nei loro uffi­cia­li. Para­dos­sal­men­te, inve­ce, la rivo­lu­zio­ne deter­mi­nò il decli­no del­le diser­zio­ni. I sol­da­ti si atten­de­va­no una fine immi­nen­te del­la guer­ra e non vole­va­no mina­re la fidu­cia del nuo­vo gover­no nel nego­zia­re la pace.

I rap­por­ti dal fron­te mostra­va­no che la posi­zio­ne dei sol­da­ti era quel­la di «tene­re il fron­te, ma non unir­si all’offensiva». Con il pas­sa­re del­le set­ti­ma­ne il coman­dan­te del­la Quin­ta Arma­ta ripor­ta­va che «lo spi­ri­to guer­rie­ro è decli­na­to … l’interesse per la poli­ti­ca che si è dif­fu­so in tut­ti gli stra­ti dell’esercito fa sì che l’intera mas­sa dei sol­da­ti desi­de­ri una cosa sola: far­la fini­ta con la guer­ra e tor­na­re a casa». Duran­te la pri­ma set­ti­ma­na di apri­le, otto­mi­la sol­da­ti diser­ta­ro­no i fron­ti del nord e quel­li occi­den­ta­li.

Il ritor­no di Lenin e la pub­bli­ca­zio­ne del­le sue “Tesi di Apri­le” pro­dus­se­ro un muta­men­to fon­da­men­ta­le nel­la poli­ti­ca bol­sce­vi­ca. Il lea­der bol­sce­vi­co dichia­rò fer­ma­men­te che non ci sareb­be sta­to «nes­sun soste­gno» al gover­no prov­vi­so­rio bor­ghe­se e impe­ria­li­sta.

Boz­za mano­scrit­ta del­le Tesi di apri­le

Sot­to la dire­zio­ne di Sta­lin e Kame­nev i bol­sce­vi­chi ave­va­no assun­to posi­zio­ni mode­ra­te e anche dopo la pub­bli­ca­zio­ne del­le “Tesi di Apri­le” con­ti­nua­va­no a soste­ne­re la posi­zio­ne del­la “dit­ta­tu­ra demo­cra­ti­ca del pro­le­ta­ria­to e dei con­ta­di­ni” e del­la rivo­lu­zio­ne bor­ghe­se svi­lup­pa­te da Lenin nel 1905.

In un arti­co­lo pub­bli­ca­to sul­la Pra­v­da, il gior­na­le di par­ti­to, Kame­nev sosten­ne che le “Tesi di Apri­le” rap­pre­sen­ta­va­no la «opi­nio­ne per­so­na­le» di Lenin e che «il siste­ma gene­ra­le di Lenin ci appa­re inac­cet­ta­bi­le poi­ché muo­ve dall’ipotesi che la rivo­lu­zio­ne bor­ghe­se sia fini­ta e aspi­ra alla tra­sfor­ma­zio­ne imme­dia­ta di que­sta rivo­lu­zio­ne in una rivo­lu­zio­ne socia­li­sta».

Nel­la con­fe­ren­za bol­sce­vi­ca del mar­zo 1917, Sta­lin pero­rò anco­ra l’ipotesi di una uni­fi­ca­zio­ne con i men­sce­vi­chi inter­na­zio­na­li­sti «sul­le linee del­le con­fe­ren­ze di Zim­mer­wald-Kien­tal». Lenin in real­tà era sta­to scet­ti­co sin da allo­ra nei con­fron­ti del­la ter­mi­no­lo­gia anti­mi­li­ta­ri­sta del­la mag­gio­ran­za di Zim­mer­wald che ave­va, secon­do lui, aper­to la stra­da al soste­gno alla guer­ra, una fra­seo­lo­gia che ave­va defi­ni­to colo­ri­ta­men­te «mer­da kau­tskia­na».

