Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica internazionale - America Latina

La rovina del Venezuela non è dovuta al “socialismo” o alla “rivoluzione”

Si sono svol­te dome­ni­ca 20 mag­gio le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Vene­zue­la, che han­no visto — come c’era da aspet­tar­si — la ricon­fer­ma di Nico­lás Madu­ro.
Nei pros­si­mi gior­ni pub­bli­che­re­mo un arti­co­lo di appro­fon­di­men­to del pro­ces­so elet­to­ra­le e del­le sue con­se­guen­ze. Intan­to però, con­si­de­ran­do la gra­vis­si­ma cri­si socia­le che il Pae­se lati­noa­me­ri­ca­no sta viven­do, pre­sen­tia­mo qui un sag­gio di Manuel Suther­land, pub­bli­ca­to sul­la rivi­sta Nue­va Socie­dad, n. 274, mar­zo-apri­le 2018 (ISSN: 0251–3552), che descri­ve il qua­dro eco­no­mi­co vene­zue­la­no, ana­liz­zan­do­lo dal pun­to di vista mar­xi­sta e facen­do giu­sti­zia di cer­te let­tu­re che la sini­stra rifor­mi­sta inter­na­zio­na­le pro­po­ne, a dispet­to del­la real­tà dei fat­ti.
Rin­gra­zia­mo l’Autore per aver­ci con­sen­ti­to di pub­bli­ca­re in ita­lia­no il suo testo.
Buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne

La rovina del Venezuela non è dovuta al “socialismo” o alla “rivoluzione”

Più che una tra­sfor­ma­zio­ne socia­li­sta (o svi­lup­pi­sta), l’economia vene­zue­la­na ha spe­ri­men­ta­to un mas­sic­cio tra­sfe­ri­men­to di red­di­to in favo­re del capi­ta­le impor­ta­to­re e ver­so una casta militare‑burocratica che vive a spe­se del­le cas­se sta­ta­li median­te la soprav­va­lu­ta­zio­ne del bolí­var e le impor­ta­zio­ni frau­do­len­te per lucra­re sui tas­si di cam­bio age­vo­la­ti. Il pro­ces­so boli­va­ria­no è sta­to piut­to­sto una varian­te del model­lo basa­to sul­la ren­di­ta del petro­lio che era già sta­to regi­stra­to duran­te il pri­mo gover­no di Car­los Andrés Pérez (1974–1979). Più che alle clas­si­che rivo­lu­zio­ni socia­li­ste, il pro­get­to boli­va­ria­no asso­mi­glia a un nazio­nal-popu­li­smo mili­ta­ri­sta.


Manuel Suther­land [*]

 

Solo per poche per­so­ne è ormai un segre­to che il Vene­zue­la sta viven­do la cri­si più pro­fon­da del­la sua sto­ria. Per il quar­to anno con­se­cu­ti­vo, il Pae­se regi­stre­rà l’inflazione più alta del mon­do (sti­ma­ta intor­no al 2.616% per il 2017[1]). Nel gen­na­io 2018 l’inflazione ha rag­giun­to il 95% e l’inflazione annua­liz­za­ta è sta­ta del 4.520% (5.605% per gli ali­men­ti, secon­do lo stu­dio di Eco­no­me­tric)[2]. Così, il Pae­se è entra­to a pie­no nell’iperinflazione e assi­ste con stu­po­re che all’aumento di gior­no in gior­no dei prez­zi.
Il Vene­zue­la ha anche un defi­cit fisca­le a due cifre (alme­no per il sesto anno con­se­cu­ti­vo), il più alto rischio Pae­se nel mon­do, riser­ve inter­na­zio­na­li più bas­se degli ulti­mi 20 anni (meno di 9.300 milio­ni di dol­la­ri) e una caren­za spa­ven­to­sa di mer­ci e ser­vi­zi essen­zia­li (cibo e medi­ci­na­li). Il valo­re del dol­la­ro paral­le­lo (che ser­ve a fis­sa­re qua­si tut­ti i prez­zi nell’economia) è aumen­ta­to di oltre il 2.500% nel 2017, il che ha com­ple­ta­men­te disin­te­gra­to il pote­re d’acquisto del­la popo­la­zio­ne[3]. In que­sto disgra­zia­to pano­ra­ma, il Vene­zue­la costi­tui­sce il miglior “argo­men­to” per le destre più rea­zio­na­rie. In qual­sia­si ambi­to media­ti­co si appro­fit­ta del­la situa­zio­ne per spa­ven­ta­re i cit­ta­di­ni con doman­de come: «Vuoi il socia­li­smo? Vai in Vene­zue­la e guar­da la mise­ria!»«Vuoi un cam­bia­men­to? Guar­da come un’altra rivo­lu­zio­ne distrug­ge un pae­se pro­spe­ro!». Sofi­sti­ca­ti ana­li­sti affer­ma­no che le poli­ti­che socia­li­ste han­no rovi­na­to il Pae­se e che la solu­zio­ne è un rove­scia­men­to in sen­so ultra­li­be­ra­le del­la rivo­lu­zio­ne.
In que­ste righe, vor­rem­mo dimo­stra­re che la poli­ti­ca eco­no­mi­ca boli­va­ria­na è ben lun­gi dall’essere “socia­li­sta” o addi­rit­tu­ra “svi­lup­pi­sta”. Ciò che è bal­za agli occhi è un pro­ces­so di gra­ve dein­du­stria­liz­za­zio­ne a favo­re di una casta di importatrice‑finanziaria che, con discor­si infiam­ma­ti e un for­te clien­te­li­smo popo­la­re, ha acce­le­ra­to note­vol­men­te la fase depres­si­va del ciclo eco­no­mi­co capi­ta­li­sta di un pro­ces­so nazio­na­le di accu­mu­la­zio­ne di capi­ta­le basa­ta sull’appropriazione del­la ren­di­ta deri­van­te da idro­car­bu­ri.

