Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Economia, Politica internazionale - Europa

La politica economica del Labour: la sfida da affrontare

Jeremy Corbyn mentre presenta il manifesto elettorale del Labour Party

Le ele­zio­ni poli­ti­che in Gran Bre­ta­gna pre­vi­ste per il pros­si­mo 12 dicem­bre han­no una note­vo­le impor­tan­za poli­ti­ca per i risvol­ti sugli equi­li­bri del con­ti­nen­te euro­peo. La pos­si­bi­li­tà di un’affermazione del lea­der labu­ri­sta Jere­my Cor­byn sta susci­tan­do aspet­ta­ti­ve non solo fra le for­ze del­la sini­stra rifor­mi­sta, ma anche in mol­ti che si richia­ma­no al socia­li­smo rivo­lu­zio­na­rio.
Eppu­re, espe­rien­ze sto­ri­che già veri­fi­ca­te­si avreb­be­ro dovu­to inse­gna­re che l’idea di “rifor­ma­re il capi­ta­li­smo”, oltre ad esse­re fal­la­ce, ha poi pro­dot­to una scon­fit­ta del­le clas­si lavo­ra­tri­ci che ave­va­no ripo­sto spe­ran­ze in chi è anda­to al gover­no con un pro­gram­ma del gene­re.
Pre­sen­tia­mo, dun­que, ai nostri let­to­ri un testo del noto eco­no­mi­sta mar­xi­sta bri­tan­ni­co Michael Roberts, che ana­liz­za effi­ca­ce­men­te il pro­gram­ma elet­to­ra­le del Labour Par­ty, inqua­dran­do­lo alla luce del­la situa­zio­ne eco­no­mi­ca che la Gran Bre­ta­gna attra­ver­sa e del­la sua pos­si­bi­le evo­lu­zio­ne.
Buo­na let­tu­ra.
La Reda­zio­ne

La politica economica del Labour: la sfida da affrontare

Michael Roberts [*]

 

Qua­lun­que sarà il gover­no che nel Regno Uni­to usci­rà dal­le urne del 12 dicem­bre, dovrà affron­ta­re una sfi­da immen­sa. L’economia bri­tan­ni­ca è mes­sa male e la socie­tà è com­ple­ta­men­te divi­sa.
Dopo die­ci anni di misu­re di auste­ri­tà vara­te dai gover­ni conservatori/liberal‑democratici, i ser­vi­zi pub­bli­ci e le pre­sta­zio­ni socia­li sono sta­ti ridot­ti all’osso. Le pen­sio­ni sta­ta­li bri­tan­ni­che sono le più bas­se d’Europa! Il Ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­na­le, dopo esse­re sta­to svuo­ta­to dal­le ester­na­liz­za­zio­ni e dal­la pri­va­tiz­za­zio­ne del­le pre­sta­zio­ni e quin­di pri­va­to di fon­di, è in ginoc­chio. L’assistenza socia­le per anzia­ni e disa­bi­li è sta­ta deci­ma­ta ed è tre­men­da­men­te costo­sa. Il sovraf­fol­la­men­to sco­la­sti­co è più alto che mai, le uni­ver­si­tà sono alla rovi­na e gli stu­den­ti stan­no accu­mu­lan­do enor­mi debi­ti. La caren­za abi­ta­ti­va è così gra­ve che i gio­va­ni sono costret­ti a vive­re a casa con i geni­to­ri o in allog­gi affol­la­ti e non adat­ti all’affitto pri­va­to. Il tra­spor­to è un incu­bo costo­so: i tre­ni, l’energia e i prez­zi del car­bu­ran­te sono tra i più alti d’Europa.
Le dispa­ri­tà di ric­chez­za e di red­di­to han­no rag­giun­to gli alti livel­li degli anni 30. Men­tre la Gran Bre­ta­gna van­ta 135 miliar­da­ri, 14 milio­ni di abi­tan­ti sono uffi­cial­men­te clas­si­fi­ca­ti come pove­ri e 4 milio­ni di bam­bi­ni vivo­no in con­di­zio­ni di pover­tà. Le dispa­ri­tà regio­na­li negli stan­dard di vita tra Lon­dra e il sud‑est e il resto del Regno Uni­to sono le più ampie nel nord Euro­pa. Milio­ni di per­so­ne svol­go­no lavo­ret­ti di for­tu­na auto­no­mi e mal paga­ti, e un milio­ne di per­so­ne lavo­ra con con­trat­ti a zero ore spes­so per sti­pen­di infe­rio­ri al sala­rio mini­mo uffi­cia­le; intan­to, i disa­bi­li e i mala­ti sono costret­ti a tor­na­re al lavo­ro a bas­so sala­rio a cau­sa del taglio del­le pre­sta­zio­ni socia­li.
Tut­to que­sto men­tre la popo­la­zio­ne del­la Gran Bre­ta­gna è divi­sa sul fat­to se sia meglio lascia­re l’Unione Euro­pea o no; se la Sco­zia e l’Irlanda del Nord deb­ba­no rom­pe­re con l’Unione; e se l’immigrazione sia posi­ti­va o nega­ti­va per l’economia e la socie­tà.
Ancor più impor­tan­te, sul pia­no eco­no­mi­co, la cre­sci­ta del­la pro­du­zio­ne nazio­na­le bri­tan­ni­ca sta ral­len­tan­do men­tre la popo­la­zio­ne si espan­de, ren­den­do sem­pre più dif­fi­ci­le for­ni­re le risor­se per far fron­te a que­ste sfi­de. La cre­sci­ta eco­no­mi­ca del­la Gran Bre­ta­gna sta rapi­da­men­te scom­pa­ren­do. Il set­to­re capi­ta­li­sta dell’economia bri­tan­ni­ca non è riu­sci­to a sod­di­sfa­re i biso­gni del­le per­so­ne, seb­be­ne abbia pro­dot­to alti pro­fit­ti e un aumen­to dei prez­zi del­le abi­ta­zio­ni, e un mer­ca­to azio­na­rio in for­te espan­sio­ne per i ric­chi. Il red­di­to dispo­ni­bi­le rea­le pro capi­te è più o meno in sta­gna­zio­ne dal­la fine del­la Gran­de Reces­sio­ne, il perio­do più lun­go in 167 anni!