Quan­do Lenin rien­trò in Rus­sia, sosten­ne la neces­si­tà per la sini­stra di Zim­mer­wald di rom­pe­re com­ple­ta­men­te con la mag­gio­ran­za, com­pre­si quei men­sce­vi­chi con cui Sta­lin e altri bol­sce­vi­chi vole­va­no uni­fi­car­si.

L’instancabile Lenin con­qui­stò il par­ti­to alle sue posi­zio­ni. I bol­sce­vi­chi pote­va­no con­ta­re in quel momen­to su 79.000 mem­bri di cui 15.000 a Pie­tro­gra­do. Si trat­ta­va anco­ra di una pic­co­la for­za mino­ri­ta­ria, ma, spe­cial­men­te a Pie­tro­gra­do, era for­te abba­stan­za per ave­re un ruo­lo negli avve­ni­men­ti.

Lenin illu­stra le Tesi di apri­le nel­la sala del­le riu­nio­ni del Palaz­zo di Tau­ri­de

Né il gover­no, né i diri­gen­ti men­sce­vi­chi, vole­va­no una nuo­va cri­si poli­ti­ca come quel­la che emer­se nel­la secon­da metà di apri­le. Milyu­kov e i capi­ta­li­sti rus­si inten­de­va­no ras­si­cu­ra­re gli allea­ti sul ruo­lo del­la Rus­sia nel con­flit­to e aspi­ra­va­no alla con­qui­sta dei Dar­da­nel­li.

Tut­ta­via, Milyu­kov ave­va chia­ro che sen­za un qual­che accor­do con i soviet, dif­fi­cil­men­te le trup­pe avreb­be­ro accet­ta­to di com­bat­te­re per i pia­ni del gover­no.

D’altro can­to, Tse­re­te­li insi­ste­va sul­la neces­si­tà che il gover­no pro­cla­mas­se il ruo­lo esclu­si­va­men­te difen­si­vo del coin­vol­gi­men­to rus­so. Le resi­sten­ze di Milyu­kov e Guch­kov ven­ne­ro supe­ra­te e il 27 mar­zo il gover­no dichia­rò solen­ne­men­te:

«Il popo­lo rus­so non inten­de raf­for­zar­si a spe­se di altri popo­li e non si pone l’obiettivo di schia­viz­za­re e umi­lia­re nes­su­no. Ma la Rus­sia non per­met­te­rà che la Patria esca dal­la guer­ra umi­lia­ta e mina­ta nel­le sue risor­se vita­li».

La dichia­ra­zio­ne difen­si­vi­sta del 27 mar­zo non fu bene accol­ta dagli allea­ti, che vede­va­no in essa un cedi­men­to ai soviet. L’ambasciatore fran­ce­se Mau­ri­ce Paléo­lo­gue si lamen­tò del­la «timi­dez­za e inde­ter­mi­na­tez­za» del­la dichia­ra­zio­ne. Ma l’azzardo di Milyu­kov di usa­re la guer­ra con­tro la rivo­lu­zio­ne dove­va tener con­to dei rap­por­ti di for­za tra il gover­no prov­vi­so­rio e i soviet. Egli inten­de­va, pas­so dopo pas­so, accre­sce­re quel­la del gover­no a spe­se dei soviet.

Pochi gior­ni dopo, ven­ne orga­niz­za­to un nuo­vo incon­tro tra i rap­pre­sen­tan­ti del gover­no e quel­li dei soviet. La Rus­sia ave­va dispe­ra­ta­men­te biso­gno di pre­sti­ti dagli allea­ti per con­ti­nua­re la guer­ra, e un nuo­vo memo­ran­dum del gover­no avreb­be potu­to esse­re un buon via­ti­co.

Il 18 apri­le, Milyu­kov spe­dì una nuo­va nota ai gover­ni allea­ti in cui sot­to­li­nea­va la volon­tà di «con­ti­nua­re la guer­ra in pie­no accor­do con gli allea­ti e osser­va­re tut­ti gli obbli­ghi ver­so di loro».