Il ciclo eco­no­mi­co e l’aumento del­le mate­rie pri­me
Il ciclo eco­no­mi­co in Vene­zue­la può esse­re osser­va­to nel­la sua mani­fe­sta­zio­ne più imme­dia­ta: le varia­zio­ni inter‑annuali del Pil . Il gra­fi­co 1 mostra for­ti distor­sio­ni del rit­mo di cre­sci­ta dell’economia, con ener­gi­ci cicli di espan­sio­ne e cadu­ta che deter­mi­na­no l’estrema vola­ti­li­tà del­la pro­du­zio­ne, che a sua vol­ta riflet­te la for­te varia­bi­li­tà dei prez­zi del petro­lio. L’“oro nero” rap­pre­sen­ta cir­ca il 95% del­le espor­ta­zio­ni negli anni di auge dei prez­zi (2012) e cir­ca il 65% negli anni in cui il prez­zo del petro­lio è “bas­sa” (1998)[4], vale a dire, quan­do la ren­di­ta è bas­sa e gli idro­car­bu­ri offro­no un pro­fit­to simi­le a quel­la di una pro­du­zio­ne indu­stria­le “nor­ma­le”.
Il gra­fi­co 1 mostra anche che i cicli reces­si­vi nell’economia comin­cia­no a suc­ce­der­si a par­ti­re dagli anni 80. I pri­mi anni di que­sto perio­do han­no evi­den­zia­to la for­te influen­za del­la cosid­det­ta “cri­si del debi­to” che ha sof­fo­ca­to mol­ti Pae­si e si è mani­fe­sta­ta con un for­te calo degli indi­ci dei prez­zi del­le mate­rie pri­me. Nel pri­mo anno del perio­do boli­va­ria­no, il Pil mostra­va un for­te calo attri­bui­to al bas­so prez­zo del petro­lio (cir­ca 9 dol­la­ri al bari­le) e, for­se, all’incertezza spie­ga­ta dall’avvento di un nuo­vo gover­no che pro­met­te­va gran­di cam­bia­men­ti. Suc­ces­si­va­men­te, i prez­zi del petro­lio mode­ra­ti si intrec­cia­no con un col­po di Sta­to che rove­sciò per qua­si due gior­ni, l’11 apri­le 2002, l’allora pre­si­den­te Hugo Chá­vez. Il col­po di Sta­to fu accom­pa­gna­to da una mas­sic­cia ser­ra­ta padro­na­le che vide l’adesione di qua­si tut­ti gli impren­di­to­ri loca­li. Il Pil ecce­zio­nal­men­te bas­so per il 2003 fu dovu­to più a fat­to­ri extra‑economici (di fat­to poli­ti­ci) che a ragio­ni di natu­ra eco­no­mi­ca. Ciò por­tò a un for­te sal­to nel­la cre­sci­ta nel 2004 (18%), che sem­bra­va più un rim­bal­zo dell’economia.

