Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica internazionale - Nord Africa e Medio Oriente

Lezioni della rivoluzione siriana

Esquer­da Onli­ne ha ini­zia­to la pub­bli­ca­zio­ne di vari testi del­la sini­stra siria­na per aiu­ta­re a com­pren­de­re il com­ples­so pro­ces­so svi­lup­pa­to­si nel Pae­se a par­ti­re dal­la sol­le­va­zio­ne del 2011. In que­sta recen­te e lun­ga inter­vi­sta, appe­na pub­bli­ca­ta dal­la rivi­sta bri­tan­ni­ca Inter­na­tio­nal Socia­li­sm, il socia­li­sta rivo­lu­zio­na­rio Gha­yath Nais­se, diri­gen­te del­la Cor­ren­te Rivo­lu­zio­na­ria di Sini­stra (RLC), ha par­la­to con Simon Assaf[1] sul­la bru­ta­le situa­zio­ne in Siria, sugli obiet­ti­vi di quel­li che vi stan­no inter­ve­nen­do e sul­le pro­spet­ti­ve per i socia­li­sti nel­la regio­ne.
Il Blog mar­xi­sta rivo­lu­zio­na­rio Assal­to al Cie­lo ha ripre­so con favo­re que­sto arti­co­lo, poi­ché lo ritie­ne uti­le alla com­pren­sio­ne del­le dina­mi­che che si stan­no svi­lup­pan­do in Siria dal 2011 ad oggi, tra rivo­lu­zio­ne, con­tro­ri­vo­lu­zio­ne e inter­ven­to del­le poten­ze impe­ria­li­ste e regio­na­li.

Lezioni della rivoluzione siriana

Inter­vi­sta con Gha­yath Nais­se, del­la Cor­ren­te Rivo­lu­zio­na­ria di Sini­stra

 

Simon Assaf: Comin­cia­mo dall’imperialismo. Cosa si aspet­ta­no di otte­ne­re colo­ro che stan­no inter­ve­nen­do in Siria, cioè Rus­sia, i sau­di­ti, Sta­ti Uni­ti e Tur­chia?
Gha­yath Nais­se: La Siria rap­pre­sen­ta un caso di scuo­la mol­to par­ti­co­la­re, dal momen­to che tut­te le poten­ze impe­ria­li­ste e regio­na­li sono in azio­ne nel mede­si­mo ter­ri­to­rio.
Par­tia­mo dall’intervento del­la Rus­sia e dei suoi allea­ti. L’imperialismo rus­so[2] ha un impor­tan­te inte­res­se geo­stra­te­gi­co nel­la regio­ne. Dopo la Libia, è ora la Siria l’ulti bastio­ne in cui la Rus­sia ha man­te­nu­to una pre­sen­za mili­ta­re per decen­ni. Ha la base nava­le a Tar­tus, che è cre­sciu­ta negli ulti­mi anni, e la base aerea a Hmei­mim, nei pres­si di Lata­kia. Sic­ché, se doves­se per­de­re la Siria, a livel­lo geo­stra­te­gi­co la Rus­sia non sareb­be pre­sen­te in nes­sun cana­le per l’influenza diplo­ma­ti­ca nel baci­no del Medi­ter­ra­neo.
Que­sto par­ti­co­la­re inte­res­se si com­bi­na con un altro più gene­ra­le. Dall’ascesa di Vla­di­mir Putin, la Rus­sia ha cer­ca­to di recu­pe­ra­re – anche con la for­za, se neces­sa­rio – il suo posto tra le gran­di poten­ze impe­ria­li­ste, facen­do sì che que­ste ne rico­no­sces­se­ro il ruo­lo. Quest’obiettivo ha model­la­to le sue azio­ni in Ucrai­na, così come sta ora acca­den­do in Siria.
Per com­pren­de­re l’altro “cam­po” impe­ria­li­sta, gli Usa e i suoi allea­ti, dob­bia­mo ini­zia­re a dire che l’invasione anglo‑americana dell’Iraq nel 2003 si è risol­ta in un fal­li­men­to e una scon­fit­ta. L’uscita del­le trup­pe sta­tu­ni­ten­si nel 2011 è sta­ta un’impressionante dimo­stra­zio­ne di insuc­ces­so per l’imperialismo nor­da­me­ri­ca­no in tut­ta la regio­ne, e in Iraq in par­ti­co­la­re. Ciò che sta acca­den­do ora con lo Sta­to isla­mi­co (IS) ha per­mes­so agli Usa di rien­tra­re nel­la regio­ne, non solo in Iraq, ma anche in Siria, per lo meno nei limi­ti di un inter­ven­to “a bas­so costo”. Il che signi­fi­ca che essi non han­no biso­gno di dislo­ca­re trup­pe sul ter­ri­to­rio, ma che han­no una gran­de pre­sen­za aerea.
Dun­que, con la scu­sa di affron­ta­re l’IS, c’è sta­to un ritor­no degli Usa nell’Iraq. E in Siria, dove pri­ma essi ave­va­no una pre­sen­za mini­ma, per lo più diplo­ma­ti­ca, ora inter­ven­go­no diret­ta­men­te. Pos­sie­do­no for­ze spe­cia­li lun­go la fron­tie­ra e nel nord, e un’incontestabile supre­ma­zia aerea. Ciò che è in gio­co per gli Sta­ti Uni­ti è il loro inte­res­se a rien­tra­re in una regio­ne dal­la qua­le era­no sta­ti obbli­ga­ti ad usci­re. Si trat­ta di una regio­ne impor­tan­te per gli Usa, i cui allea­ti, come Israe­le e gli Sta­ti del Gol­fo, sono sta­ti minac­cia­ti dall’insurrezione e dai pro­ces­si rivo­lu­zio­na­ri che han­no attra­ver­sa­to la regio­ne.