Nel memo­ran­dum si affer­ma­va anche che la rivo­lu­zio­ne ave­va sem­pli­ce­men­te raf­for­za­to la volon­tà popo­la­re di con­dur­re la guer­ra fino alla vit­to­ria. In una ses­sio­ne spe­cia­le del Comi­ta­to ese­cu­ti­vo del soviet nel­la not­te del 19 mar­zo, ven­ne discus­sa la nota. «All’unanimità e sen­za dibat­ti­to è sta­to rico­no­sciu­to che non era ciò che il Comi­ta­to si atten­de­va», dichia­rò il mem­bro del comi­ta­to, Vla­di­mir Stan­ke­vich.

La Rabo­cha­ya Gaze­ta, un gior­na­le men­sce­vi­co, aggiun­se che la nota di Milyu­kov era una «pre­sa in giro per la demo­cra­zia». Comun­que, l’autorevole gior­na­le del­la intel­li­ghen­zia libe­ra­le, Novoe Vre­mya, ten­tò lo stes­so di difen­de­re la nota affer­man­do che non era pos­si­bi­le strac­cia­re i trat­ta­ti esi­sten­ti.

Se la Rus­sia non rispet­ta gli accor­di, «i nostri allea­ti avran­no liber­tà di azio­ne: se non ci sono trat­ta­ti, nes­su­no è obbli­ga­to ad osser­var­li … Noi pen­sia­mo che, con la sola ecce­zio­ne dei bol­sce­vi­chi, tut­ti i cit­ta­di­ni rus­si riten­go­no cor­ret­te le tesi essen­zia­li del­la nota di ieri».

La nota pro­dus­se a un’esplosione spon­ta­nea di indi­gna­zio­ne popo­la­re. La Rabo­cha­ya Gaze­ta scris­se:

«Pie­tro­gra­do rea­gi­sce con sen­si­bi­li­tà e ner­vo­si­smo. Dovun­que, nei croc­chi di stra­da, sui tram si discu­te appas­sio­na­ta­men­te e ani­ma­ta­men­te del­la guer­ra. Nei quar­tie­ri ope­rai e nel­le caser­me, l’atteggiamento ver­so la nota diven­ta oppo­si­zio­ne con­tro le poli­ti­che di annes­sio­ne».

Sukha­nov, un men­sce­vi­co inter­na­zio­na­li­sta, e for­se il miglior cro­ni­sta del­la Rivo­lu­zio­ne rus­sa, ricor­da vivi­da­men­te:

«Un’immensa fol­la di ope­rai, alcu­ni dei qua­li arma­ti, da Vyborg si diri­ge­va ver­so la Nev­sky. C’erano mol­ti sol­da­ti con loro. I mani­fe­stan­ti mar­cia­va­no gri­dan­do slo­gan: “Via il gover­no prov­vi­so­rio! “Via Milyu­kov!”. Una ter­ri­bi­le ecci­ta­zio­ne regna­va in gene­ra­le nei quar­tie­ri ope­rai, nel­le fab­bri­che e nel­le caser­me. Mol­te fab­bri­che era­no in scio­pe­ro, assem­blee loca­li si tene­va­no un po’ dap­per­tut­to».

Nel­la not­te del 20 apri­le i lea­der men­sce­vi­chi chie­se­ro al gover­no di invia­re una nuo­va nota che cor­reg­ges­se in sen­so paci­fi­sta quel­la di Milyu­kov, ma alla fine accet­ta­ro­no la posi­zio­ne social­ri­vo­lu­zio­na­ria di Keren­sky secon­do cui era suf­fi­cien­te aggiun­ge­re “una spie­ga­zio­ne” del­la nota.

