Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Rivoluzione russa del 1917

I bolscevichi e l’antisemitismo

odessa

Membri del Bund posano vicino ai cadaveri dei loro compagni uccisi nel pogrom di Odessa, 1905

Continua la pubblicazione sul nostro blog della versione italiana dei saggi sulla Rivoluzione russa del 1917, editi dalla rivista Jacobin Magazine.
Frutto della collaborazione con quest’ultima e della partnership con il sito PalermoGrad, presentiamo questa volta l’interessantissimo scritto di Brendan McGeever sull’antisemitismo nella Russia bolscevica.
Sarà poi possibile trovare anche questo testo, come gli altri che abbiamo già pubblicato, nell’apposita sezione in italiano del Marxists Internet Archive.
Buona lettura.
La redazione


I bolscevichi e l’antisemitismo


Brendan McGeever [*]

L’antisemitismo è stato patrimonio comune di tutti gli schieramenti politici nell’anno della Rivoluzione russa

Alle prime ore del 25 ottobre 1917, i lavoratori stanno occupando le zone strategiche delle strade di Pietrogrado spazzate dal vento. Nel Palazzo d’Inverno, il capo del governo provvisorio, Alexander Kerensky, sta aspettando nervosamente l’arrivo della sua automobile per la fuga. Fuori, le Guardie rosse hanno preso il controllo della centrale telefonica. La presa del potere da parte dei bolscevichi è ormai imminente.

Non c’è illuminazione, né telefono nel palazzo. Dalla sua finestra Kerensky può vederne il ponte, occupato dai marinai bolscevichi. Alla fine, gli viene garantita una vettura dell’ambasciata americana e Kerensky inizia così la sua fuga dalla rossa Pietrogrado. Appena girato l’angolo, nota delle scritte, dipinte di fresco sulle mura del palazzo: «Abbasso l’ebreo Kerensky! Viva il compagno Trotsky!».

A distanza di un secolo, lo slogan resta un’assurdità: Kerensky, infatti, non era ebreo; Trotsky sì. Ciò che tuttavia questo slogan sottolinea è il ruolo confuso e contraddittorio che l’antisemitismo ebbe nel processo rivoluzionario russo. In gran parte delle opere sulla Rivoluzione russa l’antisemitismo è inteso come una forma di “controrivoluzione”, appannaggio della destra antibolscevica.

C’è, naturalmente, molto di vero in quest’affermazione: il regime zarista fu caratterizzato dal suo antisemitismo, e nella devastante ondata di violenze contro gli ebrei che fece seguito alla Rivoluzione d’ottobre negli anni della guerra civile (1918‑1921) la maggior parte delle atrocità fu commessa dall’Armata bianca e dalle altre forze che si opponevano al neonato governo sovietico. Ma questa non è tutta la storia.

L’antisemitismo ha attraversato gli schieramenti nella Russia rivoluzionaria, trovando terreno fertile in tutti i gruppi sociali e gli ideali politici. Nel campo marxista, razzismo e radicalismo politico sono spesso visti in contrapposizione tra loro; nel 1917, tuttavia, antisemitismo e odio di classe si sovrapponevano, oltre ad essere contrastanti visioni del mondo.


Febbraio: una rivoluzione nella vita degli ebrei

La rivoluzione di febbraio trasformò la vita degli ebrei. Pochi giorni dopo l’abdicazione dello zar Nicola II, tutte le restrizioni legali che riguardavano gli ebrei vennero abrogate. Più di 140 leggi, per un totale di qualche migliaio di pagine, vennero abolite da un giorno all’altro. Per celebrare questo storico momento, fu convocata una sessione straordinaria del soviet di Pietrogrado. Era il 24 marzo 1917, vigilia della Pasqua ebraica. Il delegato ebreo che prese la parola nella riunione, immediatamente fece il paragone – così disse – tra la rivoluzione di febbraio e la liberazione dalla schiavitù degli ebrei in Egitto.

Tuttavia, l’emancipazione formale non fece scomparire la violenza antisemita. L’antisemitismo aveva radici profonde, e il fatto che nel 1917 continuasse ad essere presente era in stretta connessione con i flussi e riflussi della rivoluzione. Nel corso del 1917, vennero messi a segno almeno 235 attacchi contro gli ebrei. Benché la popolazione ebraica ammontasse solo al 4,5% del totale, quell’anno gli ebrei furono oggetto di quasi un terzo di tutti gli atti di violenza fisica contro le minoranze nazionali.