Ciò per­ché gli inve­sti­men­ti del­le gran­di impre­se si stan­no con­traen­do, in par­te a cau­sa dell’incertezza di ciò che acca­drà dopo la Bre­xit e in par­te per­ché sia gli inve­sti­to­ri nazio­na­li che quel­li este­ri non si aspet­ta­no più un ritor­no dagli inve­sti­men­ti in Gran Bre­ta­gna. Con la cadu­ta degli inve­sti­men­ti arri­va una bas­sa cre­sci­ta di ciò che ogni lavo­ra­to­re in Gran Bre­ta­gna può pro­dur­re. E una bas­sa cre­sci­ta del­la pro­dut­ti­vi­tà signi­fi­ca una bas­sa cre­sci­ta eco­no­mi­ca per­ma­nen­te.

La pro­du­zio­ne rea­le per ora lavo­ra­ta è cre­sciu­ta del 1,4% tra il 2007 e il 2016. Nel G7, solo l’Italia ha regi­stra­to risul­ta­ti peg­gio­ri (-1,7%). Esclu­den­do il Regno Uni­to, i pae­si del G7 han­no regi­stra­to un aumen­to del­la pro­dut­ti­vi­tà del 7,5% duran­te que­sto perio­do, con in testa gli Sta­ti Uni­ti, il Cana­da e il Giap­po­ne. Inol­tre, il “diva­rio di pro­dut­ti­vi­tà” per il Regno Uni­to (la dif­fe­ren­za tra la pro­du­zio­ne ora­ria nel 2016 e la sua ten­den­za pre‑crisi) è del ‑15,8%; men­tre il diva­rio di pro­dut­ti­vi­tà per i pae­si del G7 sen­za il Regno Uni­to è del ‑8,8%.

