Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica internazionale - America Latina, Teoria

Cile: è il capitalismo, stupido

Le ragioni delle proteste in Cile sintetizzate in uno striscione

Con­ti­nuia­mo ad inte­res­sar­ci di quan­to sta acca­den­do in Cile. E, que­sta vol­ta, lo fac­cia­mo affron­tan­do la situa­zio­ne in atto da un pun­to di vista teo­ri­co, uti­liz­zan­do la chia­ve di let­tu­ra mar­xi­sta dell’economia.
Pre­sen­tia­mo per­ciò ai nostri let­to­ri l’analisi dell’economista argen­ti­no Rolan­do Asta­ri­ta – alcu­ni lavo­ri del qua­le già in altre occa­sio­ni sono sta­ti pub­bli­ca­ti su que­sta pagi­na – sul­le ragio­ni sot­to­stan­ti una cri­si socia­le come quel­la cile­na: ragio­ni che riman­da­no alla dina­mi­ca “nor­ma­le” del fun­zio­na­men­to di un siste­ma capi­ta­li­sti­co.
Buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne

Cile: è il capitalismo, stupido


Rolan­do Asta­ri­ta [*]

 

Fino a pochi gior­ni fa, l’economia cile­na – secon­do gli eco­no­mi­sti dell’ortodossia neo­clas­si­ca e del­la scuo­la austria­ca – era l’esempio da segui­re in Ame­ri­ca Lati­na. E anche secon­do la mag­gior par­te dei capi­ta­li­sti, sia dell’Argentina che di altri Pae­si del con­ti­nen­te. Assem­blee e forum eco­no­mi­ci, con il bene­pla­ci­to dei lea­der poli­ti­ci, han­no ripe­tu­ta­men­te pro­po­sto di adot­ta­re il “model­lo cile­no” di rap­por­ti fra capi­ta­le e lavo­ro. Tut­ta­via, l’aumento del prez­zo del­la metro­po­li­ta­na è sta­ta la goc­cia che ha fat­to tra­boc­ca­re il vaso, e sono scop­pia­te mani­fe­sta­zio­ni di rab­bia e di pro­te­sta. La riven­di­ca­zio­ne più gene­ra­le è una redi­stri­bu­zio­ne più egua­li­ta­ria del­la ric­chez­za. La rispo­sta del gover­no è sta­ta man­da­re l’esercito nel­le stra­de, con un sal­do di 18 mor­ti, cen­ti­na­ia di feri­ti e miglia­ia di arre­sti.
Scon­cer­ta­ti, gli apo­lo­ge­ti del model­lo cile­no dipin­go­no ades­so le pro­te­ste come orga­niz­za­te da Madu­ro e da “grup­pi sov­ver­si­vi per­fet­ta­men­te adde­stra­ti”. Natu­ral­men­te, si trat­ta di una spie­ga­zio­ne tan­to stu­pi­da quan­to rea­zio­na­ria, desti­na­ta a svia­re l’attenzione dal cen­tro del pro­ble­ma: ciò che acca­de in Cile è il risul­ta­to più niti­do del­le ten­den­ze rela­ti­ve al modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta. Così come la sel­vag­gia repres­sio­ne è con­na­tu­ra­ta allo Sta­to: un appa­ra­to di domi­na­zio­ne di clas­se nel­la sua estre­ma e più impor­tan­te fun­zio­ne. Da qui il tito­lo di quest’articolo. Ricor­dia­mo che nel 1992 la fra­se “è l’economia, stu­pi­do” ven­ne uti­liz­za­ta per segna­la­re che la situa­zio­ne eco­no­mi­ca ha la prio­ri­tà, nel­la deci­sio­ne del voto, al di là del­le ideo­lo­gie, con­ce­zio­ni cul­tu­ra­li, e simi­li. Un’ammissione, for­se a den­ti stret­ti, del­la tesi del mate­ria­li­smo sto­ri­co (si veda qui). Ebbe­ne, rispet­to al Cile, e più pre­ci­sa­men­te, pos­sia­mo dire: “È il capi­ta­li­smo, stu­pi­do”.

