Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica nazionale

Il voto del 4 marzo: analisi e bilancio

elezioni-7

Il voto del 4 marzo: analisi e bilancio


a cura del­la Reda­zio­ne

“Ter­re­mo­to”, “tsu­na­mi poli­ti­co”, “qua­dro poli­ti­co total­men­te rivo­lu­zio­na­to”. Sono sol­tan­to alcu­ne del­le espres­sio­ni uti­liz­za­te da diver­si ana­li­sti nell’esame dell’esito che il voto del 4 mar­zo scor­so ci ha con­se­gna­to: tut­ti con­cor­dan­do sul fat­to che que­sta tor­na­ta elet­to­ra­le ha rap­pre­sen­ta­to uno spar­tiac­que, una divi­sio­ne net­ta tra un “pri­ma” e un “dopo”. Lo stes­so Lui­gi Di Maio, capo poli­ti­co del Movi­men­to 5 Stel­le lo ha ica­sti­ca­men­te riba­di­to subi­to dopo il risul­ta­to: «Per noi oggi comin­cia la “Ter­za repub­bli­ca”».
Sen­za arri­va­re a tan­to[1], cer­ta­men­te con­ve­nia­mo che la situa­zio­ne poli­ti­ca matu­ra­ta dopo le ele­zio­ni è com­ple­ta­men­te cam­bia­ta, negli equi­li­bri poli­ti­ci come rifles­so (distor­to, come vedre­mo) del lun­go pro­ces­so di muta­men­to negli equi­li­bri socia­li.
Di segui­to, allo­ra, pas­se­re­mo in ras­se­gna i prin­ci­pa­li ele­men­ti uti­li a for­ni­re una let­tu­ra del nuo­vo qua­dro poli­ti­co ita­lia­no.


L’astensionismo cala, ma …

Intan­to, va det­to che la ten­den­za alla cre­sci­ta costan­te dell’astensionismo mani­fe­sta­ta­si nel­le ulti­me tor­na­te elet­to­ra­li sem­bra esser­si inver­ti­ta, con il 73% degli elet­to­ri che si è reca­to alle urne, ben­ché si trat­ti di un dato comun­que in leg­ge­ra, costan­te disce­sa dal­le ele­zio­ni del 2013 (75,20%) e del 2008 (80,51%). Indub­bia­men­te, le con­sul­ta­zio­ni poli­ti­che susci­ta­no nell’elettorato un inte­res­se mag­gio­re che non le euro­pee o le ammi­ni­stra­ti­ve; ma a ciò va aggiun­to che la for­te pola­riz­za­zio­ne veri­fi­ca­ta­si duran­te tut­ta la lun­ga cam­pa­gna elet­to­ra­le, com­bi­na­ta con l’ansia di cam­bia­men­to che ha attra­ver­sa­to la socie­tà, ha avu­to come con­se­guen­za una più ampia par­te­ci­pa­zio­ne al voto: un esi­to non pro­prio atte­so nel­le set­ti­ma­ne pre­ce­den­ti dagli ana­li­sti, che pre­co­niz­za­va­no inve­ce un tas­so di par­te­ci­pa­zio­ne mol­to più bas­so.