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Il gra­fi­co 1 rive­la anche che l’economia nel perio­do 2005–2008 creb­be a tas­si mol­to ele­va­ti (cir­ca l’8% su base annua), sospin­ta da un favo­lo­so boom del­le entra­te petro­li­fe­re che ha mol­ti­pli­ca­to le entra­te del­le espor­ta­zio­ni per più di tre vol­te. Il “perio­do d’oro” dell’economia coin­ci­de con il momen­to in cui il movi­men­to poli­ti­co boli­va­ria­no si mostra più aggres­si­vo, ini­zia a par­la­re di “socia­li­smo del XXI  seco­lo” (2005), lan­cia pia­ni di inte­gra­zio­ne com­mer­cia­le (l’Alleanza boli­va­ria­na per i Popo­li del­la Nostra Ame­ri­ca, la c.d. Alba) e intra­pren­de un pro­ces­so di nazio­na­liz­za­zio­ne di alcu­ne gran­di azien­de indu­stria­li e di ser­vi­zi, in set­to­ri qua­li il cemen­to, l’acciaio, le tele­co­mu­ni­ca­zio­ni, il set­to­re ban­ca­rio e mine­ra­rio. Ma il bru­sco calo dei prez­zi del petro­lio alla fine del 2008 e per tut­to il 2009, che riflet­te­va i col­pi del­la cri­si glo­ba­le del 2007‑2008, stron­cò sul nasce­re ambi­zio­ni poli­ti­che più alte. Nel 2011 si regi­strò una ripre­sa nel per­cor­so di cre­sci­ta eco­no­mi­ca deri­van­te da un ulte­rio­re aumen­to dei prez­zi del petro­lio, pas­sa­to da 35 dol­la­ri al bari­le (2009) a 120 dol­la­ri tra il 2011 e il 2013. Ma nel 2014–2015 il prez­zo del petro­lio ini­ziò a scen­de­re. Solo il rit­mo aumen­ta­to su base annua del­la spe­sa pub­bli­ca e l’ipertrofia del­le impor­ta­zio­ni fan­no sì che i prez­zi del petro­lio cin­que o sei vol­te più alti di quel­li osser­va­ti all’inizio degli anni 2000 ora appa­ia­no “bas­si”. In que­sti ulti­mi anni comin­cia la con­tra­zio­ne del­le impor­ta­zio­ni e il calo nel­la for­ni­tu­ra di beni e di ser­vi­zi, e diven­ta­no visi­bi­li i risul­ta­ti di un pro­ces­so di dein­du­stria­liz­za­zio­ne che, in favo­re di una foga impor­ta­tri­ce, è giun­to a sov­ven­zio­na­re (con la soprav­va­lu­ta­zio­ne del tas­so di cam­bio) il 99,9% del­le impor­ta­zio­ni di pro­dot­ti come lat­te liqui­do, cemen­to o ben­zi­na, oltre ai lavo­ra­to­ri (cine­si) per costrui­re case.
L’espansione del­la ren­di­ta è dura­ta per un tem­po ecce­zio­nal­men­te lun­go e in essa si sono appro­fon­di­ti i mali che le improv­vi­se esplo­sio­ni nel­le entra­te petro­li­fe­re han­no com­por­ta­to. L’industria e l’agricoltura sono dimi­nui­te, fal­cia­te da un tas­so di cam­bio gros­so­la­na­men­te soprav­va­lu­ta­to[5]. Le impor­ta­zio­ni era­no estre­ma­men­te a buon mer­ca­to, tan­to da sco­rag­gia­re qual­sia­si sfor­zo pro­dut­ti­vo indu­stria­le o agri­co­lo. Que­sta poli­ti­ca non ha nul­la a che fare con il “socia­li­smo rea­le”, né con lo svi­lup­po di for­ze pro­dut­ti­ve pro­cla­ma­to da Karl Marx. Sta­to e uomi­ni d’affari si sono get­ta­ti a capo­fit­to nel com­pi­to di espor­ta­re le entra­te petro­li­fe­re sul­la base di impor­ta­zio­ni accre­sciu­te e for­te­men­te sov­ven­zio­na­te, la fuga di capi­ta­li salì alle stel­le e l’indebitamento este­ro si ingi­gan­tì a tas­si di inte­res­se one­ro­si (per espor­ta­re la futu­ra ren­di­ta).