Cre­sci­ta capi­ta­li­sta e pola­riz­za­zio­ne socia­le
Ma negli ulti­mi decen­ni l’economia cile­na non era cre­sciu­ta e la pover­tà dimi­nui­ta?
La rispo­sta è affer­ma­ti­va, l’economia cile­na è cre­sciu­ta. Dal 1985 al 2017 il Pil per abi­tan­te è aumen­ta­to a un tas­so del 3,5% annuo, con soli due anni (1999 e 2009) di dimi­nu­zio­ne (Ban­ca Cen­tra­le del Cile). Al con­tem­po, secon­do i dati del­la Ban­ca Mon­dia­le, la pover­tà è dimi­nui­ta (è con­si­de­ra­to pove­ro chi ha entra­te infe­rio­ri a 5,5 dol­la­ri al gior­no). Nel 2000 riguar­da­va il 30% del­la popo­la­zio­ne; nel 2017, il 6,4%.
Tut­ta­via, la disu­gua­glian­za è rima­sta mol­to ele­va­ta. Secon­do l’ultimo rap­por­to Cepal sul Pano­ra­ma Socia­le dell’America Lati­na, l’1% più ric­co del­la popo­la­zio­ne cile­na pos­se­de­va, nel 2017, il 26,5% del­la ric­chez­za del Pae­se, men­tre il 50% del­le fami­glie con mino­ri entra­te pos­se­de­va il 2,1%. Secon­do l’indagine Casen, nel 2017 il 10% più ric­co del­la popo­la­zio­ne ave­va entra­te 39,1 vol­te mag­gio­ri del 10% più pove­ro. Il siste­ma sani­ta­rio e quel­lo dell’istruzione sono for­te­men­te fram­men­ta­ti, a van­tag­gio dei più ric­chi. Il lavo­ro pre­ca­rio rag­giun­ge il 40,5% dei lavo­ra­to­ri (Oil): un indi­ce che, per quan­to più bas­so del­la media dei Pae­si lati­noa­me­ri­ca­ni (53%; in Argen­ti­na è del 47%), è estre­ma­men­te ele­va­to. D’altra par­te, la media del­le entra­te dei cile­ni è di 550 dol­la­ri al mese; il sala­rio mini­mo è di 414 dol­la­ri; le pen­sio­ni di vec­chia­ia sono in media di 286 dol­la­ri al mese. Secon­do l’Indagine sui Bilan­ci fami­lia­ri, dopo l’alimentazione, la spe­sa per i tra­spor­ti è la secon­da in ordi­ne di impor­tan­za per le fami­glie, segui­ta dal­le spe­se per la casa e i ser­vi­zi di base (elet­tri­ci­tà e acqua). Poi­ché le entra­te sono insuf­fi­cien­ti, il 60% del­le fami­glie è inde­bi­ta­to (rap­por­to del­la Bbc). Sot­to­li­neo: que­sti dati deb­bo­no esse­re con­te­stua­liz­za­ti rispet­to al fat­to che l’1% più ric­co con­cen­tra su di sé più del 26% del­la ric­chez­za.

La pover­tà è rela­ti­va allo svi­lup­po sto­ri­co e socia­le
Le pro­te­ste in Cile han­no dun­que una base ogget­ti­va: la cre­sci­ta capi­ta­li­sta in Cile gene­ra ric­chez­za, e, in rela­zio­ne a que­sta ric­chez­za, la pover­tà è aumen­ta­ta. Il fat­to è che la pover­tà si defi­ni­sce in rela­zio­ne alla ric­chez­za gene­ra­le del­la socie­tà. E, in par­ti­co­la­re, in rela­zio­ne alla ric­chez­za con­cen­tra­ta nel­la clas­se domi­nan­te. Per­ciò Marx soste­ne­va che, seb­be­ne la pover­tà in ter­mi­ni asso­lu­ti ten­da a dimi­nui­re con lo svi­lup­po capi­ta­li­sta, cre­sce però in ter­mi­ni rela­ti­vi. Ciò, a pre­scin­de­re dal fat­to che ci sia­no lun­ghi perio­di di cri­si e depres­sio­ne eco­no­mi­ca, in cui la pover­tà aumen­ta in ter­mi­ni asso­lu­ti, e milio­ni di per­so­ne sono get­ta­te nel­la dispe­ra­zio­ne e nell’indigenza.
L’idea che il sala­rio, e per­tan­to la pover­tà, sono nozio­ni rela­ti­ve fu soste­nu­ta da Marx, tra gli altri scrit­ti, in Lavo­ro sala­ria­to e capi­ta­le, e rap­pre­sen­ta il ful­cro del­la sua cri­ti­ca al capi­ta­li­smo. In quest’opera, egli sostie­ne che «il sala­rio è deter­mi­na­to anche dal suo rap­por­to col gua­da­gno, col pro­fit­to del capi­ta­li­sta. Que­sto è il sala­rio pro­por­zio­na­le, rela­ti­vo».

