Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Polemica, Politica nazionale

Contro l’estremismo iper-rivoluzionario

La copertina de “L'«estremismo», malattia infantile del comunismo”, di Lenin

Refe­ren­dum costi­tu­zio­na­le: per­ché il NO

Vale­rio Tor­re

«Il cre­ti­ni­smo par­la­men­ta­re è una malat­tia deplo­re­vo­le,
ma il cre­ti­ni­smo anti­par­la­men­ta­re non vale mol­to di più»
(L. Tro­tsky, “La rivo­lu­zio­ne spa­gno­la e i peri­co­li che la minac­cia­no”)

 

Il 20 e 21 set­tem­bre pros­si­mi si vote­rà, oltre che per il rin­no­vo di alcu­ni con­si­gli regio­na­li, per il refe­ren­dum costi­tu­zio­na­le che dovrà appro­va­re o respin­ge­re la modi­fi­ca costi­tu­zio­na­le in base alla qua­le ver­rà ridot­to il nume­ro dei par­la­men­ta­ri. Si trat­ta del­la “sto­ri­ca” pro­po­sta del M5S, inscrit­ta nel­la pre­te­sa “lot­ta alla casta” che i gril­li­ni han­no sban­die­ra­to sin dal­la loro nasci­ta.
Spac­cia­ta come un “rispar­mio” per le cas­se del­lo Sta­to, la leg­ge di revi­sio­ne costi­tu­zio­na­le sot­to­po­sta a refe­ren­dum è sta­ta appro­va­ta pres­so­ché all’unanimità da tut­te le for­ze poli­ti­che … espres­sio­ne pro­prio di quel­la “casta”.
Non sia­mo cer­to amma­la­ti di par­la­men­ta­ri­smo, né ripo­nia­mo la mini­ma fidu­cia nel­la demo­cra­zia bor­ghe­se e nel­le sue isti­tu­zio­ni (tra cui, appun­to, quel­le par­la­men­ta­ri). L’unica for­ma di demo­cra­zia in cui cre­dia­mo è quel­la ope­ra­ia. E, pur­tut­ta­via, espri­mia­mo – anti­ci­pan­do­lo in que­sta sede – la nostra indi­ca­zio­ne di voto per il NO alla rifor­ma costi­tu­zio­na­le.
Sap­pia­mo bene che non è cer­to nel “pol­la­io del­la demo­cra­zia bor­ghe­se” (come effi­ca­ce­men­te Rosa Luxem­burg defi­ni­va i par­la­men­ti dei regi­mi capi­ta­li­sti) che ven­go­no affron­ta­ti e risol­ti i pro­ble­mi dei lavo­ra­to­ri e del­le mas­se popo­la­ri. Al con­tra­rio! Si trat­ta pro­prio del luo­go in cui inve­ce ven­go­no cura­ti gli inte­res­si del­la bor­ghe­sia. Eppu­re, ogni “rifor­ma” che in qual­che manie­ra ten­de a restrin­ge­re gli spa­zi – sia pure for­ma­li – di demo­cra­zia non può che veder­ci con­tra­ri.
Non­di­me­no, in alcu­ni set­to­ri del­la sini­stra non rifor­mi­sta, già si comin­cia­no a udi­re voci dis­so­nan­ti di atti­vi­sti poli­ti­ci e sin­da­ca­li che, espri­men­do argo­men­ti degni di un bor­di­ghi­smo d’accatto (con tut­to il rispet­to per quel­la gran­de figu­ra di rivo­lu­zio­na­rio che è sta­to Bor­di­ga), annun­cia­no la pro­pria non par­te­ci­pa­zio­ne al voto.
L’argomento è quel­lo tipi­co e stan­ca­men­te rima­sti­ca­to da decen­ni e decen­ni: poi­ché quel­la bor­ghe­se è, come per l’appunto abbia­mo già soste­nu­to, un simu­la­cro di demo­cra­zia; poi­ché die­tro alle “nobi­li” isti­tu­zio­ni par­la­men­ta­ri si cela inve­ce la dit­ta­tu­ra del­la bor­ghe­sia; allo­ra non ci sono “spa­zi di agi­bi­li­tà demo­cra­ti­ca” da difen­de­re: il refe­ren­dum è una far­sa e chi a sini­stra difen­de il NO in real­tà difen­de quel simu­la­cro di demo­cra­zia, e dun­que la dit­ta­tu­ra bor­ghe­se.