A partire dalla rivoluzione di febbraio, le voci di imminenti pogrom contro gli ebrei si susseguivano nelle strade della città della Russia, tanto che, quando i soviet di Pietrogrado e di Mosca si riunirono per le loro prime sessioni, la questione dell’antisemitismo era considerata prioritaria. Scoppi veri e propri di violenza furono rari in quelle prime settimane. In giugno però la stampa ebraica cominciò a riferire che “folle di lavoratori” andavano radunandosi a ogni angolo di strada applaudendo i discorsi di fautori dei pogrom che raccontavano che il soviet di Pietrogrado era nelle mani degli “ebrei”. A volte, i dirigenti bolscevichi si trovavano ad affrontare quest’antisemitismo. Agli inizi di luglio, camminando per strada, colui che sarebbe stato il futuro segretario di Lenin, Vladimir Bonch-Bruevich, si imbatté in una folla che apertamente invocava pogrom antisemiti. A capo chino, tirò dritto. Sempre più segnalazioni di simili adunate pervenivano.

A volte, odio di classe e rappresentazioni antisemite di ebraicità si sovrapponevano. Più tardi, in luglio, oratori agli angoli delle strade di Pietrogrado tenevano comizi invitando la folla a “colpire gli ebrei e la borghesia!”. Immediatamente dopo la rivoluzione di febbraio tali discorsi non erano riusciti a far presa sulla gente, e invece ora trovavano un largo ascolto. fu in questo contesto che il primo congresso panrusso dei Soviet dei deputati degli operai e dei soldati si riunì a Pietrogrado.


La questione dell’antisemitismo

Si trattò di un congresso storico. Vi parteciparono più di mille delegati, in rappresentanza di centinaia di soviet locali e di una ventina di milioni di cittadini russi. Il 22 giugno, mentre arrivavano segnalazioni di ulteriori incidenti antisemiti, il congresso approvò la più autorevole risoluzione fino ad allora adottata sulla questione dell’antisemitismo.

Scritta dal bolscevico Evgenii Preobrajensky, il testo si intitolava “Sulla battaglia contro l’antisemitismo” e, quando Preobrajensky ebbe finito di leggerlo ad alta voce, un delegato ebreo si levò in piedi ed espresse la sua piena approvazione prima di aggiungere che, quantunque non fosse servita a riportare in vita gli ebrei uccisi nei pogrom del 1905, la risoluzione sarebbe servita a lenire alcune delle ferite che continuavano ad arrecare così tanto dolore alla comunità ebraica. Quindi, il testo venne approvato all’unanimità dal congresso.

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Evgenii Preobrajensky

In buona sostanza, la risoluzione riaffermava l’antica posizione socialdemocratica, secondo cui l’antisemitismo equivaleva alla controrivoluzione. Conteneva, però, un’importante ammissione: «Il grande pericolo – spiegò il relatore Preobrajensky – era «la tendenza dell’antisemitismo a dissimularsi dietro slogan radicali». Questa convergenza tra politica rivoluzionaria e antisemitismo, continuava la risoluzione, ha rappresentato «una grande minaccia per la popolazione ebraica e per il movimento rivoluzionario tutto, poiché minaccia di affogare la liberazione del popolo nel sangue dei nostri fratelli e di gettare il disonore sull’intero movimento rivoluzionario». L’aver ammesso che antisemitismo e politica rivoluzionaria potessero sovrapporsi squarciò il velo su un nuovo aspetto del movimento rivoluzionario russo, che fino ad allora tendeva a inquadrare l’antisemitismo come un tema appannaggio dell’estrema destra. Con l’approfondirsi del processo rivoluzionario, verso la metà e la fine del 1917, la presenza dell’antisemitismo in settori della classe operaia e del movimento rivoluzionario divenne un problema crescente che richiedeva una risposta socialista.


