Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica nazionale

Il voto del 4 marzo: analisi e bilancio

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Il voto del 4 marzo: analisi e bilancio


a cura della Redazione

“Terremoto”, “tsunami politico”, “quadro politico totalmente rivoluzionato”. Sono soltanto alcune delle espressioni utilizzate da diversi analisti nell’esame dell’esito che il voto del 4 marzo scorso ci ha consegnato: tutti concordando sul fatto che questa tornata elettorale ha rappresentato uno spartiacque, una divisione netta tra un “prima” e un “dopo”. Lo stesso Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 Stelle lo ha icasticamente ribadito subito dopo il risultato: «Per noi oggi comincia la “Terza repubblica”».
Senza arrivare a tanto[1], certamente conveniamo che la situazione politica maturata dopo le elezioni è completamente cambiata, negli equilibri politici come riflesso (distorto, come vedremo) del lungo processo di mutamento negli equilibri sociali.
Di seguito, allora, passeremo in rassegna i principali elementi utili a fornire una lettura del nuovo quadro politico italiano.


L’astensionismo cala, ma …

Intanto, va detto che la tendenza alla crescita costante dell’astensionismo manifestatasi nelle ultime tornate elettorali sembra essersi invertita, con il 73% degli elettori che si è recato alle urne, benché si tratti di un dato comunque in leggera, costante discesa dalle elezioni del 2013 (75,20%) e del 2008 (80,51%). Indubbiamente, le consultazioni politiche suscitano nell’elettorato un interesse maggiore che non le europee o le amministrative; ma a ciò va aggiunto che la forte polarizzazione verificatasi durante tutta la lunga campagna elettorale, combinata con l’ansia di cambiamento che ha attraversato la società, ha avuto come conseguenza una più ampia partecipazione al voto: un esito non proprio atteso nelle settimane precedenti dagli analisti, che preconizzavano invece un tasso di partecipazione molto più basso.


Il crollo del Partito democratico

Quanto al risultato dei partiti in lizza, quello che sicuramente ha fatto più scalpore riguarda il Partito democratico, che ha perso, rispetto al 2013, ben 2,5 milioni di consensi, scendendo dal 25,43% al 18,72% (circa duecento seggi in meno!).
«Hanno votato con i piedi». Così Lenin descriveva i soldati delle armate zariste che, stanchi di una guerra che non volevano più combattere, disertavano e, abbandonando precipitosamente il fronte e le trincee, se ne tornavano a casa.
Crediamo di poter utilizzare la stessa perifrasi: non solo nel senso di elettori che hanno abbandonato il proprio partito, ma anche nel senso di elettori che ne hanno preso a pedate i dirigenti (in primis, Matteo Renzi). Dirigenti che, a sentirli oggi, a distanza di una settimana dal voto, ancora non sembrano essersi resi conto del baratro che hanno scavato tra loro e la maggioranza della società con le politiche di austerità messe in atto in questi anni gettando nella miseria grosse fette di popolazione (e, in particolare, le fasce giovanili). D’altronde, ciò è emerso persino dalle analisi dei centri studi. Una ricerca della Luiss, ad esempio, ha evidenziato che «il Pd è l’unico partito per cui si registrano effetti significativi della classe sociale sul voto, ma nella direzione inattesa di un suo confinamento nelle classi sociali più alte e con un reddito più alto. In sostanza il Pd del 2018 sarebbe diventato il partito delle élite. Il che aiuterebbe a spiegare perché la parte d’Italia preoccupata dalla precarietà economica e agitata da paure identitarie si sia indirizzata – dando loro oltre il 50% dei voti – verso partiti come Movimento 5 Stelle e Lega»[2].
Va poi considerato che l’arretramento nel consenso sociale che ha colpito il Pd si inscrive in un fenomeno di dimensioni europee e che riguarda pressoché tutti i partiti che hanno la loro origine nella socialdemocrazia della Seconda Internazionale e che perciò vengono impropriamente definiti “socialdemocratici”, mentre invece dovrebbero più precisamente essere caratterizzati come partiti liberali in funzione della loro deriva verso politiche apertamente filocapitaliste. Parliamo qui di quel fenomeno conosciuto come “pasokizzazione”, espressione che prende le mosse dal vertiginoso crollo del Pasok (il partito socialista greco), che, per aver gestito la violenta crisi economica con misure che hanno affondato un intero Paese portandolo a livelli di Terzo mondo, è passato dal 43% del 2000 al 6,3% del 2015, quando venne sostituito al governo da Syriza[3]. Si tratta di un processo che ha investito l’Spd in Germania, il Psf in Francia, il Partito laburista in Inghilterra, il Psoe in Spagna, il Ps in Portogallo, il PvdA in Olanda[4], l’Spö dell’Austria (e oggi il Pd in Italia)[5], che hanno tutti più o meno approfonditamente portato a termine la traiettoria che li ha condotti dal versante socialdemocratico verso quello liberale, come dimostra la loro totale interiorizzazione dei diktat delle borghesie imperialiste e degli organismi europei, soprattutto quando governano (molte volte con i partiti di centrodestra). E l’esito delle politiche che essi adottano ne determina, appunto, un crollo nel consenso elettorale.


