Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Rivoluzione russa del 1917

Le giornate di luglio

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Pietrogrado, 18 giugno 1917. Manifestazione politica. Lo striscione sulla sinistra recita: “Pace per tutti”, “Tutto il potere al popolo”, “Tutta la terra al popolo”. In quello a destra si legge: “Via i ministri capitalisti”. Erano le parole d’ordine dei bolscevichi.

Continuiamo, nell’ambito della collaborazione con la rivista Jacobin Magazine, la presentazione in italiano dei saggi sulla Rivoluzione russa del 1917, che vengono coevamente pubblicati anche dal sito PalermoGrad.
Questa volta trattiamo il tema dell’insurrezione nelle giornate del luglio 1917 con un approfondito scritto di Daniel Gaido, che analizza quella fase del processo rivoluzionario che precedette il tentato golpe di Kornilov e che, al di là degli esiti, creò alcune delle condizioni perché i bolscevichi prendessero la direzione dell’intero movimento.
Buona lettura.
La redazione

Le giornate di luglio

Daniel Gaido [*]

I bolscevichi volevano evitare il destino occorso alla Comune di Parigi. È per questo che non presero il potere in luglio

 

Nel 1917 la Russia contava più di 165 milioni di cittadini, di cui solo 2.700.000 vivevano a Pietrogrado. Nella capitale abitavano 390.000 operai – un terzo dei quali donne – tra i 215.000 e i 300.000 soldati di guarnigione e circa 30.000 marinai e soldati di stanza nella base navale di Kronstadt.

Dopo la Rivoluzione di febbraio e l’abdicazione dello zar Nicola II, i soviet, guidati dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari, cedettero il potere a un governo provvisorio non eletto, deciso a proseguire l’avventura bellica della Russia nella Prima guerra mondiale e a differire la riforma agraria a dopo l’elezione dell’Assemblea costituente, rimandata a data da destinarsi.

Gli stessi soviet avevano preteso la creazione di comitati di soldati, cui avevano dato istruzioni di disobbedire a ogni ordine ufficiale che contrastasse con gli ordini e i decreti del soviet dei deputati degli operai e dei soldati.

Queste decisioni contraddittorie produssero una vacillante struttura di doppio potere, caratterizzata da ricorrenti crisi di governo.

La prima di queste crisi scoppiò nell’aprile del 1917, a guerra in corso, e si concluse quando i principali leader politici borghesi – Pavel Milyukov del partito dei cadetti (democratico‑costituzionali) e Alexander Guchkov del partito ottobrista – vennero destituiti. Inoltre, la crisi rivelò l’impotenza del governo nella guarnigione di Pietrogrado: le truppe rispondevano al comitato esecutivo del soviet di Pietrogrado piuttosto che al comandante in carica, il generale Lavr Kornilov.

L’Ordine n. 1, emesso il 14 marzo 1917 dal soviet di Pietrogrado. Nel documento, le unità militari venivano invitate ad eleggere comitati di soldati, ad inviare propri rappresentanti al soviet e a obbedire agli ordini dei propri superiori e del governo provvisorio solo se non avessero contraddetto quelli del soviet di Pietrogrado. Tutte le armi dovevano essere consegnate a questi comitati «e in nessun modo essere consegnate agli ufficiali, neanche dietro richiesta»

Il governo di coalizione nato dopo questa crisi comprendeva nove ministri nominati dai partiti borghesi e sei dai cosiddetti partiti socialisti. Il principe Georgy Lvov rimase primo ministro e ministro dell’Interno, ma l’astro nascente dell’esecutivo era il ministro della Guerra e della Marina, Alexander Kerensky, membro del partito socialista rivoluzionario. Il gabinetto comprendeva anche i menscevichi Irakli Tsereteli, ministro delle Poste e Telegrafi, e Matvey Skobelev, ministro del Lavoro. I socialrivoluzionari Viktor Chernov e Pavel Pereverzev si aggiunsero alla coalizione, l’uno come ministro dell’Agricoltura, l’altro come ministro della Giustizia.