In che modo la ren­di­ta petro­li­fe­ra si è lique­fat­ta nel­le impor­ta­zio­ni
La caren­za di beni di pri­ma neces­si­tà è sta­ta anche il risul­ta­to di una vigo­ro­sa espor­ta­zio­ne di capi­ta­li che ha ridot­to la capa­ci­tà di inve­sti­men­to pro­dut­ti­vo, gra­zie a un’enorme soprav­va­lu­ta­zio­ne del­la mone­ta. Que­sta poli­ti­ca mone­ta­ria non è altro che un inau­di­to tra­sfe­ri­men­to di ren­di­ta petro­li­fe­re dal­lo Sta­to “socia­li­sta” agli impor­ta­to­ri, che rice­vo­no mol­ti più dol­la­ri di quel­li che dovreb­be­ro acqui­si­re per i bolí­var che ero­ga­no. Ciò signi­fi­ca che ogni vol­ta che il gover­no ha ven­du­to 10 dol­la­ri, sta­va rega­lan­do loro (alme­no) 9,5 dol­la­ri. Que­sto lucro­so tra­sfe­ri­men­to di ren­di­ta al set­to­re pri­va­to è l’affare più costo­so e dan­no­so per la nazio­ne che si pos­sa imma­gi­na­re. Ma peg­gio anco­ra è sta­to il fat­to che le pre­sun­te mer­ci acqui­sta­te con que­sti dol­la­ri “rega­la­ti” han­no in gran par­te rap­pre­sen­ta­to un’enorme fro­de, poi­ché la mag­gior par­te di quei beni non è mai entra­ta nel Pae­se.
Nel gra­fi­co 2, si vede più in det­ta­glio che l’enorme boom del­le espor­ta­zio­ni del Vene­zue­la, faci­li­ta­to dal mol­ti­pli­car­si per oltre die­ci del prez­zo del petro­lio, è sta­to accom­pa­gna­to da un insa­zia­bi­le boom del­le impor­ta­zio­ni. Que­ste, che nel 2003 toc­ca­va­no a mala pena i 14 miliar­di di dol­la­ri (valo­re Cif), rag­giun­se­ro nel 2012 gli 80 miliar­di[6]; e, ben­ché il 70% di esse era pre­su­mi­bil­men­te orien­ta­ta ver­so inve­sti­men­ti pro­dut­ti­vi, ciò non si è tra­dot­to in un cor­ri­spon­den­te aumen­to del­la pro­du­zio­ne. L’aumento del 457% del­le impor­ta­zio­ni (valo­re Cif) per il perio­do 2003‑2012 mostra che il rit­mo del­le impor­ta­zio­ni è sta­to chia­ra­men­te gon­fia­to e sen­za nes­su­na pro­spet­ti­va di rispar­mio rispet­to a un pos­si­bi­le decli­no del ciclo eco­no­mi­co deri­va­to da un atte­so calo dei prez­zi del petro­lio. In effet­ti, l’aumento del­le espor­ta­zio­ni per lo stes­so perio­do è sta­to del 257%, mol­to infe­rio­re all’aumento del­le impor­ta­zio­ni.

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Se si osser­va­no i ter­mi­ni di scam­bio appli­ca­ti alle espor­ta­zio­ni non petro­li­fe­re vene­zue­la­ne, si si può veri­fi­ca­re che il prez­zo paga­to per ogni chi­lo­gram­mo espor­ta­to di mer­ci è aumen­ta­to solo dell’11% (1998–2014), il che non giu­sti­fi­ca un incre­men­to così for­te nei prez­zi del­le impor­ta­zio­ni[7]. Lun­gi dal favo­ri­re l’industria nazio­na­le – sta­ta­le o pri­va­ta – il gover­no si è affan­na­to a sod­di­sfa­re esi­gen­ze diver­se a for­za di impor­ta­zio­ni mas­sic­ce. Ad esem­pio, il set­to­re pub­bli­co ha aumen­ta­to del 1.033% le impor­ta­zio­ni tra il 2003 e il 2013, con aumen­ti annua­li che han­no rag­giun­to il 51% (2007), piut­to­sto che inve­sti­re nel­la crea­zio­ne di pro­prie impre­se.

