Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Rivoluzione russa del 1917

Violenza e rivoluzione nel 1917

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Ripren­dia­mo, dopo la pau­sa esti­va, la pre­sen­ta­zio­ne in ita­lia­no dei sag­gi sul­la Rivo­lu­zio­ne rus­sa del 1917 pub­bli­ca­ti in col­la­bo­ra­zio­ne con la rivi­sta Jaco­bin Maga­zi­ne.
È la vol­ta di un accu­ra­to stu­dio di Mike Hay­nes sul­la vio­len­za nel cor­so del pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio.
Ricor­dia­mo ai nostri let­to­ri che la tra­du­zio­ne in ita­lia­no di que­sti scrit­ti avvie­ne in part­ner­ship con il sito Paler­mo­Grad e che gli stes­si ven­go­no rac­col­ti nell’appo­si­ta sezio­ne orga­niz­za­ta dal Mar­xists Inter­net Archi­ve.
Buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne


Violenza e rivoluzione nel 1917

La vio­len­za rivo­lu­zio­na­ria del 1917 impal­li­di­sce rispet­to a quel­la dei fron­ti del­la Gran­de guer­ra

Mike Hay­nes [*]

 

Vivia­mo in un mon­do vio­len­to e non pos­sia­mo evi­ta­re di affron­ta­re da un ver­san­te poli­ti­co que­sto pro­ble­ma.

Nel 1917, la vio­len­za del­la guer­ra si era pro­pa­ga­ta in ogni dove. Nell’ultimo capi­to­lo del­la sua Sto­ria del­la rivo­lu­zio­ne rus­sa, Tro­tsky scri­ve:

«Non è for­se signi­fi­ca­ti­vo che il più del­le vol­te a indi­gnar­si per le vit­ti­me del­le rivo­lu­zio­ni socia­li sia­no gli stes­si che, se pur non sono sta­ti fau­to­ri diret­ti del­la guer­ra mon­dia­le, ne han­no alme­no pre­pa­ra­to ed esal­ta­to le vit­ti­me, o quan­to meno si sono ras­se­gna­ti a veder­le cade­re?»[1].

Si sti­ma che il nume­ro dei mor­ti duran­te la pri­ma guer­ra mon­dia­le, fra mili­ta­ri e civi­li, ammon­ti a una cifra tra quin­di­ci e diciot­to milio­ni. Alla fine del 1917, un medi­co socia­li­sta cal­co­lò che “la fol­le cor­sa del­la gio­stra del­la mor­te” ave­va por­ta­to a “6.364 mor­ti al gior­no, 12.726 feri­ti e 6.364 disa­bi­li”. Pro­ba­bil­men­te, la pre­ci­sio­ne che dimo­stra non è cor­ri­spon­den­te alla real­tà, ma il suo sen­so del­le pro­por­zio­ni lo è. La gen­te mori­va in bat­ta­glia, non­ché per le pri­va­zio­ni e le malat­tie che ne con­se­gui­va­no.

La Rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io scop­piò nel­la 135ª set­ti­ma­na di guer­ra. Quel­la di otto­bre si veri­fi­cò nel­la 170ª. Nei cir­ca 250 gior­ni che inter­cor­se­ro tra l’una e l’altra – un inter­val­lo che alcu­ni sto­ri­ci pre­sen­ta­no come un perio­do di ecci­di rivo­lu­zio­na­ri, in cui ci furo­no for­se 2.500 mor­ti – una scon­vol­gen­te cifra di 1.500.000 mor­ti, o addi­rit­tu­ra di più, si con­tò nel cuo­re dell’Europa.

Sui fron­ti orien­ta­li, tra feb­bra­io e otto­bre ci furo­no meno mor­ti, anche se il bilan­cio del­le per­di­te fu comun­que supe­rio­re ai 100.000 cadu­ti. Que­sta cal­ma rela­ti­va fu in lar­ga misu­ra deter­mi­na­ta dal fat­to che l’esercito rus­so ave­va comin­cia­to a dis­sol­ver­si, tal­vol­ta rea­gen­do con le armi con­tro chiun­que aves­se ten­ta­to di fer­ma­re la diser­zio­ne. Omi­ci­di com­mes­si per sfug­gi­re alla mor­te, per evi­ta­re che altri venis­se­ro ucci­si: la vio­len­za è qual­co­sa di com­ples­so.