SA: Par­te del­la sini­stra radi­ca­le cri­ti­ca la poli­ti­ca degli Usa nel­la regio­ne per “non aver fat­to nul­la”. Ma que­sto non è vero. Gli Usa sono inter­ve­nu­ti, han­no agi­to, han­no fat­to qual­che cosa. La loro poli­ti­ca per la Siria era, da un lato, di per­met­te­re che i diver­si grup­pi si eli­mi­nas­se­ro a vicen­da. Ma il loro obiet­ti­vo era anche distrug­ge­re le capa­ci­tà eco­no­mi­che e mili­ta­ri del­la Siria, fino al pun­to che il regi­me – o qual­sia­si altro regi­me futu­ro dopo quel­lo di Assad – non potes­se mai rap­pre­sen­ta­re una minac­cia a Israe­le.
GN: Vale la pena di nota­re che gli Usa non han­no assun­to ini­zial­men­te una posi­zio­ne fer­ma sul­la rivo­lu­zio­ne siria­na. Barak Oba­ma ha det­to a Ben Alí di abban­do­na­re il pote­re dopo due set­ti­ma­ne dal­la rivo­lu­zio­ne tuni­si­na, e a Hosni Muba­rak di lascia­re la pre­si­den­za solo dopo una set­ti­ma­na dal­la rivo­lu­zio­ne egi­zia­na. Ma la sua pri­ma dichia­ra­zio­ne su Bashar al‑Assad risa­le all’agosto del 2011, a cin­que mesi dall’inizio del­la rivo­lu­zio­ne.
Per pri­ma cosa, tra le poten­ze regio­na­li ci sono gli Sta­ti del Gol­fo, con a capo l’Arabia Sau­di­ta. Nel pri­mo mese del­la rivo­lu­zio­ne siria­na l’Arabia Sau­di­ta ha finan­zia­to il regi­me di Assad con tre miliar­di di dol­la­ri di aiu­ti, per­ché ha com­pre­so l’ampiezza e la radi­ca­li­tà del­la sol­le­va­zio­ne popo­la­re, la cui dina­mi­ca costi­tui­va un peri­co­lo per tut­ti i regi­mi rea­zio­na­ri e dit­ta­to­ria­li del­la regio­ne. Quan­do gli Sta­ti del Gol­fo sono inter­ve­nu­ti, è sta­to con­tro il regi­me, ma anche a soste­gno del­le fazio­ni isla­mi­che radi­ca­li, diret­ta­men­te appog­gia­te dall’Arabia Sau­di­ta o da una miria­de di altre orga­niz­za­zio­ni da que­sta con­trol­la­te. E c’è sta­to un flus­so di mez­zi finan­zia­ri e uomi­ni per le fazio­ni estre­mi­ste come Jab­hat al-Nusra e Ahrar al-Sham[3]. Poco a poco, con l’Esercito Libe­ro del­la Siria che lot­ta­va per pro­cu­rar­si equi­pag­gia­men­ti, que­sti grup­pi sono sali­ti al pro­sce­nio mili­ta­re in Siria.
La secon­da que­stio­ne che riguar­da l’Arabia Sau­di­ta con­cer­ne la sua riva­li­tà con l’Iran. L’Arabia ha visto l’Iran gua­da­gna­re influen­za in Iraq – gra­zie, peral­tro, all’intervento degli Usa – e gli allea­ti dell’Iran, la Rus­sia e Hez­bol­lah, stan­no aiu­tan­do il regi­me siria­no[4]. Sic­ché, una vit­to­ria del regi­me e di Hez­bol­lah sul­la rivo­lu­zio­ne siria­na rap­pre­sen­te­reb­be una minac­cia per l’Arabia Sau­di­ta che ne ridur­reb­be l’influenza nel­la regio­ne. Per l’Iran il regi­me siria­no è sta­to un allea­to dal­la pri­ma guer­ra del Gol­fo – il san­gui­no­so con­flit­to tra il regi­me ira­nia­no e Sad­dam Hus­sein in Iraq[5]. Que­sta guer­ra ebbe un bilan­cio di milio­ni tra mor­ti e feri­ti e arre­cò gran­di distru­zio­ni a entram­bi i Pae­si, con l’aiuto