E, in rela­zio­ne ai perio­di in cui aumen­ta il capi­ta­le pro­dut­ti­vo, sostie­ne: «Una casa, per quan­to sia pic­co­la, fino a tan­to che le case che la cir­con­da­no sono ugual­men­te pic­co­le, sod­di­sfa a tut­to ciò che social­men­te si esi­ge da una casa. Ma se, a fian­co del­la pic­co­la casa, si erge un palaz­zo, la caset­ta si ridur­rà a una capan­na». È per que­sto che egli pone l’accento sul­la cadu­ta rela­ti­va del sala­rio, nel­la misu­ra in cui aumen­ta la con­cen­tra­zio­ne di ric­chez­za nel­le mani del capi­ta­le. È il signi­fi­ca­to del­la nozio­ne di plu­sva­lo­re rela­ti­vo: lo sfrut­ta­men­to – e per­tan­to la pover­tà rela­ti­va – può ben aumen­ta­re, nono­stan­te il panie­re sala­ria­le resti immu­ta­to, o per­fi­no aumen­ti.

La pola­riz­za­zio­ne è ine­ren­te al siste­ma capi­ta­li­sta
Per quan­to appe­na det­to, la sol­le­va­zio­ne in Cile è il risul­ta­to di una ten­den­za ine­ren­te al siste­ma capi­ta­li­sta. Cioè, si veri­fi­ca l’opposto di ciò che sostie­ne il rifor­mi­smo bor­ghe­se e piccolo‑borghese, che ridu­ce la que­stio­ne al “neo­li­be­ra­li­smo” come se que­sto fos­se una cor­ren­te estra­nea al capi­ta­li­smo.
Ben­ché non pos­sa svi­lup­pa­re qui il tema – per una discus­sio­ne più com­ple­ta si può con­sul­ta­re la nota su Piket­ty quiquiqui – il pun­to più impor­tan­te è che la cre­sci­ta del­la disu­gua­glian­za deri­va dal­la mec­ca­ni­ca stes­sa del­la ripro­du­zio­ne amplia­ta del capi­ta­le. Cioè, deri­va dal rein­ve­sti­men­to di plu­sva­lo­re per sfrut­ta­re più ope­rai, i qua­li gene­ra­no più plu­sva­lo­re che, una vol­ta rein­ve­sti­to, gene­ra più capi­ta­le che per­met­te­rà di sfrut­ta­re più ope­rai. In que­sto pro­ces­so, tut­to dipen­de dal fat­to che il capi­ta­le estrae plu­sla­vo­ro, lo con­ver­te in plu­sva­lo­re, per inve­sti­re que­sto plu­sva­lo­re nel­la pro­spet­ti­va di pro­dur­re più plu­sva­lo­re. Per que­sto il domi­nio del capi­ta­le su mas­se cre­scen­ti di lavo­ro e di mez­zi di pro­du­zio­ne è una con­se­guen­za logi­ca del sem­pli­ce fat­to che il capi­ta­le si ripro­du­ce su sca­la amplia­ta. Ed è anco­ra per que­sto che è una scioc­chez­za pen­sa­re che que­ste dina­mi­che si annul­li­no cam­bian­do le figu­re a capo di un gover­no. La pola­riz­za­zio­ne socia­le è inscrit­ta nel­le leg­gi dell’accumulazione capi­ta­li­sta. È un pro­ces­so obiet­ti­vo, che si impo­ne attra­ver­so la con­cor­ren­za – la fru­sta che por­ta ogni capi­ta­li­sta a sfrut­ta­re sem­pre più e ad accu­mu­la­re – con il soste­gno poli­ti­co, giu­ri­di­co e arma­to del­lo Sta­to capi­ta­li­sta.