E flui­sce in diver­se dire­zio­ni. Nel mag­gio 1917, le lavan­da­ie di Pie­tro­gra­do sce­se­ro in scio­pe­ro. Cer­ca­ro­no di spin­ge­re tut­ti fuo­ri dai luo­ghi di lavo­ro get­tan­do acqua sui for­nel­li e sui fer­ri da sti­ro. Alcu­ni pro­prie­ta­ri di lavan­de­rie, a loro vol­ta, usa­ro­no acqua bol­len­te con­tro gli scio­pe­ran­ti, minac­cian­do­li con fer­ri da sti­ro arro­ven­ta­ti, attiz­za­toi e per­si­no pisto­le.

È sì vero che nes­su­na vera rivo­lu­zio­ne è mai incruen­ta. Ma gran par­te di que­sta vio­len­za arri­va più tar­di, quan­do il vec­chio ordi­ne, dap­pri­ma diso­rien­ta­to, ini­zia a rea­gi­re.

Nel 1917, il livel­lo di vio­len­za fu mode­sto, se para­go­na­to alla bru­ta­li­tà del­la Pri­ma guer­ra mon­dia­le o del­la guer­ra civi­le inci­pien­te. Si rin­ven­go­no per­si­no esem­pi di atti di gene­ro­si­tà da par­te dei rivo­lu­zio­na­ri ver­so i loro nemi­ci: gesti insen­sa­ti, se pen­sia­mo al fat­to che quel­li, non appe­na libe­ra­ti, subi­to si uni­va­no alle arma­te con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rie.

È trop­po faci­le dire “la vio­len­za gene­ra vio­len­za”. È meglio appro­fon­di­re alcu­ne leg­gen­de sul­la rivo­lu­zio­ne e la sua vio­len­za.


La san­gui­no­sa rivo­lu­zio­ne incruen­ta

La Rivo­lu­zio­ne di feb­bra­io è appar­sa quel­la col mag­gior soste­gno di mas­sa, ma fu estre­ma­men­te vio­len­ta rispet­to agli altri even­ti di quell’anno. Sol­da­ti e poli­zia spa­ra­ro­no sul­la fol­la e dal­la fol­la alcu­ni rispo­se­ro al fuo­co. Sol­da­ti spa­ra­ro­no con­tro altri sol­da­ti.

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Mani­fe­sta­zio­ne di sol­da­ti (feb­bra­io 1917)

La mag­gior par­te dei reso­con­ti cal­co­la­no il nume­ro dei cadu­ti a Pie­tro­gra­do in 1.500, ma mol­to pro­ba­bil­men­te si trat­ta di un bilan­cio sot­to­sti­ma­to. Colo­ro che cad­de­ro in dife­sa del­la rivo­lu­zio­ne furo­no ono­ra­ti con la più gran­de com­me­mo­ra­zio­ne di mas­sa mai vista. La metà cir­ca del­la cit­tà – un milio­ne di per­so­ne – vi par­te­ci­pò.

Il vec­chio siste­ma era crol­la­to. Le fol­le pian­ge­va­no e festeg­gia­va­no con un nuo­vo sen­so di fra­tel­lan­za. Ancor oggi, sia­mo por­ta­ti a vede­re il Feb­bra­io tut­to rosa e fio­ri, for­se per­ché il cli­ma sareb­be pre­sto cam­bia­to di lì a pochi mesi.

Il nuo­vo gover­no prov­vi­so­rio – più a sini­stra di tut­ti gli altri – vole­va sta­bi­li­re la più avan­za­ta for­ma di demo­cra­zia libe­ra­le che si potes­se imma­gi­na­re, ma dove­va far­lo sul­le rovi­ne del vec­chio ordi­ne zari­sta.

Scris­se in segui­to Ale­xan­der Keren­sky: «In tut­to il ter­ri­to­rio del­la nazio­ne rus­sa non solo non esi­ste­va un pote­re gover­na­ti­vo, ma addi­rit­tu­ra nean­che un poli­ziot­to». In feb­bra­io le por­te del­le pri­gio­ni ven­ne­ro spa­lan­ca­te e ne usci­ro­no non solo pri­gio­nie­ri poli­ti­ci, ma anche miglia­ia di cri­mi­na­li comu­ni. Le mas­se assal­ta­ro­no i depo­si­ti di armi.

Il gover­no cer­cò di met­te­re in cam­po nuo­ve poli­ti­che, nuo­ve isti­tu­zio­ni e nuo­ve orga­niz­za­zio­ni, com­pre­se mili­zie popo­la­ri per man­te­ne­re l’ordine. Pro­cla­mò amni­stie, abo­lì la pena di mor­te, con­ces­se il dirit­to di assem­blea.