del­le poten­ze impe­ria­li­ste. Anche l’Iran ha inte­res­se a pre­ser­va­re una zona d’influenza che si esten­de dall’Iraq attra­ver­so la Siria fino al Liba­no. Per­ciò, l’Iran è sta­to mili­tar­men­te a fian­co del regi­me sin dall’inizio, segui­to – timi­da­men­te dal prin­ci­pio – da Hez­bol­lah a par­ti­re dal 2012. Nel 2013, il lea­der di Hez­bol­lah, Hasran Nasral­lah, dis­se che sta­va inter­ve­nen­do in Siria per pro­teg­ge­re i luo­ghi sacri dell’Islam scii­ta con­tro i Tak­fi­ri[6]. Così, l’asse ira­nia­no è sta­to par­te del con­flit­to siria­no dall’inizio.
Que­sta riva­li­tà ha infiam­ma­to l’aspetto set­ta­rio del con­flit­to. Da un lato, l’Arabia Sau­di­ta ha aiu­ta­to estre­mi­sti isla­mi­ci e, dall’altro, l’Iran è inter­ve­nu­to con i suoi slo­gan reli­gio­si. Que­ste par­ti han­no pro­vo­ca­to un con­flit­to reli­gio­so che non era pre­sen­te nel­la rivo­lu­zio­ne siria­na.
Per la Tur­chia la posta in palio è leg­ger­men­te dif­fe­ren­te. La que­stio­ne cur­da rap­pre­sen­ta l’incubo del­lo Sta­to tur­co sin dal­la sua fon­da­zio­ne. La mag­gior popo­la­zio­ne cur­da del mon­do è quel­la che è inse­dia­ta all’interno del­le fron­tie­re del­la Tur­chia. La rivo­lu­zio­ne siria­na ha per­mes­so la libe­ra­zio­ne del popo­lo cur­do in Siria e ha sol­le­va­to la que­stio­ne del­la libe­ra­zio­ne nazio­na­le cur­da.
La rivo­lu­zio­ne siria­na e l’aspetto mili­ta­re del con­flit­to han­no fat­to sì che il PYD cur­do (Par­ti­to dell’Unione demo­cra­ti­ca) con­trol­las­se una vasta area del ter­ri­to­rio det­to Rojava‑Kurdistan siria­no, che com­pren­de il trian­go­lo Jazi­ra, Koba­ne e Afrin[7]. Man­ca­va qual­che ter­ri­to­rio tra Koba­ne e Afrin. E però, la capa­ci­tà del­le for­ze cur­de e dei loro allea­ti ara­bi di con­net­te­re i due ango­li ha crea­to nel nord del­la Siria un ter­ri­to­rio di fat­to sen­za solu­zio­ne di con­ti­nui­tà e effet­ti­va­men­te auto­no­mo. Sic­ché, la Tur­chia è inter­ve­nu­ta per impe­di­re qual­sia­si con­ti­nui­tà tra Jazi­ra e Koba­ne a est e Afrin a ove­st, e lo ha fat­to per lo meno con due obiet­ti­vi: schiac­cia­re l’aspirazione all’autonomia cur­da in Siria, che avreb­be con­se­guen­ze in Tur­chia, e garan­ti­re che il futu­ro del­la Siria non sarà deci­so sen­za la par­te­ci­pa­zio­ne del­la Tur­chia.
Infi­ne, non biso­gna dimen­ti­ca­re Israe­le. Sin dall’inizio, nel 2011, Ehud Barak ha fat­to una dichia­ra­zio­ne rive­la­tri­ce[8], soste­nen­do che la Siria non deve segui­re la stes­sa sor­te dell’Iraq. Il regi­me deve esse­re miglio­ra­to, ma l’esercito e il par­ti­to Baath devo­no resta­re intat­ti[9]. Israe­le vuo­le un inde­bo­li­men­to eco­no­mi­co e mili­ta­re del­la Siria, ma sen­za la cadu­ta del regi­me, che, se si veri­fi­cas­se, sca­te­ne­reb­be una guer­ra civi­le tale da minac­cia­re Israe­le stes­so e tut­ta la sta­bi­li­tà dell’ordine impe­ria­li­sta nel­la regio­ne.