Ma si trat­ta, a ben vede­re, di un ragio­na­men­to pura­men­te mec­ca­ni­ci­sti­co. Nell’attesa del­la rivo­lu­zio­ne pro­le­ta­ria che spaz­ze­rà via quel pol­la­io, ci per­met­tia­mo solo di far nota­re a que­sti indo­mi­ti difen­so­ri di una demo­cra­zia ope­ra­ia – che, absit iniu­ria ver­bis, sta per ora solo nel­le loro teste e nei loro sogni – che se i mar­xi­sti rivo­lu­zio­na­ri dan­no indi­ca­zio­ne di voto per il NO non è cer­to per­ché abba­ci­na­ti dal­la luce del­la “Costi­tu­zio­ne più bel­la del mon­do” (come i rifor­mi­sti si affan­na­no a defi­nir­la): non ci iscri­via­mo di cer­to al par­ti­to dei difen­so­ri suoi e del­la “sacra­li­tà” del­le isti­tu­zio­ni patrie. Sia­mo per­fet­ta­men­te con­sa­pe­vo­li (e, ci sia per­mes­so, ben più di que­sti asten­sio­ni­sti) che i dirit­ti, anche quel­li “costi­tu­zio­nal­men­te garan­ti­ti”, sono tali solo sul­la car­ta. Ma, tan­to per fare un esem­pio sem­pli­ce, tale da pene­tra­re nel­le men­ti così raf­fi­na­te di costo­ro, anche il “dirit­to al lavo­ro” è pro­cla­ma­to fra quel­li “fon­da­men­ta­li” con tan­to di fan­fa­re nell’art. 4 del­la Costi­tu­zio­ne. Dob­bia­mo dun­que pen­sa­re che, nel caso di un refe­ren­dum abro­ga­ti­vo di una qual­sia­si del­le tan­te leg­gi restrit­ti­ve di tale “dirit­to” appro­va­te negli ulti­mi anni, que­sti intre­pi­di asten­sio­ni­sti di prin­ci­pio diser­te­reb­be­ro le urne per­ché non var­reb­be la pena difen­de­re un dirit­to che è solo for­mal­men­te pre­vi­sto in quan­to espres­sio­ne di una Costi­tu­zio­ne bor­ghe­se? Se doves­se esse­re appro­va­ta una leg­ge restrit­ti­va del­la (for­ma­le) liber­tà di asso­cia­zio­ne poli­ti­ca e sin­da­ca­le, que­sti valo­ro­si asten­sio­ni­sti si disin­te­res­se­reb­be­ro di una sua pos­si­bi­le abro­ga­zio­ne per via refe­ren­da­ria?
Da par­te nostra, mol­to più mode­sta­men­te, pre­fe­ria­mo, piut­to­sto che alla “purez­za” dei prin­ci­pi così stre­nua­men­te sban­die­ra­ti da costo­ro, rife­rir­ci al patri­mo­nio teo­ri­co di chi ha dav­ve­ro con­dot­to – a dispet­to dei set­ta­ri e degli avan­guar­di­sti – il movi­men­to ope­ra­io alla vit­to­ria; e ricor­dia­mo per­ciò, con l’articolo che pre­sen­tia­mo di segui­to e che affron­ta il tema dell’estremismo (già trat­ta­to in altre occa­sio­ni su que­sto sito), che i bol­sce­vi­chi per­se­gui­ro­no il “boi­cot­tag­gio atti­vo” del­le ele­zio­ni di un par­la­men­to alta­men­te rea­zio­na­rio com’era la Duma solo quan­do era in atto un pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio in cui l’appello alla diser­zio­ne dal­le urne pote­va inse­rir­si come ulte­rio­re ele­men­to di sti­mo­lo di quel pro­ces­so. Inve­ce, quan­do la situa­zio­ne mutò e la clas­se ope­ra­ia si tro­vò sul­la difen­si­va, essi pro­cla­ma­ro­no la neces­si­tà di par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni di quel­lo stes­so par­la­men­to rea­zio­na­rio. E così pure ci pia­ce ricor­da­re che Tro­tsky, per­fi­no nel bel mez­zo del pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio spa­gno­lo ini­zia­to nel 1931, rac­co­man­da­va ai comu­ni­sti spa­gno­li di par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni par­la­men­ta­ri, man­can­do un par­ti­to strut­tu­ra­to, dota­to di un pro­gram­ma ade­gua­to e pri­vo di una signi­fi­ca­ti­va influen­za di mas­sa [a].
Rite­nia­mo insom­ma che l’astensionismo pre­di­ca­to da que­sti com­pa­gni iso­li e allon­ta­ni ancor di più i mar­xi­sti dai lavo­ra­to­ri e dal­le mas­se popo­la­ri. La con­sul­ta­zio­ne refe­ren­da­ria può costi­tui­re inve­ce l’occasione per tor­na­re in mez­zo alle clas­si subal­ter­ne e cer­ca­re con esse un dia­lo­go che man­ca ormai da tan­to tem­po rial­lac­cian­do un lega­me neces­sa­rio per usci­re dal­la mar­gi­na­li­tà in cui stia­mo affo­gan­do.