Vole­va anche diven­ta­re un pon­te tra ric­chi e pove­ri. Ciò pone­va un pro­ble­ma: le éli­te vole­va­no un tipo di siste­ma e il popo­lo un altro. Pochi gior­ni dopo l’abdicazione del­lo zar un uffi­cia­le scris­se: «Essi [i sol­da­ti del­la trup­pa] pen­sa­no che le cose dovreb­be­ro anda­re meglio per loro e peg­gio per noi». Le due par­ti si scon­tra­va­no su cosa doves­se signi­fi­ca­re giu­sti­zia e ordi­ne, e su che tipo di for­za sareb­be sta­ta neces­sa­ria per rea­liz­zar­li.

In apri­le, l’allora pri­mo mini­stro, il prin­ci­pe L’vov, ema­nò dei decre­ti per chie­de­re alla popo­la­zio­ne di smet­te­re di com­met­te­re rea­ti. È neces­sa­rio, si leg­ge, «por­re fine a ogni mani­fe­sta­zio­ne di vio­len­za e rapi­na facen­do ricor­so a tut­ta la for­za del­la leg­ge». Ciò signi­fi­ca­va non solo fer­ma­re le rapi­ne in stra­da, ma anche l’occupazione del­le ter­re del­la nobil­tà da par­te dei con­ta­di­ni.

Sta­bi­li­re l’ordine era pres­so­ché impos­si­bi­le. Le pres­sio­ni loca­li spin­ge­va­no le nuo­ve auto­ri­tà ad agi­re – o non agi­re – con moda­li­tà tali da inde­bo­li­re le diret­ti­ve di Pie­tro­gra­do. Alla fine di otto­bre, solo tren­ta­set­te del­la cin­quan­ta pro­vin­ce del­la Rus­sia euro­pea si era­no anche dota­te di mili­zie del­le nuo­ve for­ze di poli­zia. Frat­tan­to, lar­ghi set­to­ri dell’esercito era­no diven­ta­ti inquie­ti.


Un mon­do sot­to­so­pra

In feb­bra­io, uno scal­tro cri­mi­na­le fece una rapi­na in una casa dicen­do che veni­va da un comi­ta­to rivo­lu­zio­na­rio. Altri segui­ro­no pre­sto il suo esem­pio. Gli indi­ci di cri­mi­na­li­tà aumen­ta­ro­no dovun­que.

In otto­bre, John Reed scri­ve­va: «Le colon­ne dei gior­na­li del mat­ti­no [di Pie­tro­gra­do] era­no pie­ne di reso­con­ti di assas­si­ni e di auda­ci fur­ti. I cri­mi­na­li resta­va­no impu­ni­ti »[2]. La gen­te smi­se di por­ta­re ogget­ti di valo­re e di chiu­de­re a chia­ve le por­te. I cri­mi­na­li scher­za­va­no, dicen­do di esse­re loro ad ave­re ora biso­gno del­la pro­te­zio­ne del­la poli­zia, dato che era­no gli uni­ci a pos­se­de­re qual­co­sa che vales­se la pena di ruba­re.

Il crol­lo dell’esercito rap­pre­sen­ta­va un enor­me pro­ble­ma. Lad­do­ve ave­va ret­to, man­ten­ne in gran par­te l’ordine, ma il con­trol­lo sfug­gì dal­le mani del gover­no per pas­sa­re in quel­le dei rivo­lu­zio­na­ri. Intan­to, diser­zio­ni di mas­sa pro­du­ce­va­no gra­vi epi­so­di di vio­len­za men­tre ban­de di sol­da­ti si abban­do­na­va­no al sac­cheg­gio nel ten­ta­ti­vo di fare ritor­no alle loro case o di soprav­vi­ve­re ai mar­gi­ni del­la vita del­le cit­tà.

Il pro­ble­ma più gran­de, però, era che la rivo­lu­zio­ne ave­va mes­so il mon­do sot­to­so­pra. La vec­chia Rus­sia ove regna­va­no il rispet­to e la defe­ren­za era scom­par­sa. Chi ave­va indos­sa­to uni­for­mi civi­li e mili­ta­ri, gal­lo­ni e spal­li­ne, spil­let­te, fasce e nastri dap­per­tut­to, ora non pote­va arri­schiar­si ad usci­re di casa per timo­re di subi­re vio­len­ze.