 SA: Qual è la natu­ra del regi­me di Assad?
GN: Sto­ri­ca­men­te, è sta­to l’esercito ad assu­me­re il pote­re in Siria, col par­ti­to Baath e quel­la che potrem­mo chia­ma­re pic­co­la bor­ghe­sia o clas­se media. Tony Cliff spie­gò come, in una situa­zio­ne in cui sia la bor­ghe­sia che il pro­le­ta­ria­to sono debo­li, la clas­se media può svol­ge­re un ruo­lo chia­ve, in una spe­cie di rivo­lu­zio­ne a rove­scio[10].
Quan­do l’esercito e il par­ti­to Baath pre­se­ro il pote­re rap­pre­sen­ta­ro­no la clas­se media di fron­te a una bor­ghe­sia inde­bo­li­ta, soprat­tut­to a cau­sa del­le nazio­na­liz­za­zio­ni e del­la rifor­ma agra­ria del regi­me di Nas­ser nel perio­do dell’unione tra Egit­to e Siria nel 1958‑1961[11]. Negli anni 50 ci fu uno svi­lup­po dei comu­ni­sti in Siria. La sini­stra era for­te e le sfi­de del­le clas­si popo­la­ri diven­ta­va­no peri­co­lo­se sia per la bor­ghe­sia che per il regi­me, e la bor­ghe­sia scel­se l’unione con l’Egitto per ten­ta­re di por­re fine a quel­la rivol­ta radi­ca­le. Fu un lun­go perio­do di insta­bi­li­tà poli­ti­ca in Siria, con uno o due col­pi di sta­to qua­si tut­ti gli anni a par­ti­re dal 1949.
Il regi­me Baath mise in atto una serie di rifor­me – par­ti­co­lar­men­te sot­to l’influsso dell’ala radi­ca­le del par­ti­to, al pote­re dal 1966 al 1970 – che furo­no rela­ti­va­men­te posi­ti­ve e le più radi­ca­li nel­la regio­ne. Ciò inde­bo­lì anco­ra di più la bor­ghe­sia siria­na, por­tan­do­la al col­las­so.
Hafez al-Assad pre­se il pote­re con un gol­pe nel 1970 e gover­nò per trent’anni, ini­zial­men­te svol­gen­do un ruo­lo rela­ti­va­men­te bona­par­ti­sta[12]. Men­tre le vec­chie for­ma­zio­ni socia­li ven­ne­ro distrut­te, lo Sta­to con­tri­buì a crear­ne di nuo­ve. Come mar­xi­sti rico­no­scia­mo che lo Sta­to può influen­za­re lo svi­lup­po del­le clas­si socia­li. Il regi­me siria­no aiu­tò a for­gia­re una “nuo­va e vec­chia” bor­ghe­sia siria­na che era inti­ma­men­te lega­ta allo Sta­to: buro­cra­ti di alto livel­lo uni­ti per il tra­mi­te di lega­mi matri­mo­nia­li o impren­di­to­ria­li con la vec­chia bor­ghe­sia tra­di­zio­na­le. E, gra­zie alla cor­ru­zio­ne, que­sti buro­cra­ti diven­ta­ro­no mol­to ric­chi e cer­ca­ro­no di inve­sti­re la loro nuo­va ric­chez­za nell’economia. Così, poco a poco, il regi­me ini­ziò a spez­za­re il mono­po­lo eco­no­mi­co del­lo Sta­to, in par­ti­co­la­re col decre­to n. 10 del 1991, che aprì l’economia al capi­ta­le pri­va­to. Gli stes­si buro­cra­ti cor­rot­ti furo­no tra­sfor­ma­ti dai loro lega­mi con la vec­chia bor­ghe­sia, che non ave­va la stes­sa capa­ci­tà di inve­sti­re. Iniet­ta­ro­no le loro ric­chez­ze soprat­tut­to nell’economia ter­zia­ria – edi­li­zia, mani­fat­tu­ra, turi­smo – e, a par­ti­re dagli anni 90, diven­ne­ro una nuo­va bor­ghe­sia orga­ni­ca­men­te lega­ta al regi­me di Assad.
Al con­tem­po, Hafez al-Assad con­trol­la­va una sud­di­vi­sio­ne non dichia­ra­ta, ma rigi­da, del­le posi­zio­ni d’apparato nel­lo Sta­to attra­ver­so cri­te­ri di set­ta reli­gio­sa o ter­ri­to­ria­le. Ad esem­pio, cia­scu­no dei suoi gover­ni dove­va com­pren­de­re due Dru­si, un pri­mo mini­stro sun­ni­ta e a vol­te un mini­stro del­la Dife­sa anch’egli sun­ni­ta, ecc.[13] Egli era pure capa­ce di inte­gra­re tut­te le gerar­chie reli­gio­se nel­lo Sta­to. Ben­ché fos­se ateo, si assi­cu­rò di esse­re visto men­tre pre­ga­va in moschee alla manie­ra sun­ni­ta, o men­tre par­te­ci­pa­va a feste reli­gio­se cri­stia­ne e per­si­no ebrai­che. Come pro­dot­to di que­sta poli­ti­ca sta­ta­le, è acca­du­to che duran­te l’attuale rivo­lu­zio­ne siria­na, le gerar­chie di ogni reli­gio­ne si sono allea­te col regi­me.
La repres­sio­ne ha impe­di­to lo svi­lup­po di atti­vi­tà poli­ti­che, sin­da­ca­li o di Ong indi­pen­den­ti dal regi­me. E il regi­me ha tenu­to in car­ce­re deci­ne di miglia­ia di oppo­si­to­ri poli­ti­ci e sin­da­ca­li­sti per mol­to tem­po. Uno dei miei cugi­ni è sta­to dete­nu­to per 25 anni: è entra­to in car­ce­re all’età di 33 anni e ne è usci­to quan­do ne ave­va 58. Mol­ti sono impu­tri­di­ti nel­le pri­gio­ni per lun­ghis­si­mi perio­di di tem­po. Il regi­me ha avu­to un rigi­do con­trol­lo sul­la socie­tà e que­sta è sta­ta una gene­ra­zio­ne mol­to corag­gio­sa per sfi­dar­lo.
Quan­do Bashar al-Assad ha ere­di­ta­to il pote­re da suo padre nel 2000, cir­ca l’11% del­la popo­la­zio­ne si tro­va­va sot­to la linea di pover­tà. Dopo die­ci anni, que­sto dato è arri­va­to al 33%. Ciò signi­fi­ca che Bashar al-Assad ha appli­ca­to in Siria le poli­ti­che neo­li­be­ra­li più seve­re, più radi­ca­li e mostruo­se del­la regio­ne, peg­gio­ri di quel­le adot­ta­te in Maroc­co, Egit­to e Gior­da­nia. Egli pen­sa­va che non ci sareb­be sta­ta oppo­si­zio­ne, nes­su­na resi­sten­za. Per­ciò si è per­mes­so di appli­ca­re poli­ti­che socia­li che in die­ci anni han­no fat­to sì che la pro­por­zio­ne di popo­la­zio­ne che vive­va con cir­ca due dol­la­ri (e anche meno) al gior­no cre­sces­se fino al 50%.

