Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica nazionale

L’Europa di Mattarella o un’Europa socialista?

Matty

L’Europa di Mattarella o un’Europa socialista?

La cri­si politico‑istituzionale e come affron­tar­la da un ver­san­te di clas­se


Vale­rio Tor­re

 

«Ogni vol­ta che i poli­ti­can­ti bor­ghe­si
sban­die­ra­no la paro­la d’ordine dell’europeismo,
dell’unione degli Sta­ti euro­pei, […]
dob­bia­mo rispon­de­re che non ne ver­reb­be­ro
a noi i van­tag­gi, ma alla bor­ghe­sia»
(Rosa Luxem­burg)

 

L’inedito scon­tro che si è pro­dot­to con il rifiu­to del pre­si­den­te del­la repub­bli­ca di fir­ma­re il decre­to di nomi­na come mini­stro dell’Economia e Finan­ze di Pao­lo Savo­na, san­cen­do di fat­to l’aborto dell’ipotesi di gover­no Lega‑M5S [*], ha una veste solo for­mal­men­te “isti­tu­zio­na­le”, ma costi­tui­sce in real­tà un vero e pro­prio scon­tro “poli­ti­co”.
Si trat­ta del con­flit­to tra la gran­de bor­ghe­sia finan­zia­ria e indu­stria­le – ita­lia­na ed euro­pea – che si espri­me nel­le can­cel­le­rie e nel­le isti­tu­zio­ni sovra­na­zio­na­li, e quei set­to­ri di media bor­ghe­sia pro­dut­ti­va e pic­co­la bor­ghe­sia impo­ve­ri­ta e radi­ca­liz­za­ta che ave­va­no scel­to Mat­teo Sal­vi­ni e Lui­gi Di Maio come loro rap­pre­sen­tan­ti per affron­ta­re la cri­si anco­ra in atto[1]. Per­ché è que­sto il telo­ne di fon­do di cui non dob­bia­mo dimen­ti­ca­re l’esistenza: la cri­si eco­no­mi­ca è tutt’altro che pas­sa­ta, a dispet­to del­la pro­pa­gan­da in cui si favo­leg­gia un gior­no sì e l’altro pure del­la ripre­sa, che inve­ce è ane­mi­ca in tut­to il con­ti­nen­te, e in par­ti­co­la­re in Ita­lia. E l’ultima cosa di cui il gran­de capi­ta­le ha biso­gno in que­sto momen­to è di gover­ni cosid­det­ti “popu­li­sti” o “anti­eu­ro­pei­sti”: e cioè di ese­cu­ti­vi che, volen­do far­si inter­pre­ti degli inte­res­si di quel­la pic­co­la e media bor­ghe­sia, ine­vi­ta­bil­men­te entra­no in con­tra­sto con quel­li, con­trap­po­sti, del­la gran­de bor­ghe­sia, met­ten­do in discus­sio­ne, sia pure da un ver­san­te “sovra­ni­sta” e rea­zio­na­rio, i fon­da­men­ti dell’architettura isti­tu­zio­na­le di quel­la mac­chi­na da guer­ra che è l’Unione euro­pea e del suo bastio­ne, l’euro.
Col suo tetra­go­no veto, Mat­ta­rel­la ha volu­to chia­ri­re che quell’architettura isti­tu­zio­na­le non può esse­re toc­ca­ta, nean­che per un mini­mo resty­ling; che non c’è spa­zio, nep­pu­re resi­dua­le, per un bilan­cia­men­to di quei con­trap­po­sti inte­res­si; che le rego­le del­la demo­cra­zia bor­ghe­se – e cioè la “liber­tà” per il pro­le­ta­ria­to di anda­re al voto ogni cin­que anni per “sce­glie­re” da chi esse­re sfrut­ta­to – val­go­no solo fin­ché non entra­no in con­tra­sto con il domi­nio del gran­de capi­ta­le.
Ma per i rivo­lu­zio­na­ri tut­to ciò non costi­tui­va una novi­tà, non c’era biso­gno – per com­pren­de­re que­ste veri­tà alfi­ne “disve­la­te” – di quel­lo che si pre­an­nun­cia come un auten­ti­co “stal­lo”. Stal­lo per­ché, a meno di inim­ma­gi­na­bi­li (per ora) col­pi di sce­na, il pre­mier neo‑incaricato, Cot­ta­rel­li, uomo di fidu­cia dei mer­ca­ti inter­na­zio­na­li, met­te­rà in pie­di un gover­no di mino­ran­za che non potrà far altro che – come lui stes­so ha dichia­ra­to – ras­se­gna­re subi­to le dimis­sio­ni e por­ta­re il Pae­se alle urne entro pochi mesi. Pochi, ma impor­tan­ti, per­ché in que­sto momen­to le bor­ghe­sie ita­lia­na ed euro­pee han­no biso­gno di gua­da­gna­re tem­po, non essen­do del tut­to in gra­do di impor­re la pro­pria agen­da.

Le rispo­ste alla cri­si
Le rea­zio­ni in que­ste ore sono le più dispa­ra­te. Sui social si può leg­ge­re di tut­to, e a sini­stra si regi­stra­no “cin­quan­ta sfu­ma­tu­re di ros­so”.
C’è per­si­no chi si acco­da alla richie­sta di mes­sa in sta­to d’accusa di Mat­ta­rel­la, avan­za­ta da Gior­gia Melo­ni (Fra­tel­li d’Italia) e, in tan­dem, da Di Maio col redi­vi­vo Di Bat­ti­sta, che cer­ca­no di com­pat­ta­re il M5S con lo spi­ri­to bar­ri­ca­de­ro e movi­men­ti­sta di quest’ultimo disin­ne­scan­do le pul­sio­ni cen­tri­fu­ghe di alcu­ne fran­ge delu­se dal­la gestio­ne azzi­ma­ta del pri­mo.
C’è chi, sen­za arri­va­re a tan­to, cri­ti­ca il pre­si­den­te per­ché col suo veto avreb­be spia­na­to la stra­da a una futu­ra schiac­cian­te vit­to­ria elet­to­ra­le del M5S, ma soprat­tut­to di Sal­vi­ni, che in par­ti­co­la­re vie­ne dipin­to come un astu­to pro­ta­go­ni­sta di tut­ta la vicen­da, come una sor­ta di regi­sta occul­to di un esi­to da lui pia­ni­fi­ca­to da tem­po allo sco­po di met­te­re nell’angolo i gril­li­ni e pre­pa­rar­si l’ingresso trion­fa­le da pre­mier nel gover­no che usci­rà dal­le pros­si­me urne.
C’è chi ora con­fi­da in una rapi­da rot­tu­ra del­le basi di Lega e Cin­que­stel­le con i loro grup­pi diri­gen­ti, pen­san­do di poter recu­pe­ra­re quel­le fran­ge di sini­stra che negli anni si sono rivol­te a quei due par­ti­ti abban­do­nan­do i loro par­ti­ti d’origine, da cui si era­no sen­ti­ti tra­di­ti a cau­sa del­le loro poli­ti­che e pra­ti­che rifor­mi­ste.
C’è chi (Pote­re al popo­lo) accu­sa Mat­ta­rel­la di esser­si «reso respon­sa­bi­le di una gra­ve cri­si isti­tu­zio­na­le», facen­do così un fetic­cio del “cor­ret­to fun­zio­na­men­to” del­le isti­tu­zio­ni bor­ghe­si; e di esser­si pie­ga­to «ai dik­tat del­la Bce e del Fmi», come se il pre­si­den­te ne fos­se fino­ra sta­to un fie­ro avver­sa­rio e non ne fos­se inve­ce un fede­lis­si­mo inter­pre­te. Con lo stes­so comu­ni­ca­to, Pap adde­bi­ta al pre­si­den­te di aver «por­ta­to un attac­co diret­to alla demo­cra­zia ed alla Costi­tu­zio­ne del nostro pae­se», con­ti­nuan­do nel pro­prio tri­ste per­cor­so di osse­quio alla “sacra­li­tà” del­la demo­cra­zia e del­la Costi­tu­zio­ne dei padro­ni.
C’è chi, come Gior­gio Cre­ma­schi, dimen­ti­co del ruo­lo del­la bor­ghe­sia e del­la finan­za ita­lia­ne, lan­cia il suo ana­te­ma nazio­na­li­sta e patriot­tar­do con­tro «il gover­no e il pote­re tede­sco [che], anche con la loro stam­pa raz­zi­sta, si sono mos­si con­tro l’Italia»; e che, sul sem­pi­ter­no alta­re del­la «nostra Costi­tu­zio­ne demo­cra­ti­ca, socia­le, anti­fa­sci­sta», si duo­le del fat­to che Mat­ta­rel­la abbia «fat­to sal­ta­re un gover­no che avreb­be riscos­so la fidu­cia del­la mag­gio­ran­za del Par­la­men­to […] mes­so sot­to scac­co», così ogget­ti­va­men­te dislo­can­do­si nel cam­po dei par­ti­ti che quell’esecutivo avreb­be­ro soste­nu­to.
Anco­ra, c’è chi – Cgil e Anpi in pri­ma fila – si schie­ra “sen­za se e sen­za ma” in dife­sa del pre­si­den­te e del­le sue deci­sio­ni, chia­man­do addi­rit­tu­ra alla “vigi­lan­za demo­cra­ti­ca”.
Infi­ne, se non abbia­mo dimen­ti­ca­to qualcun’altra di que­ste tan­te “sfu­ma­tu­re”, c’è chi assu­me una qual­che posi­zio­ne di tipo “cam­pi­sta”, affer­man­do che, se le isti­tu­zio­ni finan­zia­rie euro­pee sono pre­oc­cu­pa­te da un even­tua­le gover­no Salvini‑Di Maio con Savo­na mini­stro dell’Economia e del­le Finan­ze; se quest’eventualità le inde­bo­li­sce, allo­ra biso­gna soste­ne­re il pia­no di usci­ta dall’euro pro­po­sto da un sif­fat­to ese­cu­ti­vo, in omag­gio al prin­ci­pio secon­do cui non impor­ta se il gat­to è bian­co o nero, basta che acchiap­pi il topo.
Di fron­te a que­sto varie­ga­to pano­ra­ma, le voci dei rivo­lu­zio­na­ri con­se­guen­ti sem­bra­no resta­re in secon­do pia­no. Rite­nia­mo che sareb­be però un erro­re lascia­re nel­le mani del­la destra rea­zio­na­ria e nazio­na­li­sta la ban­die­ra del­la rot­tu­ra con l’Ue e l’uscita dall’euro. E un erro­re ancor più dele­te­rio sareb­be quel­lo di soste­ne­re un pia­no del gene­re, ela­bo­ra­to da quel­la destra.
È per que­sto che la vicen­da che vede pro­ta­go­ni­sti Mat­ta­rel­la, Sal­vi­ni, Di Maio e altri, il con­se­guen­te cor­to cir­cui­to e la cri­si politico‑istituzionale scop­pia­ta in que­sti gior­ni, ci offro­no il destro per ana­liz­za­re la situa­zio­ne in cui ci tro­via­mo ad agi­re e le pos­si­bi­li solu­zio­ni da un ver­san­te di clas­se.