All’inizio, le clas­si domi­nan­ti osser­va­va­no lo svol­ger­si degli even­ti con lo sguar­do diver­ti­to. «La rivo­lu­zio­ne era vista dagli stra­ti infe­rio­ri come qual­co­sa di simi­le a un Car­ne­va­le cine­se – scris­se  un con­tem­po­ra­neo – i dome­sti­ci, ad esem­pio, scom­pa­ri­va­no per gior­ni inte­ri, pas­seg­gian­do con le loro coc­car­de ros­se, scor­raz­zan­do con le auto­mo­bi­li, e rien­tra­va­no in casa al mat­ti­no solo per il tem­po neces­sa­rio a lavar­si, per poi usci­re di nuo­vo a diver­tir­si».

Ma l’umore cam­biò quan­do appar­ve chia­ro che la rivo­lu­zio­ne non si sareb­be fer­ma­ta. Le mas­se smi­se­ro di esse­re ras­se­gna­te e patriot­ti­che, per­si­no rico­no­scen­ti per le bri­cio­le. Ora, riu­ni­te con i loro abi­ti spor­chi e lace­ri per l’umidità, ini­zia­va­no ad avan­za­re riven­di­ca­zio­ni. Mugu­gna­va­no, spu­ta­va­no, sbrai­ta­va­no, bestem­mia­va­no. «Da mito patriot­ti­co – scris­se Tro­tsky – il popo­lo è dive­nu­to una ter­ri­bi­le real­tà»[3].

È pos­si­bi­le per­ce­pi­re il cam­bia­men­to d’umore dal modo in cui gli osser­va­to­ri descri­ve­va­no la gen­te comu­ne. Gli eroi di feb­bra­io veni­va­no ora dipin­ti come gen­ta­glia igno­ran­te.

Quan­do Vla­di­mir Nabo­kov, un ele­gan­te mem­bro del par­ti­to cadet­to, descris­se le gior­na­te di luglio a Pie­tro­gra­do, dis­se che la gen­te ave­va «gli stes­si vol­ti fol­li, ottu­si e bestia­li che tut­ti ricor­da­va­mo nel­le gior­na­te di feb­bra­io». Rap­pre­sen­ta­va «lo sca­te­nar­si del­le for­ze del­la natu­ra» di cui aver pau­ra.

Sen­za alcu­na iro­nia, i pri­vi­le­gia­ti dice­va­no “non fate a noi quel che abbia­mo fat­to a voi”. Quan­do comu­ni­tà con­ta­di­ne si appro­pria­va­no del­le ter­re, se le distri­bui­va­no in par­ti ugua­li. In alcu­ni casi, dava­no una quo­ta di ter­ra al vec­chio pro­prie­ta­rio, che, veden­do la casa padro­na­le data alle fiam­me, pro­ba­bil­men­te lo rite­ne­va un ulti­mo gesto di umi­lia­zio­ne. Per i con­ta­di­ni, inve­ce, si trat­ta­va di un auten­ti­co atto di giu­sti­zia.

Quan­do gli uffi­cia­li impri­gio­na­ti si lamen­ta­va­no del­le con­di­zio­ni del­la for­tez­za di Kron­stadt, i loro nuo­vi car­ce­rie­ri rispon­de­va­no: “È vero che il car­ce­re di Kron­stadt è orri­bi­le, ma è la stes­sa pri­gio­ne che è sta­ta costrui­ta per noi dal­lo zari­smo”.

Tro­tsky, che era sta­to arre­sta­to dal gover­no prov­vi­so­rio, restò per­ples­so quan­do, in otto­bre, i soste­ni­to­ri del gover­no lo sup­pli­ca­ro­no che i mini­stri arre­sta­ti non fos­se­ro get­ta­ti in quel­le stes­se cel­le in cui anche lui era sta­to pri­gio­nie­ro. E così, egli ne auto­riz­zò gli arre­sti domi­ci­lia­ri per un perio­do.

La Rivo­lu­zio­ne del 1917 non è sta­ta por­ta­ta avan­ti su astrat­te que­stio­ni di leg­ge e ordi­ne: le mas­se popo­la­ri com­bat­te­ro­no vere e pro­prie bat­ta­glie su qua­le leg­ge e qua­le ordi­ne doves­se­ro reg­ge­re il Pae­se.


La ter­ra di chi?

La leg­ge sor­ge dal­le strut­tu­re poli­ti­che e socia­li. Un quo­ti­dia­no sot­to­li­nea­va che «i più ele­men­ta­ri prin­ci­pi [sono] la sicu­rez­za per­so­na­le e il rispet­to del­la pro­prie­tà pri­va­ta», ma uno stri­scio­ne a una mani­fe­sta­zio­ne reci­ta­va: «Il dirit­to alla vita è più impor­tan­te del dirit­to alla pro­prie­tà pri­va­ta».