Contro l’estremismo iper‑rivoluzionario


Valé­rio Arca­ry [*]

 

“Solo la lot­ta cam­bia la vita” è uno slo­gan cor­ret­to, tut­ta­via può indur­re a una distor­sio­ne di ispi­ra­zio­ne anarco‑sindacalista. Per­ché può esse­re l’anticamera di una con­clu­sio­ne erra­ta. Non è raro che ven­ga asso­cia­to allo slo­gan “le ele­zio­ni non cam­bia­no nien­te”. C’è un gra­do di veri­tà in quest’idea: per­ché le ele­zio­ni, se para­go­na­te alle rivo­lu­zio­ni, sono un ter­re­no essen­zial­men­te sfa­vo­re­vo­le.
Ma se non sia­mo di fron­te all’imminenza di una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria, le ele­zio­ni sono mol­to impor­tan­ti. Per­tan­to, tra­sfor­ma­ta in dog­ma, que­sta idea è sba­glia­ta ed estra­nea alla tra­di­zio­ne mar­xi­sta. Non sia­mo indif­fe­ren­ti né alle ele­zio­ni né ai loro risul­ta­ti. Per­ché le ele­zio­ni sono, in una situa­zio­ne difen­si­va, la for­ma con­cen­tra­ta del­la lot­ta poli­ti­ca. E un orien­ta­men­to mar­xi­sta è defi­ni­to dal­la neces­si­tà di ele­va­re tut­te le lot­te popo­la­ri al livel­lo di lot­ta poli­ti­ca, cioè la rispo­sta di chi deve gover­na­re. Inol­tre, i risul­ta­ti elet­to­ra­li influen­za­no i rap­por­ti socia­li e poli­ti­ci del­le for­ze. Quin­di non è vero che non sono impor­tan­ti. Ma que­sta discus­sio­ne non è nuo­va, ed è inte­res­san­te cono­scer­ne i pre­ce­den­ti.
Negli ulti­mi centocinquant’anni, il movi­men­to socia­li­sta inter­na­zio­na­le non si è solo divi­so fra rifor­mi­sti e rivo­lu­zio­na­ri. Que­sti era­no i due cam­pi pro­gram­ma­ti­ci deci­si­vi nel mar­xi­smo, ma, così come colo­ro che si pro­cla­ma­va­no gra­dua­li­sti o rifor­mi­sti, ave­va­no attrat­to nel­la loro orbi­ta – alla loro sini­stra – lo spet­tro del cen­tri­smo, allo stes­so modo le cor­ren­ti iden­ti­fi­ca­te come radi­ca­li o rivo­lu­zio­na­rie dove­va­no dif­fe­ren­ziar­si dal­le loro ombre ultra‑sinistre.
Quan­do Marx rag­grup­pò la Pri­ma Inter­na­zio­na­le, il rife­ri­men­to dell’organizzazione socia­li­sta era il par­ti­to ope­ra­io – un’organizzazione uni­fi­ca­ta, una sezio­ne, in ogni Pae­se – anco­ra non mol­to deli­mi­ta­to da sin­da­ca­ti e asso­cia­zio­ni di mutuo soc­cor­so, fra­tel­lan­ze e coo­pe­ra­ti­ve.
A caval­lo tra il XIX e il XX seco­lo, i par­ti­ti socia­li­sti euro­pei, i pri­mi a otte­ne­re un’influenza di mas­sa, ini­zia­ro­no a con­vi­ve­re con varie ten­den­ze poli­ti­che al loro inter­no: il dibat­ti­to di Bern­stein sul­la pos­si­bi­li­tà di una tran­si­zio­ne elet­to­ra­le paci­fi­ca al socia­li­smo[1] pro­vo­cò la dif­fe­ren­zia­zio­ne in due cam­pi prin­ci­pa­li: tut­ta­via, al loro inter­no emer­se­ro il cen­tri­smo e l’estremismo.