Il Mani­fe­sto di Ven­to­te­ne
È un dato indi­scu­ti­bi­le che le mas­se popo­la­ri del Vec­chio Con­ti­nen­te abbia­no ormai la per­ce­zio­ne del­la per­va­si­vi­tà del pote­re del­le isti­tu­zio­ni euro­pee sul­le loro vite. E tut­ta­via, que­sta per­ce­zio­ne – che sfo­cia in un indi­stin­to “euro­scet­ti­ci­smo”, cioè in un cre­scen­te ma poco con­sa­pe­vo­le sen­ti­men­to popo­la­re di rifiu­to ver­so l’euro e l’Europa – non è affat­to chia­ra. È con­fu­sa. Sen­za una let­tu­ra da un ver­san­te di clas­se dà luo­go a rispo­ste, nel miglio­re dei casi, sba­glia­te e ina­de­gua­te; nel peg­gio­re, al ripie­ga­men­to in chia­ve nazio­na­li­sti­ca e, attra­ver­so la dife­sa del­la “patria” nazio­na­le, al rin­vi­go­ri­men­to dell’estrema destra popu­li­sta, raz­zi­sta e xeno­fo­ba.
Tra­la­scian­do que­sta secon­da ipo­te­si[2], dicia­mo che par­te rile­van­te del­la sini­stra rifor­mi­sta ha nel pro­prio pro­gram­ma fon­da­ti­vo la riven­di­ca­zio­ne del Mani­fe­sto di Ven­to­te­ne. Si trat­ta del docu­men­to redat­to da intel­let­tua­li anti­fa­sci­sti con­fi­na­ti sull’isola di Ven­to­te­ne duran­te il ven­ten­nio mus­so­li­nia­no (tra cui Altie­ro Spi­nel­li), e che pre­fi­gu­ra­va la costru­zio­ne di un’Europa fede­ra­le, dota­ta su sca­la con­ti­nen­ta­le di un par­la­men­to e di un gover­no sovra­na­zio­na­le dota­to di pote­ri rea­li in mate­ria eco­no­mi­ca e di poli­ti­ca este­ra. Que­sta sini­stra, richia­man­do­si a quel Mani­fe­sto, denun­cia un pre­te­so sbi­lan­cia­men­to in Euro­pa del pote­re finan­zia­rio a sca­pi­to dei pote­ri del par­la­men­to e riven­di­ca la costru­zio­ne di “un’altra Euro­pa”, quel­la dei popo­li, eco­lo­gi­ca, socia­le, demo­cra­ti­ca, sal­va­guar­dan­do­ne però l’attuale archi­tet­tu­ra isti­tu­zio­na­le e mone­ta­ria. Ci sareb­be cioè un’Europa cat­ti­va – quel­la dei ban­chie­ri, del­la Mer­kel e di Schäu­ble – e una buo­na: quel­la, appun­to, del Mani­fe­sto di Ven­to­te­ne, sna­tu­ra­ta oggi dal­la “per­fi­da finan­za”.
Ma chi abbia la pazien­za di leg­ge­re que­sto mani­fe­sto[3] potrà nota­re non solo che vi è svi­lup­pa­ta una cri­ti­ca fero­ce al mar­xi­smo (tan­to che per­si­no un socia­li­sta tutt’altro che rivo­lu­zio­na­rio come San­dro Per­ti­ni riti­rò la fir­ma che in un pri­mo momen­to ave­va dato al docu­men­to), ma che rap­pre­sen­ta la base fon­da­ti­va per la costru­zio­ne di uno spa­zio eco­no­mi­co euro­peo in cui i capi­ta­li pos­sa­no muo­ver­si libe­ra­men­te: per la costru­zio­ne, cioè, di un’economia capi­ta­li­sta in gra­do di com­pe­te­re su uno sce­na­rio più ampio con quel­la sta­tu­ni­ten­se. Per que­sto, diver­sa­men­te da quan­to pos­sa­no pen­sar­ne i rifor­mi­sti odier­ni, il Mani­fe­sto di Ven­to­te­ne non costi­tui­sce affat­to il capo­sal­do del­la “demo­cra­ti­ca Euro­pa dei popo­li” da loro vagheg­gia­ta, ma rap­pre­sen­ta inve­ce pro­prio l’anima dell’Unione euro­pea che cono­scia­mo noi oggi. L’euro, da che è sta­to con­ce­pi­to, ha costi­tui­to un dise­gno poli­ti­co: cioè esat­ta­men­te quel­lo che abbia­mo davan­ti agli occhi. L’Ue nel pro­get­to del­le bor­ghe­sie con­ti­nen­ta­li non può che fon­dar­si sull’euro.

Le idee por­tan­ti alla base del­la costru­zio­ne dell’Ue
Le bor­ghe­sie con­ti­nen­ta­li non stan­no affat­to costruen­do l’Europa del­la pace, del­la demo­cra­zia e dei dirit­ti socia­li:

  • la c.d. Euro­pa del­la pace è quel­la che ha bom­bar­da­to Bel­gra­do, l’Afghanistan e la Libia. È quel­la che sta con­du­cen­do una lot­ta sen­za quar­tie­re con­tro i migran­ti che fug­go­no dai loro Pae­si in cer­ca di una vita miglio­re, anne­gan­do­li nel Medi­ter­ra­neo. È quel­la che tol­le­ra la costru­zio­ne del muro del­la ver­go­gna con cui l’Ungheria, segui­ta da qual­che altro Pae­se, blin­da le pro­prie fron­tie­re;
  • la c.d. Euro­pa demo­cra­ti­ca è quel­la del­le misu­re repres­si­ve con­tro il pro­le­ta­ria­to giu­sti­fi­ca­te dal­la lot­ta al ter­ro­ri­smo[4];
  • la c.d. Euro­pa dei dirit­ti socia­li è quel­la che ha liqui­da­to il wel­fa­re, sca­te­nan­do un’offensiva bru­ta­le fat­ta di pre­ca­rie­tà, disoc­cu­pa­zio­ne e mise­ria per le clas­si subal­ter­ne.