Le con­di­zio­ni di un vil­lag­gio con­ta­di­no del­la regio­ne del Vol­ga pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne (1897)

Non ci fu ter­re­no di scon­tro tan­to acu­to quan­to la que­stio­ne del­la pro­prie­tà del­la ter­ra.

La mag­gior par­te dei con­ta­di­ni cre­de­va che l’aristocrazia usas­se il pote­re del­lo Sta­to per appro­priar­si del­le loro ter­re. «Il pos­ses­so del­la ter­ra a tito­lo di pro­prie­tà è, fra i cri­mi­ni, uno dei più inna­tu­ra­li», ma «que­sto cri­mi­ne è con­si­de­ra­to un dirit­to secon­do le leg­gi uma­ne», scris­se un con­ta­di­no auto­di­dat­ta. «L’ingiustizia del­la pro­prie­tà fon­dia­ria è ine­vi­ta­bil­men­te lega­ta alle tan­te ingiu­sti­zie e ai misfat­ti neces­sa­ri per la sua dife­sa». Ripren­der­si le ter­re diven­ne un atto risar­ci­to­rio.

Alcu­ni rap­pre­sen­tan­ti loca­li del gover­no prov­vi­so­rio con­di­vi­de­va­no que­sta visio­ne, ma i lati­fon­di­sti ovvia­men­te no. A Pie­tro­gra­do, il gover­no pro­mi­se ambi­gua­men­te una rifor­ma agra­ria per il futu­ro. I radi­ca­li la pen­sa­va­no diver­sa­men­te.

«Tra noi e i nostri avver­sa­ri c’è una con­trad­di­zio­ne di fon­do nel modo di con­ce­pi­re l’ordine e la leg­ge», dis­se Lenin:

«Fino ad ora si rite­ne­va che l’ordine e la leg­ge fos­se­ro ciò che con­ve­ni­va ai gran­di pro­prie­ta­ri fon­dia­ri e ai fun­zio­na­ri; noi affer­mia­mo inve­ce che l’ordine e la leg­ge sono ciò che con­vie­ne alla mag­gio­ran­za dei con­ta­di­ni[4] […] ciò che con­ta per noi è l’iniziativa rivo­lu­zio­na­ria e la leg­ge deve esser­ne il risul­ta­to. Se aspet­te­re­te che la leg­ge sia scrit­ta, inve­ce di eser­ci­ta­re voi stes­si la vostra ener­gia rivo­lu­zio­na­ria, non avre­te né la leg­ge né la ter­ra[5]».

Que­sta opi­nio­ne richie­de­va un nuo­vo siste­ma giu­ri­di­co, pro­mos­so dal bas­so.

In Sta­to e rivo­lu­zio­ne, Lenin appro­fon­dì que­sta straor­di­na­ria affer­ma­zio­ne scri­ven­do che per far fron­te a ecces­si e cri­mi­ni:

«… non c’è biso­gno di una mac­chi­na spe­cia­le, di uno spe­cia­le appa­ra­to di repres­sio­ne; lo stes­so popo­lo arma­to si inca­ri­che­rà di que­sta fac­cen­da con la stes­sa sem­pli­ci­tà, con la stes­sa faci­li­tà con cui una qual­sia­si fol­la di per­so­ne civi­li, anche nel­la socie­tà attua­le, sepa­ra del­le per­so­ne in ris­sa o non per­met­te che ven­ga usa­ta la vio­len­za con­tro una don­na»[6].

Maxim Gor­ky non era d’accordo, e cita­va epi­so­di ai qua­li ave­va assi­sti­to in vil­lag­gi con­ta­di­ni, in cui c’era chi par­te­ci­pa­va a cuor leg­ge­ro ad atti di vio­len­za, anche con­tro le don­ne. La mag­gior par­te degli sto­ri­ci ha dato ragio­ne a Gor­ky, curio­sa­men­te pre­stan­do scar­sa atten­zio­ne alle con­se­guen­ze che di fat­to que­sto con­flit­to tra vec­chio e nuo­vo ordi­ne pro­du­ce­va.