Il capi­ta­li­smo bri­tan­ni­co è una “eco­no­mia basa­ta sul­le ren­di­te”, con­cen­tra­ta su finan­za, pro­prie­tà e ser­vi­zi alle impre­se, più di qual­sia­si altra gran­de eco­no­mia. Aven­do con­tri­bui­to a inne­sca­re il crol­lo finan­zia­rio glo­ba­le e l’enorme cri­si nel 2008‑9, la City di Lon­dra non ha fat­to nul­la da allo­ra a soste­gno del­le impre­se del Regno Uni­to, in par­ti­co­la­re di quel­le più pic­co­le. I pre­sti­ti alle pic­co­le impre­se sono dimi­nui­ti. Inve­ce, i pre­sti­ti ban­ca­ri si sono river­sa­ti nel set­to­re immo­bi­lia­re. I set­to­ri pro­dut­ti­vi del­la Gran Bre­ta­gna (mani­fat­tu­ra, atti­vi­tà scien­ti­fi­che e tec­ni­che pro­fes­sio­na­li, infor­ma­zio­ne e comu­ni­ca­zio­ne e ser­vi­zi ammi­ni­stra­ti­vi e di sup­por­to) rap­pre­sen­ta­no il 28,7% del Pil rea­le. Ma i pre­sti­ti ban­ca­ri a que­sti quat­tro set­to­ri ammon­ta­no solo al 5,5% del Pil. Que­sto rap­pre­sen­ta meno del tota­le dei pre­sti­ti in esse­re alle socie­tà impe­gna­te nell’acquisto, ven­di­ta e affit­to di immo­bi­li (6,9% del Pil).
Cosa si deve fare allo­ra? Il mani­fe­sto elet­to­ra­le del Par­ti­to labu­ri­sta bri­tan­ni­co affron­ta la sfi­da. La que­stio­ne di fon­do sot­to­stan­te da cui tut­to dipen­de è tro­va­re un modo per aumen­ta­re gli inve­sti­men­ti in pro­get­ti che miglio­ri­no la pro­dut­ti­vi­tà e in una for­za lavo­ro meglio pre­pa­ra­ta e qua­li­fi­ca­ta, impie­ga­ta in con­di­zio­ni decen­ti e degna­men­te paga­ta. A que­sto pro­po­si­to, i labu­ri­sti stan­no facen­do seri ten­ta­ti­vi per inver­ti­re il decli­no dell’industria bri­tan­ni­ca.
In pri­mo luo­go, inten­do­no lan­cia­re un New Deal ver­de che disto­glie­rà risor­se da atti­vi­tà impro­dut­ti­ve e si con­cen­tre­rà inve­ce sul­la ridu­zio­ne dell’accelerazione del riscal­da­men­to glo­ba­le, inve­sten­do in pro­get­ti di ener­gia rin­no­va­bi­le e offren­do cen­ti­na­ia di miglia­ia di appren­di­sta­ti per posti di lavo­ri qua­li­fi­ca­ti in pro­get­ti ver­di.
In secon­do luo­go, inten­do­no ripor­ta­re nel­le mani pub­bli­che le prin­ci­pa­li socie­tà idri­che e di pro­du­zio­ne di ener­gia, ponen­do fine alla rapi­na di pub­bli­che risor­se da par­te degli attua­li mono­po­li pri­va­ti. Anche per il tra­spor­to su rota­ia e su gom­ma è pre­vi­sto il ritor­no al set­to­re pub­bli­co, ponen­do fine alla dispen­dio­sa anar­chia del­le rot­te in fran­chi­sing e dei ser­vi­zi di auto­bus loca­li inef­fi­cien­ti e costo­si. E il Labour pro­met­te di for­ni­re Inter­net a ban­da lar­ga super­ve­lo­ce