SA: Come la rivo­lu­zio­ne ha cam­bia­to la natu­ra del regi­me?
GN: La guer­ra, gli inter­ven­ti mili­ta­ri, la rivo­lu­zio­ne, il cam­bia­men­to demo­gra­fi­co han­no muta­to la natu­ra del regi­me. Ora la mili­zia di una fami­glia e i suoi allea­ti – una fazio­ne che costi­tui­sce il nucleo duro del­la bor­ghe­sia siria­na – non è nient’altro che la mili­zia di un clan in guer­ra col suo popo­lo.

SA: È giu­sto dire, come alcu­ni sosten­go­no, che la rivo­lu­zio­ne è sta­ta sop­pian­ta­ta da un con­flit­to reli­gio­so?
GN: È vero solo in par­te. Sì, da un lato ci sono grup­pi isla­mi­ci che sono set­ta­ri rea­zio­na­ri. Dall’altro, lo stes­so regi­me uti­liz­za mili­zie set­ta­rie scii­te come Hez­bol­lah o le mili­zie afgha­ne e ira­nia­ne. È una real­tà. Ma si trat­ta for­se di 100.000 o 200.000 per­so­ne. Per il popo­lo siria­no nel suo insie­me è diver­so. Lascia­mi rac­con­ta­re innan­zi­tut­to le mie espe­rien­ze.
Sono sta­to in Siria diver­se vol­te in que­sti anni. Non sono qua­si mai sta­to ogget­to di osti­li­tà set­ta­ria o reli­gio­sa. Inol­tre, abbia­mo un grup­po di com­pa­gni che sono usci­ti dal­la Siria negli ulti­mi mesi. Per far­lo, han­no attra­ver­sa­to zone con­trol­la­te da isla­mi­ci, e alcu­ni di loro appar­ten­go­no a mino­ran­ze reli­gio­se avver­sa­te dagli isla­mi­ci sun­ni­ti. Ma non sono sta­ti bloc­ca­ti, né deca­pi­ta­ti. La popo­la­zio­ne di quel­le zone ha det­to loro: «Voi sie­te nostri fra­tel­li». Uno di que­sti com­pa­gni ha tra­scor­so due mesi in que­sta regio­ne pri­ma di poter arri­va­re in Tur­chia.
La veri­tà è che se que­sto fos­se sta­to un con­flit­to reli­gio­so, avrem­mo assi­sti­to a mas­sa­cri set­ta­ri sen­za fine. Ci son sta­ti alcu­ni mas­sa­cri per moti­vi reli­gio­si, com­mes­si innan­zi­tut­to dal regi­me e poi da alcu­ni grup­pi isla­mi­ci. Ma spo­ra­di­ci e su sca­la limi­ta­ta. Fino­ra, nel con­flit­to siria­no ci sono sta­ti 600.000 mor­ti, men­tre il nume­ro di mor­ti in con­flit­ti reli­gio­si è for­se di 1.100. Non abbia­mo visto nes­su­no ucci­de­re un vil­lag­gio inte­ro di alaui­ti, taglia­re miglia­ia di gole, non abbia­mo visto sgor­ga­re tan­to san­gue come sareb­be sta­to se il con­flit­to fos­se sta­to reli­gio­so[14]. Abbia­mo assi­sti­to a inci­den­ti. Ma in gene­ra­le non acca­de e le per­so­ne non sono spon­ta­nea­men­te set­ta­rie. Nel­la regio­ne con­trol­la­ta dal regi­me ci sono per­so­ne lì dislo­ca­te da tut­ta la Siria. Solo a Lata­kia sono un milio­ne e mez­zo – sun­ni­ti e non sun­ni­ti – che vivo­no tra gli alaui­ti in un momen­to in cui sol­da­ti alaui­ti stan­no moren­do a deci­ne. Ma hai sen­ti­to par­la­re del mas­sa­cro di que­sti sun­ni­ti? No, per­ché ciò non è acca­du­to. La popo­la­zio­ne comu­ne non si è anco­ra tra­sfor­ma­ta in un mostro set­ta­rio.
Dire che il con­flit­to è diven­ta­to reli­gio­so e che non pos­sia­mo far­ci nul­la è una scu­sa faci­le per abdi­ca­re a ogni respon­sa­bi­li­tà per la soli­da­rie­tà con la lot­ta del popo­lo siria­no. No. C’è un aspet­to set­ta­rio, come ci sono altri aspet­ti, in ciò che sta acca­den­do, ma la ten­den­za fon­da­men­ta­le, la base di tut­to que­sto, è una rivo­lu­zio­ne popo­la­re, che ha visto alti e bas­si, pun­ti di svol­ta, inter­ven­to impe­ria­li­sta e una guer­ra ter­re­stre sca­te­na­ta dal regi­me, che ha visto un riflus­so per il movi­men­to popo­la­re, ma non al pun­to che pos­sia­mo dire che è tut­to fini­to.