Le fro­di nel­le impor­ta­zio­ni
Le impor­ta­zio­ni frau­do­len­te sono una par­te impor­tan­te dell’esportazione del­le ren­di­te petro­li­fe­re. In un altro lavo­ro abbia­mo spie­ga­to quel mec­ca­ni­smo[8]. Qui fare­mo solo un rias­sun­to incen­tra­to su un ele­men­to essen­zia­le: la car­ne. L’aumento del­le impor­ta­zio­ni (valo­re Fob) del­le car­ni per il perio­do com­pre­so tra il 2003 (ini­zio del con­trol­lo dei cam­bi) e il 2013 è sta­to del 17.810%. Sì, oltre il 17.000%. La “cosa sor­pren­den­te” è che il con­su­mo nazio­na­le medio di car­ne è dimi­nui­to del 22% per lo stes­so perio­do, come abbia­mo già spie­ga­to in un lavo­ro dedi­ca­to esclu­si­va­men­te all’importazione di pro­dot­ti a base di car­ne[9]. Dall’importazione di soli 10 milio­ni di dol­la­ri all’anno, si è pas­sa­ti a impor­ta­re più di 1.700 milio­ni di dol­la­ri. Per non dire che da mesi rego­lar­men­te non si tro­va la car­ne nei super­mer­ca­ti[10]. Come se non bastas­se, si può vede­re che tra il 1998 e il 2013 l’aumento dell’importazione (valo­re Fob) di ani­ma­li vivi è sta­to del 2.280%. Nel­lo stes­so anno, il valo­re Fob del­le espor­ta­zio­ni di ani­ma­li vivi è sce­so del 99,78% (solo 4.300 dol­la­ri)[11].  Sono note le denun­ce di impor­ta­zio­ni di “favo­lo­se” mac­chi­ne fal­cia­tri­ci del valo­re di 12.000 dol­la­ri e mar­chin­ge­gni per lavo­ra­re pol­la­me per 2 milio­ni di dol­la­ri: quan­do la gen­dar­me­ria doga­na­le con­trol­lò il con­tai­ner, tro­vò solo attrez­zi arrug­gi­ni­ti[12]. La rino­ma­ta socie­tà di con­su­len­za Ecoa­na­lí­ti­ca ha sti­ma­to che dal 2003 al 2012, 69.500 milio­ni di dol­la­ri sono sta­ti ruba­ti tra­mi­te impor­ta­zio­ni frau­do­len­te. Gli espor­ta­to­ri del­la zona fran­ca di Pana­ma han­no “fat­tu­ra­to” 1,4 miliar­di di dol­la­ri in spe­di­zio­ni in Vene­zue­la; tut­ta­via, i fun­zio­na­ri pana­men­si dico­no che di tale impor­to, 937 milio­ni era­no frau­do­len­ti: le socie­tà fat­tu­ra­va­no pro­dot­ti ine­si­sten­ti. In altri casi docu­men­ta­ti, una socie­tà che ha impor­ta­to mac­chi­ne per l’agricoltura dichia­rò il costo di una mac­chi­na per treb­bia­re il gra­no in 477.750 dol­la­ri, quan­do inve­ce il suo vero prez­zo era di 2.900 dol­la­ri[13].