Movimento 5 Stelle e Lega hanno vinto le elezioni

E già in quanto abbiamo appena detto sta la spiegazione dell’enorme successo del M5S e della Lega.
Al partito di Grillo – che ha guadagnato rispetto al 2013 due milioni di voti, passando dal 25,56% al 32,66% – si sono in particolare rivolti i settori sociali più disagiati, soprattutto nelle province e regioni meridionali dove più alto è il tasso di disoccupazione (specialmente quello giovanile). Qui, il M5S ha pescato a piene mani nella rabbia sociale, nella voglia di rivalsa e nell’aspirazione a un cambiamento purchessia, che lo hanno proiettato in cima alle preferenze come il partito più votato.
Analogo ragionamento può essere fatto riguardo alla strepitosa crescita della Lega di Salvini, passata da 1.390.000 voti del 2013 (4,09%) ai 5.691.000 di oggi (17,37%): un partito che si è liberato dalle tendenze secessioniste, nordiste  e antimeridionaliste della gestione Bossi, assumendo invece una proiezione nazionale. Alla Lega hanno guardato in particolar modo quei settori della società che, “penultimi” nella scala sociale, si sentono minacciati a causa della crisi dagli “ultimi” (immigrati, senzatetto, emarginati, poveri). E allora, il centro della proposta politica della Lega – e cioè il tema della “sicurezza” – ha fatto breccia nei cuori di quelle fasce sociali, anche in qualche modo “garantite” (lavoratori a tempo indeterminato, operai), che hanno visto la loro posizione nella scala sociale ridursi progressivamente: avere indicato a questi elettori un “nemico” li ha compattati intorno a un programma identitario (“Prima gli italiani!”) e nazionalista. Se a ciò aggiungiamo la martellante propaganda di Salvini contro la legge Fornero (che sicuramente ha rappresentato un tema unificante) e il consenso di frange dell’elettorato di estrema destra (che non ha riposto fiducia nelle due piccole organizzazioni neofasciste presenti nella competizione), otteniamo le ragioni del clamoroso successo della Lega.


L’arretramento di Forza Italia

Da questo punto di vista, si può dire che il Pd ha subito un attacco concentrico da M5S e Lega, che lo hanno individuato come il loro vero avversario.
Ma, paradossalmente, la disfatta del partito di Renzi ha trascinato con sé anche quello che per una parte della passata legislatura è stato il suo partner di governo, cioè Forza Italia, che passa dai 7,3 milioni di voti nel 2013, quando si chiamava Il Popolo della Libertà (21,56%) ai 4,6 milioni circa di oggi (14,01%). Qui, certamente, hanno giocato diversi fattori: dall’invecchiamento del personale politico che dirige quel partito (a partire da Silvio Berlusconi), alla prospettiva di una possibile intesa con Renzi per una riedizione dell’accordo di governo noto come “il patto del Nazareno”. D’altro canto, la legge elettorale con cui si sono svolte le consultazioni puntava proprio a questa possibilità: limitare l’annunciata vittoria del M5S per approdare a un esecutivo Renzi‑Berlusconi.