SA: Cosa sta acca­den­do attual­men­te con le for­ze rivo­lu­zio­na­rie e i dif­fe­ren­ti grup­pi arma­ti?
GN: Per pri­ma cosa, esa­mi­nia­mo l’Esercito Libe­ro del­la Siria, su cui abbia­mo ascol­ta­to tan­te cose. Mol­ti osser­va­to­ri com­met­to­no un erro­re quan­do par­la­no dell’Esercito Libe­ro del­la Siria come se fos­se un’armata orga­niz­za­ta e con una strut­tu­ra di coman­do. È dav­ve­ro un’etichetta gene­ri­ca che abbrac­cia diver­si feno­me­ni. Per com­pren­de­re di che si trat­ta pos­sia­mo guar­da­re indie­tro e vede­re com’è ini­zia­to. Con la mili­ta­riz­za­zio­ne del­la sol­le­va­zio­ne, a par­ti­re dal secon­do seme­stre del 2011, comin­cia­mo ad osser­va­re il veri­fi­car­si di due feno­me­ni.
Da un lato, alcu­ne del­le per­so­ne che sta­va­no pro­te­stan­do e sul­le qua­li pio­ve­va­no le pal­lot­to­le dei sol­da­ti del regi­me, deci­se­ro di pren­de­re le armi e pro­teg­ger­si. Si trat­ta­va di per­so­ne che por­ta­va­no armi con sé per pro­teg­ge­re le mani­fe­sta­zio­ni. Al tem­po stes­so, ci fu un cre­scen­te nume­ro di diser­zio­ni dall’esercito. Alla fine del 2011, e soprat­tut­to nel 2012, 20.000‑30.000 sol­da­ti diser­ta­ro­no con le loro armi. Da que­sti feno­me­ni nac­que l’Esercito Libe­ro del­la Siria.
Asso­mi­glia­va mol­to a ciò che chia­mia­mo coor­di­na­men­to. In ogni quar­tie­re, in ogni vil­lag­gio, le per­so­ne si orga­niz­za­va­no crean­do coor­di­na­men­ti che con­vo­ca­va­no mani­fe­sta­zio­ni, ne deci­de­va­no il per­cor­so, scan­di­va­no gli slo­gan, pia­ni­fi­ca­va­no le vie di fuga per l’eventualità di scon­tri con le for­ze del regi­me e orga­niz­za­va­no le cure e l’evacuazione dei feri­ti. Si trat­ta­va di un feno­me­no loca­le, e in ciò sta­va­no sia la sua debo­lez­za – per­ché man­ca­va una rete di coor­di­na­men­to a livel­lo nazio­na­le – che la sua for­za – per­ché era dif­fi­ci­le per il regi­me schiac­cia­re qual­co­sa di così dif­fu­so sul ter­ri­to­rio e sen­za un cen­tro, e que­sto ha allun­ga­to la soprav­vi­ven­za di que­ste aggre­ga­zio­ni.
L’Esercito Libe­ro del­la Siria, allo stes­so modo, era dav­ve­ro una com­bi­na­zio­ne di diser­to­ri e per­so­ne comu­ni che pren­de­va­no le armi nel­le loro aree loca­li. C’era poco coor­di­na­men­to tra loro. Anche i pote­ri regio­na­li han­no con­tri­bui­to a crea­re qual­co­sa, ma si trat­ta­va di un feno­me­no real­men­te popo­la­re. Anco­ra oggi, in Siria esi­sto­no 3.000 “grup­pi arma­ti”, al di là del­le gran­di orga­niz­za­zio­ni isla­mi­che che sono quel­le che sono le meglio orga­niz­za­te, ma il feno­me­no al suo api­ce è sta­to mol­to più ampio.