Il partito bolscevico nell’estate del 1917

I bolscevichi si trovavano in difficoltà nella prima metà del 1917. Inizialmente, si opposero alla manifestazione per la Giornata internazionale della Donna, che portò invece alla Rivoluzione di febbraio. Intorno alla metà marzo, il partito bolscevico subì una brusca svolta a destra, quando Lev Kamenev, Josef Stalin e Matvei Konstantinovic Muranov, di ritorno dalla Siberia, rilevarono l’organo di partito, la Pravda. Sotto il loro controllo, il giornale espresse il proprio sostegno critico al governo provvisorio, rifiutò lo slogan “Abbasso la guerra” e sollecitarono la fine dell’indisciplina al fronte. Queste posizioni erano in netto contrasto con le opinioni che Lenin aveva espresso nelle sue Lettere da lontano, per cui non è certo sorprendente che la Pravda avesse pubblicato solo la prima di queste, peraltro con numerosi tagli. Secondo la testimonianza di Alexander Shlyapnikov:

«Il giorno in cui venne pubblicato il primo numero della “Pravda riformata”, il 15 marzo, fu un giorno trionfale per i “difensisti”. Tutto il Palazzo di Tauride, dai membri del Comitato della Duma fino al Comitato esecutivo, il cuore della democrazia rivoluzionaria, era in preda all’entusiasmo per questa sola notizia: la vittoria dei bolscevichi moderati e ragionevoli sugli estremisti. Nello stesso Comitato esecutivo venivamo accolti con sorrisi velenosi».

Queste opinioni andavano per la maggiore tra i leader bolscevichi a Pietrogrado allorché, il 3 aprile, Lenin giunse alla Stazione Finlandia. Il giorno dopo Lenin presentò le sue famose Tesi d’aprile ai delegati bolscevichi durante il Congresso panrusso dei Deputati degli Operai e dei Soldati. In opposizione a Kamenev e Stalin, Lenin riaffermò la sua totale sconfessione del “difensismo rivoluzionario” e sostenne la fraternizzazione tra soldati nemici al fronte. Inoltre adottò la prospettiva di Leone Trotsky, caratterizzando il “momento attuale” come una transizione tra il primo stadio “borghese-liberale” della rivoluzione e il secondo stadio “socialista”, durante il quale il potere sarebbe passato nelle mani del proletariato.

Lenin si oppose al “sostegno limitato” di Stalin e Kamenev al governo provvisorio, verso il quale invocò invece il totale ripudio, respingendo l’idea che i bolscevichi potessero unificarsi con i tutt’altro che radicali menscevichi. Da allora in poi, i bolscevichi rivendicarono che tutto il potere passasse ai soviet, che avrebbero poi armato il popolo, abolito la polizia, l’esercito e la burocrazia statale, confiscato tutte le proprietà dei latifondisti e trasferito il controllo della produzione e della distribuzione ai lavoratori.

Durante il settimo Congresso panrusso del partito bolscevico, tenutosi a Pietrogrado dal 24 al 29 aprile, le posizioni di Lenin sulla guerra e il governo provvisorio ottennero la maggioranza.

La prima pagina delle “Tesi di aprile” di Lenin, così come pubblicate sulla Pravda

Il partito bolscevico aveva ancora dimensioni piuttosto modeste all’inizio del 1917, con appena 2.000 membri a Pietrogrado, cioè solo lo 0,5% della classe operaia industriale della città. Tuttavia, all’apertura del congresso di aprile, le iscrizioni al partito erano già salite fino a 16.000 nella sola capitale. A fine giugno erano raddoppiate, mentre 2.000 soldati della guarnigione si erano uniti all’Organizzazione militare bolscevica, e altri 4.000 erano diventati soci del Club Pravda, un’organizzazione esterna al partito e riservata al personale militare, ma guidata in effetti dall’Organizzazione militare bolscevica.

La massiccia crescita delle adesioni trasformò l’organizzazione. Le sue file si irrobustirono con dei nuovi acquisti che sapevano poco di marxismo, ma erano ben pronti per l’azione rivoluzionaria.

Nel frattempo, i bolscevichi avevano cominciato a incorporare altre organizzazioni già esistenti. Il 4 maggio, il giorno prima della formazione del governo di coalizione, Trotsky tornò dall’esilio. Ora che lui e Lenin avevano trovato un terreno comune, Trotsky cominciò a rinsaldare i legami tra la sua Mezhraiontsy (o Organizzazione interdistrettuale di Pietrogrado) e il partito guidato da Lenin.

Ma nonostante la crescita esponenziale, i Bolscevichi erano ancora in minoranza. Il 3 giugno, quando cominciò il primo Congresso panrusso dei Soviet dei Deputati degli Operai e dei Soldati, essi rappresentavano meno del 10% dei delegati. A quella conferenza parteciparono 1.090 delegati – 822 dei quali aveva diritto di voto – che rappresentavano oltre 300 soviet di operai, soldati e contadini e 53 soviet regionali, provinciali e distrettuali. I bolscevichi, con i loro 105 delegati, erano la terza forza, dietro ai Socialisti Rivoluzionari (285 delegati) e i Menscevichi (248).