Un’estrema sin­te­si riguar­do a poli­ti­che eco­no­mi­che lon­ta­ne dal socia­li­smo
Mol­to bre­ve­men­te, si potreb­be affer­ma­re che:
1. le nazio­na­liz­za­zio­ni sono sta­te, in gene­ra­le, affa­ri red­di­ti­zi per la bor­ghe­sia loca­le. Nel­la stra­gran­de mag­gio­ran­za dei casi, lo Sta­to ha paga­to mol­to per socie­tà tec­ni­ca­men­te obso­le­te. Un esem­pio signi­fi­ca­ti­vo è dato dal­la nazio­na­liz­za­zio­ne del Ban­co de Vene­zue­la: per il 51% del­le azio­ni acqui­sta­te, lo Sta­to ha paga­to 1.050 milio­ni di dol­la­ri, ben­ché la ban­ca fos­se sta­ta acqui­si­ta dal Grup­po San­tan­der (93% del capi­ta­le) per meno di 300 milio­ni di dol­la­ri;
2. la tan­to neces­sa­ria  “rifor­ma fisca­le” rima­ne in sospe­so. Secon­do la Com­mis­sio­ne eco­no­mi­ca per l’America lati­na e i Carai­bi (Cepal), i Pae­si che han­no regi­stra­to i mag­gio­ri incre­men­ti dal 1990 nel loro red­di­to fisca­le medio rispet­to al Pil sono sta­ti la Boli­via (20,6 pun­ti per­cen­tua­li) e l’Argentina (18,8), men­tre il Vene­zue­la ha regi­stra­to un calo di 4,5 pun­ti per­cen­tua­li[14].
3. Meno  “socia­li­sta” è sta­ta la fram­men­ta­zio­ne del capi­ta­le in doz­zi­ne di isti­tu­zio­ni finan­zia­rie scar­sa­men­te capi­ta­liz­za­te e dal­la note­vo­le inef­fi­cien­za. Il fra­zio­na­men­to del­la ban­ca sta­ta­le è sta­to accom­pa­gna­to da una poli­ti­ca cre­di­ti­zia a bas­so costo, che si scon­tra con l’idea deli­ran­te del­la “guer­ra eco­no­mi­ca”. Dicia­mo que­sto per­ché se il gover­no affer­ma che gli impren­di­to­ri sabo­ta­no l’economia pro­du­cen­do di meno, ven­den­do pro­dot­ti costo­si e nascon­den­do i loro pro­dot­ti, è assur­do e con­trad­dit­to­rio che poi li finan­zi con cre­di­ti milio­na­ri a un tas­so di inte­res­se nega­ti­vo. Come giu­sti­fi­ca­re il muni­fi­co rega­lo a colo­ro che pre­su­mi­bil­men­te rea­liz­za­no la “guer­ra eco­no­mi­ca”?
Ci sono mol­ti esem­pi di que­sti “rega­li” (oltre al tas­so di cam­bio pre­fe­ren­zia­le). Recen­te­men­te, il vice­pre­si­den­te Tareck El Ais­sa­mi ha spie­ga­to: «L’obiettivo è di iniet­ta­re nel set­to­re pri­va­to 10.000 miliar­di di bolí­va­res in pre­sti­ti nel pri­mo seme­stre del 2018, il che rap­pre­sen­te­rà qua­si un ter­zo del bilan­cio nazio­na­le»[15]. Inol­tre, lo Sta­to pre­sta dol­la­ri alla bor­ghe­sia: per esem­pio, Nestlé ha rice­vu­to un pre­sti­to di 9 milio­ni di dol­la­ri e Ron San­ta Tere­sa, 4 milio­ni[16]. Di recen­te, Madu­ro ha appro­va­to alla chiu­su­ra dell’Expo Vene­zue­la Poten­cia un altro cre­di­to di 25 milio­ni di dol­la­ri a diver­se impre­se vene­zue­la­ne;
4. il Pil indu­stria­le ha regi­stra­to un signi­fi­ca­ti­vo incre­men­to (2004–2008), per poi decre­sce­re a livel­li infe­rio­ri a quel­li del 1997, situa­zio­ne pre­oc­cu­pan­te che potreb­be esse­re con­si­de­ra­ta para­dos­sa­le pri­ma vista, dal momen­to che negli anni di cre­sci­ta ele­va­ti (2004‑2008) l’importazione di mac­chi­na­ri e attrez­za­tu­re indu­stria­li (for­ma­zio­ne lor­da di capi­ta­le fis­so) è aumen­ta­ta di cin­que vol­te. Un pro­ces­so di indu­stria­liz­za­zio­ne sta­ta­le mas­sic­cia e su lar­ga sca­la è alla base di ogni gover­no che si van­ta di esse­re svi­lup­pi­sta o socia­li­sta, ma in Vene­zue­la è sta­to fat­to l’opposto.
Mol­te del­le serie uffi­cia­li di dati sul­la pro­du­zio­ne indu­stria­le fisi­ca dispo­ni­bi­li (feb­bra­io 2018) ter­mi­na­no nel 2011. Se ana­liz­zia­mo la pro­du­zio­ne di auto­mo­bi­li con dati recen­ti, pos­sia­mo vede­re che l’arretramento è sta­to straor­di­na­rio. Tra il 2007 e il 2015, que­sta pro­du­zio­ne è crol­la­ta di un impres­sio­nan­te 89%; la cifra per il 2015 è qua­si al bas­so livel­lo regi­stra­to nel 1962, quan­do l’industria auto­mo­bi­li­sti­ca era for­mal­men­te nata e ven­ne­ro assem­bla­ti 10.000 vei­co­li. Dal 2007, anno in cui sono sta­te assem­bla­te 172.418 uni­tà, l’industria auto­mo­bi­li­sti­ca è crol­la­ta: nel 2015 ha rag­giun­to il peg­gior livel­lo in 53 anni e ha assem­bla­to solo 18.300 uni­tà[17]. Secon­do Cáma­ra Auto­mo­triz Vene­zue­la e la Fede­ra­zio­ne del­le indu­strie di auto­ri­cam­bi del Vene­zue­la, l’assemblaggio di vei­co­li di mon­tag­gio è crol­la­to fino a 2.694 uni­tà, l’83% in meno rispet­to agli stes­si undi­ci mesi del 2015[18].