SA: Chi sono sta­ti quel­li eva­cua­ti ad Al-Zaba­da­ni[15]? Ci sai dire qual­co­sa?
GN: Era gen­te comu­ne del­la zona rura­le intor­no a Dama­sco. Era l’Esercito Libe­ro del­la Siria. Era­no pic­co­li grup­pi loca­li spar­si che si difen­de­va­no quan­do sono sta­ti get­ta­ti nel­le mani di Jab­hat al-Nusra. Il regi­me ha mes­so in atto un’abile mano­vra get­tan­do­li nel­le mani di Al Qae­da, per­ché gli ha per­mes­so di dire che solo Al Qae­da e lo Sta­to Isla­mi­co lot­ta­va­no con­tro di esso e che Al Qae­da dove­va esse­re distrut­ta.
Il feno­me­no del­la resi­sten­za popo­la­re, in real­tà, non ha rice­vu­to nes­su­na soli­da­rie­tà dal­le poten­ze regio­na­li per­ché il popo­lo in armi è una cosa peri­co­lo­sa per loro. Solo alcu­ni grup­pi, atten­ta­men­te iden­ti­fi­ca­ti e che sono sui loro libri paga, sono sta­ti aiu­ta­ti.
Inol­tre, abbia­mo le for­ze cur­de – il PYD e le sue Uni­tà di Pro­te­zio­ne popo­la­re – che han­no accu­mu­la­to decen­ni di espe­rien­za nel­la guer­ri­glia in Tur­chia e sul­le mon­ta­gne. Era l’unico par­ti­to cur­do con il suo pro­prio pote­re mili­ta­re. Con la riti­ra­ta del regi­me da alcu­ne aree del nord del­la Siria nel 2012, que­ste for­ze – lega­te al PKK – si sono imme­dia­ta­men­te inse­dia­te con­so­li­dan­do la loro pre­sen­za mili­ta­re. Ciò si è veri­fi­ca­to a par­ti­re dal luglio 2012, con una dina­mi­ca di autoam­mi­ni­stra­zio­ne e crea­zio­ne e svi­lup­po del­le Uni­tà di Pro­te­zio­ne del­le Don­ne. L’anno scor­so si sono allea­te con alcu­ni bat­ta­glio­ni dell’Esercito libe­ro del­la Siria per for­ma­re la For­za Demo­cra­ti­ca del­la Siria, uno for­za curdo‑araba o arabo‑curda nel nord del­la Siria. Sia­mo in stret­to e fra­ter­no dia­lo­go in par­ti­co­la­re con una par­te di que­sto rag­grup­pa­men­to, un’alleanza nazio­na­li­sta demo­cra­ti­ca che com­pren­de assi­ri, tur­co­man­ni e ara­bi, con una pre­sen­za a nord e ad ove­st di Alep­po[16].
Anco­ra, ci sono i grup­pi isla­mi­ci più poten­ti. Se tra­la­scia­mo l’IS – per­ché secon­do me si trat­ta di un feno­me­no sepa­ra­to – esi­sto­no due pote­ri prin­ci­pa­li. Uno di essi è Ahrar al-Sham, una mili­zia isla­mi­ca che vuo­le un regi­me sala­fi­ta, jiha­di­sta, ma con una dif­fe­ren­za: non voglio­no impor­re lo Sta­to isla­mi­co subi­to, ma gua­da­gna­re tem­po per il futu­ro e, frat­tan­to, attrar­re per­so­ne ver­so la reli­gio­ne. E c’è Jab­hat Fateh al-Sham, in ori­gi­ne al-Nusra. È il pote­re più gran­de e ha una for­za mili­ta­re impor­tan­te a nord di Alep­po, ad Alep­po e nei din­tor­ni di Idlib. A Dama­sco e din­tor­ni c’è anche Jaysh al-Islam, una mili­zia che è una spe­cie di feu­do del­la fami­glia di Zah­ran Alloush, assas­si­na­to dai rus­si nel 2015.

SA: Cosa sta acca­den­do a sud, intor­no a Daraa?
GN: La regio­ne di Daraa ha que­sta spe­ci­fi­ci­tà: la sua geo­gra­fia è una trap­po­la per topi. Per i grup­pi che vi sono inse­dia­ti, pos­so­no esser­ci due dina­mi­che. Se il regi­me gior­da­no apre le fron­tie­re, essi pos­so­no respi­ra­re. In caso con­tra­rio, saran­no sof­fo­ca­ti tra il regi­me siria­no e la Gior­da­nia. Que­sta geo­gra­fia li ren­de mol­to sen­si­bi­li alle poli­ti­che di fron­tie­ra del regi­me gior­da­no.
Mol­ti bat­ta­glio­ni dell’Esercito Libe­ro del­la Siria si sono visti obbli­ga­ti, doven­do cer­ca­re soli­da­rie­tà, armi, muni­zio­ni e cure medi­che per i feri­ti, a diven­ta­re mol­to dipen­den­ti dal­la Gior­da­nia. Anche ades­so, la Gior­da­nia non vuo­le una guer­ra e sta chiu­den­do que­sto rubi­net­to. Per­ciò, que­ste per­so­ne non pos­so­no fare mol­to di più o saran­no schiac­cia­te.

