Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica internazionale - America Latina

Il senso di un arresto: Lula, la democrazia e i commensali nei salotti

Folla difende Lula

Mili­tan­ti poli­ti­ci e sin­da­ca­li cir­con­da­no Lula per impe­dir­gli di con­se­gnar­si alla poli­zia

Con il gol­pe di palaz­zo che ha desti­tui­to Dil­ma Rous­seff dal­la cari­ca di pre­si­den­te del Bra­si­le, la bor­ghe­sia bra­si­lia­na ha mes­so a pun­to il pro­prio pia­no per ripren­de­re le redi­ni del Pae­se “sca­ri­can­do” il gover­no del Pt, rite­nu­to inca­pa­ce di far appro­va­re e appli­ca­re le con­tro­ri­for­me pre­vi­den­zia­li e del lavo­ro e una mano­vra di tagli al bilan­cio, nel gra­do, nell’intensità e nel­la rapi­di­tà che la cri­si eco­no­mi­ca in un Pae­se dal capi­ta­li­smo peri­fe­ri­co e dipen­den­te richie­de­va­no, ed è così pas­sa­ta all’attacco per impor­re alla clas­se lavo­ra­tri­ce bra­si­lia­na una scon­fit­ta sto­ri­ca.
Man­ca­va anco­ra un tas­sel­lo – e non il meno impor­tan­te – per por­ta­re a ter­mi­ne quel pia­no: eli­mi­na­re dal qua­dro poli­ti­co Lula, che anco­ra gode di un rile­van­te appog­gio popo­la­re, tan­to da risul­ta­re pri­mo nei son­dag­gi per le pros­si­me pre­si­den­zia­li. È evi­den­te che il dise­gno rea­zio­na­rio era incom­pa­ti­bi­le con un Lula rie­let­to: per quan­to, infat­ti, abbia gover­na­to – diret­ta­men­te o per il tra­mi­te di Dil­ma Rous­seff – prin­ci­pal­men­te nell’interesse del­la bor­ghe­sia bra­si­lia­na facen­do­le rea­liz­za­re pro­fit­ti favo­lo­si, il lea­der del Pt non pote­va esse­re con­si­de­ra­to pie­na­men­te affi­da­bi­le in una con­giun­tu­ra eco­no­mi­ca in cui le risor­se non pos­so­no esse­re dirot­ta­te nean­che in mini­ma par­te su poli­ti­che com­pen­sa­to­rie come quel­le che il luli­smo ha attua­to. Anzi. La cri­si richie­de che, con mano ener­gi­ca, quan­to è sta­to con­ces­so ai lavo­ra­to­ri e alle fasce più pove­re ed emar­gi­na­te del­la socie­tà bra­si­lia­na deb­ba esse­re ripre­so con gli inte­res­si, a tut­to van­tag­gio dei capi­ta­li­sti.
L’uso del mec­ca­ni­smo giu­di­zia­rio è per­ciò sem­bra­to il più appro­pria­to per toglie­re di mez­zo Lula. Al ter­mi­ne di un pro­ces­so basa­to sostan­zial­men­te su illa­zio­ni (a det­ta del­lo stes­so giu­di­ce che ha con­dot­to le inda­gi­ni), è sta­to dispo­sto l’arresto dell’ex pre­si­den­te, poi ese­gui­to dopo che era sta­to scrit­to il bril­lan­te arti­co­lo di Feli­pe Demier che pre­sen­tia­mo qui: un testo che ha il meri­to di spie­ga­re con gran­de chia­rez­za – sen­za nes­su­na con­ces­sio­ne poli­ti­ca, né aper­tu­ra di cre­di­to a Lula e al luli­smo – le ragio­ni pro­fon­de del­la situa­zio­ne che si è pro­dot­ta in Bra­si­le. Una situa­zio­ne che, a que­sto pun­to, apre sce­na­ri del tut­to nuo­vi e su cui ci ripro­met­tia­mo di tor­na­re pros­si­ma­men­te.
Buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne

 