Il crol­lo del Par­ti­to demo­cra­ti­co

Quan­to al risul­ta­to dei par­ti­ti in liz­za, quel­lo che sicu­ra­men­te ha fat­to più scal­po­re riguar­da il Par­ti­to demo­cra­ti­co, che ha per­so, rispet­to al 2013, ben 2,5 milio­ni di con­sen­si, scen­den­do dal 25,43% al 18,72% (cir­ca due­cen­to seg­gi in meno!).
«Han­no vota­to con i pie­di». Così Lenin descri­ve­va i sol­da­ti del­le arma­te zari­ste che, stan­chi di una guer­ra che non vole­va­no più com­bat­te­re, diser­ta­va­no e, abban­do­nan­do pre­ci­pi­to­sa­men­te il fron­te e le trin­cee, se ne tor­na­va­no a casa.
Cre­dia­mo di poter uti­liz­za­re la stes­sa peri­fra­si: non solo nel sen­so di elet­to­ri che han­no abban­do­na­to il pro­prio par­ti­to, ma anche nel sen­so di elet­to­ri che ne han­no pre­so a peda­te i diri­gen­ti (in pri­mis, Mat­teo Ren­zi). Diri­gen­ti che, a sen­tir­li oggi, a distan­za di una set­ti­ma­na dal voto, anco­ra non sem­bra­no esser­si resi con­to del bara­tro che han­no sca­va­to tra loro e la mag­gio­ran­za del­la socie­tà con le poli­ti­che di auste­ri­tà mes­se in atto in que­sti anni get­tan­do nel­la mise­ria gros­se fet­te di popo­la­zio­ne (e, in par­ti­co­la­re, le fasce gio­va­ni­li). D’altronde, ciò è emer­so per­si­no dal­le ana­li­si dei cen­tri stu­di. Una ricer­ca del­la Luiss, ad esem­pio, ha evi­den­zia­to che «il Pd è l’unico par­ti­to per cui si regi­stra­no effet­ti signi­fi­ca­ti­vi del­la clas­se socia­le sul voto, ma nel­la dire­zio­ne inat­te­sa di un suo con­fi­na­men­to nel­le clas­si socia­li più alte e con un red­di­to più alto. In sostan­za il Pd del 2018 sareb­be diven­ta­to il par­ti­to del­le éli­te. Il che aiu­te­reb­be a spie­ga­re per­ché la par­te d’Italia pre­oc­cu­pa­ta dal­la pre­ca­rie­tà eco­no­mi­ca e agi­ta­ta da pau­re iden­ti­ta­rie si sia indi­riz­za­ta – dan­do loro oltre il 50% dei voti – ver­so par­ti­ti come Movi­men­to 5 Stel­le e Lega»[2].
Va poi con­si­de­ra­to che l’arretramento nel con­sen­so socia­le che ha col­pi­to il Pd si inscri­ve in un feno­me­no di dimen­sio­ni euro­pee e che riguar­da pres­so­ché tut­ti i par­ti­ti che han­no la loro ori­gi­ne nel­la social­de­mo­cra­zia del­la Secon­da Inter­na­zio­na­le e che per­ciò ven­go­no impro­pria­men­te defi­ni­ti “social­de­mo­cra­ti­ci”, men­tre inve­ce dovreb­be­ro più pre­ci­sa­men­te esse­re carat­te­riz­za­ti come par­ti­ti libe­ra­li in fun­zio­ne del­la loro deri­va ver­so poli­ti­che aper­ta­men­te filo­ca­pi­ta­li­ste. Par­lia­mo qui di quel feno­me­no cono­sciu­to come “paso­kiz­za­zio­ne”, espres­sio­ne che pren­de le mos­se dal ver­ti­gi­no­so crol­lo del Pasok (il par­ti­to socia­li­sta gre­co), che, per aver gesti­to la vio­len­ta cri­si eco­no­mi­ca con misu­re che han­no affon­da­to un inte­ro Pae­se por­tan­do­lo a livel­li di Ter­zo mon­do, è pas­sa­to dal 43% del 2000 al 6,3% del 2015, quan­do ven­ne sosti­tui­to al gover­no da Syri­za[3]. Si trat­ta di un pro­ces­so che ha inve­sti­to l’Spd in Ger­ma­nia, il Psf in Fran­cia, il Par­ti­to labu­ri­sta in Inghil­ter­ra, il Psoe in Spa­gna, il Ps in Por­to­gal­lo, il PvdA in Olan­da[4], l’Spö dell’Austria (e oggi il Pd in Ita­lia)[5], che han­no tut­ti più o meno appro­fon­di­ta­men­te por­ta­to a ter­mi­ne la tra­iet­to­ria che li ha con­dot­ti dal ver­san­te social­de­mo­cra­ti­co ver­so quel­lo libe­ra­le, come dimo­stra la loro tota­le inte­rio­riz­za­zio­ne dei dik­tat del­le bor­ghe­sie impe­ria­li­ste e degli orga­ni­smi euro­pei, soprat­tut­to quan­do gover­na­no (mol­te vol­te con i par­ti­ti di cen­tro­de­stra). E l’esito del­le poli­ti­che che essi adot­ta­no ne deter­mi­na, appun­to, un crol­lo nel con­sen­so elet­to­ra­le.