Liberi e Uguali: una sconfitta annunciata

Sempre per restare nel campo della sinistra riformista, non ha avuto molta fortuna l’esperienza di Liberi e Uguali: una scissione molto tardiva dal renzismo dopo averne sostenuto tutti i provvedimenti di governo; studiata a tavolino per lo più per salvaguardare qualche poltrona minacciata dal repulisti di Renzi nella formazione delle liste elettorali; senza nessuna base di massa; con un ceto politico screditato; una sorta di pied-à-terre della burocrazia sindacale della Cgil; con un leader del tutto privo di carisma politico, incerto e contraddittorio nell’avanzare una proposta programmatica tutt’altro che coerente e assolutamente poco attrattiva.
L’auspicio di LeU era ottenere un risultato prossimo al 10%, ma si è dovuto accontentare di un ben più misero 3,39%, appena sufficiente per far scattare il quorum.


Potere al popolo: riformismo fuori tempo massimo

La “novità” di queste elezioni è stata la presentazione di “Potere al popolo”, lista promossa dal centro sociale napoletano Je so’ pazzo, che, dopo aver raggruppato quel che resta di Rifondazione comunista e un bel po’ di cascami dello stalinismo (Rete dei comunisti, Pci, Carc), oltre a una forza che si richiama al marxismo rivoluzionario come Sinistra anticapitalista, ha affrontato una campagna elettorale fatta di improbabili “coperture” internazionali (prima la conferenza stampa sotto l’ala protettiva del gruppo della Sinistra europea, Gue/Ngl, grazie ai buoni auspici della europarlamentare del Prc, Forenza; poi la comparsata di Mélenchon; infine il messaggio di Evo Morales direttamente dalla Bolivia) e con un programma iper‑riformista e piccolo‑borghese, come abbiamo avuto modo di evidenziare diffusamente[6].
A dispetto delle pressoché quotidiane lamentele sul boicottaggio da parte dei media borghesi, Viola Carofalo, esponente di PaP, passava invece da una televisione all’altra, per la gioia dei giornalisti, che la presentavano con paternalistica bonomia, tutti contenti di poter ravvivare un dibattito sempre uguale a se stesso con una nota di colore giovanilista.
Sul finire della campagna elettorale, poi, in pieno delirio di autorappresentazione movimentista e basista, il gruppo dirigente di PaP ha instillato negli attivisti la convinzione che davvero la lista avrebbe potuto superare lo sbarramento del 3% ed entrare in parlamento. Ma così non è stato: Potere al popolo ha ottenuto soltanto 370.000 voti, pari all’1,13%. Solo per un raffronto: alle elezioni del 2013, Rivoluzione civile – la lista capitanata dal magistrato Antonio Ingroia e la cui colonna vertebrale, anche in quel caso, era formata da Rifondazione comunista – ottenne 765.000 voti (pari al 2,25%). Insomma, assistiamo all’irreversibile declino delle sinistre riformiste in un’epoca storica in cui il riformismo è fuori tempo massimo.
Eppure, in quel caso, non ci fu – giustamente! – motivo alcuno di festeggiare un risultato che ancora una volta teneva fuori dal parlamento un ceto politico che di questo fa la sua unica ragione di vita. Invece, stavolta i fumi dell’alcool hanno fatto da cornice a un’assai poco comprensibile celebrazione di un insuccesso ancor più marcato[7].
Intanto, come era facile prevedere, vista l’eterogeneità delle organizzazioni che hanno composto PaP, iniziano a percepirsi i primi distinguo all’interno del cartello. Vedremo già nell’immediato futuro se si manifesteranno delle crepe e quale destino potrà avere quello che si vorrebbe creare come soggetto politico unitario. Ne parleremo in un articolo che uscirà a breve.