Al con­tra­rio del­la vul­ga­ta domi­nan­te, l’attuale Ue nac­que inve­ce da un accor­do che i Pae­si impe­ria­li­sti dell’Europa occi­den­ta­le rag­giun­se­ro per com­pe­te­re per il domi­nio dei mer­ca­ti mon­dia­li con i bloc­chi impe­ria­li­sti con­cor­ren­ti, Sta­ti Uni­ti e Giap­po­ne. La ragio­ne di quest’intesa, cioè, sta­va nel­la con­sa­pe­vo­lez­za del­le bor­ghe­sie con­ti­nen­ta­li di non esse­re in gra­do di dispu­ta­re i mer­ca­ti mon­dia­li iso­la­te nei con­fi­ni dei pro­pri Sta­ti nazio­na­li.
Washing­ton sosten­ne da subi­to i pro­get­ti euro­pei­sti, sia per crea­re un bastio­ne di con­trap­po­si­zio­ne al bloc­co orien­ta­le filo­so­vie­ti­co, sia per rea­liz­za­re un mer­ca­to capi­ta­li­sta uni­fi­ca­to su cui river­sa­re le pro­prie espor­ta­zio­ni. D’altro can­to, le bor­ghe­sie euro­pee, sfian­ca­te da sei anni di una guer­ra così distrut­ti­va, vole­va­no usci­re dal caos eco­no­mi­co del dopo­guer­ra evi­tan­do la bal­ca­niz­za­zio­ne pro­dot­ta­si dopo la guer­ra del ’15‑’18. Tut­ta­via, i loro set­to­ri più coscien­ti pen­sa­ro­no a un pro­get­to che andas­se oltre il car­tel­lo doga­na­le soste­nu­to dagli Usa: cioè, appun­to, un com­pe­ti­to­re mul­ti­na­zio­na­le degli impe­ria­li­smi sta­tu­ni­ten­se e giap­po­ne­se per dispu­ta­re il mer­ca­to mon­dia­le.
Il raf­for­za­men­to e la tra­sfor­ma­zio­ne qua­li­ta­ti­va dell’Ue alla base di que­sto pro­get­to per­se­gui­va e per­se­gue diver­si obiet­ti­vi:

  1. il pri­mo sta nel favo­ri­re la con­cen­tra­zio­ne capi­ta­li­sta a livel­lo regio­na­le, con lo svi­lup­po – sot­to l’impulso degli Sta­ti più for­ti – di set­to­ri eco­no­mi­ci chia­ve, come l’industria aero­nau­ti­ca o arma­men­ti­sti­ca, la side­rur­gia, la petrol­chi­mi­ca, ma anche i ser­vi­zi e le ban­che. Ciò non signi­fi­ca che le diver­se bor­ghe­sie pun­ti­no a un capi­ta­li­smo uni­fi­ca­to su sca­la euro­pea attra­ver­so una pro­gres­si­va fusio­ne tra loro. Esse voglio­no inve­ce deter­mi­na­re il pro­ces­so per la crea­zio­ne del­le con­di­zio­ni per le con­cen­tra­zio­ni capi­ta­li­sti­che, impre­scin­di­bi­li per com­pe­te­re sui mer­ca­ti con­qui­stan­do­ne nuo­ve fet­te;
  2. il secon­do obiet­ti­vo è dato dal coor­di­na­men­to a livel­lo euro­peo degli attac­chi del­le diver­se bor­ghe­sie ai rispet­ti­vi pro­le­ta­ria­ti;
  3. il ter­zo sta nel­la faci­li­ta­zio­ne del­la pene­tra­zio­ne impe­ria­li­sta nel­le zone di influen­za dell’Asia, Afri­ca, Ame­ri­ca Lati­na e, ora, nell’Est euro­peo.

In que­sto sen­so, l’Ue – come risul­tan­te di un pro­ces­so di inte­gra­zio­ne eco­no­mi­ca sen­za pre­ce­den­ti – non è uno Sta­to sovra­na­zio­na­le, ma nean­che rap­pre­sen­ta un sem­pli­ce orga­no di coo­pe­ra­zio­ne inter­go­ver­na­ti­va. Rap­pre­sen­ta inve­ce l’alto gra­do di uni­fi­ca­zio­ne eco­no­mi­ca del con­ti­nen­te, ripro­du­ce il carat­te­re con­ti­nen­ta­le del­le sue for­ze pro­dut­ti­ve e deli­nea la neces­si­tà dell’eliminazione del­le fron­tie­re e degli Sta­ti nazio­na­li come li cono­scia­mo in Euro­pa. Ma, al con­tem­po, rap­pre­sen­ta anche la nega­zio­ne di tut­to que­sto, essen­do il frut­to di un accor­do fra bor­ghe­sie impe­ria­li­ste che non pos­so­no, né voglio­no, pre­scin­de­re dai loro pro­pri Sta­ti nazio­na­li, che costi­tui­sco­no pur sem­pre l’elemento deci­si­vo per la dife­sa dei loro rispet­ti­vi capi­ta­li­smi nel mer­ca­to mon­dia­le e per man­te­ne­re la lot­ta di clas­se entro i limi­ti di que­gli Sta­ti.
In altri ter­mi­ni, nes­sun impe­ria­li­smo euro­peo, fin­ché resta tale, può inten­de­re l’unificazione dell’Europa se non sull’egemonia dei suoi pro­pri inte­res­si nazio­na­li impe­ria­li­sti e per schiac­cia­re il pro­le­ta­ria­to.
In que­sto qua­dro, l’integrazione eco­no­mi­ca e pro­dut­ti­va a livel­lo euro­peo, con l’ingresso di nuo­vi Sta­ti (come, da ulti­mo, quel­li dell’Europa cen­tra­le e dell’est) si fon­da sul­la dise­gua­glian­za, di cui si nutre e che ampli­fi­ca in un mutuo pro­ces­so di ria­li­men­ta­zio­ne: abbia­mo cioè, da una par­te, una peri­fe­ria con­ti­nen­ta­le inte­res­sa­ta da un pro­ces­so di spe­cia­liz­za­zio­ne pro­dut­ti­va di tipo regres­si­vo, come som­mi­ni­stra­tri­ce di beni a bas­sa tec­no­lo­gia e mano d’opera a bas­so costo; e, dall’altra, un cen­tro indu­stria­le con­cen­tra­to intor­no ai Pae­si del nord capeg­gia­ti dal­la Ger­ma­nia. In mez­zo, impe­ria­li­smi deca­den­ti come Ita­lia[5] e Spa­gna ai qua­li vie­ne asse­gna­to uno stra­pun­ti­no in que­sta cate­na di valo­re in cui ognu­no degli Sta­ti occu­pa il suo posto.

L’architettura isti­tu­zio­na­le dell’Unione euro­pea
L’architettura isti­tu­zio­na­le dell’Ue si fon­da:

  1. su una ban­ca cen­tra­le (la Bce) con una mone­ta (l’euro) comu­ne tra i Pae­si del­la c.d. “euro­zo­na”;
  2. su un pote­re di orien­ta­men­to poli­ti­co gene­ra­le (in capo al Con­si­glio euro­peo, anche det­to Con­si­glio dei capi di Sta­to e di gover­no);
  3. e su un pote­re ese­cu­ti­vo e legi­sla­ti­vo sud­di­vi­so tra un Con­si­glio dell’Unione euro­pea (for­ma­to dai mini­stri dei sin­go­li gover­ni), una Com­mis­sio­ne e un par­la­men­to.

Ma, come al soli­to, la bor­ghe­sia si fa le leg­gi e poi le vani­fi­ca a pro­prio pia­ci­men­to. Infat­ti, men­tre per trat­ta­to spet­te­reb­be alla Com­mis­sio­ne e al par­la­men­to il com­pi­to di adot­ta­re riso­lu­zio­ni e nor­ma­ti­ve che i sin­go­li ordi­na­men­ti nazio­na­li deb­bo­no poi rece­pi­re, di fat­to è il Con­si­glio euro­peo, nel bilan­cia­men­to isti­tu­zio­na­le, quel­lo che ha il peso più rile­van­te, dato che deci­de gli orien­ta­men­ti poli­ti­ci gene­ra­li a bre­ve ter­mi­ne. Lo con­fer­ma un poli­ti­co non sospet­ta­bi­le di sim­pa­tie bol­sce­vi­che – l’ex pre­mier Enri­co Let­ta – che in una inter­vi­sta ha spie­ga­to come sia pro­prio il Con­si­glio euro­peo a dete­ne­re il vero pote­re deci­sio­na­le, adot­tan­do scel­te che sono (citia­mo testual­men­te) «l’alfa e l’omega del­la vita comu­ni­ta­ria»[6].
Per­ciò, ben­ché deten­ga sul­la car­ta il pote­re ese­cu­ti­vo e di pro­po­sta legi­sla­ti­va, la Com­mis­sio­ne euro­pea in real­tà dipen­de dal Con­si­glio euro­peo, poi­ché sono pro­prio i capi di Sta­to e di gover­no dei diver­si Pae­si dell’Ue che lo com­pon­go­no a con­cer­ta­re e rea­liz­za­re le poli­ti­che rea­zio­na­rie di attac­co al pro­le­ta­ria­to: in que­sto sen­so, è pura dema­go­gia – quel­la del­la sini­stra rifor­mi­sta – con­si­de­ra­re la Com­mis­sio­ne come la fon­te di tut­ti i mali, quan­do sono inve­ce i distin­ti gover­ni (riu­ni­ti nel Con­si­glio euro­peo) i respon­sa­bi­li del­le misu­re anti­o­pe­ra­ie e anti­po­po­la­ri.