Movi­men­to 5 Stel­le e Lega han­no vin­to le ele­zio­ni

E già in quan­to abbia­mo appe­na det­to sta la spie­ga­zio­ne dell’enorme suc­ces­so del M5S e del­la Lega.
Al par­ti­to di Gril­lo – che ha gua­da­gna­to rispet­to al 2013 due milio­ni di voti, pas­san­do dal 25,56% al 32,66% – si sono in par­ti­co­la­re rivol­ti i set­to­ri socia­li più disa­gia­ti, soprat­tut­to nel­le pro­vin­ce e regio­ni meri­dio­na­li dove più alto è il tas­so di disoc­cu­pa­zio­ne (spe­cial­men­te quel­lo gio­va­ni­le). Qui, il M5S ha pesca­to a pie­ne mani nel­la rab­bia socia­le, nel­la voglia di rival­sa e nell’aspirazione a un cam­bia­men­to pur­ches­sia, che lo han­no pro­iet­ta­to in cima alle pre­fe­ren­ze come il par­ti­to più vota­to.
Ana­lo­go ragio­na­men­to può esse­re fat­to riguar­do alla stre­pi­to­sa cre­sci­ta del­la Lega di Sal­vi­ni, pas­sa­ta da 1.390.000 voti del 2013 (4,09%) ai 5.691.000 di oggi (17,37%): un par­ti­to che si è libe­ra­to dal­le ten­den­ze seces­sio­ni­ste, nor­di­ste  e anti­me­ri­dio­na­li­ste del­la gestio­ne Bos­si, assu­men­do inve­ce una pro­ie­zio­ne nazio­na­le. Alla Lega han­no guar­da­to in par­ti­co­lar modo quei set­to­ri del­la socie­tà che, “penul­ti­mi” nel­la sca­la socia­le, si sen­to­no minac­cia­ti a cau­sa del­la cri­si dagli “ulti­mi” (immi­gra­ti, sen­za­tet­to, emar­gi­na­ti, pove­ri). E allo­ra, il cen­tro del­la pro­po­sta poli­ti­ca del­la Lega – e cioè il tema del­la “sicu­rez­za” – ha fat­to brec­cia nei cuo­ri di quel­le fasce socia­li, anche in qual­che modo “garan­ti­te” (lavo­ra­to­ri a tem­po inde­ter­mi­na­to, ope­rai), che han­no visto la loro posi­zio­ne nel­la sca­la socia­le ridur­si pro­gres­si­va­men­te: ave­re indi­ca­to a que­sti elet­to­ri un “nemi­co” li ha com­pat­ta­ti intor­no a un pro­gram­ma iden­ti­ta­rio (“Pri­ma gli ita­lia­ni!”) e nazio­na­li­sta. Se a ciò aggiun­gia­mo la mar­tel­lan­te pro­pa­gan­da di Sal­vi­ni con­tro la leg­ge For­ne­ro (che sicu­ra­men­te ha rap­pre­sen­ta­to un tema uni­fi­can­te) e il con­sen­so di fran­ge dell’elettorato di estre­ma destra (che non ha ripo­sto fidu­cia nel­le due pic­co­le orga­niz­za­zio­ni neo­fa­sci­ste pre­sen­ti nel­la com­pe­ti­zio­ne), otte­nia­mo le ragio­ni del cla­mo­ro­so suc­ces­so del­la Lega.


L’arretramento di For­za Ita­lia

Da que­sto pun­to di vista, si può dire che il Pd ha subi­to un attac­co con­cen­tri­co da M5S e Lega, che lo han­no indi­vi­dua­to come il loro vero avver­sa­rio.
Ma, para­dos­sal­men­te, la disfat­ta del par­ti­to di Ren­zi ha tra­sci­na­to con sé anche quel­lo che per una par­te del­la pas­sa­ta legi­sla­tu­ra è sta­to il suo part­ner di gover­no, cioè For­za Ita­lia, che pas­sa dai 7,3 milio­ni di voti nel 2013, quan­do si chia­ma­va Il Popo­lo del­la Liber­tà (21,56%) ai 4,6 milio­ni cir­ca di oggi (14,01%). Qui, cer­ta­men­te, han­no gio­ca­to diver­si fat­to­ri: dall’invecchiamento del per­so­na­le poli­ti­co che diri­ge quel par­ti­to (a par­ti­re da Sil­vio Ber­lu­sco­ni), alla pro­spet­ti­va di una pos­si­bi­le inte­sa con Ren­zi per una rie­di­zio­ne dell’accordo di gover­no noto come “il pat­to del Naza­re­no”. D’altro can­to, la leg­ge elet­to­ra­le con cui si sono svol­te le con­sul­ta­zio­ni pun­ta­va pro­prio a que­sta pos­si­bi­li­tà: limi­ta­re l’annunciata vit­to­ria del M5S per appro­da­re a un ese­cu­ti­vo Renzi‑Berlusconi.


Libe­ri e Ugua­li: una scon­fit­ta annun­cia­ta

Sem­pre per resta­re nel cam­po del­la sini­stra rifor­mi­sta, non ha avu­to mol­ta for­tu­na l’esperienza di Libe­ri e Ugua­li: una scis­sio­ne mol­to tar­di­va dal ren­zi­smo dopo aver­ne soste­nu­to tut­ti i prov­ve­di­men­ti di gover­no; stu­dia­ta a tavo­li­no per lo più per sal­va­guar­da­re qual­che pol­tro­na minac­cia­ta dal repu­li­sti di Ren­zi nel­la for­ma­zio­ne del­le liste elet­to­ra­li; sen­za nes­su­na base di mas­sa; con un ceto poli­ti­co scre­di­ta­to; una sor­ta di pied-à-ter­re del­la buro­cra­zia sin­da­ca­le del­la Cgil; con un lea­der del tut­to pri­vo di cari­sma poli­ti­co, incer­to e con­trad­dit­to­rio nell’avanzare una pro­po­sta pro­gram­ma­ti­ca tutt’altro che coe­ren­te e asso­lu­ta­men­te poco attrat­ti­va.
L’auspicio di LeU era otte­ne­re un risul­ta­to pros­si­mo al 10%, ma si è dovu­to accon­ten­ta­re di un ben più mise­ro 3,39%, appe­na suf­fi­cien­te per far scat­ta­re il quo­rum.