Mal­gra­do ciò, il 21 apri­le ci fu una nuo­va onda­ta di mani­fe­sta­zio­ni, que­sta vol­ta orga­niz­za­te e diret­te dai bol­sce­vi­chi. Era la pri­ma vol­ta che il par­ti­to di Lenin si pone­va alla testa e non alla coda del movi­men­to. Allo stes­so tem­po, sul­la Pro­spet­ti­va Nev­sky, orga­niz­za­ti dal par­ti­to Cadet­to, si con­cen­tra­va­no soste­ni­to­ri arma­ti del gover­no. Secon­do l’edizione del 22 apri­le del­la Rabo­cha­ya Pra­v­da:

«Ieri nel­le stra­de di Pie­tro­gra­do l’atmosfera era anco­ra più tesa del 20 apri­le. Nei quar­tie­ri [ope­rai] si suc­ce­det­te­ro una serie di scio­pe­ri. Le scrit­te sul­le ban­die­re era­no del­la natu­ra più varia, ma tut­te ave­va­no una carat­te­ri­sti­ca comu­ne. Sul­la Nev­sky, sul­la Sado­va­ya e su altre stra­de domi­na­va­no le paro­le d’ordine a favo­re del gover­no prov­vi­so­rio, men­tre nel­le peri­fe­rie risuo­na­va­no slo­gan di segno oppo­sto. Scon­tri tra mani­fe­stan­ti dei diver­si grup­pi era­no fre­quen­ti … Si udi­va­no mol­ti spa­ri».

Una don­na che ave­va par­te­ci­pa­to alle mani­fe­sta­zio­ni ricor­dò in segui­to:

«Le don­ne di que­ste fab­bri­che … si incam­mi­na­va­no con i dimo­stran­ti sul lato dei nume­ri dispa­ri del­la Nev­sky. L’altra mas­sa si muo­ve­va paral­le­la­men­te sul lato dei nume­ri pari: don­ne ben vesti­te, uffi­cia­li, mer­can­ti, avvo­ca­ti, ecc. I loro slo­gan era­no: “Lun­ga vita a Milyu­kov!” “Arre­sta­te Lenin!”».

La ten­sio­ne nei quar­tie­ri ope­rai aumen­tò. Un ope­ra­io di fab­bri­ca così descris­se una assem­blea del pome­rig­gio:

«Gli ani­mi si acce­se­ro. Fu deci­so di atten­de­re le deci­sio­ne del soviet. Ma pri­ma che que­ste deci­sio­ni arri­vas­se­ro alcu­ni ope­rai tor­na­ro­no dal cen­tro con noti­zie di scon­tri, di ban­die­re strap­pa­te e di arre­sti. Gli umo­ri improv­vi­sa­men­te muta­ro­no. “Cosa?! Ci inse­guo­no per le stra­de, ci strap­pa­no le ban­die­re e noi dob­bia­mo resta­re a guar­da­re tut­to ciò tran­quil­la­men­te?! Andia­mo sul­la Nev­sky!”».

In que­sta situa­zio­ne tesa, il gene­ra­le Kor­ni­lov, soste­nu­to da Milyu­kov, deci­se di schie­ra­re l’artiglieria fuo­ri da palaz­zo Mariin­sky e chie­de­re aiu­to alle scuo­le mili­ta­ri. L’obiettivo era quel­lo di col­le­ga­re set­to­ri dell’esercito alla mani­fe­sta­zio­ne filo­go­ver­na­ti­va arma­ta che si tene­va a poche cen­ti­na­ia di distan­za da quel­la gui­da­ta dai bol­sce­vi­chi. Milyu­kov, nel­le sue memo­rie, ten­ta di occul­ta­re il carat­te­re aper­ta­men­te con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rio dell’iniziativa, affer­man­do:

«Il 21 apri­le, il gene­ra­le Kor­ni­lov, coman­dan­te in capo del distret­to di Pie­tro­gra­do fu infor­ma­to del­le mani­fe­sta­zio­ni di ope­rai arma­ti dei sob­bor­ghi e ordi­nò ad alcu­ne guar­ni­gio­ni di con­cen­trar­si nel­la Piaz­za del Palaz­zo. Ciò pro­dus­se una rea­zio­ne del Comi­ta­to ese­cu­ti­vo dei soviet, che segna­lò allo staff del gene­ra­le che la disce­sa in piaz­za del­le trup­pe pote­va com­pli­ca­re la situa­zio­ne. Dopo dei nego­zia­ti con i dele­ga­ti del Comi­ta­to ese­cu­ti­vo, il coman­dan­te in capo can­cel­lò l’ordine e det­tò in pre­sen­za di mem­bri del Comi­ta­to un mes­sag­gio tele­fo­ni­co a tut­te le trup­pe del­le guar­ni­gio­ni con cui si ordi­na­va di resta­re nel­le caser­me. Di segui­to, un appel­lo del Comi­ta­to ese­cu­ti­vo del soviet dif­fu­so nei quar­tie­ri dichia­ra­va: “Com­pa­gni sol­da­ti, non usci­te con le armi in pugno in que­sti gior­ni fre­ne­ti­ci se non per ordi­ne del Comi­ta­to ese­cu­ti­vo”».

Infat­ti, il Comi­ta­to ese­cu­ti­vo del soviet – intuen­do che il carat­te­re con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rio del­la deci­sio­ne rischia­va di tra­vol­ge­re anche loro – die­de ordi­ne alle trup­pe di non abban­do­na­re le caser­me. Kor­ni­lov si ritro­vò così iso­la­to e non ebbe altra scel­ta che riti­rar­si.

Il gene­ra­le Lavr Geor­gie­vič Kor­ni­lov

Il rischio per i lea­der del soviet era lo stal­lo, e così il Comi­ta­to ese­cu­ti­vo si affret­tò a dichia­ra­re che l’incidente era chiu­so e chie­se agli ope­rai di tor­na­re nel­le loro case. La Rabo­cha­ya Pra­v­da iro­ni­ca­men­te fece nota­re:

«Quan­do il Comi­ta­to ese­cu­ti­vo pub­bli­cò l’ordine ai sol­da­ti di non scen­de­re in piaz­za arma­ti, si ini­zia­ro­no a vede­re sce­ne curio­se in cui i sol­da­ti ten­ta­va­no di per­sua­de­re i loro com­pa­gni a non par­te­ci­pa­re a mani­fe­sta­zio­ni qua­lun­que ne fos­se il carat­te­re. Spes­so era­no i sol­da­ti che face­va­no appel­lo alla cal­ma tra i civi­li».

Kor­ni­lov ave­va assi­cu­ra­to a Milyu­kov di ave­re «for­ze suf­fi­cien­ti» per schiac­cia­re i ribel­li, ma tali for­ze non si mate­ria­liz­za­ro­no mai. Tro­tsky scris­se: «Que­sta super­fi­cia­li­tà avreb­be rag­giun­to il suo api­ce in ago­sto, quan­do il cospi­ra­to­re Kor­ni­lov avreb­be lan­cia­to con­tro Pie­tro­gra­do un’inesistente arma­ta». Nel­la not­te del 21 apri­le, anche se si udi­va­no anco­ra degli spa­ri, la cri­si poli­ti­ca era chiu­sa.

Visti i rap­por­ti di for­za dell’aprile 1917, anche i bol­sce­vi­chi non era­no inte­res­sa­ti a una aper­ta bat­ta­glia che con­du­ces­se alla guer­ra civi­le. Per la pri­ma vol­ta il par­ti­to di Lenin ave­va gio­ca­to un ruo­lo impor­tan­te negli avve­ni­men­ti, ma non era anco­ra pron­to a gui­da­re il movi­men­to ver­so una nuo­va rivo­lu­zio­ne.