La risposta dei soviet

Alla fine dell’estate, i soviet avevano iniziato un’ampia ed estesa campagna contro l’antisemitismo. Il soviet di Mosca, ad esempio, aveva organizzato in agosto e settembre conferenze e riunioni su questo tema nelle fabbriche. Nell’antica Zona di Insediamento i soviet locali furono determinanti nel prevenire lo scoppio di pogrom. Verso la metà di agosto, a Chernigov, in Ucraina, le Centurie Nere accusarono gli ebrei di accaparrarsi il pane, scatenando così una serie di violenti disordini antiebraici, e fu fondamentale l’intervento di una delegazione del soviet di Kiev che organizzò una formazione di truppe locali per porre fine ai tumulti.

Il governo provvisorio cercò di avviare una propria risposta all’antisemitismo. Verso la metà di settembre, fu approvata una risoluzione che annunciava l’assunzione dei «più drastici provvedimenti contro tutti i partecipanti ai pogrom». Un pronunciamento simile, emanato due settimane più tardi, faceva ordine ai ministri del governo di «usare tutti i poteri a loro disposizione» per sedare i pogrom. Tuttavia, col trasferimento già in atto del potere ai soviet, l’autorità del governo provvisorio si trovava in un processo di disintegrazione. Un editoriale del 1° ottobre del quotidiano filogovernativo Russkie Vedomosti aveva colto bene la situazione: «L’ondata di pogrom cresce e si estende … montagne di telegrammi giungono ogni giorno … [ma] il governo è con l’acqua alla gola … l’amministrazione locale è del tutto impotente … gli strumenti di coercizione sono totalmente esauriti».

Non era così per i soviet. Mentre la crisi politica si approfondiva e il processo di bolscevizzazione proseguiva a ritmo sostenuto, decine di soviet provinciali fissavano la proprie politiche contro l’antisemitismo. A Vitebsk, un centro a 350 miglia ad ovest di Mosca, il soviet locale formò agli inizi di ottobre un’unità militare per proteggere la città dalle bande che organizzavano pogrom. La settimana successiva, il soviet di Orel decise di prendere le armi contro ogni forma di violenza antisemita.

Nell’estremo oriente della Russia, il soviet pan‑siberiano adottò una risoluzione contro l’antisemitismo, proclamando che l’esercito locale rivoluzionario avrebbe preso «tutte le misure necessarie» per prevenire qualsiasi pogrom. Il che dimostrava quanto fosse profondamente radicata la lotta contro l’antisemitismo in settori del movimento socialista organizzato: perfino nell’est più remoto, dove erano insediati relativamente pochi ebrei e c’erano ancor meno pogrom, i soviet locali si identificavano con le sofferenze per mano antisemita degli ebrei del fronte occidentale.

Indubbiamente, a metà del 1917, i soviet erano diventati la principale opposizione politica all’antisemitismo in Russia. Un editoriale del periodico Evreiskaia Nedelia (La Settimana ebraica) lo colse molto chiaramente: «Dobbiamo ammettere – e dobbiamo riconoscerne i meriti – che i soviet hanno condotto un’energica campagna contro [i pogrom]. In molti posti è stato solo grazie alla loro forza che è stata ristabilita la pace».

Tuttavia, vale la pena di notare che queste campagne contro l’antisemitismo erano rivolte agli operai delle fabbriche e, a volte, agli attivisti dell’ampio movimento socialista. In altri termini, l’antisemitismo venne identificato come un problema all’interno della base sociale della sinistra estrema, e perfino in settori dello stesso movimento rivoluzionario. Ciò dimostrava, naturalmente, che l’antisemitismo non proveniva semplicemente dagli strati superiori del vecchio regime zarista: aveva, invece, una base organica all’interno di settori di classe operaia e doveva essere affrontato come tale.


Il nemico interno

Per la direzione bolscevica le politiche rivoluzionarie non erano soltanto incompatibili con l’antisemitismo, ma erano diametralmente opposte. Come il principale quotidiano del partito, Pravda, avrebbe poi titolato in prima pagina nel 1918, «Essere contro gli ebrei significa essere a favore dello zar!». Eppure, sarebbe un errore “leggere” nelle dichiarazioni di Lenin e Trotsky sull’antisemitismo le idee e i sentimenti della base del partito. Come gli eventi del 1917 dimostrarono, rivoluzione e antisemitismo non sempre sono stati in conflitto.