Pote­re al popo­lo: rifor­mi­smo fuo­ri tem­po mas­si­mo

La “novi­tà” di que­ste ele­zio­ni è sta­ta la pre­sen­ta­zio­ne di “Pote­re al popo­lo”, lista pro­mos­sa dal cen­tro socia­le napo­le­ta­no Je so’ paz­zo, che, dopo aver rag­grup­pa­to quel che resta di Rifon­da­zio­ne comu­ni­sta e un bel po’ di casca­mi del­lo sta­li­ni­smo (Rete dei comu­ni­sti, Pci, Carc), oltre a una for­za che si richia­ma al mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio come Sini­stra anti­ca­pi­ta­li­sta, ha affron­ta­to una cam­pa­gna elet­to­ra­le fat­ta di impro­ba­bi­li “coper­tu­re” inter­na­zio­na­li (pri­ma la con­fe­ren­za stam­pa sot­to l’ala pro­tet­ti­va del grup­po del­la Sini­stra euro­pea, Gue/Ngl, gra­zie ai buo­ni auspi­ci del­la euro­par­la­men­ta­re del Prc, Foren­za; poi la com­par­sa­ta di Mélen­chon; infi­ne il mes­sag­gio di Evo Mora­les diret­ta­men­te dal­la Boli­via) e con un pro­gram­ma iper‑riformista e piccolo‑borghese, come abbia­mo avu­to modo di evi­den­zia­re dif­fu­sa­men­te[6].
A dispet­to del­le pres­so­ché quo­ti­dia­ne lamen­te­le sul boi­cot­tag­gio da par­te dei media bor­ghe­si, Vio­la Caro­fa­lo, espo­nen­te di PaP, pas­sa­va inve­ce da una tele­vi­sio­ne all’altra, per la gio­ia dei gior­na­li­sti, che la pre­sen­ta­va­no con pater­na­li­sti­ca bono­mia, tut­ti con­ten­ti di poter rav­vi­va­re un dibat­ti­to sem­pre ugua­le a se stes­so con una nota di colo­re gio­va­ni­li­sta.
Sul fini­re del­la cam­pa­gna elet­to­ra­le, poi, in pie­no deli­rio di auto­rap­pre­sen­ta­zio­ne movi­men­ti­sta e basi­sta, il grup­po diri­gen­te di PaP ha instil­la­to negli atti­vi­sti la con­vin­zio­ne che dav­ve­ro la lista avreb­be potu­to supe­ra­re lo sbar­ra­men­to del 3% ed entra­re in par­la­men­to. Ma così non è sta­to: Pote­re al popo­lo ha otte­nu­to sol­tan­to 370.000 voti, pari all’1,13%. Solo per un raf­fron­to: alle ele­zio­ni del 2013, Rivo­lu­zio­ne civi­le – la lista capi­ta­na­ta dal magi­stra­to Anto­nio Ingro­ia e la cui colon­na ver­te­bra­le, anche in quel caso, era for­ma­ta da Rifon­da­zio­ne comu­ni­sta – otten­ne 765.000 voti (pari al 2,25%). Insom­ma, assi­stia­mo all’irreversibile decli­no del­le sini­stre rifor­mi­ste in un’epoca sto­ri­ca in cui il rifor­mi­smo è fuo­ri tem­po mas­si­mo.
Eppu­re, in quel caso, non ci fu – giu­sta­men­te! – moti­vo alcu­no di festeg­gia­re un risul­ta­to che anco­ra una vol­ta tene­va fuo­ri dal par­la­men­to un ceto poli­ti­co che di que­sto fa la sua uni­ca ragio­ne di vita. Inve­ce, sta­vol­ta i fumi dell’alcool han­no fat­to da cor­ni­ce a un’assai poco com­pren­si­bi­le cele­bra­zio­ne di un insuc­ces­so ancor più mar­ca­to[7].
Intan­to, come era faci­le pre­ve­de­re, vista l’eterogeneità del­le orga­niz­za­zio­ni che han­no com­po­sto PaP, ini­zia­no a per­ce­pir­si i pri­mi distin­guo all’interno del car­tel­lo. Vedre­mo già nell’immediato futu­ro se si mani­fe­ste­ran­no del­le cre­pe e qua­le desti­no potrà ave­re quel­lo che si vor­reb­be crea­re come sog­get­to poli­ti­co uni­ta­rio. Ne par­le­re­mo in un arti­co­lo che usci­rà a bre­ve.


Il risul­ta­to di “Per una Sini­stra Rivo­lu­zio­na­ria”