Il senso di un arresto: Lula, la democrazia e i commensali nei salotti


Feli­pe Demier

For­ma­to­si nel­le file e nel­le lot­te ope­ra­ie, Lula, dal momen­to in cui ven­ne elet­to pre­si­den­te, non ha mai pro­po­sto rifor­me radi­ca­li per por­re rime­dio alla pro­fon­da disu­gua­glian­za del­la socie­tà bra­si­lia­na. Con­ti­nuan­do a paga­re reli­gio­sa­men­te il debi­to este­ro, ripro­du­cen­do la con­cen­tra­zio­ne del­la ren­di­ta, fre­nan­do la rifor­ma agra­ria, mili­ta­riz­zan­do la vita socia­le e distrug­gen­do i ser­vi­zi pub­bli­ci (per garan­ti­re il tas­so di pro­fit­to del­le gran­di socie­tà finan­zia­rie, indu­stria­li e dell’agrobusiness), i suoi gover­ni, così come il pri­mo di Dil­ma Rous­seff quan­do gli suc­ce­det­te, han­no fat­to – dal pun­to di vista del­le clas­si domi­nan­ti – quan­to anda­va fat­to.
Allo stes­so tem­po, stan­do al pote­re, Lula ha signi­fi­ca­ti­va­men­te ridot­to la disoc­cu­pa­zio­ne, aumen­ta­to gli sti­pen­di e il cre­di­to per il mer­ca­to al con­su­mo, amplia­to di parec­chio le poli­ti­che socia­li com­pen­sa­to­rie, lan­cia­to con­cor­si pub­bli­ci e fat­to un pas­so avan­ti nel­le poli­ti­che anti­di­scri­mi­na­to­rie. Median­te que­sta con­cer­ta­zio­ne socia­le, que­sta inge­gne­ria politico‑sociale, Lula ha costrui­to una mac­chi­na par­ti­ti­ca che si è dimo­stra­ta capa­ce di gesti­re meglio il capi­ta­li­smo bra­si­lia­no, cer­ta­men­te più di quan­to non abbia­no fat­to i tra­di­zio­na­li rap­pre­sen­tan­ti poli­ti­ci del­la bor­ghe­sia bra­si­lia­na, e che per ciò stes­so è diven­ta­ta pres­so­ché invin­ci­bi­le nel­la par­ti­ta elet­to­ra­le del­la nostra demo­cra­zia libe­ra­le blin­da­ta. Non c’era, in quel momen­to, in quel­la con­giun­tu­ra, una for­ma miglio­re di gestio­ne dell’ordine capi­ta­li­sta in un Pae­se arre­tra­to, peri­fe­ri­co e social­men­te divi­so come il Bra­si­le.
Ma, a par­ti­re dal­la secon­da metà del pri­mo man­da­to di Dil­ma Rous­seff, gli indi­ci eco­no­mi­ci ini­zia­ro­no a cade­re bru­sca­men­te. Ripre­sa fidu­cia in se stes­sa, l’opposizione di destra è sta­ta in gra­do di ricon­qui­sta­re la fidu­cia di un signi­fi­ca­ti­vo set­to­re del­la “mas­sa extra­par­la­men­ta­re del­la bor­ghe­sia”, che, ingo­lo­si­ta da orge finan­zia­rie, ave­va accet­ta­to a malin­cuo­re che il Pt (Par­ti­do dos tra­ba­lha­do­res) gover­nas­se il suo Sta­to. Di nuo­vo inna­mo­ra­ta del­la destra neo­li­be­ra­le e flir­tan­do anche con ten­den­ze poli­ti­che auto­cra­ti­che, gran par­te del­la bor­ghe­sia bra­si­lia­na ha potu­to rapi­da­men­te met­te­re da par­te il ses­so sen­za amo­re col peti­smo dura­to per cir­ca die­ci anni (ben­ché i diri­gen­ti del Pt aves­se­ro sem­pre nutri­to l’auspicio di con­trar­re uno sta­bi­le matri­mo­nio), distil­lan­do con­tro il par­ti­to di Lula tut­to il pro­prio odio repres­so, un odio – in real­tà – più rivol­to al Pt di pri­ma che a quel­lo in cui si era tra­sfor­ma­to stan­do al pote­re.

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Dil­ma Rous­seff tra Lula e il suo vice, Michel Temer, che l’ha poi spo­de­sta­ta assu­men­do­ne la cari­ca