Le cronache dei giornali nel periodo tra l’estate e l’autunno del 1917 rivelano che i bolscevichi locali venivano spesso accusati da altri socialisti di perpetuare l’antisemitismo e persino di dare ospitalità ad antisemiti nella base sociale del partito. Ad esempio, secondo il quotidiano di Georgii Plekhanov, Edinstvo, quando, intorno alla metà di giugno, rappresentanti menscevichi tentarono di tenere un comizio alla caserma Mosca, nella regione di Vyborg a Pietrogrado, i soldati – apparentemente aizzati dai bolscevichi – gridarono al loro indirizzo: «Abbasso! Siete tutti ebrei!». Va chiarito che alla metà del 1917 Plekhanov era ferocemente antibolscevico, sicché questa fonte va presa con le pinze.

Le accuse, tuttavia, erano molto diffuse. Più o meno nello stesso periodo, il giornale menscevico Vperied riferì che a Mosca i bolscevichi fischiarono i menscevichi, accusandoli di essere «ebrei» che «sfruttano il proletariato». Quando, il 18 giugno, centinaia di migliaia di lavoratori scesero in piazza a Pietrogrado, alcuni bolscevichi, stando a quanto venne riferito, strapparono le bandiere del Bund gridando slogan antisemiti. Per tutta risposta, un esponente del Bund, Mark Liber, accusò persino i bolscevichi di essere «a favore dei pogrom».

In ottobre, queste accuse divennero ancor più frequenti. L’editoriale dell’edizione del 29 ottobre di Evreiskaia Nedelia giunse a sostenere che le antisemite “Centurie Nere” stavano «ingrossando le file dei bolscevichi» in tutto il Paese.

Queste affermazioni erano evidentemente errate. La direzione bolscevica si opponeva all’antisemitismo e la maggioranza dei militanti prese parte allo sviluppo della risposta del partito all’antisemitismo, sia a livello di fabbrica che dei soviet. Nondimeno, l’idea che il bolscevismo potesse essere in qualche modo attraente per antisemiti di estrema destra non era del tutto infondata. Il 29 ottobre, un sorprendente editoriale di Groza (Tempesta), giornale dell’estrema destra antisemita, dichiarava:

«I bolscevichi hanno preso il potere. L’ebreo Kerensky, lacchè dei britannici e dei banchieri internazionali, che ha sfacciatamente assunto il titolo di comandante in capo delle forze armate e si è autonominato primo ministro dell’Impero russo ortodosso, sarà spazzato via dal Palazzo d’Inverno in cui ha profanato con la sua presenza i resti del pacificatore Alessandro III. Il 25 ottobre, i bolscevichi hanno unito tutti i reggimenti che si sono rifiutati di porsi agli ordini di un governo composto da banchieri ebrei, generali traditori, rinnegati latifondisti e mercanti ladri».

Il giornale venne immediatamente chiuso dai bolscevichi, ma quello sgradito sostegno allarmò la direzione del partito.

Ciò che preoccupava maggiormente i socialisti moderati rispetto alla capacità dell’antisemitismo e della rivoluzione di sovrapporsi era il modo in cui i bolscevichi mobilitavano le masse e incanalavano il loro odio di classe. Il 28 ottobre, con la rivoluzione in pieno svolgimento, il Comitato elettorale menscevico di Pietrogrado lanciò un disperato appello agli operai della capitale, allertando che i bolscevichi avevano sedotto «i lavoratori ignoranti e i soldati», e che lo slogan “Tutto il potere ai soviet!” si sarebbe facilmente trasformato in quello “Colpite gli ebrei, colpite i commercianti!”. Per il menscevico L’vov-Rogachevskii, la “tragedia” della Rivoluzione russa risiedeva in tutta evidenza nel fatto che «le masse ignoranti (temnota) non sono in grado di distinguere il provocatore dal rivoluzionario, o un pogrom contro gli ebrei da una rivoluzione sociale».

La stampa ebraica faceva eco a queste preoccupazioni. Secondo un articolo in prima pagina pubblicato su Evreiskaia Nedelia, «il compagno Lenin e i suoi seguaci bolscevichi fanno appello al proletariato perché “traduca le sue parole in fatti” (pereiti ot slovo k delu), ma ovunque si riuniscono le masse slave “tradurre parole in fatti” significa, in realtà, “attaccare gli ebrei”».