gra­tui­to per ogni fami­glia entro die­ci anni, a metà del costo richie­sto dal set­to­re pri­va­to, rile­van­do il ser­vi­zio di ban­da lar­ga di Bri­tish Tele­com. E inten­de ripor­ta­re in mano pub­bli­ca anche la Royal Mail. Le socie­tà più gran­di dovreb­be­ro distri­bui­re ai loro dipen­den­ti azio­ni con dirit­ti di rap­pre­sen­tan­za nei con­si­gli di ammi­ni­stra­zio­ne. E si dovreb­be ripri­sti­na­re il dirit­to di con­trat­ta­zio­ne col­let­ti­va, abo­li­to dal­le leg­gi anti‑sindacali di Mar­ga­reth That­cher.
In ter­zo luo­go, i labu­ri­sti amplie­reb­be­ro gli inve­sti­men­ti pub­bli­ci per com­pen­sa­re la man­can­za di inve­sti­men­ti del­le impre­se pri­va­te. Il Labour inten­de­reb­be isti­tui­re un Comi­ta­to stra­te­gi­co per gli Inve­sti­men­ti per coor­di­na­re Ricer­ca e Svi­lup­po, ser­vi­zi com­mer­cia­li e flus­si di infor­ma­zio­ni. Isti­tui­reb­be una ban­ca di inve­sti­men­to sta­ta­le per inve­sti­re 25 miliar­di di ster­li­ne all’anno in pro­get­ti e infra­strut­tu­re. Avvie­reb­be un nuo­vo ser­vi­zio ban­ca­rio per le pic­co­le impre­se basa­to sugli uffi­ci posta­li.
Come ver­rà paga­to tut­to que­sto? Bene, alle con­di­zio­ni esi­sten­ti, il Labour pre­ve­de di aumen­ta­re le impo­ste sul red­di­to per il 5% più ric­co dei per­cet­to­ri (cioè più di 80.000 ster­li­ne all’anno); e mira a recu­pe­ra­re le tas­se man­can­ti attual­men­te non paga­te dal­le gran­di impre­se e dai ric­chi attra­ver­so para­di­si fisca­li ed eva­sio­ne, che è sti­ma­ta in 25 miliar­di di dol­la­ri all’anno! I labu­ri­sti sareb­be­ro dispo­sti ad aumen­ta­re il debi­to pub­bli­co per finan­zia­re mag­gior­men­te la sani­tà, l’istruzione e alcu­ni dei pro­get­ti più a lun­go ter­mi­ne. Dato che i tas­si di inte­res­se sono ai mini­mi da sessant’anni, il costo del debi­to aggiun­ge­reb­be poco ai costi del bilan­cio annua­le. Anche gli inve­sti­men­ti pro­gram­ma­ti dovreb­be­ro offri­re mag­gio­re pro­dut­ti­vi­tà e cre­sci­ta e quin­di mag­gio­ri entra­te fisca­li. Si sti­ma che il costo del­la nazio­na­liz­za­zio­ne di ener­gia, fer­ro­vie, acqua e tele­co­mu­ni­ca­zio­ni sarà coper­to dal­le entra­te di que­sti set­to­ri entro set­te anni.
Con­tra­ria­men­te alla rea­zio­ne dei media, ciò non sup­por­reb­be per il Regno Uni­to la più gran­de spe­sa pub­bli­ca fra le prin­ci­pa­li eco­no­mie. Come dimo­stra la Fon­da­zio­ne Reso­lu­tion, ciò por­te­reb­be la dimen­sio­ne del­la spe­sa pub­bli­ca rispet­to al tota­le del­la spe­sa annua a cir­ca il 45% del Pil, nel­la media del­le eco­no­mie Ocse.