Sti­pen­di, impo­ve­ri­men­to e pro­spet­ti­ve
In sin­te­si, si è visto che non si trat­ta del fal­li­men­to del­le misu­re eco­no­mi­che che tro­via­mo nei testi di Marx o par­to­ri­te dal­la Rivo­lu­zio­ne rus­sa. In alcu­ni ele­men­ti spe­ci­fi­ci, è sta­to osser­va­to che la poli­ti­ca eco­no­mi­ca boli­va­ria­na non ha nul­la a che fare con un cam­bia­men­to rivo­lu­zio­na­rio anti­ca­pi­ta­li­sta, né con una meta­mor­fo­si dei rap­por­ti socia­li di pro­du­zio­ne. Il pro­ces­so boli­va­ria­no è sta­to piut­to­sto una varian­te del­le poli­ti­che eco­no­mi­che deri­van­ti dal model­lo basa­to sul­la ren­di­ta del petro­lio, già spe­ri­men­ta­to nel pri­mo gover­no di Car­los Andrés Pérez (1974‑1979). La com­po­nen­te ideo­lo­gi­ca e alcu­ni discor­si di stam­po antim­pe­ria­li­sta e anti­ca­pi­ta­li­sta con­fon­do­no la mag­gio­ran­za degli ana­li­sti, che stu­dia­no i discor­si dei pre­si­den­ti inve­ce del­le loro poli­ti­che spe­ci­fi­che.
Seb­be­ne il gover­no boli­va­ria­no abbia espan­so la spe­sa socia­le, nazio­na­liz­za­to impre­se, svi­lup­pa­to poli­ti­che di tra­sfe­ri­men­ti diret­ti ai più pove­ri e con­ces­so enor­mi sus­si­di ai ser­vi­zi pub­bli­ci, la sua poli­ti­ca eco­no­mi­ca in altro non si è cen­tra­ta se non nel­la con­ti­nua­zio­ne radi­cal­men­te paras­si­ta­ria dell’appropriazione del­la ren­di­ta petro­li­fe­ra e del suo sper­pe­ro, con l’aggravarsi del con­so­li­da­men­to del­le poli­ti­che di “con­trol­lo” che han­no solo acce­le­ra­to i pro­ces­si di distru­zio­ne dell’agricoltura, dell’industria e del com­mer­cio a favo­re dell’arricchimento del capi­ta­le importatore‑finanziario e dell’ingrasso di una casta militare‑burocratica iper­cor­rot­ta che sac­cheg­gia a pie­ne mani la nazio­ne, fino a impo­ve­rir­la a livel­li mai visti pri­ma a que­ste lati­tu­di­ni.

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L’ultimo gra­fi­co pre­sen­ta­to rive­la il risul­ta­to diret­to del­la poli­ti­ca di sac­cheg­gio del­la ren­di­ta attra­ver­so la soprav­va­lu­ta­zio­ne del­la mone­ta, l’emissione di mone­ta inor­ga­ni­ca (il gover­no ha aumen­ta­to la base mone­ta­ria di oltre il 2.500.000% tra il 1999 e il 2018) come poli­ti­ca uti­le per soste­ne­re una spe­sa pub­bli­ca uti­liz­za­ta in modo clien­te­la­re e anar­chi­co. Il gra­fi­co 3 riflet­te il calo dell’83% tra il 2006 e il 2017 del sala­rio mini­mo men­si­le (sti­pen­dio più tes­se­ra anno­na­ria) paga­to alla clas­se lavo­ra­tri­ce. La sini­stra mon­dia­le non deve tace­re le sue cri­ti­che, né avan­za­re in manie­ra for­za­ta stra­va­gan­ti e nostal­gi­che dife­se al fine di “non con­fon­der­si con la destra” in un’analisi rigo­ro­sa del pro­ces­so nazio­na­le di accu­mu­la­zio­ne del capi­ta­le in Vene­zue­la. La sini­stra deve cri­ti­ca­re i “pro­gres­si­smi” con la stes­sa saga­cia e acu­tez­za che appli­ca a regi­mi aper­ta­men­te anti­o­pe­rai e di destra. Non deve igno­ra­re la cen­tra­li­tà dei pro­ble­mi che si veri­fi­ca­no in que­sti Pae­si, ma deve col­la­bo­ra­re sen­za esi­ta­re con pro­po­ste fles­si­bi­li: e ciò lo si può fare attra­ver­so l’analisi ogget­ti­va e la cri­ti­ca con meto­do dia­let­ti­co, non con le sco­mu­ni­che. Se il Tita­nic affon­dò, non si deve nega­re il fat­to con­cre­to del nau­fra­gio in nome del­la soli­da­rie­tà e dell’antimperialismo.