Dopo il Feb­bra­io, nuo­ve for­ze dell’ordine comin­cia­ro­no ad appa­ri­re. I soviet e i comi­ta­ti di fab­bri­ca creb­be­ro in nume­ro e pre­se­ro a orga­niz­za­re, sia pure non ade­gua­ta­men­te, le loro for­ze. A Kron­stadt – che qual­cu­no ha visto come l’incarnazione del­la bru­ta­li­tà rivo­lu­zio­na­ria – i soviet e i comi­ta­ti di fab­bri­ca chiu­se­ro bor­del­li, proi­bi­ro­no l’ubriachezza in pub­bli­co e mise­ro fuo­ri leg­ge per­si­no i gio­chi a car­te.

Si for­ma­ro­no anche mili­zie com­po­ste da lavo­ra­to­ri, che si man­te­ne­va­no sepa­ra­te da quel­le che rispon­de­va­no al gover­no prov­vi­so­rio. Que­ste mili­zie fece­ro la loro appa­ri­zio­ne spon­ta­nea a Pie­tro­gra­do e in qual­che altro luo­go. For­se con un piz­zi­co d’esagerazione la Pra­v­da sosten­ne che, gra­zie a que­sti grup­pi, «il van­da­li­smo è scom­par­so dal­le stra­de come pol­ve­re sof­fia­ta via da ven­ti di tem­pe­sta».

Alla fine di mar­zo, men­tre il gover­no cer­ca­va di crea­re la pro­pria for­za di poli­zia, i lavo­ra­to­ri isti­tui­va­no altre uni­tà di Guar­die Ros­se, soprat­tut­to a Pie­tro­gra­do. Il loro nume­ro variò nel cor­so del tem­po, ma ebbe un’impennata in otto­bre. Alla vigi­lia del­la rivo­lu­zio­ne, le si pote­va incon­tra­re per tut­ta la Rus­sia.

Gio­va­ni e ine­sper­ti, ma asso­lu­ta­men­te più effi­cien­ti del­la demo­ra­liz­za­ta mili­zia civi­ca, que­sti uffi­cia­li rap­pre­sen­ta­va­no l’esempio di un ordi­ne alter­na­ti­vo. «La stam­pa accu­sa­va la mili­zia di vio­len­ze, di requi­si­zio­ni e di arre­sti ille­ga­li», scri­ve­va Tro­tsky:

«Sen­za dub­bio, la mili­zia usa­va la vio­len­za: era sta­ta orga­niz­za­ta appun­to per que­sto. Ma il suo cri­mi­ne con­si­ste­va nel fat­to di usa­re la vio­len­za nei con­fron­ti dei rap­pre­sen­tan­ti di quel­la clas­se che non era abi­tua­ta a subir­la e non vole­va far­ci l’abitudine»[7].

Allo stes­so modo, i rivo­lu­zio­na­ri fece­ro appel­lo a uni­tà dell’esercito a unir­si alle file dei bol­sce­vi­chi, ed esse gio­ca­ro­no un ruo­lo chia­ve in otto­bre.

Lo scon­tro tra visio­ni del mon­do si sostan­zia­va nel modo in cui veni­va­no descrit­ti que­sti sol­da­ti. Il gover­no prov­vi­so­rio li defi­ni­va “inaf­fi­da­bi­li”, ma per chi soste­ne­va la rivo­lu­zio­ne le sole “uni­tà inaf­fi­da­bi­li” era­no quel­le che anco­ra appog­gia­va­no il gover­no.


Ordi­ne dal bas­so

Nel­la sua ricer­ca di un ordi­ne, il gover­no prov­vi­so­rio pas­sò alla vio­len­za. Le pro­te­ste al fron­te con­tro la guer­ra furo­no puni­te con i lavo­ri for­za­ti. Keren­sky lan­ciò l’offensiva di giu­gno nel­la spe­ran­za di aiu­ta­re lo sfor­zo bel­li­co degli allea­ti incen­ti­van­do l’ordine inter­no, ma mol­ti sol­da­ti si rifiu­ta­ro­no di com­bat­te­re. Quin­di, in luglio, in una cao­ti­ca mani­fe­sta­zio­ne svol­ta­si a Pie­tro­gra­do, tro­va­ro­no la mor­te cin­quan­ta­sei per­so­ne.

Il gover­no defi­nì le gior­na­te di luglio un ten­ta­ti­vo di col­po di sta­to. Tro­tsky fu cat­tu­ra­to e Lenin dovet­te nascon­der­si. L’esercito rein­tro­dus­se la pena di mor­te al fron­te, ma il nume­ro del­le ese­cu­zio­ni fu bas­so per­ché le trup­pe stes­se vi si oppo­ne­va­no.