Que­ste ele­zio­ni han­no però visto anche la pre­sen­ta­zio­ne del­la lista “Per una Sini­stra Rivo­lu­zio­na­ria”, frut­to dell’accordo su un pro­gram­ma anti­ca­pi­ta­li­sta, clas­si­sta e inter­na­zio­na­li­sta tra le due orga­niz­za­zio­ni che si richia­ma­no al mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio, il Par­ti­to comu­ni­sta dei lavo­ra­to­ri e Sini­stra Clas­se Rivo­lu­zio­ne.
Il col­let­ti­vo che ani­ma que­sto Blog ha dichia­ra­to pub­bli­ca­men­te il pro­prio soste­gno a que­sta lista e un nostro mili­tan­te, il com­pa­gno Vale­rio Tor­re, è sta­to can­di­da­to al Sena­to.
Il risul­ta­to elet­to­ra­le è sicu­ra­men­te nega­ti­vo e non biso­gna nascon­der­lo: 29.000 voti (0,08%) alla Came­ra; 32.500 al Sena­to (0,11%). Il solo Pcl ave­va rac­col­to nel­la pas­sa­ta con­sul­ta­zio­ne oltre 89.000 voti (0,26%), e in quel­la pre­ce­den­te del 2008 208.000 (0,57%).
Tra i fat­to­ri che spie­ga­no un dato così insod­di­sfa­cen­te ve ne sono alcu­ni che, pro­traen­do i loro effet­ti fino a oggi, rimon­ta­no però ad anni addie­tro, quan­do la cadu­ta dei regi­mi di c.d. “socia­li­smo rea­le” (ben­ché essi costi­tuis­se­ro solo la san­gui­na­ria e repres­si­va pan­to­mi­ma di una socie­tà socia­li­sta) ha rap­pre­sen­ta­to nel­la coscien­za col­let­ti­va del­le mas­se popo­la­ri il sen­so di una scon­fit­ta sto­ri­ca, raf­for­za­to dal­la mar­tel­lan­te pro­pa­gan­da bor­ghe­se secon­do cui quel­lo capi­ta­li­sta era “l’unico dei mon­di pos­si­bi­li”. In que­sto qua­dro, for­ze, come in Ita­lia Rifon­da­zio­ne comu­ni­sta (al cui inter­no i mili­tan­ti mar­xi­sti rivo­lu­zio­na­ri han­no per lun­go tem­po ope­ra­to per un rag­grup­pa­men­to su un ter­re­no anti­ca­pi­ta­li­sta e clas­si­sta), sono sta­te viste (per quan­to a tor­to) come l’ultima occa­sio­ne per tene­re alta la ban­die­ra del socia­li­smo; tut­ta­via, la deri­va sem­pre più mar­ca­ta­men­te rifor­mi­sta e piccolo‑borghese impo­sta dal­le sue dire­zio­ni ha pro­dot­to la disper­sio­ne di un rag­guar­de­vo­le patri­mo­nio di ener­gie mili­tan­ti, men­tre si face­va stra­da la per­ce­zio­ne di mas­sa di un’indistinta “sini­stra” indot­ta pro­prio dal­la col­la­bo­ra­zio­ne di clas­se con i par­ti­ti del­la tra­di­zio­ne social­de­mo­cra­ti­ca ormai appro­da­ti sul ver­san­te libe­ra­le, che ha fini­to per coin­vol­ge­re in un uni­co con­te­ni­to­re anche chi lot­ta­va per una pro­spet­ti­va di rove­scia­men­to dell’attuale siste­ma di domi­na­zio­ne bor­ghe­se.
Ma anche altri fat­to­ri più pros­si­mi aiu­ta­no a com­pren­de­re le ragio­ni di un risul­ta­to così nega­ti­vo. La cri­si eco­no­mi­ca, come abbia­mo già evi­den­zia­to, ha dura­men­te col­pi­to le clas­si subal­ter­ne, indi­riz­zan­do­le ver­so for­ze piccolo‑borghesi e nazio­na­li­ste (M5S e Lega) che ne han­no sapu­to inter­cet­ta­re le ansie di cam­bia­men­to e le pau­re vol­gen­do­le su un ter­re­no più arre­tra­to a livel­lo di coscien­za.
La stes­sa pre­sen­za elet­to­ra­le di PaP a dispu­ta­re un cam­po poli­ti­co già estre­ma­men­te ridot­to[8] e con un pro­gram­ma sicu­ra­men­te più “dige­ri­bi­le” di quel­lo dei rivo­lu­zio­na­ri ha ristret­to ancor di più lo spa­zio per la nostra pro­pa­gan­da: e ciò ren­de sem­pre più pre­men­te la neces­si­tà di com­bat­te­re instan­ca­bil­men­te le orga­niz­za­zio­ni rifor­mi­ste, che rap­pre­sen­ta­no, oltre che un osta­co­lo in dire­zio­ne del­le clas­si subal­ter­ne, anche un ogget­ti­vo ele­men­to di ulte­rio­re arre­tra­men­to nel­la coscien­za di clas­se per il loro semi­na­re illu­sio­ni nel­la pos­si­bi­li­tà di rifor­ma­re il capi­ta­li­smo.