I limi­ti del rifor­mi­smo bor­ghe­se e piccolo‑borghese
Il fat­to che la pola­riz­za­zio­ne socia­le sia ine­ren­te al siste­ma capi­ta­li­sta met­te in evi­den­za i limi­ti insu­pe­ra­bi­li del rifor­mi­smo bor­ghe­se e piccolo‑borghese, com­pre­se le sue varian­ti sta­ta­li­ste. Il fat­to è che, per­ché ci sia inve­sti­men­to, lo Sta­to deve assi­cu­ra­re le con­di­zio­ni appro­pria­te per rea­liz­za­re lo sfrut­ta­men­to del lavo­ro e la rea­liz­za­zio­ne di plu­sva­lo­re. Si trat­ta di ciò che alcu­ni han­no defi­ni­to “il qua­dro socia­le e poli­ti­co” dell’accumulazione. È un’esigenza che uni­fi­ca tut­te le espres­sio­ni del capi­ta­li­smo, e si sin­te­tiz­za nel­le con­di­zio­ni impo­ste dal capi­ta­le per inve­sti­re (tra cui, faci­li­tà nei licen­zia­men­ti, ridu­zio­ne del costo del lavo­ro, com­pre­se le for­me di sala­rio indi­ret­to, e simi­li). In una paro­la, via libe­ra per lo sfrut­ta­men­to e l’accumulazione sen­za limi­ti: sfrut­ta­men­to e accu­mu­la­zio­ne che gene­re­ran­no mag­gio­re pola­riz­za­zio­ne socia­le e impo­ve­ri­men­to rela­ti­vo (oltre alle ricor­ren­ti cri­si di sovrap­pro­du­zio­ne).
D’altra par­te, se i capi­ta­li­sti non vedo­no assi­cu­ra­te que­ste con­di­zio­ni, ci sarà uno “scio­pe­ro degli inve­sti­men­ti”. Il che con­du­ce anche all’altro vico­lo cie­co: la sta­gna­zio­ne e l’arretramento del­le for­ze pro­dut­ti­ve, sull’esempio del Vene­zue­la. In altri ter­mi­ni, dal­la padel­la alla bra­ce e dal­la bra­ce alla padel­la. Il socia­li­smo, a que­sto riguar­do, rap­pre­sen­ta una via d’uscita radi­cal­men­te diver­sa da que­ste varian­ti.