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Come pure è dema­go­gia – sem­pre da par­te del­la sini­stra rifor­mi­sta – con­si­de­ra­re che i pro­ble­mi del­la costru­zio­ne euro­pea risie­da­no in un pre­te­so “defi­cit demo­cra­ti­co”, e cioè nel pre­do­mi­nio di Con­si­glio e Com­mis­sio­ne a sca­pi­to del par­la­men­to, sic­ché baste­reb­be spo­sta­re quest’asse per rifor­ma­re l’Europa. In real­tà, l’integrazione su sca­la con­ti­nen­ta­le è sta­ta rea­liz­za­ta dall’alto, sul­la base di accor­di fra gover­ni in rap­pre­sen­tan­za del­le rispet­ti­ve bor­ghe­sie, e la figu­ra del par­la­men­to nell’architettura isti­tu­zio­na­le euro­pea è ser­vi­ta solo a con­fe­ri­re all’Ue una paten­te di fit­ti­zia legit­ti­mi­tà demo­cra­ti­ca.
Secon­do le mio­pi sini­stre social­de­mo­cra­ti­che è solo nell’attuale fase di svi­lup­po del capi­ta­li­smo che la finan­za avreb­be pre­so il soprav­ven­to. E inve­ce, il par­la­men­to euro­peo è sta­to sin dal pri­mo momen­to con­ce­pi­to pro­prio e solo come un orga­ni­smo di pote­re con­sul­ti­vo e code­ci­sio­na­le di ran­go secon­da­rio rispet­to al Con­si­glio e alla Com­mis­sio­ne: cioè come un orga­ni­smo di legit­ti­ma­zio­ne e coper­tu­ra pseudo‑democratica di deci­sio­ni assun­te altro­ve. In que­sto sen­so, rap­pre­sen­ta un’appendice del­le poli­ti­che nazio­na­li, dato che vi sie­do­no i rap­pre­sen­tan­ti degli inte­res­si nazio­na­li del­le diver­se bor­ghe­sie.
Per­ciò la pre­te­sa dei rifor­mi­sti di “rifor­ma­re” e “demo­cra­tiz­za­re” l’Ue costi­tui­sce una vera e pro­pria scioc­chez­za, oltre ad esse­re una peri­co­lo­sa posi­zio­ne rea­zio­na­ria.

L’euro
Uno degli stru­men­ti su cui si fon­da la domi­na­zio­ne dei distin­ti capi­ta­li­smi euro­pei sul pro­le­ta­ria­to del con­ti­nen­te, e in par­ti­co­la­re su quel­li dei Pae­si peri­fe­ri­ci (come la cri­si gre­ca ha mostra­to), è la mone­ta uni­ca.
L’euro è il con­ge­gno nel­le mani dei pote­ri eco­no­mi­ci per schiac­cia­re la clas­se lavo­ra­tri­ce. Non solo: è il fon­da­men­to prin­ci­pa­le per­ché le bor­ghe­sie euro­pee pos­sa­no attac­ca­re i sala­ri estraen­do mag­gio­ri quo­te di plu­sva­lo­re, con­tra­stan­do così – soprat­tut­to in una fase come quel­la attua­le di cri­si eco­no­mi­ca – la cadu­ta del sag­gio di pro­fit­to per risul­ta­re più com­pe­ti­ti­ve sui mer­ca­ti mon­dia­li.
Da quan­do, con l’introduzione del siste­ma del­la mone­ta uni­ca a cam­bi fis­si, i sin­go­li Sta­ti ade­ren­ti han­no per­du­to la pos­si­bi­li­tà di effet­tua­re sva­lu­ta­zio­ni com­pe­ti­ti­ve del­le loro pre­ce­den­ti mone­te nazio­na­li per poter ven­de­re meglio all’estero, non è rima­sta che un’opzione (peral­tro, quel­la pre­fe­ri­ta dai padro­ni) per miglio­ra­re la com­pe­ti­ti­vi­tà: attac­ca­re i sala­ri e i dirit­ti lavo­ra­ti­vi ridu­cen­do così il costo del lavo­ro e, attra­ver­so un mag­gio­re sfrut­ta­men­to del­la clas­se lavo­ra­tri­ce, aumen­ta­re i pro­fit­ti.
Come abbia­mo già visto, l’integrazione eco­no­mi­ca euro­pea si fon­da sul­la dise­gua­glian­za tra eco­no­mie cen­tra­li e peri­fe­ri­che. L’Ue non è una “trans­fer union”, cioè un’unione di tra­sfe­ri­men­ti di risor­se come pos­so­no esser­lo gli Sta­ti Uni­ti, in cui al gover­no cen­tra­le spet­ta la redi­stri­bu­zio­ne finan­zia­ria ver­so la peri­fe­ria. Sem­mai, l’area euro fun­zio­na come una trans­fer union al con­tra­rio: poi­ché Ber­li­no vede il mon­do (ma soprat­tut­to l’Europa) solo come mer­ca­ti da con­qui­sta­re gra­zie all’eccellenza dei pro­pri pro­dot­ti, il cen­tro del siste­ma euro­peo – cioè quel­lo spa­zio mani­fat­tu­rie­ro il cui nucleo è costi­tui­to dal­la Ger­ma­nia con intor­no la macroa­rea che va dal Bal­ti­co alla Mit­te­leu­ro­pa fino all’Italia del Nord – è in sur­plus com­mer­cia­le per­ma­nen­te rispet­to alla peri­fe­ria[7]. Que­sto cen­tro assor­be cioè liqui­di­tà dagli euro­part­ner, ai qua­li però pre­scri­ve fero­ci poli­ti­che di auste­ri­tà indu­cen­do­vi defla­zio­ne con rela­ti­vo incen­ti­vo alla sven­di­ta di asset stra­te­gi­ci (ne abbia­mo avu­to con­fer­ma col ter­zo Memo­ran­dum impo­sto alla Gre­cia che ha cedu­to gli aero­por­ti regio­na­li a socie­tà tede­sche).
Que­sto pro­ces­so raf­for­za la cate­na pro­dut­ti­va orche­stra­ta dal­la Ger­ma­nia, che vede con­so­li­da­re il suo domi­nio nel mer­ca­to euro­peo e mon­dia­le di beni indu­stria­li ad alta tec­no­lo­gia, men­tre deter­mi­na la ricol­lo­ca­zio­ne ver­so il bas­so di altri Pae­si nel­la gerar­chia degli Sta­ti[8].
Oli­vier Pas­set, ex eco­no­mi­sta dell’Osservatorio fran­ce­se del­le con­giun­tu­re eco­no­mi­che (pre­sti­gio­so cen­tro di ricer­ca che fa capo all’altrettanto pre­sti­gio­so Isti­tu­to di stu­di poli­ti­ci di Pari­gi, esclu­si­va uni­ver­si­tà in cui si è for­ma­ta l’élite poli­ti­ca e ammi­ni­stra­ti­va fran­ce­se), ha un’opinione mol­to chia­ra dell’euro: la mone­ta uni­ca – secon­do Pas­set – gene­ra auste­ri­tà per­ma­nen­te, non solo nell’attuale fase di cri­si, ma per­si­no in regi­me eco­no­mi­co nor­ma­le. Pro­prio per­ché l’eurozona è rap­pre­sen­ta­ta da un’Europa a due velo­ci­tà (una “zona di diver­gen­ze” la defi­ni­sce l’economista), il gua­da­gno di com­pe­ti­ti­vi­tà glo­ba­le dell’area cen­tra­le con­dan­na ai sala­ri bas­si le eco­no­mie del­la peri­fe­ria.
L’austerità – con­clu­de Pas­set – non è un perio­do di tran­si­zio­ne che pas­se­rà: era «già scrit­ta nei geni del­l’Eu­ro­pa». Era, insom­ma, al cen­tro del pro­get­to del­l’eu­ro fin dai suoi albo­ri[9].
E se lo dice un eco­no­mi­sta bor­ghe­se, c’è da cre­der­ci!