Le clas­si domi­nan­ti comin­cia­ro­no a vede­re nel coman­dan­te in capo, il gene­ra­le Kor­ni­lov, l’uomo for­te di cui c’era biso­gno. Quan­do il suo avven­tu­ro­so ten­ta­ti­vo di pren­de­re il pote­re fal­lì, la situa­zio­ne diven­ne ancor più tesa. Le occu­pa­zio­ni di ter­re nel­le cam­pa­gne aumen­ta­ro­no e il gover­no dispie­gò le pro­prie poche trup­pe affi­da­bi­li per fer­mar­le.

Il con­tra­sto tra gli avve­ni­men­ti dell’Ottobre e la vio­len­za cao­ti­ca del Feb­bra­io fu enor­me. For­se quin­di­ci per­so­ne mori­ro­no a Pie­tro­gra­do, con una cin­quan­ti­na di feri­ti. Il gover­no prov­vi­so­rio era diven­ta­to un guscio vuo­to. «Puz­zia­mo di car­ne putre­fat­ta», dis­se un mini­stro. La vio­len­za fu con­te­nu­ta gra­zie alla nasci­ta di un nuo­vo pote­re: il soviet.

Il 22 otto­bre, dome­ni­ca, il regi­me di feb­bra­io vide cen­ti­na­ia di miglia­ia di per­so­ne inva­de­re le stra­de per cele­bra­re la Gior­na­ta del soviet di Pie­tro­gra­do. Se fos­se scop­pia­to un vero con­flit­to, il pre­ca­rio gover­no avreb­be potu­to schie­ra­re al mas­si­mo 25.000 uomi­ni. Alme­no 100.000 sol­da­ti era­no inve­ce pron­ti a com­bat­te­re per il soviet.

Di fat­to, i rivo­lu­zio­na­ri pre­se­ro il pote­re in manie­ra sor­pren­den­te­men­te ordi­na­ta. Il soviet di Pie­tro­gra­do pub­bli­cò dei mani­fe­sti in cui si leg­ge­va:

«Il soviet di Pie­tro­gra­do dei Depu­ta­ti dei Lavo­ra­to­ri e dei Sol­da­ti assu­me su di sé il com­pi­to di pro­teg­ge­re l’ordine rivo­lu­zio­na­rio in cit­tà … La guar­ni­gio­ne di Pie­tro­gra­do non per­met­te­rà nes­sun atto di vio­len­za o disor­di­ni. Si esor­ta la popo­la­zio­ne ad arre­sta­re tep­pi­sti e mem­bri del­le Cen­tu­rie nere e a por­tar­li pres­so i com­mis­sa­ri del soviet nel­le caser­me più vici­ne».

Quan­do il Palaz­zo d’Inverno cad­de, i coman­dan­ti bol­sce­vi­chi sal­va­ro­no dal­la fuci­la­zio­ne i vec­chi mini­stri traen­do­li inve­ce in arre­sto. I sol­da­ti anda­va­no a cac­cia di assas­si­ni, oppo­si­to­ri e qual­che ladro per pre­ve­ni­re sac­cheg­gi.

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La pre­sa del Palaz­zo d’Inverno

Il mini­ste­ro del­la guer­ra, a mala­pe­na fun­zio­nan­te, rivol­se ai rivo­lu­zio­na­ri degli ambi­gui com­pli­men­ti in uno dei suoi ulti­mi mes­sag­gi:

«Gli insor­ti stan­no pre­ser­van­do l’ordine e la disci­pli­na. Non si stan­no veri­fi­can­do casi di deva­sta­zio­ne o pogrom. Al con­tra­rio, pat­tu­glie di insor­ti han­no arre­sta­to sol­da­ti che vaga­bon­da­va­no … L’insurrezione è sta­ta indub­bia­men­te pia­ni­fi­ca­ta per tem­po e por­ta­ta avan­ti infles­si­bil­men­te e armo­nio­sa­men­te».

Il 26 otto­bre, il soviet dira­mò un appel­lo alla restan­te par­te del­la Rus­sia per­ché fos­se adot­ta­to il nuo­vo ordi­ne: «Tut­ta la Rus­sia rivo­lu­zio­na­ria e tut­to il mon­do stan­no guar­dan­do a voi». A Pie­tro­gra­do le can­ti­ne ven­ne­ro distrut­te per limi­ta­re la pos­si­bi­li­tà che i vin­ci­to­ri si abban­do­nas­se­ro all’ubriachezza.