Il risultato di “Per una Sinistra Rivoluzionaria”

Queste elezioni hanno però visto anche la presentazione della lista “Per una Sinistra Rivoluzionaria”, frutto dell’accordo su un programma anticapitalista, classista e internazionalista tra le due organizzazioni che si richiamano al marxismo rivoluzionario, il Partito comunista dei lavoratori e Sinistra Classe Rivoluzione.
Il collettivo che anima questo Blog ha dichiarato pubblicamente il proprio sostegno a questa lista e un nostro militante, il compagno Valerio Torre, è stato candidato al Senato.
Il risultato elettorale è sicuramente negativo e non bisogna nasconderlo: 29.000 voti (0,08%) alla Camera; 32.500 al Senato (0,11%). Il solo Pcl aveva raccolto nella passata consultazione oltre 89.000 voti (0,26%), e in quella precedente del 2008 208.000 (0,57%).
Tra i fattori che spiegano un dato così insoddisfacente ve ne sono alcuni che, protraendo i loro effetti fino a oggi, rimontano però ad anni addietro, quando la caduta dei regimi di c.d. “socialismo reale” (benché essi costituissero solo la sanguinaria e repressiva pantomima di una società socialista) ha rappresentato nella coscienza collettiva delle masse popolari il senso di una sconfitta storica, rafforzato dalla martellante propaganda borghese secondo cui quello capitalista era “l’unico dei mondi possibili”. In questo quadro, forze, come in Italia Rifondazione comunista (al cui interno i militanti marxisti rivoluzionari hanno per lungo tempo operato per un raggruppamento su un terreno anticapitalista e classista), sono state viste (per quanto a torto) come l’ultima occasione per tenere alta la bandiera del socialismo; tuttavia, la deriva sempre più marcatamente riformista e piccolo‑borghese imposta dalle sue direzioni ha prodotto la dispersione di un ragguardevole patrimonio di energie militanti, mentre si faceva strada la percezione di massa di un’indistinta “sinistra” indotta proprio dalla collaborazione di classe con i partiti della tradizione socialdemocratica ormai approdati sul versante liberale, che ha finito per coinvolgere in un unico contenitore anche chi lottava per una prospettiva di rovesciamento dell’attuale sistema di dominazione borghese.
Ma anche altri fattori più prossimi aiutano a comprendere le ragioni di un risultato così negativo. La crisi economica, come abbiamo già evidenziato, ha duramente colpito le classi subalterne, indirizzandole verso forze piccolo‑borghesi e nazionaliste (M5S e Lega) che ne hanno saputo intercettare le ansie di cambiamento e le paure volgendole su un terreno più arretrato a livello di coscienza.
La stessa presenza elettorale di PaP a disputare un campo politico già estremamente ridotto[8] e con un programma sicuramente più “digeribile” di quello dei rivoluzionari ha ristretto ancor di più lo spazio per la nostra propaganda: e ciò rende sempre più premente la necessità di combattere instancabilmente le organizzazioni riformiste, che rappresentano, oltre che un ostacolo in direzione delle classi subalterne, anche un oggettivo elemento di ulteriore arretramento nella coscienza di classe per il loro seminare illusioni nella possibilità di riformare il capitalismo.


Per un bilancio di verità e non impressionista del risultato negativo

E dunque, è stato un errore presentare la lista “Per una Sinistra Rivoluzionaria” alle elezioni?
Basta fare un giro sui social per leggere al riguardo le analisi di piccoli gruppi della sinistra extraparlamentare che, pur senza essere astensionisti di principio, hanno predicato quello che potremmo definire “l’astensionismo di convenienza”; e oggi, a risultato acquisito, criticano il modestissimo risultato elettorale della nostra lista facendo ricorso ad argomenti, o risibili, oppure tutt’altro che convincenti. Ma la critica proviene da chi non ha alcuna legittimità politica per farla, dal momento che la posizione astensionista si è basata su ragionamenti del tipo “non ci sono le forze”, così involontariamente ammettendo la propria debolezza dopo aver millantato un’inesistente vitalità; oppure, “si andrà incontro a una sicura sconfitta e ciò produrrà sconforto tra i militanti”, facendo come quei bambini spaventati che, per non vedere i mostri, nascondono la testa sotto le coperte.
La pretesa di presentarsi alle elezioni solo se si ha un ascolto e un’influenza di massa contraddice in pieno il carattere rivoluzionario che quelle organizzazioni rivendicano per sé; e in più fa assumere a quella che è una tattica (la partecipazione alle consultazioni) una rilevanza strategica. Di più: tende a ignorare – cosa in sé parecchio grave per chi si richiama al marxismo rivoluzionario – la differenza tra propaganda e agitazione, che è uno dei nuclei centrali del pensiero leninista sul tema della costruzione del partito.
Ricordiamo a noi stessi che propaganda significa dire molte cose a pochi, mentre agitazione è dire poche cose a molti:

«… se il propagandista tratta, per esempio, della disoccupazione, deve spiegare la natura capitalistica delle crisi, dimostrare perché esse sono inevitabili nella società moderna, provare la necessità della trasformazione di questa società nella società socialista, ecc. Egli deve dare, in una parola, “molte idee”, un così grande numero di idee che, nel loro insieme, potranno essere assimilate solo da un numero relativamente piccolo di persone. L’agitatore, all’opposto, trattando la stessa questione, prende l’esempio più noto, quello che più colpisce i suoi ascoltatori … e … si sforza di dare alle “masse” una sola idea: quella dell’assurdo contrasto fra l’aumento della ricchezza e l’aumento della miseria, si sforza di suscitare il malcontento, l’indignazione delle masse contro questa stridente ingiustizia …»[9].

È chiaro che, in generale, la propaganda trova il suo terreno soprattutto nelle fasi non rivoluzionarie e si dirige inevitabilmente a piccole avanguardie; l’agitazione, invece, può essere utilmente praticata rivolgendosi a masse più ampie in fasi acute della lotta di classe.
E allora, premesso che i rivoluzionari debbono essere consapevoli delle forze che possono mettere in campo in ogni momento; considerando che le masse nutrono profonde illusioni nelle elezioni e aspettative che da esse possa esserci un cambiamento nelle loro vite, tanto che ne discutono in ogni momento; in presenza di tutto questo, era o no corretto tentare la presentazione elettorale di un programma anticapitalista allo scopo di dialogare con settori di classe lavoratrice ottenendo ascolto almeno da piccole avanguardie?
Partecipare alle elezioni costituisce o no un punto di partenza per denunciare che esse sono una truffa, che i problemi dei lavoratori non verranno risolti dal governo che uscirà dalle urne, ma solo dalle lotte, che l’unica soluzione è sviluppare una mobilitazione di massa che sia indipendente dalla borghesia e dai suoi partiti che si contendono un seggio in parlamento?
Fermo restando il dato estremamente modesto del voto a “Per una Sinistra Rivoluzionaria”, il 4 marzo scorso trentamila lavoratori, studenti, pensionati, hanno dato ascolto alle parole di questa piccola lista. Quanti invece hanno prestato ascolto a questi astensionisti “di convenienza”?
Riteniamo dunque che dovere dei rivoluzionari sia anche, sulla base delle forze che possono mettere in campo, partecipare alle elezioni quando le masse ancora nutrono verso di esse illusioni e aspettative. E non solo in una fase non rivoluzionaria, come quella in cui viviamo oggi, ma, in alcuni casi, persino nel bel mezzo di un processo rivoluzionario, se pensiamo che Trotsky nel 1931, nel pieno della rivoluzione spagnola e con mezzi a disposizione dei comunisti che egli stesso definiva “deboli”, chiamava alla partecipazione alle elezioni per le Cortes:

«Ci sono oggi in Spagna molti operai che si immaginano che le questioni essenziali della vita sociale possano essere assolte tramite la scheda elettorale. Questa illusione può essere dissipata solo con l’esperienza. Bisogna però saper facilitare questa esperienza. Come? Volgendo le spalle alle Cortes o, al contrario, partecipando alle elezioni? […] C’è motivo di credere che la convocazione di queste Cortes sarà ostacolata da una seconda rivoluzione? Niente affatto. Potenti movimenti di massa sono perfettamente possibili; ma senza un programma, senza un partito, senza una direzione questi movimenti non possono portare a una seconda rivoluzione. La parola d’ordine del boicottaggio sarebbe ora la formula di un isolamento per partito preso. Bisogna partecipare alle elezioni il più attivamente possibile».

E aggiungeva:

«Il cretinismo parlamentare è una malattia deplorevole, ma il cretinismo antiparlamentare non vale molto di più»[10].