Il debi­to pub­bli­co
L’altro stru­men­to su cui si fon­da il domi­nio di quel­la auten­ti­ca mac­chi­na da guer­ra impe­ria­li­sta con­tro i lavo­ra­to­ri e i popo­li euro­pei dal nome di Unio­ne euro­pea è il debi­to pub­bli­co.
Non scen­de­re­mo qui nei det­ta­gli di que­sto tema. Ci limi­te­re­mo a segna­la­re che «il debi­to pub­bli­co è il debi­to che il set­to­re pub­bli­co di un pae­se con­trae nei con­fron­ti di sog­get­ti ad esso ester­ni (fami­glie, impre­se, isti­tu­zio­ni finan­zia­rie) … [con] lo sco­po di pro­cu­ra­re … mez­zi di paga­men­to neces­sa­ri a finan­zia­re il defi­cit pub­bli­co, e cioè l’eccesso di spe­sa pub­bli­ca (inclu­si gli inte­res­si sul debi­to) rispet­to alle entra­te del­lo stes­so set­to­re pub­bli­co»[10]. Il debi­to pub­bli­co, che è cioè il debi­to accu­mu­la­to nel tem­po dal­le isti­tu­zio­ni del­la pub­bli­ca ammi­ni­stra­zio­ne, è dato dal­la som­ma dei defi­cit, cioè dei disa­van­zi che si pro­du­co­no negli anni fra entra­te e usci­te. Nel­le usci­te van­no ricom­pre­si gli inte­res­si.
Acca­de, in altri ter­mi­ni, che gli Sta­ti deb­ba­no perio­di­ca­men­te ricor­re­re ai mer­ca­ti per rifi­nan­zia­re il pro­prio debi­to. E lo fan­no emet­ten­do, a garan­zia dei pre­sti­ti rice­vu­ti, dei tito­li con cui alla sca­den­za vie­ne rico­no­sciu­to al pre­sta­to­re un inte­res­se. Ma ciò li obbli­ga a con­trar­re nuo­vi debi­ti per paga­re appun­to quel­li in sca­den­za, in una per­ver­sa spi­ra­le sen­za fine in cui sono gli inte­res­si a far lie­vi­ta­re il debi­to. Intan­to, i cre­di­to­ri uti­liz­za­no i tito­li del debi­to pub­bli­co come valo­ri cir­co­lan­ti e ven­di­bi­li ben pri­ma che arri­vi­no a sca­den­za. In pro­po­si­to, già Marx spie­ga­va che in real­tà «i cre­di­to­ri del­lo Sta­to non dan­no nien­te, poi­ché la som­ma pre­sta­ta vie­ne tra­sfor­ma­ta in obbli­ga­zio­ni facil­men­te tra­sfe­ri­bi­li, che in loro mano con­ti­nua­no a fun­zio­na­re pro­prio come se fos­se­ro tan­to dena­ro in con­tan­ti»[11].
Come si vede, già nel XIX seco­lo Marx era in gra­do di deli­nea­re con estre­ma chia­rez­za due degli ele­men­ti che anco­ra oggi noi per­ce­pia­mo al cen­tro del tema del debi­to pub­bli­co: i tito­li di Sta­to attra­ver­so cui esso vie­ne rap­pre­sen­ta­to (le “obbli­ga­zio­ni facil­men­te tra­sfe­ri­bi­li”) e il ruo­lo pre­do­mi­nan­te del­le ban­che (che Marx chia­ma­va la “ban­co­cra­zia”). Ma la genia­li­tà del­la sua ana­li­si sta nel fat­to che Marx ave­va com­pre­so che «con i debi­ti pub­bli­ci è sor­to un siste­ma di cre­di­to inter­na­zio­na­le che spes­so nascon­de una del­le fon­ti dell’accu­mu­la­zio­ne ori­gi­na­ria di que­sto o di quel popo­lo»[12].
Come ave­va già spie­ga­to ne “Le lot­te di clas­se in Fran­cia dal 1848 al 1850”[13], «l’indebitamento del­lo Sta­to era … l’interesse diret­to del­la fra­zio­ne del­la bor­ghe­sia che gover­na­va e legi­fe­ra­va per mez­zo del­le Came­re. Il disa­van­zo del­lo Sta­to era infat­ti il vero e pro­prio ogget­to del­la sua spe­cu­la­zio­ne e la fon­te prin­ci­pa­le del suo arric­chi­men­to. Ogni anno un nuo­vo disa­van­zo. Dopo quat­tro o cin­que anni un nuo­vo pre­sti­to offri­va all’aristocrazia finan­zia­ria una nuo­va occa­sio­ne di truf­fa­re lo Sta­to che, man­te­nu­to arti­fi­cio­sa­men­te sull’orlo del­la ban­ca­rot­ta, era costret­to a con­trat­ta­re coi ban­chie­ri alle con­di­zio­ni più sfa­vo­re­vo­li. Ogni nuo­vo pre­sti­to era una nuo­va occa­sio­ne di sva­li­gia­re il pub­bli­co, che inve­ste i suoi capi­ta­li in ren­di­ta del­lo Sta­to, median­te ope­ra­zio­ni di Bor­sa al cui segre­to era­no ini­zia­ti il gover­no e la mag­gio­ran­za del­la Came­ra. In gene­ra­le la situa­zio­ne insta­bi­le del cre­di­to pub­bli­co e il pos­ses­so dei segre­ti di Sta­to offri­va­no ai ban­chie­ri e ai loro affi­lia­ti nel­le Came­re … la pos­si­bi­li­tà di pro­vo­ca­re del­le oscil­la­zio­ni straor­di­na­rie improv­vi­se, nel cor­so dei tito­li di Sta­to; e il risul­ta­to costan­te di que­ste oscil­la­zio­ni non pote­va esse­re altro che la rovi­na di una mas­sa di capi­ta­li­sti più pic­co­li e l’arricchimento favo­lo­sa­men­te rapi­do dei gio­ca­to­ri in gran­de».

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La cri­si capi­ta­li­sti­ca scop­pia­ta nel 2007 ha mostra­to che, nel­la sua fase ago­ni­ca, il capi­ta­li­smo sca­ri­ca sul­le spal­le dei lavo­ra­to­ri il peso del­le misu­re che met­te in cam­po per con­tra­sta­re la cadu­ta del sag­gio di pro­fit­to. Così, la domi­na­zio­ne impe­ria­li­sta si espri­me nel fat­to che le clas­si subal­ter­ne sono obbli­ga­te a man­te­ne­re in vita il capi­ta­li­smo, non solo e non tan­to in epo­ca di benes­se­re, ma soprat­tut­to oggi, in epo­ca di cri­si. In real­tà, pro­prio l’attuale tap­pa del­la cri­si è segna­ta da un cre­scen­te paras­si­ti­smo, reso evi­den­te dall’estrazione di una mas­sa cre­scen­te di ric­chez­za in tut­ti i Pae­si.
Man mano che la cri­si avan­za e l’investimento nel­la pro­du­zio­ne ces­sa di esse­re una buo­na fon­te di pro­fit­ti per la bor­ghe­sia, l’indebitamento pro­gres­si­vo del­lo Sta­to con il capi­ta­le finan­zia­rio – che costi­tui­sce una gran par­te del debi­to pub­bli­co – ten­de ad aumen­ta­re costan­te­men­te, al pun­to tale che l’attuale debi­to è impos­si­bi­le da paga­re se non al prez­zo di un’intera epo­ca di pro­fon­da mise­ria per diver­se gene­ra­zio­ni di lavo­ra­to­ri, dell’annullamento pres­so­ché tota­le di tut­ti i dirit­ti socia­li con­qui­sta­ti nel tem­po e, in defi­ni­ti­va, del­lo sman­tel­la­men­to pro­gres­si­vo dell’apparato pro­dut­ti­vo[14].
Il debi­to pub­bli­co, insom­ma, rap­pre­sen­ta il prin­ci­pa­le stru­men­to – insie­me all’euro – di sot­to­mis­sio­ne dei popo­li euro­pei. I tagli dei bilan­ci sta­ta­li, eufe­mi­sti­ca­men­te defi­ni­ti “aggiu­sta­men­ti strut­tu­ra­li”, non tro­va­no nes­su­na giu­sti­fi­ca­zio­ne nel­la cri­si eco­no­mi­ca, né nei defi­cit, ma costi­tui­sco­no inve­ce il con­ge­gno di espro­pria­zio­ne dei bilan­ci pub­bli­ci per sal­va­re le ban­che, come pro­prio la vicen­da gre­ca ha indu­bi­ta­bil­men­te mostra­to[15].

Debi­to pub­bli­co, euro e Unio­ne euro­pea: c’è una sola via d’uscita, rom­pe­re con l’Ue
Per con­tra­sta­re la cri­si di inde­bi­ta­men­to, dun­que, il capi­ta­le finan­zia­rio appli­ca due misu­re com­bi­na­te: l’espropriazione diret­ta del bilan­cio pub­bli­co (con lo sman­tel­la­men­to e la pri­va­tiz­za­zio­ne dei ser­vi­zi pub­bli­ci e del­le pen­sio­ni) e l’aumento bru­ta­le del­lo sfrut­ta­men­to dei lavo­ra­to­ri attra­ver­so l’abbassamento dei sala­ri, l’aumento dei rit­mi e del­la gior­na­ta di lavo­ro, i licen­zia­men­ti faci­li, l’abolizione del­la con­trat­ta­zio­ne col­let­ti­va. Que­sto pro­ces­so, fero­ce­men­te por­ta­to avan­ti uti­liz­zan­do appun­to i due stru­men­ti del­la mone­ta uni­ca e del debi­to pub­bli­co nel qua­dro dell’Ue e del­le sue isti­tu­zio­ni, rap­pre­sen­ta l’asse cen­tra­le dei pia­ni di sac­cheg­gio del capi­ta­li­smo.
Il debi­to è uno stru­men­to per otte­ne­re un gra­do di cam­bia­men­to strut­tu­ra­le per cui nul­la sarà come pri­ma per i lavo­ra­to­ri dei Pae­si euro­pei. Per que­sto, la lot­ta per il rifiu­to del paga­men­to del debi­to deve anda­re di pari pas­so con la bat­ta­glia per espro­pria­re le ban­che, fer­ma­re e inver­ti­re lo sman­tel­la­men­to dei ser­vi­zi pub­bli­ci, abo­li­re le con­tro­ri­for­me del lavo­ro e ripar­ti­re il lavo­ro stes­so. Ma que­ste misu­re impli­ca­no l’uscita dall’euro e la rot­tu­ra con l’Ue.
L’Ue è, per come l’abbiamo fino­ra esa­mi­na­ta, la piat­ta­for­ma degli impe­ria­li­smi cen­tra­li euro­pei, ege­mo­niz­za­ta dal capi­ta­li­smo tede­sco in asso­cia­zio­ne (non pri­va di con­trad­di­zio­ni) con l’imperialismo nor­da­me­ri­ca­no, in cui i capi­ta­li­smi peri­fe­ri­ci – come quel­lo ita­lia­no – gio­ca­no il ruo­lo subal­ter­no di soci di mino­ran­za. Le con­di­zio­ni del­la con­cor­ren­za inter­na­zio­na­le e del­la divi­sio­ne socia­le del lavo­ro nell’Ue fan­no sì che la soprav­vi­ven­za del deca­den­te capi­ta­le finan­zia­rio ita­lia­no e degli altri capi­ta­li­smi di secon­do o ter­zo livel­lo, e la loro col­lo­ca­zio­ne nel mer­ca­to mon­dia­le, dipen­da­no dal­la sua per­ma­nen­za nell’Ue e nell’euro. Ma il prez­zo per que­sta per­ma­nen­za è enor­me: la pro­spet­ti­va, che per alcu­ni Sta­ti come la Gre­cia si è già con­cre­ta­ta, del­la sog­ge­zio­ne ten­den­zial­men­te com­ple­ta agli ordi­ni del­la Troi­ka, del­la disoc­cu­pa­zio­ne mas­sic­cia e dell’imposizione di un nuo­vo stan­dard di sfrut­ta­men­to che non ha nul­la da invi­dia­re a quel­lo di Pae­se semi­co­lo­nia­le.
Pro­prio per­ché le solu­zio­ni pro­spet­ta­te da un ver­san­te rifor­mi­sta o, peg­gio anco­ra, sovra­ni­sta, da par­te di mol­tis­si­me orga­niz­za­zio­ni del­la sini­stra ita­lia­na, costi­tui­sco­no stra­de sen­za usci­ta, la rot­tu­ra con l’Ue e l’uscita dall’euro sono asso­lu­ta­men­te neces­sa­rie e deb­bo­no rap­pre­sen­ta­re la ban­die­ra da agi­ta­re per i lavo­ra­to­ri. Sen­za di esse non c’è solu­zio­ne alla cri­si.
Ma da sole non potran­no risol­ve­re nul­la se non accom­pa­gna­te dal­le misu­re anti­ca­pi­ta­li­sti­che di base, neces­sa­rie per difen­de­re il Pae­se dal boi­cot­tag­gio este­ro:

  • rifiu­to del paga­men­to del debi­to, sal­vo il rico­no­sci­men­to dei tito­li pos­se­du­ti dai pic­co­li rispar­mia­to­ri;
  • espro­prio del­le ban­che;
  • nazio­na­liz­za­zio­ne di impre­se e set­to­ri indu­stria­li stra­te­gi­ci sot­to con­trol­lo dei lavo­ra­to­ri;
  • aper­tu­ra dei libri con­ta­bi­li e abo­li­zio­ne del segre­to com­mer­cia­le;
  • ricon­ver­sio­ne del­la pro­du­zio­ne nel qua­dro di un pia­no eco­no­mi­co cen­tra­liz­za­to al ser­vi­zio del­le neces­si­tà più pres­san­ti del­la popo­la­zio­ne rela­ti­va­men­te all’alimentazione, alla sani­tà, ai tra­spor­ti, all’energia, all’abitazione;
  • mono­po­lio del com­mer­cio este­ro e con­trol­lo dei movi­men­ti di capi­ta­le con la crea­zio­ne di un’unica ban­ca nazio­na­le posta sot­to il con­trol­lo dei lavo­ra­to­ri;
  • rior­ga­niz­za­zio­ne dell’economia ria­pren­do le impre­se chiu­se ed espro­prian­do le ter­re in mano al lati­fon­do affi­dan­do­le alla gestio­ne diret­ta di ope­rai e con­ta­di­ni, ripar­ten­do il lavo­ro esi­sten­te tra tut­ti i lavo­ra­to­ri;
  • usci­ta dal­la Nato e riti­ro del­le trup­pe impe­gna­te in mis­sio­ni all’estero; scio­gli­men­to dei cor­pi repres­si­vi del­lo Sta­to e arma­men­to del pro­le­ta­ria­to;

e, quel che è più impor­tan­te, orga­niz­zan­do la soli­da­rie­tà e la lot­ta uni­ta con i lavo­ra­to­ri e le mas­se popo­la­ri del Sud e di tut­ta Euro­pa. Per­ché sen­za distrug­ge­re tut­ti insie­me l’Ue e costrui­re al suo posto un’Europa socia­li­sta dei lavo­ra­to­ri e dei popo­li nes­sun Pae­se da solo potrà sal­var­si.
Si trat­ta, a ben vede­re, di un siste­ma di riven­di­ca­zio­ni tran­si­to­rie che però pone la que­stio­ne del pote­re, poi­ché non è nel qua­dro del capi­ta­li­smo che i lavo­ra­to­ri tro­ve­ran­no la solu­zio­ne ai pro­pri pro­ble­mi. E la que­stio­ne del pote­re riman­da all’unificazione dell’Europa dei lavo­ra­to­ri.

La pro­spet­ti­va degli Sta­ti uni­ti socia­li­sti d’Europa
Il tema dell’unificazione del con­ti­nen­te euro­peo ha rap­pre­sen­ta­to un fer­ti­le ter­re­no di discus­sio­ne da par­te di rivo­lu­zio­na­ri come Rosa Luxem­burg, Lenin e Tro­tsky.
In un testo del 1911[16], Rosa Luxem­burg ha spie­ga­to mol­to appro­fon­di­ta­men­te che quel­la dell’unione dei Pae­si euro­pei (nel sen­so che ad essa attri­bui­sco­no le bor­ghe­sie con­ti­nen­ta­li) costi­tui­sce «un abor­to impe­ria­li­sta», un’idea supe­ra­ta, sia in sen­so eco­no­mi­co che poli­ti­co. Ed è così non solo per­ché «all’interno dell’Europa si veri­fi­ca­no tra i diver­si Sta­ti lot­te con­cor­ren­zia­li e vio­len­ti anta­go­ni­smi [che] con­ti­nue­ran­no a veri­fi­car­si fino a che que­gli Sta­ti esi­ste­ran­no», ma anche per­ché «l’Europa è solo un anel­lo dell’intricata cate­na di rela­zio­ni e con­trad­di­zio­ni inter­na­zio­na­li» e «non costi­tui­sce un’unità eco­no­mi­ca spe­cia­le nell’economia mon­dia­le più di quan­to non la costi­tui­sca­no l’Asia o l’America». Sic­ché, «ogni vol­ta che i poli­ti­can­ti bor­ghe­si sban­die­ra­no la paro­la d’ordine dell’europeismo, dell’unione degli Sta­ti euro­pei, […] dob­bia­mo rispon­de­re che non ne ver­reb­be­ro a noi i van­tag­gi, ma alla bor­ghe­sia»[17].
Nel 1915 Lenin, dal can­to suo[18], ha spe­ci­fi­ca­to che «gli Sta­ti uni­ti d’Europa in regi­me capi­ta­li­sti­co sareb­be­ro o impos­si­bi­li o rea­zio­na­ri. […] In regi­me capi­ta­li­sti­co, gli Sta­ti uni­ti d’Europa equi­val­go­no ad un accor­do per la spar­ti­zio­ne del­le colo­nie. […] [Un] accor­do fra i capi­ta­li­sti euro­pei […] sol­tan­to al fine di schiac­cia­re tut­ti insie­me il socia­li­smo in Euro­pa per con­ser­va­re, tut­ti insie­me, le colo­nie usur­pa­te»[19].
È neces­sa­rio, tut­ta­via, pre­ci­sa­re che il pro­fon­do ripu­dio dei rivo­lu­zio­na­ri per la cari­ca­tu­ra di uni­tà euro­pea sot­to l’imperialismo non sfo­cia affat­to nel­la dife­sa del­la “patria” nazio­na­le. Seguen­do gli inse­gna­men­ti di Rosa Luxem­burg, Lenin e Tro­tsky, deve per­ciò esse­re riven­di­ca­ta la nasci­ta degli Sta­ti uni­ti socia­li­sti d’Europa. L’intransigente dife­sa del­la rot­tu­ra con l’Ue e dell’uscita dall’euro non deve con­fon­der­si mini­ma­men­te con la dife­sa del­lo Sta­to nazio­na­le: solo il pro­le­ta­ria­to può dav­ve­ro uni­fi­ca­re l’Europa nell’unione libe­ra e volon­ta­ria degli Sta­ti socia­li­sti d’Europa.