Per un bilan­cio di veri­tà e non impres­sio­ni­sta del risul­ta­to nega­ti­vo

E dun­que, è sta­to un erro­re pre­sen­ta­re la lista “Per una Sini­stra Rivo­lu­zio­na­ria” alle ele­zio­ni?
Basta fare un giro sui social per leg­ge­re al riguar­do le ana­li­si di pic­co­li grup­pi del­la sini­stra extra­par­la­men­ta­re che, pur sen­za esse­re asten­sio­ni­sti di prin­ci­pio, han­no pre­di­ca­to quel­lo che potrem­mo defi­ni­re “l’astensionismo di con­ve­nien­za”; e oggi, a risul­ta­to acqui­si­to, cri­ti­ca­no il mode­stis­si­mo risul­ta­to elet­to­ra­le del­la nostra lista facen­do ricor­so ad argo­men­ti, o risi­bi­li, oppu­re tutt’altro che con­vin­cen­ti. Ma la cri­ti­ca pro­vie­ne da chi non ha alcu­na legit­ti­mi­tà poli­ti­ca per far­la, dal momen­to che la posi­zio­ne asten­sio­ni­sta si è basa­ta su ragio­na­men­ti del tipo “non ci sono le for­ze”, così invo­lon­ta­ria­men­te ammet­ten­do la pro­pria debo­lez­za dopo aver mil­lan­ta­to un’inesistente vita­li­tà; oppu­re, “si andrà incon­tro a una sicu­ra scon­fit­ta e ciò pro­dur­rà scon­for­to tra i mili­tan­ti”, facen­do come quei bam­bi­ni spa­ven­ta­ti che, per non vede­re i mostri, nascon­do­no la testa sot­to le coper­te.
La pre­te­sa di pre­sen­tar­si alle ele­zio­ni solo se si ha un ascol­to e un’influenza di mas­sa con­trad­di­ce in pie­no il carat­te­re rivo­lu­zio­na­rio che quel­le orga­niz­za­zio­ni riven­di­ca­no per sé; e in più fa assu­me­re a quel­la che è una tat­ti­ca (la par­te­ci­pa­zio­ne alle con­sul­ta­zio­ni) una rile­van­za stra­te­gi­ca. Di più: ten­de a igno­ra­re – cosa in sé parec­chio gra­ve per chi si richia­ma al mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio – la dif­fe­ren­za tra pro­pa­gan­da e agi­ta­zio­ne, che è uno dei nuclei cen­tra­li del pen­sie­ro leni­ni­sta sul tema del­la costru­zio­ne del par­ti­to.
Ricor­dia­mo a noi stes­si che pro­pa­gan­da signi­fi­ca dire mol­te cose a pochi, men­tre agi­ta­zio­ne è dire poche cose a mol­ti:

«… se il pro­pa­gan­di­sta trat­ta, per esem­pio, del­la disoc­cu­pa­zio­ne, deve spie­ga­re la natu­ra capi­ta­li­sti­ca del­le cri­si, dimo­stra­re per­ché esse sono ine­vi­ta­bi­li nel­la socie­tà moder­na, pro­va­re la neces­si­tà del­la tra­sfor­ma­zio­ne di que­sta socie­tà nel­la socie­tà socia­li­sta, ecc. Egli deve dare, in una paro­la, “mol­te idee”, un così gran­de nume­ro di idee che, nel loro insie­me, potran­no esse­re assi­mi­la­te solo da un nume­ro rela­ti­va­men­te pic­co­lo di per­so­ne. L’agitatore, all’opposto, trat­tan­do la stes­sa que­stio­ne, pren­de l’esempio più noto, quel­lo che più col­pi­sce i suoi ascol­ta­to­ri … e … si sfor­za di dare alle “mas­se” una sola idea: quel­la dell’assurdo con­tra­sto fra l’aumento del­la ric­chez­za e l’aumento del­la mise­ria, si sfor­za di susci­ta­re il mal­con­ten­to, l’indignazione del­le mas­se con­tro que­sta stri­den­te ingiu­sti­zia …»[9].