Que­sti cam­pi espri­me­va­no espe­rien­ze politico‑sociali diver­se del­le varie ali: par­la­men­ta­ri elet­to­ra­li­sti, intel­let­tua­li nazio­na­li­sti esal­ta­ti, diri­gen­ti sin­da­ca­li buro­cra­tiz­za­ti, fun­zio­na­ri del­lo stes­so appa­ra­to orga­niz­za­ti­vo dei par­ti­ti del­la Secon­da Inter­na­zio­na­le e, all’altro estre­mo, la mili­tan­za più com­bat­ti­va, gli atti­vi­sti stu­den­te­schi più gio­va­ni. La mag­gio­ran­za dei lavo­ra­to­ri manua­li rima­se fede­le alla dire­zio­ne sto­ri­ca – Jau­rés in Fran­cia, Bebel in Ger­ma­nia – che man­te­ne­va un equi­li­brio fra le ten­den­ze rifor­mi­ste, il cen­tro e la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria.
L’unità di que­sto movi­men­to ope­ra­io fu man­te­nu­ta fino alla vit­to­ria del­la Rivo­lu­zio­ne d’ottobre, con l’eccezione del­la Rus­sia, dove i bol­sce­vi­chi, a par­ti­re dal 1912 e ben­ché in modo non linea­re, si costrui­ro­no come cor­ren­te indi­pen­den­te. Nel­la Ter­za Inter­na­zio­na­le, nel cor­so del dibat­ti­to sul­le ven­tu­no con­di­zio­ni per l’affiliazione del­le sezio­ni appe­na costi­tui­te, gli ultra-sini­stri attri­bui­ro­no all’esistenza lega­le del movi­men­to ope­ra­io nel momen­to in cui era scop­pia­ta la Pri­ma guer­ra mon­dia­le i suoi vizi oppor­tu­ni­sti­ci, e alle vir­tù del­la clan­de­sti­ni­tà del bol­sce­vi­smo i suoi rifles­si inter­na­zio­na­li­sti. Que­sta con­clu­sio­ne era uni­la­te­ra­le e sba­glia­ta. I bol­sce­vi­chi uti­liz­za­va­no tut­ti gli spa­zi lega­li pos­si­bi­li con la mas­si­ma auda­cia.
Ma quel che è cer­to è che l’epoca in cui i mar­xi­sti mili­ta­va­no tut­ti in un uni­co par­ti­to si chiu­se, para­dos­sal­men­te, con la vit­to­ria del­la pri­ma rivo­lu­zio­ne socia­li­sta nel 1917. La lot­ta dei movi­men­ti ope­rai ha con­fer­ma­to che, per quan­to sia rela­ti­va­men­te la meno ete­ro­ge­nea fra le clas­si del­la socie­tà moder­na, il pro­le­ta­ria­to cono­sce anche dif­fe­ren­zia­zio­ni inter­ne ogget­ti­ve e sog­get­ti­ve che impe­di­sco­no una rap­pre­sen­tan­za poli­ti­ca in un solo par­ti­to. La clas­se ope­ra­ia sof­fre di pre­giu­di­zi ses­si­sti, raz­zi­sti, omo­fo­bi. Si divi­de in lavo­ra­to­ri del­la pro­du­zio­ne o dei ser­vi­zi, manua­li o intel­let­tua­li, lega­ti a gran­di azien­de o pic­co­le impre­se, con­cen­tra­ti in gran­di cit­tà o disper­si nell’entroterra, istrui­ti o anal­fa­be­ti: sono mol­te le dif­fe­ren­ze ogget­ti­ve. Le dif­fe­ren­ze poli­ti­che e ideo­lo­gi­che non avreb­be­ro potu­to esse­re più pic­co­le, e si sono tra­dot­te in diver­se pres­sio­ni socia­li.
La fra­zio­ne bol­sce­vi­ca non si affer­mò sol­tan­to nel­la lot­ta con­tro gli adat­ta­men­ti oppor­tu­ni­sti­ci. Soprav­vis­se anche resi­sten­do alle pres­sio­ni dell’estrema sini­stra. Lenin scris­se il suo clas­si­co L’«estremismo», malat­tia infan­ti­le del comu­ni­smo in rispo­sta alle pole­mi­che che pre­ce­det­te­ro il secon­do con­gres­so del­la Ter­za Inter­na­zio­na­le, quan­do una par­te del­le sezio­ni euro­pee che si era­no appe­na orga­niz­za­te subì for­ti pres­sio­ni dell’estrema sini­stra:

«Nel 1908 i bol­sce­vi­chi “di sini­stra” sono sta­ti espul­si dal nostro par­ti­to per­ché si rifiu­ta­va­no osti­na­ta­men­te di com­pren­de­re la neces­si­tà di par­te­ci­pa­re al “par­la­men­to” ultra­rea­zio­na­rio. […] si fon­da­va­no in par­ti­co­la­re sul­la vit­to­rio­sa espe­rien­za del boi­cot­tag­gio fat­ta nel 1905. Quan­do lo zar, nell’agosto 1905, annun­ciò la con­vo­ca­zio­ne di un “par­la­men­to” con­sul­ti­vo, i bol­sce­vi­chi – con­tro tut­ti i par­ti­ti d’opposizione e con­tro i men­sce­vi­chi – ne pro­cla­ma­ro­no il boi­cot­tag­gio, e in effet­ti la rivo­lu­zio­ne dell’ottobre 1905 spaz­zò via quel par­la­men­to. In quel caso il boi­cot­tag­gio era risul­ta­to giu­sto non per­ché in gene­ra­le sia giu­sto aste­ner­si dai par­la­men­ti rea­zio­na­ri, ma per­ché si era giu­sta­men­te valu­ta­ta la situa­zio­ne ogget­ti­va che con­du­ce­va alla rapi­da tra­sfor­ma­zio­ne degli scio­pe­ri di mas­sa dap­pri­ma in scio­pe­ro poli­ti­co, poi in uno scio­pe­ro rivo­lu­zio­na­rio e, infi­ne, nell’insurrezione. […] Ma tra­spor­ta­re alla cie­ca, per spi­ri­to d’imitazione, acri­ti­ca­men­te que­sta espe­rien­za in con­di­zio­ni diver­se, in una situa­zio­ne diver­sa, è un gra­vis­si­mo erro­re. […] Oggi, quan­do si get­ta uno sguar­do al pas­sa­to, […] si vede con par­ti­co­la­re chia­rez­za che i bol­sce­vi­chi non avreb­be­ro potu­to con­ser­va­re (non dico poi, con­so­li­da­re, svi­lup­pa­re, raf­for­za­re) il sal­do nucleo del par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio del pro­le­ta­ria­to negli anni dal 1908 al 1914, se non aves­se­ro affer­ma­to […] l’obbli­go di com­bi­na­re le for­me ille­ga­li con quel­le lega­li, con la par­te­ci­pa­zio­ne obbli­ga­to­ria al par­la­men­to più rea­zio­na­rio […]»[2].

L’ultimatismo era, nel­la valu­ta­zio­ne ispi­ra­ta al bol­sce­vi­smo, l’espressione “chi­mi­ca­men­te pura” del volon­ta­ri­smo. L’estremismo è sta­to cri­ti­ca­to, sin dal­le discus­sio­ni “fon­da­ti­ve” con gli anar­chi­ci nel­la Pri­ma Inter­na­zio­na­le, per­ché pre­sen­ta­va degli ulti­ma­tum alla mas­sa dei lavo­ra­to­ri, igno­ran­do i loro sta­ti d’animo o la qua­li­tà del­la loro orga­niz­za­zio­ne. Nel­la tra­di­zio­ne mar­xi­sta sono esi­sti­te, gros­so modo, tre for­me clas­si­che di tat­ti­che estre­mi­sti­che:

  1. appel­li che le mas­se non era­no dispo­ste a segui­re, per esem­pio boi­cot­tag­gi del­le ele­zio­ni, occu­pa­zio­ni di fab­bri­che e edi­fi­ci pub­bli­ci, pro­se­cu­zio­ne degli scio­pe­ri “ad ogni costo”, o la più comu­ne e imman­ca­bi­le con­vo­ca­zio­ne del­lo scio­pe­ro gene­ra­le;  il sosti­tu­zio­ni­smo assun­se anche for­me mili­ta­re­sche, l’intimidazione arma­ta del­le clas­si domi­nan­ti median­te l’azione esem­pla­re di com­man­do arma­ti;
  2. paro­le d’ordine radi­ca­li, come la clas­si­ca discus­sio­ne sugli indi­ci di aumen­to sala­ria­le – 10% o 50%? – oppu­re le pole­mi­che, anch’esse ricor­ren­ti, sui valo­ri dei mini­mi e sui tet­ti sala­ria­li; o l’infallibile “abbas­so il gover­no”, che le mas­se anco­ra non capi­va­no: o per­ché non ripo­ne­va­no fidu­cia in se stes­se, o per­ché la loro espe­rien­za poli­ti­ca era insuf­fi­cien­te;
  3. ulti­ma­tum orga­niz­za­ti­vi: abban­do­na­re i sin­da­ca­ti con una dire­zio­ne mode­ra­ta, per­ché essa sareb­be “ven­du­ta ai padro­ni”, indi­pen­den­te­men­te dal fat­to che la mag­gio­ran­za del movi­men­to rico­no­sces­se o meno quel­la dire­zio­ne. L’elemento comu­ne a tut­te le tat­ti­che estre­mi­sti­che era il disprez­zo per il pro­ces­so di appren­di­sta­to sin­da­ca­le e par­la­men­ta­re del­le mas­se.

L’estremismo ha cer­ca­to di dar­si con­si­sten­za in un pro­gram­ma. È carat­te­riz­za­to da una pro­spet­ti­va sosti­tu­zio­ni­sti­ca: pro­po­ne ai lavo­ra­to­ri e ai gio­va­ni pro­get­ti, riven­di­ca­zio­ni o azio­ni che essi, in mas­si­ma par­te, non sen­to­no anco­ra come pro­prie, anti­ci­pan­do l’esperienza del­la mag­gio­ran­za del­la clas­se. È a vol­te dispo­ni­bi­le, sup­por­ta­to da set­to­ri più radi­ca­liz­za­ti, ad azio­ni esem­pla­ri che spa­ven­ti­no i suoi nemi­ci e inco­rag­gi­no i suoi allea­ti.
L’operaismo del­le ten­den­ze “estre­mi­ste” – mar­xi­ste o anar­chi­che – ten­de­va ad esse­re inver­sa­men­te pro­por­zio­na­le al loro rea­le inse­dia­men­to, sto­ri­ca­men­te fra­gi­le, nel­la clas­se ope­ra­ia. Que­ste ten­den­ze ave­va­no, alla loro base, una valu­ta­zio­ne sovra­sti­ma­ta del­le rela­zio­ni del­le for­ze poli­ti­che e socia­li. Le poli­ti­che estre­mi­sti­che sot­to­va­lu­ta­no le for­ze rea­zio­na­rie e gli osta­co­li alla mobi­li­ta­zio­ne e all’organizzazione dei lavo­ra­to­ri, a par­ti­re dal­la man­can­za di fidu­cia del­le mas­se popo­la­ri in se stes­se. Tut­ta­via, la loro spin­ta volon­ta­ri­sti­ca richie­de­va una for­te iden­ti­tà e coe­sio­ne inter­na.
Il set­ta­ri­smo ha infet­ta­to ugual­men­te cor­ren­ti estre­mi­ste e rifor­mi­ste. Le cor­ren­ti mode­ra­te sono sta­te spes­so impe­gna­te in allean­ze fron­ti­ste con colo­ro che si situa­va­no poli­ti­ca­men­te alla loro destra, ma al con­tem­po sono sta­te furio­sa­men­te set­ta­rie ver­so chi com­bat­te­va alla loro sini­stra.
Una deli­mi­ta­zio­ne poli­ti­ca chia­ra e una fer­ma demar­ca­zio­ne ideo­lo­gi­ca non con­fer­ma­no che un’organizzazione sia una set­ta. Set­ta­rio non è chi dice ciò che pen­sa, anche quan­do cri­ti­ca gli altri. L’opposto del set­ta­ri­smo non è il tat­to o la diplo­ma­zia, ma la dispo­si­zio­ne ad inter­ve­ni­re nel­la real­tà e appren­de­re da quell’intervento. Set­ta­rio è chi, a cau­sa di altri disac­cor­di,  sacri­fi­ca la pos­si­bi­li­tà di un pas­so avan­ti in comu­ne nel­le lot­te, con­fes­san­do così la pro­pria impo­ten­za. Negli anni Tren­ta, Tro­tsky defi­nì il set­ta­ri­smo nei seguen­ti ter­mi­ni:

«Per un mar­xi­sta, la discus­sio­ne è uno stru­men­to impor­tan­te, ma fun­zio­na­le, del­la lot­ta di clas­se. Per il set­ta­rio, la discus­sio­ne è un fine in sé. […] È come un uomo che pla­ca la sua sete con acqua sala­ta: quan­to più beve, più ha sete. È per que­sto che il set­ta­rio è peren­ne­men­te arrab­bia­to. […] Il set­ta­rio vede un nemi­co in chiun­que ten­ti di spie­gar­gli che una par­te­ci­pa­zio­ne atti­va nel movi­men­to ope­ra­io esi­ge uno stu­dio per­ma­nen­te del­la situa­zio­ne ogget­ti­va, e non già l’arrogante ingiun­zio­ne dall’alto del suo pul­pi­to set­ta­rio. Il set­ta­rio sosti­tui­sce all’analisi del­la real­tà l’intrigo, il pet­te­go­lez­zo e l’isteria»[3].

Una pic­co­la pla­tea all’ascolto di posi­zio­ni estre­mi­ste – quan­do c’è poca dispo­si­zio­ne alla lot­ta, o l’esperienza dei lavo­ra­to­ri con il capi­ta­li­smo è insuf­fi­cien­te – ingi­gan­ti­sce le debo­lez­ze del­le pic­co­le orga­niz­za­zio­ni e inco­rag­gia peri­co­lo­se dege­ne­ra­zio­ni: un’eccessiva con­cen­tra­zio­ne di pote­re in pochi, o anche in un uni­co lea­der, che ha biso­gno di smi­nui­re, umi­lia­re o distrug­ge­re poli­ti­ca­men­te gli altri come riva­li; la demo­niz­za­zio­ne del­la pole­mi­ca intor­no alle opi­nio­ni ren­de dif­fi­ci­le con­vi­ve­re con le dif­fe­ren­ze e raf­for­za un’omogeneità arti­fi­cia­le, che ces­sa di esse­re costrui­ta intor­no alle idee e ini­zia ad esse­re cele­bra­ta intor­no ai diri­gen­ti.
Le orga­niz­za­zio­ni che non tro­va­no il modo di costruir­si nel­la clas­se ope­ra­ia pos­so­no defor­mar­si come set­te, sot­to la dop­pia pres­sio­ne del­le avver­si­tà e del buro­cra­ti­smo d’apparato, con un lea­der al coman­do che si cre­de “infal­li­bi­le come il Papa”. Spes­so si sono rifu­gia­te in uno ste­ri­le pro­pa­gan­di­smo e si sono dimo­stra­te indi­fe­se rispet­to alle pres­sio­ni “lum­pen” dei set­to­ri sot­to­pro­le­ta­ri.

Pur essen­do fra­gi­li, non sono sta­te, tut­ta­via, inno­cue.


Note

[1] Di que­sta dispu­ta teo­ri­ca, che pre­se il nome di Bern­stein­de­bat­te, abbia­mo par­la­to in quest’articolo (Ndt).
[2] V.I. Lenin, “L’«estremismo», malat­tia infan­ti­le del comu­ni­smo”, in Ope­re, vol. 31, Edi­zio­ni Lot­ta comu­ni­sta, 2002, pp. 25‑26.
[3] L. Tro­tsky, “Sec­ta­ri­sme, cen­tri­sme et IVe Inter­na­tio­na­le», in Œuvres, vol 7, Insti­tut Léon Tro­tsky, 1980, p. 37.


[a] «La paro­la d’ordine del boi­cot­tag­gio sareb­be ora la for­mu­la di un iso­la­men­to per par­ti­to pre­so. Biso­gna par­te­ci­pa­re alle ele­zio­ni il più atti­va­men­te pos­si­bi­le».


[*] Valé­rio Arca­ry è docen­te pres­so l’Instituto Fede­ral de São Pau­lo (Ifsp). Mili­tan­te mar­xi­sta, è auto­re di nume­ro­si libri, tra cui O mar­te­lo da Histó­riaUm refor­mi­smo qua­se sem refor­masO encon­tro da revo­lução com a Histó­ria As esqui­nas peri­go­sas da Histó­ria.
La tra­du­zio­ne del­l’ar­ti­co­lo che pre­sen­tia­mo qui è di Andrea Di Bene­det­to.