È indubbio, in definitiva, che la lista “Per una Sinistra Rivoluzionaria” abbia realizzato la propria attività elettorale come un’arma in più nella lotta di classe, e non già facendone l’asse unico o principale dell’attività politica delle due organizzazioni che la componevano.
Il risultato è quello che è: molto modesto. Ma nessuno di noi si aspettava un esito differente; e chi pretende oggi di misurare la giustezza di una proposta politica rivoluzionaria sulla base del numero dei voti in una consultazione elettorale borghese si allontana – e di parecchio! – dal campo del marxismo rivoluzionario.
Ciò non significa certo sminuire il dato negativo, né – come pure abbiamo letto – “festeggiare” il risultato capovolgendone il segno.
Come scrivevamo, eravamo consapevoli delle difficoltà che la lista avrebbe incontrato sul proprio cammino e degli stessi inevitabili limiti della proposta che stavamo lanciando. Sapevamo che si trattava «dell’unica proposta in grado di offrire un’alternativa a chi a sinistra non vuole rassegnarsi alla sofferta, penalizzante e non convinta alternativa tra lo scegliere alle prossime elezioni una passiva astensione e l’affidarsi all’ennesima fallimentare riproposizione di un progetto neoriformista», come Potere al Popolo.
E infine, allertavamo sul fatto che non avrebbero dovuto essere «improbabili aspettative elettorali a guidare i sostenitori di questo progetto, ma la consapevolezza di avanzare finalmente – e, sia pure limitatamente, in modo unitario – una proposta anticapitalista, classista e internazionalista da cui iniziare, partendo da questo impegno e dalla contestuale presenza nelle lotte, una difficile e pur necessaria opera di costruzione di una forza rivoluzionaria con influenza di massa che ad oggi manca nel nostro Paese».
Come attivisti del Collettivo “Assalto al cielo”, non possiamo che riconfermare, consapevoli della limitatezza delle nostre forze, quest’impegno.


Note

[1] In realtà, in Italia – a differenza di altri Paesi, come ad esempio la Francia – non c’è mai stato dal dopoguerra ad oggi un mutamento istituzionale di tale portata da ritenere superata una certa forma di repubblica, sostituita da un’altra. Per questo motivo, non siamo concettualmente d’accordo sulla configurabilità di un avvicendamento fra una pretesa “prima repubblica” e una “seconda” (figuriamoci una “terza”!). Tuttavia, si tratta di un aspetto sicuramente secondario, di una convinzione oramai convenzionalmente diffusa nel sentire comune, e comunque del tutto ininfluente rispetto all’analisi della realtà politica odierna.

[2] “Il ritorno del voto di classe, ma al contrario (ovvero: se il PD è il partito delle élite)”, all’indirizzo https://tinyurl.com/y7o83m9e.

[3] Che, per come sta guidando la Grecia, certamente non sarà immune da questo fenomeno, almeno stando a quanto dicono i sondaggi.

[4] Per intenderci, il partito di quel “simpaticone” di Jeroen Dijsselbloem, già presidente dell’Eurogruppo e distintosi per essere stato tra i principali affossatori della Grecia, insieme ad Angela Merkel e Wolfgang Schäuble, attraverso la “cura” diligentemente applicata da Tsipras.

[5] Ma l’esito è lo stesso anche per i partiti socialdemocratici “minori”: nella Repubblica Ceca, in Danimarca, Polonia, Irlanda, Finlandia, Islanda.

[6] V. l’articolo “Potere al popolo o potere dei lavoratori?”, alla pagina https://tinyurl.com/yb2hf5pc.

[7] La patetica scenetta è immortalata nel breve video raggiungibile alla pagina https://tinyurl.com/ycus8cys.

[8] E così pure quella del Partito comunista, la lista capitanata da Marco Rizzo, che ha offerto come sempre una proposta nostalgica puramente identitaria legata al simbolo e ha goduto della visibilità del suo leader, frutto delle passate esperienze parlamentari.

[9] V.I. Lenin, “Che fare?”, in Opere, vol. 5, p. 378 e s.

[10] L. Trotsky, “La rivoluzione spagnola e i pericoli che la minacciano”, in Scritti, 1929‑1936, p. 233 e s.

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