(Tra­du­zio­ne di Erne­sto Rus­so)


Note

[1] “AN: Infla­ción acu­mu­la­da de 2017 cer­ró en 2.616%”, El Nacio­nal , 8/1/2018.
[2] Andreí­na Var­gas: “Eco­no­mé­tri­ca: la infla­ción de ene­ro alcan­zó el 95,3%”, El Tiem­po, 1/2/2018.
[3] M. Suther­land: “El desa­stre mone­ta­rio en Vene­zue­la, bil­le­tes de Bs. 100, infla­ción y una alter­na­ti­va”, in Alem­ci­fo , 22/2/2017.
[4] Infor­ma­zio­ni sta­ti­sti­che, Ban­ca Cen­tra­le del Vene­zue­la (Bcv), dispo­ni­bi­li su www.bcv.org.ve/c2/indicadores.asp.
[5] Juan Korn­bli­htt: “El cre­cien­te peso del Esta­do en el comer­cio exte­rior vene­zo­la­no como expre­sión de la con­trac­ción de la ren­ta petro­le­ra y la agu­di­za­ción de la dispu­ta por la misma”, Ceics, 2015, ine­di­to; M. Suther­land: “Vene­zue­la sin fon­do … y sin alter­na­ti­vas”, edi­zio­ne digi­ta­le Nue­va Socie­dad, 2/2017, dispo­ni­bi­le su www.nuso.org.
[6] Com­mer­cio este­ro, Isti­tu­to nazio­na­le di sta­ti­sti­ca (INE), 2014.
[7] Ibi­dem.
[8] M. Suther­land: “La enor­me esca­sez de medi­ci­nas y la gran esta­fa en su impor­ta­ción: Far­ma­frau­de”, Apor­rea, 11/3/2015.
[9] M. Suther­land: “Aumen­to del 21.693,21% en la impor­ta­ción de car­ne, caí­da del con­su­mo y esca­sez de la misma”, Apor­rea, 28/8/2014.
[10] Mar­tha Mejías: “Advier­ten esca­sez de car­ne con­se­cuen­cia de los bajos pre­cios que fijó la Sund­de”, El Vene­zo­la­no News, 2/22/2015.
[11] M. Suther­land: “Aumen­to del 21.693,21% en la impor­ta­ción de car­ne, caí­da del con­su­mo y esca­sez de la misma”, cit.
[12] Wil­liam New­man e Patri­cia Tor­res: “Impor­ta­do­res mal­ver­san mil­lo­nes en Vene­zue­la y hun­den la eco­no­mía”, The New York Times, 5/5/2015.
[13] Ibi­dem.
[14] Rocío Mon­tes: “La pre­sión fiscal en Amé­ri­ca Lati­na sigue lejos de la media de la Ocde”, El País, 3/10/2015.
[15] “(Video) Empre­sa­rios reci­ben hoy de manos del gobier­no 3,7 bil­lo­nes de bolí­va­res en cré­di­to”, Pun­to de Cor­te (https://tinyurl.com/y9u32vss).
[16] “Estas son las nue­vas empre­sas que reci­bie­ron mil­lo­na­rios cré­di­tos del Gobier­no”, Noti­to­tal, 23/3/2017.
[17] Kon Zapa­ta e Rober­to Deniz: “La indu­stria auto­mo­triz de Vene­zue­la retro­ce­de a cotas de 1962”, Amé­ri­ca Eco­nó­mi­ca, 26/1/2016.
[18] Faven­pa: “Bole­tín Esta­dí­sti­co No 57/2016. Resu­men de ven­tas de vehí­cu­los. Octu­bre 2016”, 11/8/2016.

[*] Manuel Suther­land è Diret­to­re del Cen­tro di Ricer­ca e For­ma­zio­ne ope­ra­ia (CIFO)