La ten­den­za alla pola­riz­za­zio­ne socia­le e la lot­ta di clas­se
Quan­do par­lia­mo di ten­den­za alla pola­riz­za­zio­ne socia­le stia­mo indi­can­do che si trat­ta di un impul­so che si impo­ne attra­ver­so mol­te­pli­ci con­tro­ten­den­ze. Come soste­ne­va­mo nel­la nota su Piket­ty, dal pun­to di vista del­la teo­ria mar­xi­sta, «l’analisi dell’evoluzione del­la distri­bu­zio­ne del­le entra­te e del­la ric­chez­za a lun­go ter­mi­ne richie­de di arti­co­la­re l’accumulazione – vin­co­la­ta alla logi­ca del capi­ta­le – con la lot­ta di clas­se, che è ine­ren­te alla rela­zio­ne anta­go­ni­sti­ca fra il capi­ta­le e il lavo­ro». Dopo aver segna­la­to l’impulso alla con­cen­tra­zio­ne del capi­ta­le, soste­ne­va­mo che, tut­ta­via, «la for­za rela­ti­va del­la clas­se ope­ra­ia può costrin­ge­re a che una par­te alme­no dell’aumento di pro­dut­ti­vi­tà si tra­du­ca in aumen­ti del sala­rio rea­le. Con que­sto, già si può vede­re che la dina­mi­ca del­la distri­bu­zio­ne del­le entra­te non è linea­re, non ha nul­la di mec­ca­ni­co. Inol­tre, il pro­ces­so a lun­go ter­mi­ne è media­to dal ciclo eco­no­mi­co e dal­le varia­zio­ni nel­la distri­bu­zio­ne del­le entra­te allo stes­so asso­cia­te. Il pro­ces­so di accu­mu­la­zio­ne è con­trad­dit­to­rio, ope­ra­no ten­den­ze e con­tro­ten­den­ze. Così, la stes­sa dina­mi­ca dell’accumulazione dà luo­go alla for­ma­zio­ne di eser­ci­ti di lavo­ra­to­ri: il che apre la pos­si­bi­li­tà – nel­la misu­ra in cui si acu­tiz­zi la lot­ta di clas­se – di por­re un fre­no all’impulso al mag­gio­re sfrut­ta­men­to. Per que­sto, quan­do Marx pre­sen­ta la leg­ge dell’accumulazione capi­ta­li­sti­ca – la sua ten­den­za ad aumen­ta­re il dispo­ti­smo del capi­ta­le sul lavo­ro, alla con­cen­tra­zio­ne del­la ric­chez­za e all’impoverimento rela­ti­vo degli ope­rai – segna­la che i lavo­ra­to­ri cer­ca­no, median­te i sin­da­ca­ti e le orga­niz­za­zio­ni di occu­pa­ti e disoc­cu­pa­ti, di “spez­za­re o affie­vo­li­re le rovi­no­se con­se­guen­ze” del­la leg­ge natu­ra­le del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca (Il Capi­ta­le, cap. 23)».
Ora stes­so, la clas­se capi­ta­li­sta cile­na può fare alcu­ne con­ces­sio­ni. Si trat­ta di con­ce­de­re qual­co­sa per cal­ma­re le acque. Qua­si sem­pre, in que­sto siste­ma basa­to sul­lo sfrut­ta­men­to i miglio­ra­men­ti per i lavo­ra­to­ri sono il sot­to­pro­dot­to dell’acutizzazione del­la lot­ta di clas­se. Ma que­sto non signi­fi­ca che la ten­den­za alla pola­riz­za­zio­ne socia­le ces­se­rà di ope­ra­re. Le aper­tu­re com­mer­cia­li, i flus­si di capi­ta­le, il ricat­to del bloc­co degli inve­sti­men­ti, la pres­sio­ne dei disoc­cu­pa­ti e dei pre­ca­ri, la col­la­bo­ra­zio­ne del rifor­mi­smo e del­le buro­cra­zie sin­da­ca­li con il capi­ta­le, met­te­ran­no pres­sio­ne sul­le con­di­zio­ni di lavo­ro e di vita del­le mas­se oppres­se per assi­cu­ra­re che la con­cen­tra­zio­ne di ric­chez­za con­ti­nui in mano di pochi.
D’altra par­te, è un feno­me­no che tra­scen­de le fron­tie­re nazio­na­li. Di nuo­vo, e a livel­lo glo­ba­le, biso­gna dire: “È il capi­ta­li­smo, stu­pi­do”. È neces­sa­rio che le for­ze del lavo­ro ten­ga­no con­to di que­sti pro­ces­si e li inse­ri­sca­no nel­le loro agen­de di discus­sio­ne e di ela­bo­ra­zio­ne dei pro­gram­mi e per­cor­si d’azione. Per que­sto, la teo­ria mar­xi­sta del plu­sva­lo­re e del capi­ta­le con­ti­nua ad esse­re la miglio­re arma teo­ri­ca di cui può dispor­re la clas­se lavo­ra­tri­ce.

[*] Rolan­do Asta­ri­ta è uno stu­dio­so mar­xi­sta di eco­no­mia. Inse­gna all’Università di Quil­mes e di Bue­nos Aires, in Argen­ti­na.

 

(Tra­du­zio­ne di Raf­fae­le Roc­co)

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