Il rove­scia­men­to del gover­no Dil­ma Rous­seff ha sen­za dub­bio rap­pre­sen­ta­to l’esito del­la tra­ma gol­pi­sta archi­tet­ta­ta dai set­to­ri più rea­zio­na­ri del­la socie­tà bra­si­lia­na, diret­ta dall’opposizione di destra e dai suoi allea­ti nel cam­po dei mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne e nel pote­re giu­di­zia­rio. Nel­la costru­zio­ne di un’egemonia favo­re­vo­le all’impeachment, gli edi­to­ri dei gior­na­li han­no mes­so da par­te ogni pudo­re, se mai ne han­no avu­to in pre­ce­den­za. Olia­to dal seco­la­re odio di clas­se, spe­cial­men­te da quel­lo nutri­to dai set­to­ri medi demo­fo­bi­ci, il gol­pe ha avu­to come obiet­ti­vo prin­ci­pa­le cam­bia­re i gover­nan­ti del momen­to con altri più rea­zio­na­ri, i qua­li, sen­za il peso di un qual­si­vo­glia pas­sa­to com­bat­ti­vo e sin­da­ca­le, pos­so­no ora rea­liz­za­re i tagli fisca­li, appli­ca­re le con­tro­ri­for­me e met­te­re a tace­re il movi­men­to socia­le: tut­to ciò, nel gra­do, nel rit­mo e nell’intensità pre­te­si dal capi­ta­li­smo bra­si­lia­no in cri­si. Così, a dif­fe­ren­za del­le bor­ghe­sie euro­pee, la clas­se domi­nan­te bra­si­lia­na ha dimo­stra­to che, in momen­ti di cri­si eco­no­mi­ca, non può tol­le­ra­re che al pote­re vi sia nem­me­no “l’ala sini­stra” del par­ti­to dell’ordine capi­ta­li­sti­co: cioè, non può tol­le­ra­re al pote­re i mode­ra­ti del suo stes­so par­ti­to.
L’offensiva dei gol­pi­sti, vale a dire la fero­ce eli­mi­na­zio­ne dei dirit­ti e l’aumento dell’austerità fisca­le al suo mas­si­mo gra­do, deve con­ti­nua­re; non può fer­mar­si. Tut­ta­via, nel­la sua ven­di­ca­ti­va mar­cia con­tro­ri­for­mi­sta, la bor­ghe­sia bra­si­lia­na, a cau­sa di una coin­ci­den­za cro­no­lo­gi­ca, si tro­va di fron­te quest’anno un pic­co­lo osta­co­lo costi­tu­ti­vo del­la sua stes­sa for­ma di domi­na­zio­ne poli­ti­ca: le ele­zio­ni. Com’è noto, anche per i demo­cra­ti­ci libe­ra­li mini­ma­li­sti, l’esistenza di ele­zio­ni perio­di­che che ren­do­no pos­si­bi­le la scel­ta dei gover­nan­ti è un cri­te­rio inde­fet­ti­bi­le di qual­sia­si demo­cra­zia libe­ra­le, per­si­no del­le sue ver­sio­ni più limi­ta­te e squal­li­de. Tale è l’abituale con­trol­lo del pote­re eco­no­mi­co e media­ti­co sui pro­ces­si elet­to­ra­li, e tale la blin­da­tu­ra anti­po­po­la­re dell’attuale demo­cra­zia bra­si­lia­na, che il suf­fra­gio uni­ver­sa­le, lun­gi dal costi­tui­re un pro­ble­ma, è sem­pre sta­to, negli ulti­mi decen­ni, la for­ma con cui garan­ti­re legit­ti­mi­tà poli­ti­ca alla domi­na­zio­ne di clas­se nel Pae­se. Ora, ecce­zio­nal­men­te, le cose sem­bra­no esse­re cam­bia­te: ciò che pare richie­de­re solu­zio­ni ecce­zio­na­li dal pun­to di vista del capi­ta­le.