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E nel 1923 fu pro­prio Tro­tsky, a por­re più di altri, con chia­rez­za, effi­ca­cia e for­za que­sto pro­ble­ma, affi­nan­do e met­ten­do a fuo­co con gran­de pre­ci­sio­ne la que­stio­ne dell’unificazione dell’Europa. Non quel­la dei ban­chie­ri che cono­scia­mo oggi, ma quel­la socia­li­sta dei lavo­ra­to­ri e dei popo­li: «… Oggi, per l’Europa, si trat­ta di usci­re dal vico­lo cie­co. Biso­gna indi­ca­re una via d’uscita agli ope­rai e ai con­ta­di­ni dell’Europa dila­nia­ta e rovi­na­ta … Da que­sto pun­to di vista, la paro­la d’ordine degli ‘Sta­ti Uni­ti d’Europa’ si col­lo­ca sul­lo stes­so pia­no sto­ri­co di quel­la del ‘gover­no operaio‑contadino’: è una paro­la d’ordine tran­si­to­ria, che indi­ca uno sboc­co, una pro­spet­ti­va di sal­vez­za e, di con­se­guen­za, è in gra­do di spin­ge­re le mas­se lavo­ra­tri­ci sul­la stra­da del­la rivo­lu­zio­ne … Più le mas­se ripren­de­ran­no rapi­da­men­te fidu­cia nel­le pro­prie for­ze e si rag­grup­pe­ran­no stret­ta­men­te sot­to la paro­la d’ordine del­le repub­bli­che ope­ra­ie e con­ta­di­ne d’Europa, più rapi­da­men­te si rea­liz­ze­rà lo svi­lup­po del­la rivo­lu­zio­ne in Euro­pa … Gli ‘Sta­ti Uni­ti d’Europa’ sono una paro­la d’ordine che, da tut­ti i pun­ti di vista, cor­ri­spon­de a quel­la di ‘gover­no ope­ra­io’ … Sen­za que­sta paro­la d’ordine … i pro­ble­mi fon­da­men­ta­li dell’Europa reste­ran­no in sospe­so … Agli ope­rai … che non sono comu­ni­sti, agli ope­rai in gene­ra­le e, in pri­mo luo­go, agli ope­rai social­de­mo­cra­ti­ci che temo­no le con­se­guen­ze eco­no­mi­che del­la lot­ta per il gover­no ope­ra­io; agli ope­rai … di tut­ta Euro­pa, timo­ro­si che l’instaurazione del regi­me ope­ra­io por­ti all’isolamento e alla deca­den­za eco­no­mi­ca dei loro Pae­si, dicia­mo: un’Europa, anche se tem­po­ra­nea­men­te iso­la­ta …, non solo si man­ter­rà, ma si sol­le­ve­rà e si raf­for­ze­rà … Gli ‘Sta­ti Uni­ti d’Europa’ sono una pro­spet­ti­va pura­men­te rivo­lu­zio­na­ria, la pros­si­ma tap­pa del­la nostra pro­spet­ti­va rivo­lu­zio­na­ria gene­ra­le … una gran­de tap­pa sto­ri­ca, la pri­ma di quel­le che dob­bia­mo supe­ra­re»[20].

Costrui­re il par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio nel tem­po del­la cri­si del siste­ma
Come abbia­mo visto all’inizio di que­sto scrit­to, tra le varie posi­zio­ni che si sono mani­fe­sta­te a pro­po­si­to del­la cri­si deter­mi­na­ta dal veto di Mat­ta­rel­la, che ha por­ta­to all’aborto dell’ipotesi di gover­no Di Maio‑Salvini, ce n’è una che ci pare par­ti­co­lar­men­te insi­dio­sa nel­la sua appa­ren­te radi­ca­li­tà. Si dice, in altri ter­mi­ni: le isti­tu­zio­ni sovra­na­zio­na­li euro­pee sono ter­ro­riz­za­te da quell’ipotesi – che sul­lo sfon­do par­reb­be con­te­ne­re l’uscita dall’euro – sic­ché mani­fe­sta­no così la loro debo­lez­za; dob­bia­mo appro­fit­ta­re di que­sta debo­lez­za soste­nen­do que­sto pia­no per asse­sta­re loro un col­po che potreb­be esse­re deter­mi­nan­te. Abbia­mo defi­ni­to “cam­pi­sta” que­sta posi­zio­ne.
Voglia­mo esse­re chia­ri: l’Unione euro­pea – così come il capi­ta­li­smo – non mori­rà di mor­te natu­ra­le. Dovrà esse­re un even­to ester­no a favo­ri­re que­sto pro­ces­so, appro­fit­tan­do del­la pro­fon­da cri­si in cui essa si dibat­te. E se i lavo­ra­to­ri non sfrut­te­ran­no ogni occa­sio­ne favo­re­vo­le reste­ran­no essi stes­si schiac­cia­ti dal­le con­vul­sio­ni in cui le bor­ghe­sie euro­pee si dibat­to­no per cer­ca­re di sal­va­re la pro­pria “crea­tu­ra” e se stes­se.
È vero. È in atto una for­te con­trad­di­zio­ne all’interno del cam­po bor­ghe­se nel­la dire­zio­ne che abbia­mo descrit­to all’inizio di que­sto testo; e se que­sta con­trad­di­zio­ne river­be­ra i suoi effet­ti sul capi­ta­le euro­peo ciò vuol dire che poten­zial­men­te tale con­tra­sto è il chia­ro sin­to­mo di una debo­lez­za del­la bor­ghe­sia con­ti­nen­ta­le nel­le sue varie arti­co­la­zio­ni, indi­ce a sua vol­ta di una for­te cri­si poli­ti­ca del­lo stes­so pro­get­to dell’integrazione capi­ta­li­sti­ca euro­pea che si sta dipa­nan­do nel qua­dro del­la ter­ri­bi­le cri­si eco­no­mi­ca del 2007‑2008 anco­ra in atto.
Ora, occor­re con­si­de­ra­re che il momen­to del­la cri­si è quel­lo di mag­gio­re vul­ne­ra­bi­li­tà del capi­ta­li­smo, dal momen­to che, per uscir­ne, la bor­ghe­sia ha come uni­ca ricet­ta un aumen­to del­lo sfrut­ta­men­to del pro­le­ta­ria­to: e ciò può aumen­ta­re l’intensità del­la lot­ta di clas­se. Ma se ciò non acca­de e il capi­ta­le rie­sce a sca­ri­ca­re i costi del­la cri­si sul­le clas­si subal­ter­ne, il siste­ma gua­da­gna tem­po per ristrut­tu­rar­si. Occor­re anche con­si­de­ra­re che, poi­ché la cri­si si svi­lup­pa inter­na­zio­nal­men­te, cre­sce pure il livel­lo del­le dispu­te inter­ca­pi­ta­li­sti­che.
Nel cro­gio­lo dell’odierna situa­zio­ne euro­pea tut­te que­ste ten­den­ze deter­mi­na­te dal­la cri­si eco­no­mi­ca, con­trad­dit­to­rie tra sé, si stan­no sem­pre più esa­cer­ban­do riflet­ten­do­si su una gra­ve cri­si poli­ti­ca, di cui è impen­sa­bi­le per i rivo­lu­zio­na­ri non appro­fit­ta­re. Però non si trat­ta qui di sta­re nel cam­po di una del­le for­ze bor­ghe­si in dispu­ta, ma di uti­liz­za­re le con­trad­di­zio­ni esi­sten­ti con­tri­buen­do ad acuir­le[21].
Il pro­ble­ma del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria nell’Italia di oggi è che deve rico­strui­re pres­so­ché da zero il pro­prio cam­po di inter­ven­to: per entra­re sì in quel­le con­trad­di­zio­ni inter­bor­ghe­si, ma con pie­na indi­pen­den­za di clas­se per poter met­te­re in pie­di una poten­te rispo­sta di mas­sa.
Il tem­po non gio­ca cer­ta­men­te a nostro favo­re, ma, come abbia­mo accen­na­to, sen­z’al­tro a favo­re del­le clas­si domi­nan­ti. Per­ché il tem­po è tut­to in poli­ti­ca. Se il siste­ma rie­sce a ristrut­tu­rar­si, può far­lo solo aumen­tan­do lo sfrut­ta­men­to sul­le clas­si subal­ter­ne: e ciò, dia­let­ti­ca­men­te, rap­pre­sen­ta un ele­men­to di usci­ta dal­la cri­si, ma pure un ulte­rio­re tas­sel­lo del­la pros­si­ma cri­si, poi­ché poten­zial­men­te in gra­do di esa­cer­ba­re la lot­ta di clas­se.
E allo­ra, nel tem­po che ci è con­ces­so, il nostro com­pi­to è estre­ma­men­te dif­fi­ci­le. Ma deve basar­si, se vor­re­mo svol­ger­lo util­men­te per la clas­se lavo­ra­tri­ce, su un’analisi cor­ret­ta del­la situa­zio­ne com­ples­si­va, sia nazio­na­le che inter­na­zio­na­le, e dei rap­por­ti di for­za che si deli­nea­no sul­lo sfon­do.
In que­sto qua­dro, la costru­zio­ne di un sog­get­to rivo­lu­zio­na­rio con influen­za di mas­sa, intor­no alla piat­ta­for­ma pro­gram­ma­ti­ca che abbia­mo più sopra deli­nea­to, deve costi­tui­re il nostro obiet­ti­vo.

[*] Dopo la pub­bli­ca­zio­ne di quest’articolo, l’impasse è sta­ta tut­ta­via supe­ra­ta e il gover­no “gial­lo-ver­de” Lega-Cin­que Stel­le si alfi­ne inse­dia­to.


 

Note

[1] Ciò non signi­fi­ca che tra i voti che il 4 mar­zo sono con­flui­ti nei loro due par­ti­ti non vi fos­se­ro quel­li di una cer­ta par­te dei lavo­ra­to­ri e, in gene­re, di appar­te­nen­ti alle fasce socia­li più debo­li: ne abbia­mo par­la­to nell’articolo “Il voto del 4 mar­zo: ana­li­si e bilan­cio”.