È chia­ro che, in gene­ra­le, la pro­pa­gan­da tro­va il suo ter­re­no soprat­tut­to nel­le fasi non rivo­lu­zio­na­rie e si diri­ge ine­vi­ta­bil­men­te a pic­co­le avan­guar­die; l’agitazione, inve­ce, può esse­re util­men­te pra­ti­ca­ta rivol­gen­do­si a mas­se più ampie in fasi acu­te del­la lot­ta di clas­se.
E allo­ra, pre­mes­so che i rivo­lu­zio­na­ri deb­bo­no esse­re con­sa­pe­vo­li del­le for­ze che pos­so­no met­te­re in cam­po in ogni momen­to; con­si­de­ran­do che le mas­se nutro­no pro­fon­de illu­sio­ni nel­le ele­zio­ni e aspet­ta­ti­ve che da esse pos­sa esser­ci un cam­bia­men­to nel­le loro vite, tan­to che ne discu­to­no in ogni momen­to; in pre­sen­za di tut­to que­sto, era o no cor­ret­to ten­ta­re la pre­sen­ta­zio­ne elet­to­ra­le di un pro­gram­ma anti­ca­pi­ta­li­sta allo sco­po di dia­lo­ga­re con set­to­ri di clas­se lavo­ra­tri­ce otte­nen­do ascol­to alme­no da pic­co­le avan­guar­die?
Par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni costi­tui­sce o no un pun­to di par­ten­za per denun­cia­re che esse sono una truf­fa, che i pro­ble­mi dei lavo­ra­to­ri non ver­ran­no risol­ti dal gover­no che usci­rà dal­le urne, ma solo dal­le lot­te, che l’unica solu­zio­ne è svi­lup­pa­re una mobi­li­ta­zio­ne di mas­sa che sia indi­pen­den­te dal­la bor­ghe­sia e dai suoi par­ti­ti che si con­ten­do­no un seg­gio in par­la­men­to?
Fer­mo restan­do il dato estre­ma­men­te mode­sto del voto a “Per una Sini­stra Rivo­lu­zio­na­ria”, il 4 mar­zo scor­so tren­ta­mi­la lavo­ra­to­ri, stu­den­ti, pen­sio­na­ti, han­no dato ascol­to alle paro­le di que­sta pic­co­la lista. Quan­ti inve­ce han­no pre­sta­to ascol­to a que­sti asten­sio­ni­sti “di con­ve­nien­za”?
Rite­nia­mo dun­que che dove­re dei rivo­lu­zio­na­ri sia anche, sul­la base del­le for­ze che pos­so­no met­te­re in cam­po, par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni quan­do le mas­se anco­ra nutro­no ver­so di esse illu­sio­ni e aspet­ta­ti­ve. E non solo in una fase non rivo­lu­zio­na­ria, come quel­la in cui vivia­mo oggi, ma, in alcu­ni casi, per­si­no nel bel mez­zo di un pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio, se pen­sia­mo che Tro­tsky nel 1931, nel pie­no del­la rivo­lu­zio­ne spa­gno­la e con mez­zi a dispo­si­zio­ne dei comu­ni­sti che egli stes­so defi­ni­va “debo­li”, chia­ma­va alla par­te­ci­pa­zio­ne alle ele­zio­ni per le Cor­tes:

«Ci sono oggi in Spa­gna mol­ti ope­rai che si imma­gi­na­no che le que­stio­ni essen­zia­li del­la vita socia­le pos­sa­no esse­re assol­te tra­mi­te la sche­da elet­to­ra­le. Que­sta illu­sio­ne può esse­re dis­si­pa­ta solo con l’esperienza. Biso­gna però saper faci­li­ta­re que­sta espe­rien­za. Come? Vol­gen­do le spal­le alle Cor­tes o, al con­tra­rio, par­te­ci­pan­do alle ele­zio­ni? […] C’è moti­vo di cre­de­re che la con­vo­ca­zio­ne di que­ste Cor­tes sarà osta­co­la­ta da una secon­da rivo­lu­zio­ne? Nien­te affat­to. Poten­ti movi­men­ti di mas­sa sono per­fet­ta­men­te pos­si­bi­li; ma sen­za un pro­gram­ma, sen­za un par­ti­to, sen­za una dire­zio­ne que­sti movi­men­ti non pos­so­no por­ta­re a una secon­da rivo­lu­zio­ne. La paro­la d’ordine del boi­cot­tag­gio sareb­be ora la for­mu­la di un iso­la­men­to per par­ti­to pre­so. Biso­gna par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni il più atti­va­men­te pos­si­bi­le».

E aggiun­ge­va:

«Il cre­ti­ni­smo par­la­men­ta­re è una malat­tia deplo­re­vo­le, ma il cre­ti­ni­smo anti­par­la­men­ta­re non vale mol­to di più»[10].