Il pro­gram­ma del gol­pe neces­si­ta di con­ti­nui­tà: però attra­ver­so un gover­no che tro­vi for­za nel voto. Qui sta il busil­lis, il ter­mi­ne incer­to del­la que­stio­ne. La bor­ghe­sia non solo con­si­de­ra Lula inca­pa­ce di appli­ca­re que­sto pro­gram­ma nel­le for­me da essa richie­ste, quan­to non tro­va nes­sun can­di­da­to affi­da­bi­le capa­ce di scon­fig­ge­re sicu­ra­men­te nel­le urne il peti­sta. Il cri­te­rio base di “una testa, un voto” (sia quel­la di un pau­li­sta del quartiere‑bene di Jar­dins oppu­re di un nor­de­sti­no del­le regio­ni semia­ri­de), da quarant’anni accet­ta­to dai nostri bene­stan­ti, oggi appa­re loro come un orri­bi­le spet­tro. Sic­ché, in una con­trad­di­zio­ne sto­ri­ca mol­to par­ti­co­la­re, la sem­pli­ce con­ti­nui­tà del regi­me democratico‑liberale, cioè le ordi­na­rie ele­zio­ni, appa­re come un pro­ble­ma per la stes­sa con­ti­nui­tà di quel regi­me. La sem­pli­ce nor­ma­li­tà del regi­me – cioè l’osservanza del­le sue stes­se leg­gi, ela­bo­ra­te per per­met­ter­ne la con­ti­nui­tà – si tra­du­ce ora in una anor­ma­li­tà poli­ti­ca.
Para­dos­sal­men­te, l’obbedienza alle nor­me costi­tu­zio­na­li sem­bra con­dur­re all’eliminazione di que­ste mede­si­me nor­me, l’osservanza alla let­te­ra del­la Costi­tu­zio­ne pare por­ta­re ine­so­ra­bil­men­te alla fine di que­sta stes­sa Costi­tu­zio­ne. E, alla fine, la rea­liz­za­zio­ne di un simu­la­cro di ele­zio­ni (sen­za Lula) – oppu­re la loro sospen­sio­ne – appa­re oggi come l’unico modo di pre­ser­va­re un regi­me poli­ti­co basa­to sule ele­zio­ni. In un’epoca di disgre­ga­zio­ne socia­le sen­za pre­ce­den­ti e di con­tro­ri­for­me esor­bi­tan­ti, alla bor­ghe­sia la pre­ser­va­zio­ne del regi­me a suf­fra­gio uni­ver­sa­le sem­bra esse­re pos­si­bi­le solo ridi­men­sio­nan­do o can­cel­lan­do lo stes­so suf­fra­gio uni­ver­sa­le, e tra­sfor­man­do le ele­zio­ni in nient’altro che una fal­si­fi­ca­zio­ne. È que­sto ciò che spie­ga, fon­da­men­tal­men­te, la con­dan­na di Lula e il suo arre­sto, decre­ta­to dal giu­di­ce Sér­gio Moro. Appar­ta­men­ti di lus­so, vil­le e peda­lò sono sta­ti tan­to deter­mi­nan­ti come fon­da­men­to per le sen­ten­ze, quan­to den­ti­fri­ci lascia­ti aper­ti e abi­ti spor­chi fuo­ri dal cesto lo sono per la fine di una rela­zio­ne sen­ti­men­ta­le.