[2] Che è poi quel­la in cui “nuo­ta­no” for­ze come la Lega che nel tem­po han­no gua­da­gna­to peso, come appa­re oggi ai nostri occhi.

[3] Sca­ri­ca­bi­le, tra le altre, dal­la pagi­na web http://tinyurl.com/gtrj2qc.

[4] È quel­lo che abbia­mo potu­to ad esem­pio veri­fi­ca­re in Fran­cia, dove lo sta­to d’eccezione pro­mul­ga­to dal­le leg­gi anti­ter­ro­ri­smo vara­te dopo gli atten­ta­ti del 13 novem­bre 2015 è sta­to uti­liz­za­to per repri­me­re le mani­fe­sta­zio­ni di pro­te­sta, a par­ti­re da quel­le con­tro l’approvazione del­la leg­ge El Khom­ri, cioè l’equivalente del nostra­no Jobs act (http://tinyurl.com/gtlelr3).

[5] Ben­ché l’Italia rap­pre­sen­ti pur sem­pre la ter­za eco­no­mia dell’Ue e la set­ti­ma poten­za impe­ria­li­sta del mon­do.

[6] “Come Ger­ma­nia coman­da”, Limes, n. 7/2015, pp. 139 e ss.

[7] Basti pen­sa­re che nel 2014 la Ger­ma­nia ha ven­du­to all’estero il 45% del suo Pil, di cui il 57% all’interno dell’Ue (Dario Fab­bri, “Geo­po­li­ti­ca e gram­ma­ti­ca: per­ché la Ger­ma­nia non può esse­re Ame­ri­ca”, Limes n. 7/2015, p. 118.) Le ven­di­te all’estero del­la Ger­ma­nia nel 2015 sono sta­te di 1.196 miliar­di di euro, per cui l’avanzo com­mer­cia­le tede­sco è sta­to di 248 miliar­di di euro (+6,4% sul 2014) e di 252,9 miliar­di di euro nel 2016 (+1,2%). È asso­lu­ta­men­te inte­res­san­te, poi, rifar­si alla rico­stru­zio­ne di The Eco­no­mi­st, “The good and bad in Germany’s eco­no­mic model are stron­gly lin­ked”, 8/7/2017, secon­do cui die­tro al sur­plus tede­sco c’è anche un accor­do di decen­ni tra impre­se e sin­da­ca­ti a favo­re di una com­pres­sio­ne dei sala­ri al fine di ren­de­re più com­pe­ti­ti­ve le indu­strie espor­ta­tri­ci (https://tinyurl.com/y8bfysv5).

[8] «La Ger­ma­nia insi­ste nel per­se­gui­re una lea­der­ship che nes­su­no le chie­de. L’ossessione per l’attivo com­mer­cia­le dan­neg­gia le altre eco­no­mie euro­pee e semi­na osti­li­tà̀»: così, Heri­bert Die­ter, “I tabù di Ber­li­no fan­no male all’Europa”, Limes, n. 4/2018.

[9] “Com­ment l’euro va con­ti­nuer à pro­vo­quer l’austérité”, http://tinyurl.com/nkglz5a.

[10] R. Cic­co­ne, “Sul­la natu­ra e sugli effet­ti del debi­to pub­bli­co”, in Oltre l’austerità, Micro­me­ga, 2012, pp. 79 e ss.

[11] K. Marx, Il Capi­ta­le, Edi­to­ri Riu­ni­ti, 1994, Libro I, sez. VII, cap. 24, p. 817.

[12] Karl Marx, op. cit., p. 818 (l’evidenziazione è nel testo ori­gi­na­le).

[13] Cap. I, “La disfat­ta del giu­gno del 1848”.

[14] A mar­zo 2018 il debi­to pub­bli­co ita­lia­no ha segna­to un nuo­vo, poco invi­dia­bi­le record: oltre 2.302 miliar­di di euro (per chi fos­se “affe­zio­na­to” alla lira, si trat­ta dell’iperbolica cifra di più di quat­tro milio­ni sei­cen­to­mi­la miliar­di di vec­chie lire!).

[15] Un stu­dio svol­to nel 2016 dall’European School of Mana­ge­ment and Tec­n­ho­lo­gy, che ha sede a Ber­li­no, ha rive­la­to che ben il 95% dei pre­sti­ti alla Gre­cia (pari a oltre 210 dei 220 miliar­di di euro all’epoca con­ces­si) è anda­to a fini­re nel­le cas­se del­le ban­che euro­pee, men­tre solo 9,7 miliar­di sono entra­ti nel­le cas­se del­lo Sta­to elle­ni­co (http://tinyurl.com/zzehrdz).

[16] “Uto­pías paci­fi­stas”, Obras esco­gi­das, Edi­to­rial Antí­do­to, pp. 151‑152.

[17] Tra­du­zio­ne nostra. Sul­la sezio­ne ita­lia­na del Mar­xists Inter­net Archi­ve si può tro­va­re una brut­ta tra­du­zio­ne dall’inglese del testo di Rosa Luxem­burg (http://tinyurl.com/jm58uon).

[18] V.I. Lenin, Sul­la paro­la d’ordine degli Sta­ti uni­ti d’Europa, Ope­re, Edi­zio­ni Lot­ta comu­ni­sta, vol. 21, pp. 312‑313.

[19] In una nota del­la reda­zio­ne del Sotsial‑Demokrat sem­pre del 1915, anch’essa inti­to­la­ta “Sul­la paro­la d’ordine degli Sta­ti uni­ti d’Europa” (e sem­pre pub­bli­ca­ta in V.I. Lenin, op. cit., p. 315), è ancor meglio chia­ri­to che «la paro­la d’ordine degli “Sta­ti uni­ti d’Europa” è erra­ta sul pia­no eco­no­mi­co. O è una riven­di­ca­zio­ne irrea­liz­za­bi­le in regi­me capi­ta­li­sti­co, poi­ché pre­sup­po­ne uno svi­lup­po armo­ni­co dell’economia mon­dia­le men­tre le colo­nie, le sfe­re d’influenza, ecc. sono divi­se fra diver­si pae­si. O è una paro­la d’ordine rea­zio­na­ria, che signi­fi­ca un’alleanza tem­po­ra­nea del­le gran­di poten­ze d’Europa per una più effi­ca­ce oppres­sio­ne del­le colo­nie e per la rapi­na del Giap­po­ne e dell’America, che si svi­lup­pa­no più rapi­da­men­te». Qua­li doti di ana­li­si e di pre­veg­gen­za – sia pure con i dovu­ti aggiu­sta­men­ti – oltre un seco­lo pri­ma del­la real­tà che stia­mo oggi com­men­tan­do!

[20] L. Tro­tsky, “Sull’opportunità del­la paro­la d’ordine degli Sta­ti Uni­ti d’Europa”, in Euro­pa e Ame­ri­ca, Celuc Libri, Mila­no, 1980, pp. 101 e ss.

[21] Del resto, Lenin lo ave­va acu­ta­men­te scrit­to: «Con­dur­re la guer­ra per rove­scia­re la bor­ghe­sia inter­na­zio­na­le, guer­ra cen­to vol­te più dif­fi­ci­le, lun­ga e intri­ca­ta del­la più acca­ni­ta del­le guer­re abi­tua­li tra gli Sta­ti, e rinun­cia­re in anti­ci­po a mano­vra­re, a sfrut­ta­re i con­tra­sti (pur tem­po­ra­nei) tra i nemi­ci, …, non è cosa infi­ni­ta­men­te ridi­co­la? […]. Si può vin­ce­re un nemi­co più poten­te sol­tan­to con la mas­si­ma ten­sio­ne del­le for­ze e all’imman­ca­bi­le con­di­zio­ne di uti­liz­za­re nel modo più dili­gen­te, accu­ra­to, cau­to e abi­le ogni ben­ché mini­ma “incri­na­tu­ra” tra i nemi­ci, ogni con­tra­sto di inte­res­si tra la bor­ghe­sia dei diver­si Pae­si, tra i vari grup­pi e le varie spe­cie di bor­ghe­sia all’interno di ogni sin­go­lo Pae­se, […]. Chi non ha capi­to que­sto non ha capi­to un’acca né del mar­xi­smo né del moder­no socia­li­smo scien­ti­fi­co in gene­ra­le. Chi non ha dimo­stra­to nel­la pra­ti­ca, per un perio­do di tem­po abba­stan­za lun­go e in situa­zio­ni poli­ti­che abba­stan­za diver­se, di saper appli­ca­re in con­cre­to que­sta veri­tà non ha anco­ra impa­ra­to ad aiu­ta­re la clas­se rivo­lu­zio­na­ria nel­la sua lot­ta di eman­ci­pa­zio­ne di tut­ta l’umanità lavo­ra­tri­ce dagli sfrut­ta­to­ri» (V.I. Lenin, L’«estremismo» malat­tia infan­ti­le del comu­ni­smo, Ope­re, vol. 31, pp. 59‑60.). Ma è chia­ro che Lenin non pro­pu­gna­va l’adesione a uno dei “cam­pi” bor­ghe­si per poter sfrut­ta­re quel­le “incri­na­tu­re”: la bus­so­la deve esse­re sem­pre l’indipendenza di clas­se e la pie­na auto­no­mia dal­lo Sta­to e dai suoi gover­ni.

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