Come affer­ma Simon Wren‑Lewis, in un suo illu­stra­ti­vo testo, «un altro modo di dir­lo è che il Regno Uni­to si avvi­ci­ne­rà alla media euro­pea e si allon­ta­ne­rà dal livel­lo degli Sta­ti Uni­ti e del Cana­da».
Que­sto pia­no può fun­zio­na­re per tra­sfor­ma­re la Gran Bre­ta­gna in una socie­tà più pro­spe­ra, più equa e più uni­ta? Mol­to dipen­de da tre cose. In pri­mo luo­go, pos­so­no dav­ve­ro una sola ban­ca sta­ta­le e un Comi­ta­to per gli Inve­sti­men­ti esse­re suf­fi­cien­ti per rein­di­riz­za­re l’economia bri­tan­ni­ca basa­ta sul­le ren­di­te ver­so aree più pro­dut­ti­ve per l’occupazione? Il Labour non pro­po­ne di nazio­na­liz­za­re e con­trol­la­re le cin­que gran­di ban­che o le prin­ci­pa­li com­pa­gnie assi­cu­ra­ti­ve e di fon­di pen­sio­ne. Tut­ta­via, que­ste con­ti­nue­ran­no a for­ni­re la mag­gior par­te dei poten­zia­li fon­di di inve­sti­men­to (cir­ca il 15% del Pil rispet­to al 4% del­lo Sta­to, nel­la miglio­re del­le ipo­te­si). Ciò inde­bo­li­rà la capa­ci­tà di un gover­no labu­ri­sta di for­ni­re rea­li miglio­ra­men­ti negli inve­sti­men­ti, nei ser­vi­zi e nei red­di­ti. Anche le pro­po­ste di tas­sa­zio­ne del Labour e le altre misu­re ipo­tiz­za­te per ridi­stri­bui­re il red­di­to e la ric­chez­za dai super‑ricchi al resto del­la popo­la­zio­ne sono mol­to limi­ta­te. Infat­ti, seb­be­ne i labu­ri­sti abbia­no inten­zio­ne di aumen­ta­re del 4% l’anno l’aumento del­la spe­sa per il Ser­vi­zio sani­ta­rio nazio­na­le, si trat­te­reb­be pur sem­pre di una cifra infe­rio­re a quel­la del gover­no Blair e sareb­be appe­na suf­fi­cien­te per sod­di­sfa­re le esi­gen­ze di una popo­la­zio­ne in rapi­do invec­chia­men­to. I prov­ve­di­men­ti del Labour sareb­be­ro solo un pan­ni­cel­lo cal­do per affron­ta­re gli estre­mi livel­li di disu­gua­glian­za.
In secon­do luo­go, ci sareb­be l’inevitabile rea­zio­ne del­le gran­di impre­se e dei media. Fareb­be­ro in fret­ta a bloc­ca­re e inver­ti­re i pia­ni del Labour e qual­sia­si segno di fal­li­men­to ver­reb­be col­to al volo. Sic­ché c’è un serio rischio che i pia­ni rela­ti­va­men­te mode­sti dei labu­ri­sti per rie­qui­li­bra­re la ric­chez­za e il pote­re all’interno del Pae­se pos­sa­no vacil­la­re. Le gran­di impre­se e i ric­chi han­no già minac­cia­to di por­ta­re altro­ve i loro inve­sti­men­ti e il dena­ro e l’ascesa al pote­re di un gover­no labu­ri­sta radi­ca­le potreb­be pro­vo­ca­re quel­lo che vie­ne chia­ma­to “fuga di capi­ta­li”, indu­cen­do una cadu­ta de valo­re del­la ster­li­na e un aumen­to dei tas­si di inte­res­se. Il Par­ti­to labu­ri­sta potreb­be esse­re costret­to ad adot­ta­re misu­re più dra­sti­che come il con­trol­lo sui capi­ta­li. Ma sen­za il con­trol­lo del­le prin­ci­pa­li ban­che, la valu­ta sareb­be minac­cia­ta da que­sto ter­ro­ri­smo finan­zia­rio.
E soprat­tut­to, in ter­zo luo­go, c’è l’elevata pro­ba­bi­li­tà di un nuo­vo crol­lo glo­ba­le del­la pro­du­zio­ne, degli inve­sti­men­ti e dell’occupazione. Sono pas­sa­ti die­ci anni dal­la fine del­la Gran­de Reces­sio­ne, la più gran­de cri­si glo­ba­le dagli anni 30. Un’altra reces­sio­ne è atte­sa da tem­po e ci sono segna­li del suo arri­vo, poi­ché le prin­ci­pa­li eco­no­mie stan­no ral­len­tan­do in modo signi­fi­ca­ti­vo e la guer­ra com­mer­cia­le e tec­no­lo­gi­ca tra Sta­ti Uni­ti e Cina si sta inten­si­fi­can­do, distrug­gen­do la cre­sci­ta del com­mer­cio mon­dia­le. Il pros­si­mo anno, il nuo­vo gover­no bri­tan­ni­co potreb­be tro­var­si di fron­te al fal­li­men­to del­le impre­se bri­tan­ni­che, col licen­zia­men­to dei lavo­ra­to­ri e un bloc­co degli inve­sti­men­ti.
L’unico modo per ridur­re l’impatto di una simi­le reces­sio­ne sta­reb­be nell’assunzione, da par­te dei labu­ri­sti, del con­trol­lo di quel­le che un tem­po veni­va­no chia­ma­te le “leve fon­da­men­ta­li dell’economia”: le ban­che, le com­pa­gnie assi­cu­ra­ti­ve, i fon­di pen­sio­ne e le impre­se stra­te­gi­che del­la Gran Bre­ta­gna nei prin­ci­pa­li set­to­ri mani­fat­tu­rie­ri, ener­ge­ti­ci e altre bran­che pro­dut­ti­ve. Solo allo­ra un pia­no nazio­na­le per inve­sti­men­ti, posti di lavo­ro e per com­bat­te­re i cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci sareb­be pos­si­bi­le per­ché non si base­reb­be su inve­sti­men­ti capi­ta­li­sti­ci. Le attua­li poli­ti­che eco­no­mi­che dei labu­ri­sti non sono all’altezza. Al con­tra­rio, i lea­der e i con­su­len­ti del Labour esclu­do­no tali misu­re dra­sti­che per­ché pen­sa­no che non saran­no neces­sa­rie; e che inve­ce “un capi­ta­li­smo rego­la­men­ta­to e gesti­to” potrà anco­ra sod­di­sfa­re i biso­gni del­la popo­la­zio­ne bri­tan­ni­ca. La sto­ria ci dice il con­tra­rio.

(Tra­du­zio­ne di Erne­sto Rus­so e Raf­fae­le Roc­co)


[*] Michael Roberts è un noto eco­no­mi­sta mar­xi­sta bri­tan­ni­co che ha lavo­ra­to per oltre trent’anni come ana­li­sta finan­zia­rio nel­la City lon­di­ne­se. È auto­re, tra gli altri, dei libri The Great Reces­sion: Pro­fit cycles, eco­no­mic cri­sis A Mar­xi­st View e The Long Depres­sion: Mar­xi­sm and the Glo­bal Cri­sis of Capi­ta­li­sm.