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L’Organizzazione militare bolscevica

A quel tempo, a Pietrogrado c’erano tre diverse organizzazioni del partito bolscevico: il Comitato centrale, composto da 9 membri, l’Organizzazione militare panrussa e il Comitato di Pietroburgo. Ognuna di queste aveva le sue responsabilità, il che le rendeva soggette a varie e confliggenti pressioni. Il Comitato centrale, che doveva tener conto della situazione del Paese intero, si trovò spesso a dover frenare i gruppi più radicali.


I preparativi

L’Organizzazione militare bolscevica pianificò una dimostrazione armata per il 10 di giugno con l’obiettivo di esprimere l’opposizione delle masse ai preparativi del governo provvisorio per un’offensiva militare, ai tentativi di Kerensky di istituire nuovamente la disciplina nelle caserme e alle minacce in aumento di trasferimento al fronte. Venne però annullata all’ultimo momento, vista l’opposizione del Congresso dei Soviet.

Alcuni membri del partito bolscevico, in particolare nel Comitato di Pietroburgo e nell’Organizzazione militare, avevano visto nella manifestazione poi revocata una potenziale insurrezione. Anzi, Lenin stesso dovette presenziare a una riunione d’emergenza per difendere la decisione del Comitato Centrale di cancellare la mobilitazione. Lenin spiegò che il Comitato Centrale aveva dovuto osservare un esplicito ordine del Congresso dei Soviet e che, diversamente, la controrivoluzione avrebbe utilizzato la manifestazione per i propri scopi. Disse Lenin:

«Persino in una guerra ordinaria accade che si debba rinviare per motivi strategici l’offensiva fissata; tanto più questo può accadere nella lotta di classe […]. Bisogna saper valutare il momento ed essere audaci nelle decisioni».

Il Congresso dei Soviet decise di organizzare questa sua manifestazione per la settimana successiva, il 18 giugno, e ordinò a tutte le unità militari di guarnigione di parteciparvi disarmate. I bolscevichi la trasformarono in una mobilitazione di massa contro il governo, con la partecipazione di oltre 400.000 manifestanti.

Nel suo resoconto come testimone oculare della Rivoluzione russa, Nikolai Sukhanov ricorda:

«Tutti gli operai e i soldati di Pietrogrado vi presero parte. Ma qual era il carattere politico della manifestazione? “Ancora i bolscevichi”, notai, guardando gli slogan “e dietro di loro c’è un’altra colonna bolscevica” […]. “Tutto il potere ai soviet!”. “Abbasso i dieci ministri capitalisti!”. “ Pace nei tuguri, guerra nei palazzi!”. La Pietroburgo operaia e contadina, l’avanguardia della rivoluzione russa e mondiale, espresse così, in maniera risoluta e pregnante, la propria volontà».

I bolscevichi avevano programmato la prima manifestazione con la Federazione degli anarco‑comunisti di Pietrogrado, uno dei due principali gruppi anarchici attivi a quel tempo. Il Comitato rivoluzionario provvisorio anarchico decise di scavalcare il proprio alleato e fece evadere dalla prigione di Vyborg il direttore del giornale dell’Organizzazione militare bolscevica al fronte, F.P. Khaustov.

Per tutta risposta, il governo irruppe nel quartier generale degli anarchici, uccidendo uno dei suoi dirigenti. Insieme all’offensiva di luglio di Kerensky e ai nuovi ordini di armi e uomini, l’assassinio di Asnin aumentò il malcontento militare, in particolare quello del primo reggimento mitraglieri. Furono questi soldati a pianificare un’insurrezione immediata, con l’aiuto degli anarco‑comunisti, per il primo di luglio.

Alla Conferenze panrussa dell’Organizzazione militare bolscevica, i delegati furono messi in guardia: non bisognava fare il gioco del governo mettendo in piedi un’insurrezione disorganizzata e prematura. Il discorso di Lenin del 20 luglio suonò come un avvertimento preveggente:

«Dobbiamo essere particolarmente attenti a non cadere nella provocazione […] Una mossa sbagliata da parte nostra può mandare tutto all’aria […] Se fossimo in grado di impadronirci del potere ora, è ingenuo pensare che dopo averlo preso poi saremmo in grado di mantenerlo. Abbiamo detto più di una volta che l’unica forma possibile di governo rivoluzionario era il soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini. Qual è l’esatto peso della nostra frazione all’interno dei soviet? Perfino nei soviet di entrambe le capitali, per non dire ora degli altri, siamo una minoranza insignificante. Che cosa ci mostra questo? Non possiamo ignorarlo. Ci mostra che la maggioranza delle masse è indecisa, ma crede ancora nei Socialisti Rivoluzionari e nei Menscevichi».