È indub­bio, in defi­ni­ti­va, che la lista “Per una Sini­stra Rivo­lu­zio­na­ria” abbia rea­liz­za­to la pro­pria atti­vi­tà elet­to­ra­le come un’arma in più nel­la lot­ta di clas­se, e non già facen­do­ne l’asse uni­co o prin­ci­pa­le dell’attività poli­ti­ca del­le due orga­niz­za­zio­ni che la com­po­ne­va­no.
Il risul­ta­to è quel­lo che è: mol­to mode­sto. Ma nes­su­no di noi si aspet­ta­va un esi­to dif­fe­ren­te; e chi pre­ten­de oggi di misu­ra­re la giu­stez­za di una pro­po­sta poli­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria sul­la base del nume­ro dei voti in una con­sul­ta­zio­ne elet­to­ra­le bor­ghe­se si allon­ta­na – e di parec­chio! – dal cam­po del mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio.
Ciò non signi­fi­ca cer­to smi­nui­re il dato nega­ti­vo, né – come pure abbia­mo let­to – “festeg­gia­re” il risul­ta­to capo­vol­gen­do­ne il segno.
Come scri­ve­va­mo, era­va­mo con­sa­pe­vo­li del­le dif­fi­col­tà che la lista avreb­be incon­tra­to sul pro­prio cam­mi­no e degli stes­si ine­vi­ta­bi­li limi­ti del­la pro­po­sta che sta­va­mo lan­cian­do. Sape­va­mo che si trat­ta­va «dell’unica pro­po­sta in gra­do di offri­re un’alternativa a chi a sini­stra non vuo­le ras­se­gnar­si alla sof­fer­ta, pena­liz­zan­te e non con­vin­ta alter­na­ti­va tra lo sce­glie­re alle pros­si­me ele­zio­ni una pas­si­va asten­sio­ne e l’affidarsi all’ennesima fal­li­men­ta­re ripro­po­si­zio­ne di un pro­get­to neo­ri­for­mi­sta», come Pote­re al Popo­lo.
E infi­ne, aller­ta­va­mo sul fat­to che non avreb­be­ro dovu­to esse­re «impro­ba­bi­li aspet­ta­ti­ve elet­to­ra­li a gui­da­re i soste­ni­to­ri di que­sto pro­get­to, ma la con­sa­pe­vo­lez­za di avan­za­re final­men­te – e, sia pure limi­ta­ta­men­te, in modo uni­ta­rio – una pro­po­sta anti­ca­pi­ta­li­sta, clas­si­sta e inter­na­zio­na­li­sta da cui ini­zia­re, par­ten­do da que­sto impe­gno e dal­la con­te­stua­le pre­sen­za nel­le lot­te, una dif­fi­ci­le e pur neces­sa­ria ope­ra di costru­zio­ne di una for­za rivo­lu­zio­na­ria con influen­za di mas­sa che ad oggi man­ca nel nostro Pae­se».
Come atti­vi­sti del Col­let­ti­vo “Assal­to al cie­lo”, non pos­sia­mo che ricon­fer­ma­re, con­sa­pe­vo­li del­la limi­ta­tez­za del­le nostre for­ze, quest’impegno.


Note

[1] In real­tà, in Ita­lia – a dif­fe­ren­za di altri Pae­si, come ad esem­pio la Fran­cia – non c’è mai sta­to dal dopo­guer­ra ad oggi un muta­men­to isti­tu­zio­na­le di tale por­ta­ta da rite­ne­re supe­ra­ta una cer­ta for­ma di repub­bli­ca, sosti­tui­ta da un’altra. Per que­sto moti­vo, non sia­mo con­cet­tual­men­te d’accordo sul­la con­fi­gu­ra­bi­li­tà di un avvi­cen­da­men­to fra una pre­te­sa “pri­ma repub­bli­ca” e una “secon­da” (figu­ria­mo­ci una “ter­za”!). Tut­ta­via, si trat­ta di un aspet­to sicu­ra­men­te secon­da­rio, di una con­vin­zio­ne ora­mai con­ven­zio­nal­men­te dif­fu­sa nel sen­ti­re comu­ne, e comun­que del tut­to inin­fluen­te rispet­to all’analisi del­la real­tà poli­ti­ca odier­na.

[2] “Il ritor­no del voto di clas­se, ma al con­tra­rio (ovve­ro: se il PD è il par­ti­to del­le éli­te)”, all’indirizzo https://tinyurl.com/y7o83m9e.

[3] Che, per come sta gui­dan­do la Gre­cia, cer­ta­men­te non sarà immu­ne da que­sto feno­me­no, alme­no stan­do a quan­to dico­no i son­dag­gi.

[4] Per inten­der­ci, il par­ti­to di quel “sim­pa­ti­co­ne” di Jeroen Dijs­sel­bloem, già pre­si­den­te dell’Eurogruppo e distin­to­si per esse­re sta­to tra i prin­ci­pa­li affos­sa­to­ri del­la Gre­cia, insie­me ad Ange­la Mer­kel e Wol­fgang Schäu­ble, attra­ver­so la “cura” dili­gen­te­men­te appli­ca­ta da Tsi­pras.

[5] Ma l’esito è lo stes­so anche per i par­ti­ti social­de­mo­cra­ti­ci “mino­ri”: nel­la Repub­bli­ca Ceca, in Dani­mar­ca, Polo­nia, Irlan­da, Fin­lan­dia, Islan­da.

[6] V. l’articolo “Pote­re al popo­lo o pote­re dei lavo­ra­to­ri?”, alla pagi­na https://tinyurl.com/yb2hf5pc.

[7] La pate­ti­ca sce­net­ta è immor­ta­la­ta nel bre­ve video rag­giun­gi­bi­le alla pagi­na https://tinyurl.com/ycus8cys.

[8] E così pure quel­la del Par­ti­to comu­ni­sta, la lista capi­ta­na­ta da Mar­co Riz­zo, che ha offer­to come sem­pre una pro­po­sta nostal­gi­ca pura­men­te iden­ti­ta­ria lega­ta al sim­bo­lo e ha godu­to del­la visi­bi­li­tà del suo lea­der, frut­to del­le pas­sa­te espe­rien­ze par­la­men­ta­ri.

[9] V.I. Lenin, “Che fare?”, in Ope­re, vol. 5, p. 378 e s.

[10] L. Tro­tsky, “La rivo­lu­zio­ne spa­gno­la e i peri­co­li che la minac­cia­no”, in Scrit­ti, 1929‑1936, p. 233 e s.

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