I soviet sta­va­no anco­ra con­so­li­dan­do la loro ege­mo­nia. Per Lenin una nuo­va rivo­lu­zio­ne era anco­ra pre­ma­tu­ra e lo slo­gan soste­nu­to da alcu­ni dei suoi di «rove­scia­re il gover­no» era sba­glia­to:

«Il gover­no prov­vi­so­rio dove­va esse­re rove­scia­to imme­dia­ta­men­te? … Per diven­ta­re una poten­za gli ope­rai coscien­ti devo­no con­qui­sta­re la mag­gio­ran­za … Non sia­mo blan­qui­sti … Sia­mo mar­xi­sti, noi sia­mo per la lot­ta pro­le­ta­ria di clas­se con­tro le intos­si­ca­zio­ni pic­co­lo­bor­ghe­si».

La cri­si era supe­ra­ta, ma nul­la sareb­be sta­to più come pri­ma. Era ormai chia­ro che nes­su­na deci­sio­ne del gover­no pote­va pas­sa­re sen­za l’accordo del soviet. La stra­te­gia dei Cadet­ti e dei capi­ta­li­sti fu allo­ra quel­la di pre­me­re per un coin­vol­gi­men­to diret­to dei socia­li­sti nel gover­no. Ma la con­di­zio­ne indi­spen­sa­bi­le per la par­te­ci­pa­zio­ne dei par­ti­ti socia­li­sti al gover­no era l’allontanamento di Guch­kov e Milyu­kov.

Dopo le loro dimis­sio­ni, il gover­no prov­vi­so­rio pro­po­se ai socia­li­sti di for­ma­re un gover­no di coa­li­zio­ne. L’accordo fu rag­giun­to il 22 apri­le e sei mini­stri socia­li­sti entra­ro­no nel gover­no (due men­sce­vi­chi, due social­ri­vo­lu­zio­na­ri e due popu­li­sti). Solo il pre­si­den­te dell’Esecutivo del soviet, Niko­lay Chkhei­d­ze, rifiu­tò di diven­ta­re mini­stro.

Natu­ral­men­te, anche i bol­sce­vi­chi rifiu­ta­ro­no di ade­ri­re e ini­zia­ro­no a pre­pa­rar­si per le immi­nen­ti lot­te rivo­lu­zio­na­rie. Per mol­ti ver­si, le “gior­na­te di apri­le” raf­for­za­ro­no negli ope­rai l’esigenza di ave­re una pro­pria for­za arma­ta autor­ga­niz­za­ta. Per esem­pio, la fab­bri­ca di scar­pe Sko­ro­khod deci­se di for­ma­re una Guar­dia Ros­sa di mil­le per­so­ne e chie­se al soviet di equi­pag­giar­le con cin­que­cen­to fuci­li e cin­que­cen­to pisto­le.

Il 23 apri­le, in un’assemblea orga­niz­za­ta dai dele­ga­ti di fab­bri­ca sull’organizzazione del­le Guar­die Ros­se, un ora­to­re sosten­ne che «il soviet ha cre­du­to trop­po ai cadet­ti. Non è sce­so in piaz­za, i cadet­ti sì. Ma, a dispet­to del soviet, gli ope­rai si sono mobi­li­ta­ti e han­no sal­va­to la gior­na­ta».

Le gior­na­te di apri­le, in effet­ti, raf­for­za­ro­no la fidu­cia degli ope­rai e dei sol­da­ti. I cadet­ti di Milyu­kov furo­no momen­ta­nea­men­te iso­la­ti. I men­sce­vi­chi e i socia­li­sti rivo­lu­zio­na­ri man­ten­ne­ro il con­trol­lo del soviet di Pie­tro­gra­do ma la loro fidu­cia era scos­sa. Nei mesi seguen­ti, la cri­si rivo­lu­zio­na­ria si sareb­be appro­fon­di­ta.

 

[*] Yurii Colom­bo è un atti­vi­sta socia­li­sta di lun­go cor­so. Attual­men­te eser­ci­ta, tra Mosca e Mila­no, la pro­fes­sio­ne di gior­na­li­sta.