Lenin tornò su questo concetto in un editoriale pubblicato sulla Pravda:

«[L’esercito] è andato alla morte credendo di sacrificarsi in nome della libertà, in nome della rivoluzione, in nome di una prossima pace. Ma l’esercito ha agito in tal modo perché esso è unicamente una parte del popolo che, nella presente fase della rivoluzione, segue i partiti socialista‑rivoluzionario e menscevico. Questo fatto generale e fondamentale – la fiducia della maggioranza nella politica piccolo‑borghese dei menscevichi e dei socialisti‑rivoluzionari, politica di asservimento ai capitalisti – determina la posizione e l’atteggiamento del nostro partito».

Ma, nelle parole di Trotsky, gli operai e i soldati

«si ricordavano che in febbraio i dirigenti si stavano preparando a dare il segnale di ritirata giusto alla vigilia della vittoria; che in marzo la giornata di otto ore era stata conquistata per iniziativa della base; che in aprile Miliukov era stato rovesciato dai reggimenti usciti nelle strade spontaneamente. Il richiamo di questi fatti accresceva la tensione e l’impazienza delle masse».

I dirigenti a livello di unità dell’Organizzazione militare di Pietrogrado sostennero in larga parte un’azione immediata contro il governo provvisorio; molti membri di base del partito bolscevico consideravano ormai inevitabile, perfino desiderabile, una rapida insurrezione.

Proprio quando l’offensiva era sul punto di fallire, tuttavia, il governo venne investito da una nuova crisi: quattro ministri del partito cadetto lasciarono la coalizione, in segno di protesta contro il compromesso trovato da Kerensky con la Rada Centrale ucraina. Questa defezione improvvisa rese il governo, ora composto da sei ministri socialisti e da cinque ministri capitalisti, disorganizzato e vulnerabile. Quando iniziarono le giornate di luglio, i bolscevichi conquistarono la maggioranza nella sezione operaia del Soviet di Pietrogrado, a testimonianza della crescita della loro influenza tra le masse.


La dimostrazione armata

La serie di eventi conosciuta come “le giornate di luglio” cominciò il 3 luglio, quando il Primo reggimento mitraglieri si ammutinò con il sostegno di diverse altre unità militari. Lo scoppio della rivolta coincise con la seconda conferenza bolscevica della città di Pietrogrado, che aveva aperto i lavori il primo di luglio.

Solo quando diventò chiaro che molti reggimenti, sostenuti da masse di operai, erano già scesi in strada e che i militanti di base bolscevichi vi stavano partecipando, il Comitato centrale si unì al movimento e raccomandò che le manifestazioni continuassero il giorno seguente sotto l’egida dei bolscevichi. Anche se il Comitato centrale era a conoscenza del fatto che i manifestanti avrebbero portato con sé delle armi, la nota emanata non parlava di un’insurrezione armata o della presa delle istituzioni governative. La risoluzione ufficiale ribadiva invece la rivendicazione bolscevica del «trasferimento del potere al soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini».

Così l’Organizzazione militare bolscevica assunse la direzione di una mobilitazione di piazza che si era originariamente sviluppata fuori del suo controllo. Tale scoppio inatteso provocò scompiglio nel partito. Quanti avevano obbedito al Comitato centrale e sostenevano la necessità di rinviare la rivoluzione si trovarono in contrasto con gli altri, in particolar modo con i membri dell’Organizzazione militare e con il Comitato di Pietroburgo, che erano invece a favore di un’azione immediata.

Naturalmente, un partito rivoluzionario cresce in maniera esponenziale durante una rivoluzione: abbiamo già visto che il Partito bolscevico era cresciuto del 1.600% in meno di cinque mesi. Una crescita del genere sottopone un partito a pressioni inaudite, che si manifestano con diversi gradi di intensità nei suoi vari organismi, rischiando di distruggere l’organizzazione stessa.