Tuttavia, contrariamente a queste allarmistiche previsioni, nelle ore e nei giorni immediatamente successivi alla presa del potere da parte dei bolscevichi non ci furono pogrom di massa nelle zone interne della Russia. L’insurrezione non si tradusse in violenza antisemitica come era invece stato predetto. Ciò che rivelano gli avvertimenti appena citati è il grado di profondo radicamento del timore che settori della sinistra socialista, che pretendevano di parlare in loro nome, nutrivano per le “masse ignoranti”. E ciò era particolarmente vero per gli intellettuali, che generalmente guardavano con orrore all’idea stessa di rivoluzione proletaria a causa della violenza e della barbarie che pensavano ne sarebbero inevitabilmente scaturite.

Ciò che in questo periodo distinse i bolscevichi fu proprio la loro vicinanza alle masse di Pietrogrado, così temute dall’intellighenzia.

Tuttavia, la sovrapposizione tra antisemitismo e politica rivoluzionaria era reale. Pochi giorni dopo la Rivoluzione d’ottobre, lo scrittore Ilia Ehrenburg – che sarebbe poi stato uno dei più prolifici e conosciuti autori ebrei in Unione Sovietica – si soffermò a riflettere sugli importantissimi eventi che si erano appena verificati. Il suo racconto costituisce forse la più vivida rappresentazione dell’articolazione tra antisemitismo e processo rivoluzionario nel 1917:

«Ieri ero in fila, in attesa di votare per l’Assemblea costituente. C’era gente che diceva: “Chi è contro gli ebrei voti per il numero 5!” [i bolscevichi], “Chi è a favore della rivoluzione mondiale voti per il numero 5!”. Passò il patriarca aspergendo acqua santa e tutti si tolsero il cappello. Un gruppo di soldati che passava di lì iniziò a intonare L’Internazionale al suo indirizzo. Dove mi trovo? O questo è davvero l’inferno?».

In questo impressionante ricordo la differenza tra bolscevismo rivoluzionario e antisemitismo controrivoluzionario sbiadisce. In realtà, il racconto di Ehrenburg prefigura l’inquietante domanda che Isaac Babel porrà nei suoi racconti sulla guerra civile in L’armata a cavallo: «Qual è la rivoluzione, e quale la controrivoluzione?».

Nonostante l’insistenza dei bolscevichi nell’inquadrarlo come un fenomeno puramente “controrivoluzionario”, l’antisemitismo sfuggiva a una categorizzazione così netta e poteva essere riscontrato, in forme estremamente complesse e inattese, entro tutti gli schieramenti politici. Sei mesi dopo, nella primavera del 1918, ciò sarebbe emerso molto più nitidamente, quando i primi pogrom dalla Rivoluzione d’ottobre scoppiarono nell’antica Zona di Insediamento. In villaggi e città del nordest dell’Ucraina, come Gluckhov, il potere bolscevico si consolidò attraverso la violenza antisemita da parte dei quadri locali del partito e delle Guardie rosse. Lo scontro dei bolscevichi con l’antisemitismo nel 1918, quindi, era spesso uno scontro con l’antisemitismo della propria base sociale.

The Holocaust

Pogrom del 1919 a Fastov, Ucraina

Nel commemorare il centenario della Rivoluzione d’ottobre, giustamente lo facciamo come un momento di radicale trasformazione sociale, quando un mondo nuovo sembrava possibile. La rivoluzione, però, va anche ricordata in tutta la sua complessità.

L’antirazzismo ha bisogno di essere continuamente coltivato e rinnovato. Cent’anni dopo, mentre combattiamo contro i danni causati dal razzismo a una politica di classe, il 1917 può dirci molto su come idee reazionarie possono attecchire, ma anche su come possono essere affrontate e combattute.

(Traduzione di Isa Pepe e Valerio Torre)

 

[*] Brendan McGeever è docente di sociologia dell’identità razziale e dell’antisemitismo al Birkbeck – Università di Londra. È autore de I bolscevichi e l’antisemitismo nella Rivoluzione russa, di imminente pubblicazione.

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