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Il giu­di­ce Sér­gio Moro

For­ti­fi­ca­to sog­get­ti­va­men­te dagli edi­to­ria­li gior­na­li­sti­ci, il bor­ghe­se ordi­na­rio, iso­la­ta­men­te pre­so, con la sua men­ta­li­tà tac­ca­gna e meschi­na, non si è mai rico­no­sciu­to nel­la figu­ra di un gesto­re di sini­stra del capi­ta­li­smo libe­ra­le che una vol­ta sven­to­la­va ban­die­re ros­se e diri­ge­va scio­pe­ri. E nep­pu­re ades­so lo tol­le­ra. Sic­ché, il bor­ghe­se ordi­na­rio si com­por­ta con Lula come un nobi­le fa con un arri­vi­sta ple­beo che ha fat­to inna­mo­ra­re di sé la sua bel­la figlia: non aven­do altra scel­ta, lo accet­ta in casa, ma non lo con­si­de­ra par­te del­la fami­glia e, alla pri­ma cri­si coniu­ga­le, lo but­ta fuo­ri di dove mai sareb­be dovu­to entra­re. Per quan­ti enor­mi ser­vi­gi pos­sa aver reso alla bor­ghe­sia bra­si­lia­na, Lula non è un suo figlio legit­ti­mo, né mai lo sarà. Così come, even­tual­men­te, una dome­sti­ca può per­fi­no arri­va­re a fre­quen­ta­re il  salot­to buo­no, ma non deve mai azzar­dar­si a intro­met­ter­si nel­le con­ver­sa­zio­ni dei com­men­sa­li che deb­bo­no pre­oc­cu­par­si sol­tan­to di nasce­re e mori­re, allo stes­so modo Lula non avreb­be dovu­to osa­re mostra­re ai poli­ti­ci del­la nostra oli­gar­chi­ca clas­se domi­nan­te che era pos­si­bi­le com­bi­na­re i gran­di pro­fit­ti con la ridu­zio­ne del­la pover­tà estre­ma. Per i nostri “illu­stri” set­to­ri medi con­ser­va­to­ri, i nostri “uomi­ni dab­be­ne” e le nostre cor­ti­gia­ne, l’ex tor­ni­to­re mec­ca­ni­co non avreb­be mai dovu­to con­sen­ti­re che i loro nego­zi di lus­so diven­tas­se­ro spa­zi di ricrea­zio­ne e con­su­mo per i neri e le nere, che i loro aero­por­ti diven­tas­se­ro sta­zio­ni di auto­bus e che le loro uni­ver­si­tà apris­se­ro le por­te a una ple­ba­glia igno­ran­te.
Lula entre­rà in cel­la come un poli­ti­co isti­tu­zio­na­le respin­to dal­la stes­sa bor­ghe­sia da lui cor­teg­gia­ta e, fon­da­men­tal­men­te, aiu­ta­ta. Nei tem­pi bui di oggi, la bor­ghe­sia bra­si­lia­na si rive­la non solo ingra­ta, ma soprat­tut­to ven­di­ca­ti­va ed esclu­si­vi­sta. D’ora innan­zi, essa tor­ne­rà a pre­ten­de­re che solo i suoi rap­pre­sen­tan­ti diret­ti la favo­ri­sca­no. Il Lula che di qui a poco sarà arre­sta­to non è quel­lo che si è allon­ta­na­to da un pro­get­to di eman­ci­pa­zio­ne del­la clas­se lavo­ra­tri­ce, ma, al con­tra­rio, quel­lo che si pre­pa­ra a offri­re di nuo­vo ad essa tre pasti al gior­no nel qua­dro del capi­ta­li­smo. Il Lula che andrà die­tro le sbar­re è più il difen­so­re di un capi­ta­li­smo con meno mise­ra­bi­li che l’avversario di un pro­get­to socia­li­sta. Lula vie­ne puni­to non dai lavo­ra­to­ri nel­la loro lot­ta per l’emancipazione socia­le, quan­to dai più fero­ci nemi­ci di que­sta. Sic­ché, per la sini­stra socia­li­sta è il momen­to del­la scon­fit­ta, e per­tan­to di pre­pa­ra­re la rispo­sta e la resi­sten­za. Lascia­mo che Mer­val Perei­ra[1] e soci chia­mi­no a rac­col­ta i loro soda­li per iste­ri­che liba­gio­ni nei gran­di salot­ti. Le aspi­ra­zio­ni a un mon­do sen­za cor­ru­zio­ne e cupo­le mafio­se non pos­so­no esse­re rea­liz­za­te dagli stes­si giu­di­ci che lascia­no libe­ri Col­lor, Sar­ney, Temer, Aécio[2] e simi­li. Le nostre aspi­ra­zio­ni non pos­so­no esse­re con­fu­se con quel­le di altri, a pena di smar­ri­re la nostra stes­sa iden­ti­tà. Non ci può esse­re sosti­tu­zio­ni­smo politico‑giuridico in que­sto caso. Lavar­si le mani di fron­te alla puni­zio­ne di un avver­sa­rio per mano di un nemi­co, come fan­no alcu­ni incau­ti a sini­stra[3], non è altro che ali­men­ta­re una rea­zio­na­ria vio­len­za inqui­si­to­ria che, in ulti­ma ana­li­si, ha noi come obiet­ti­vo prin­ci­pa­le.

(Tra­du­zio­ne di Vale­rio Tor­re)



Note

[1] Gior­na­li­sta di pun­ta del grup­po edi­to­ria­le con­ser­va­to­re Glo­bo (Ndt).

[2] Uomi­ni poli­ti­ci bra­si­lia­ni, tut­ti impli­ca­ti a vario tito­lo in inda­gi­ni per cor­ru­zio­ne (Ndt).

[3] Qui, è tra­spa­ren­te il rife­ri­men­to al Pstu, sezio­ne bra­si­lia­na del­la Lit, che in diver­se occa­sio­ni ha assun­to un atteg­gia­men­to “pila­te­sco” nei con­fron­ti dell’arresto di Lula, ma in alcu­ni arti­co­li pre­ci­pi­to­sa­men­te riti­ra­ti dal web, ne ha riven­di­ca­to scan­da­lo­sa­men­te l’arresto, schie­ran­do­si ogget­ti­va­men­te nel­lo stes­so cam­po del­le for­ze più rea­zio­na­rie bra­si­lia­ne. Ne abbia­mo par­la­to in quest’articolo (e, in par­ti­co­la­re, alla nota 1 in cal­ce ad esso).

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