Nessuna misura di carattere organizzativo può prevenire queste tipo di dinamiche; svariate circostanze – tra cui la fiducia che la direzione del partito si è guadagnata – influenzano lo svolgersi degli eventi rivoluzionari. Ecco perché la costruzione di un partito non può essere intrapresa nel corso stesso del processo rivoluzionario, come la Rivoluzione tedesca avrebbe poi dimostrato.

Il 3 luglio i manifestanti armati tentarono senza successo di arrestare Kerensky, per poi dirigersi al Palazzo di Tauride, sede del Comitato esecutivo centrale dei soviet. La loro intenzione era quella di obbligarlo a prendere il potere del governo provvisorio.

La folla – stimata in 60‑70.000 persone – travolse le difese del palazzo e presentò le proprie rivendicazioni. Il Comitato esecutivo, tuttavia, le respinse. Trotsky colse l’ironia del momento quando osservò che, mentre centinaia di migliaia di manifestanti stavano chiedendo ai dirigenti del soviet di prendere il potere, quegli stessi dirigenti stavano cercando forze armate da utilizzare contro i manifestanti.

Dopo la Rivoluzione di febbraio, gli operai e i soldati avevano consegnato il potere ai menscevichi e ai socialisti rivoluzionari, ma questi partiti vollero cederlo ai borghesi imperialisti, preferendo una guerra civile contro il popolo piuttosto che assumere il potere nelle proprie mani senza alcuno spargimento di sangue. Quando i manifestanti di luglio si resero conto che la direzione del soviet non si sarebbe liberata dei suoi alleati capitalisti – molti dei quali avevano comunque lasciato il governo di propria volontà – la situazione giunse a un punto morto.


«Prendi il potere, figlio di un cane, quando ti viene dato!»

Il giorno dopo, Lenin giunse direttamente dalla Finlandia nel quartier generale dei bolscevichi, al palazzo Kshesinskaia. Ben presto, anche i marinai della base navale di Kronstadt vi si diressero. L’ultimo discorso pubblico di Lenin prima della Rivoluzione d’ottobre non fu però come i marinai si aspettavano: Lenin sottolineò la necessità di una manifestazione pacifica ed espresse la propria certezza che lo slogan “Tutto il potere ai Soviet” avrebbe alla fine trionfato, e concluse il suo discorso chiedendo ai marinai autocontrollo, determinazione e vigilanza.

Le giornate di luglio misero il Comitato centrale, e Lenin in particolare, in una luce diversa dal solito: avevano scongiurato una rivolta prematura nella capitale, una rivolta che, fosse andata a buon fine, avrebbe isolato i bolscevichi e infine stroncato la rivoluzione, come era accaduto alla Comune di Parigi nel 1871 e come sarebbe poi successo all’insurrezione spartachista di Berlino nel 1919.

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Pietrogrado, 4 luglio 1917. I manifestanti sulla Prospettiva Nevsky cercano riparo dopo che le truppe ebbero aperto il fuoco contro di loro

Un corteo di circa 60.000 persone si diresse verso il Palazzo di Tauride, ma si trovò sotto il fuoco dei cecchini all’angolo tra via Nevsky e via Liteiny, e poi all’angolo tra via Liteiny e via Panteleymonov. La maggior parte delle perdite, in ogni caso, fu prodotta dagli scontri con due squadroni di cosacchi, che avevano anche utilizzato l’artiglieria contro i manifestanti. Dopo questi due violenti combattimenti in strada, i marinari di Kronstadt, guidati da Fyodor Raskolnikov, raggiunsero il Palazzo di Tauride e si unirono al Primo reggimento mitraglieri.

Successivamente avvenne uno degli eventi più drammatici e al tempo stesso tragicomici della giornata: Victor Chernov, il cosiddetto teorico dei socialrivoluzionari, fu mandato a calmare i manifestanti. La folla lo accerchiò e un operaio, col pugno alzato, gli disse: «Prendi il potere, figlio di un cane, quando ti viene dato!».

La folla dichiarò Chernov in arresto e lo chiuse dentro un’automobile lì vicino. L’intervento tempestivo di Trotsky salvò il ministro. Sukhanov ha descritto questa bizzarra scena:

«La folla, che si stendeva a perdita d’occhio, era in subbuglio […] Tutta Kronstadt conosceva Trotsky e, si sarebbe detto, si fidava di lui. Ma quando cominciò a parlare la gente non si placò. Se a mo’ di provocazione fosse stato sparato un colpo lì vicino in quel momento, ci sarebbe probabilmente stato un massacro e tutti noi, forse anche Trotsky, saremmo stati fatti a pezzi. Trotsky, visibilmente agitato e incapace di trovare le parole giuste in quel momento così tumultuoso, riusciva a malapena a farsi sentire dalle file più vicine […] Quando cercò di salvare Chernov, le file intorno alla macchina si infuriarono. “Siete venuti qui per dichiarare la vostra volontà e per mostrare al soviet che la classe operaia non vuole più la borghesia al potere – disse Trotsky – ma perché danneggiare la vostra stessa causa con stupidi atti di violenza contro degli individui a caso? […] Ciascuno di voi ha dimostrato la sua devozione alla rivoluzione. Ciascuno di voi è pronto a dare la vita per la rivoluzione. Lo so. Dammi la tua mano, compagno! La mano, fratello!”. Trotsky allungò la mano verso una marinaio che stava protestando con particolare violenza. Ma quello si rifiutò categoricamente di corrispondergli […] Mi sembrò che il marinaio, che di certo aveva ascoltato Trotsky a Kronstadt varie volte, ora lo percepisse realmente come un traditore. Ricordava i suoi discorsi precedenti ed era confuso […] Non sapendo cosa fare, i marinai di Kronstadt liberarono Chernov».

Chernov tornò al Palazzo di Tauride e scrisse otto editoriali che condannavano la condotta dei bolscevichi. Il giornale socialista‑rivoluzionario Delo nadora ne pubblicò quattro.

Il governo provvisorio, comunque, si vendicò in maniera molto più perfida: il giorno dopo cominciò una campagna diffamatoria che descriveva Lenin – che aveva raggiunto la Russia viaggiando su un treno piombato – come un agente dello Stato Maggiore tedesco.


Il temporaneo trionfo della reazione

Il 5 luglio il Comitato centrale esecutivo del Soviet e il Distretto militare di Pietrogrado lanciarono un’operazione militare per riprendere il controllo della capitale. Le truppe fedeli al governo occuparono il palazzo Kshesinskaia e distrussero le rotative della Pravda. Lenin si mise in salvo a fatica.

È inutile chiedersi se, qualora fosse stato catturato, Lenin avrebbe incontrato lo stesso destino di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht dopo la l’insurrezione spartachista, ma possiamo farcene un’idea in base a una caricatura pubblicata dal giornale di destra Petrogradskaia gazeta due giorni dopo:

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«Lenin vuole un posto di alto livello? … Bene. Abbiamo una posizione pronta per lui!!!»

Le truppe lealiste avevano occupato anche la Fortezza di Pietro e Paolo, che il Primo reggimento mitraglieri aveva lasciato all’Organizzazione militare bolscevica. Il Comitato centrale del partito aveva dato istruzioni di far cessare le manifestazioni in strada, chiedendo agli operai di tornare al lavoro e ai soldati di tornare nelle loro caserme.

Nel frattempo il governo aveva ordinato l’arresto dei leader bolscevichi, tra cui Lenin, Kamenev e Grigory Zinoviev, così come Trotsky e Anatoly Lunacharsky, dirigenti dell’Organizzazione Interdistrettuale. Anche se alcuni di questi prigionieri politici, tra cui Trotsky, lasciarono la prigione durante il colpo di stato di Kornilov per organizzare la resistenza operaia, altri sarebbero rimasti in prigione fino alla Rivoluzione d’ottobre.

Così finirono le giornate di luglio che furono, nelle parole di Lenin, «molto più di una manifestazione e molto meno di una rivoluzione».

Alcuni dei principali dirigenti del partito bolscevico dovettero entrare in clandestinità, e i suoi giornali furono chiusi, ma la battuta d’arresto ebbe vita breve. La fallita offensiva dell’undicesima Armata sul fronte sud‑occidentale, con un massiccio contrattacco austro‑tedesco andò ad aggiungersi alla situazione economica che peggiorava di continuo, riaffermando così la validità degli slogan bolscevichi.

E infatti i giornali bolscevichi riapparvero ben presto con testate solo leggermente modificate, mentre i comitati del partito trovarono rapidamente nuovo sostegno. Disarmare le unità militari ribelli, come aveva ordinato il governo, fu più facile a dirsi che a farsi. Ben presto il fallimento del colpo di stato di Kornilov nell’agosto del 1917 avrebbe capovolto la situazione, creando finalmente le condizioni per la presa del potere da parte dei bolscevichi.


[*] Daniel Gaido è ricercatore del Consiglio Nazionale di Ricerca Scientifica e Tecnica (Conicet), Argentina.


(Traduzione di Daniele Vallotto)

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