A Mosca si svol­se­ro pesan­ti com­bat­ti­men­ti e diver­se cen­ti­na­ia di per­so­ne mori­ro­no. Ma in tut­to il Pae­se – come avreb­be poi det­to Lenin – «arri­va­ti in una qual­sia­si cit­tà, pro­cla­ma­va­mo il pote­re dei soviet e dopo pochi gior­ni i nove deci­mi degli ope­rai era­no con noi»[8].

La vio­len­za comin­ciò a esse­re più evi­den­te nel­la peri­fe­ria, dove i soste­ni­to­ri del gover­no prov­vi­so­rio pote­ro­no uti­liz­za­re set­to­ri del vec­chio eser­ci­to per resi­ste­re alla rivo­lu­zio­ne. Fu lì che lo spar­gi­men­to di san­gue fu mag­gio­re.


Impa­ra­re la spie­ta­tez­za

Le rivo­lu­zio­ni sono atti vio­len­ti, ma la vio­len­za ha diver­se fac­ce. All’inizio del 1918, la rivo­lu­zio­ne rus­sa sem­bra­va aver vin­to. Fece appel­lo alla pace e chie­se al popo­lo di sol­le­var­si per otte­ner­la.

Ma le poten­ze euro­pee non vole­va­no né la pace, né che vi fos­se una rivo­lu­zio­ne vit­to­rio­sa alle loro por­te: sic­ché, le poten­ze cen­tra­li rup­pe­ro l’armistizio e rivol­se­ro la loro vio­len­za ver­so il fron­te orien­ta­le. Appog­gia­ro­no inol­tre la vio­len­za con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ria all’interno del­la Rus­sia. Di fat­to, sen­za un aiu­to ester­no è dif­fi­ci­le imma­gi­na­re come la con­se­guen­te guer­ra civi­le avreb­be potu­to soste­ner­si.

Alla fine del 1917, l’ex coman­dan­te in capo, il gene­ra­le Alek­seev, sol­le­ci­tò le for­ze anti­bol­sce­vi­che a riu­nir­si sul Don e sul Kuban. A feb­bra­io 1918, sol­tan­to 4.000 sol­da­ti ave­va­no accol­to l’appello pre­sen­tan­do­si. L’anno pre­ce­den­te, gli uffi­cia­li era­no all’incirca 250.000. A quan­to pare­va, in pochis­si­mi ave­va­no voglia di con­ti­nua­re a com­bat­te­re.

Sen­za un mag­gio­re aiu­to dall’esterno, que­sti con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ri non avreb­be­ro avu­to né la fidu­cia, né i mez­zi per con­ti­nua­re la loro guer­ra. In que­sto con­te­sto, come Tro­tsky avreb­be det­to in segui­to, anche la rivo­lu­zio­ne dovet­te impa­ra­re a esse­re spie­ta­ta.

[*] Mike Hay­nes è uno sto­ri­co che lavo­ra nel Regno Uni­to. È coe­di­to­re di Histo­ry and Revo­lu­tion Refu­ting Revi­sio­ni­sm (Ver­so 2017).


(Tra­du­zio­ne di Erne­sto Rus­so. Tut­te le note a piè di pagi­na sono del tra­dut­to­re)

 


[1] L. Tro­tsky, Sto­ria del­la rivo­lu­zio­ne rus­sa, Arnol­do Mon­da­do­ri Edi­to­re, 1978, vol. II, p. 1253.

[2] J. Reed, I die­ci gior­ni che scon­vol­se­ro il mon­do, BUR, 2001, p. 81.

[3] L. Tro­tsky, op. cit., p. 1099.

[4] V.I. Lenin, “Pri­mo Con­gres­so dei depu­ta­ti con­ta­di­ni di tut­ta la Rus­sia: 2. Discor­so sul­la que­stio­ne agra­ria”, Ope­re, Edi­zio­ni Lot­ta comu­ni­sta, vol. XXIV, 2002, p. 502.

[5] V.I. Lenin, “Set­ti­ma con­fe­ren­za pan­rus­sa del Posdr (b), ivi, p. 292.

[6] V.I. Lenin, Sta­to e rivo­lu­zio­ne, op. cit., vol. XXV, p. 436.

[7] L. Tro­tsky, op. cit., vol. I, p. 456.

[8] V.I. Lenin, “VII Con­gres­so del par­ti­to comu­ni­sta (bol­sce­vi­co) del­la Rus­sia: 1. Rap­por­to sul­la guer­ra e la pace”, op. cit., vol. XXVII, p. 84.

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