SA: Esi­sto­no anco­ra i comi­ta­ti popo­la­ri for­ma­ti­si duran­te la rivo­lu­zio­ne? Cosa stan­no facen­do?
GN: Una cosa impor­tan­te che ha carat­te­riz­za­to la rivo­lu­zio­ne siria­na sta nel fat­to che essa è sta­ta capa­ce di crea­re – o le mas­se popo­la­ri sono sta­te capa­ci di crea­re – orga­ni­smi di autor­ga­niz­za­zio­ne. Si trat­ta dei coor­di­na­men­ti loca­li di cui abbia­mo par­la­to e, a par­ti­re dal 2012, i cosid­det­ti con­si­gli civi­ci, o con­si­gli loca­li, gli orga­ni­smi di autoam­mi­ni­stra­zio­ne per la gestio­ne del­la vita quo­ti­dia­na. Nel 2011, 2012 e finan­che nel 2013, que­sto è sta­to un feno­me­no enor­me. Dovun­que il regi­me non fos­se pre­sen­te – ma anche lad­do­ve era inse­dia­to – c’erano que­sti due orga­ni di autor­ga­niz­za­zio­ne e autoam­mi­ni­stra­zio­ne.
Tut­ta­via, il 2013 vide, da un lato, lo Sta­to Isla­mi­co e l’avanzamento dei grup­pi isla­mi­ci rea­zio­na­ri e set­ta­ri e, dall’altro, la vio­len­za sen­za pre­ce­den­ti del regi­me. Fu in que­sto momen­to che vera­men­te comin­ciò la sel­vag­gia ese­cu­zio­ne di una guer­ra da ter­ra bru­cia­ta, con la distru­zio­ne di infra­strut­tu­re e edi­fi­ci. Ciò avven­ne quan­do, dal 2013 in poi, le onda­te di rifu­gia­ti siria­ni ini­zia­ro­no a cre­sce­re e in con­co­mi­tan­za con l’indebolimento dei con­si­gli e dei coor­di­na­men­ti, dovu­to alla mor­te, al tra­sfe­ri­men­to o allo sta­to di rifu­gia­ti di colo­ro che li sta­va­no diri­gen­do. È per que­sto che par­lia­mo dell’avanzamento del­la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne a par­ti­re dal 2013, accom­pa­gna­ta dal riflus­so del movi­men­to popo­la­re.
Ma riflus­so non vuol dire scom­par­sa.
Oggi stes­so, appe­na un’ora fa, c’è sta­ta una mani­fe­sta­zio­ne popo­la­re nel­la cit­tà di Zakieh, vici­no a Dama­sco. Ci sono anco­ra alcu­ni coor­di­na­men­ti, ben­ché inde­bo­li­ti. Il movi­men­to popo­la­re non è mor­to. Appe­na le armi tac­cio­no, le mas­se popo­la­ri riap­pa­io­no, rina­sco­no. Lo vedia­mo nono­stan­te la distru­zio­ne, la guer­ra, i mas­sa­cri, nono­stan­te i tra­sfe­ri­men­ti di mas­sa e l’esodo.
È un feno­me­no che esi­ste anco­ra, ma è mol­to debo­le. Par­te­ci­pia­mo ad alcu­ni comi­ta­ti di coor­di­na­men­to in con­di­zio­ni estre­ma­men­te dif­fi­ci­li e ci sono alcu­ni con­si­gli loca­li che sono anco­ra atti­vi. Ben­ché le orga­niz­za­zio­ni del movi­men­to sia­no arre­tra­te e sia­no sta­te seve­ra­men­te inde­bo­li­te, soprav­vi­vo­no.

SA: Que­sta è la gran­de que­stio­ne: che biso­gna fare? Qual è la stra­te­gia del­la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria in Siria?
GN: La pro­spet­ti­va a bre­ve ter­mi­ne del­la nostra orga­niz­za­zio­ne socia­li­sta rivo­lu­zio­na­ria in Siria, la Cor­ren­te Rivo­lu­zio­na­ria di Sini­stra, com­pren­de diver­si com­pi­ti. È chia­ro, dob­bia­mo soprav­vi­ve­re, per con­ser­va­re la for­za che abbia­mo e reclu­ta­re nuo­vi atti­vi­sti. In secon­do luo­go, dob­bia­mo par­te­ci­pa­re a tut­te le lot­te che ci sono, ai coor­di­na­men­ti e ai con­si­gli anco­ra in vita. Dovun­que ci sia una lot­ta, in qual­sia­si con­di­zio­ne essa si svol­ga, dob­bia­mo far­ne par­te. Per quan­to dif­fi­ci­li sia­no le con­di­zio­ni, il nostro com­pi­to è par­te­ci­pa­re alle lot­te men­tre costruia­mo il par­ti­to. Il nostro gior­na­le è pub­bli­ca­to in Siria. Quan­do lo leg­gi, ti accor­gi che ci sono erro­ri di stam­pa, orto­gra­fi­ci e una pes­si­ma gram­ma­ti­ca … e allo­ra? L’importante è che sia­no gli atti­vi­sti sul posto, e non noi dall’esilio, a pub­bli­car­lo e distri­buir­lo. È un’esperienza di appren­di­sta­to, in con­di­zio­ni in cui rara­men­te c’è l’elettricità[17].
Si trat­ta solo del­la metà dei com­pi­ti. L’altra metà è che dob­bia­mo crea­re un fron­te uni­co, riu­nen­do tut­te le for­ze di sini­stra e quel­le demo­cra­ti­che e rivo­lu­zio­na­rie in Siria. Potreb­be esse­re un polo d’attrazione dif­fe­ren­te dall’opposizione bor­ghe­se, dal regi­me e dai sui allea­ti o dagli estre­mi­sti isla­mi­ci. Nono­stan­te le dif­fi­col­tà, abbia­mo fat­to alcu­ni pas­si in que­sta dire­zio­ne. Abbia­mo annun­cia­to un accor­do di coo­pe­ra­zio­ne con l’Alleanza Demo­cra­ti­ca, che com­pren­de vari par­ti­ti, inclu­si i vec­chi comu­ni­sti. C’è neces­si­tà di que­sto fron­te, sia per dare for­ma a quan­to sta acca­den­do oggi, sia a lun­go ter­mi­ne. Per noi è impor­tan­te pre­pa­rar­ci per il perio­do che sta per veni­re. L’attuale sta­to di cose non può dura­re per sem­pre. Giun­ge­rà il momen­to in cui la guer­ra e i bom­bar­da­men­ti ces­se­ran­no, e allo­ra avre­mo biso­gno di esse­re pron­ti. Avre­mo biso­gno di for­za per radi­car­ci fra le mas­se e le clas­si popo­la­ri. Dob­bia­mo sta­re al loro fian­co per garan­ti­re che il desti­no del­la Siria non sia deci­so dal­le poten­ze regio­na­li o impe­ria­li­ste, o dal­la bor­ghe­sia siria­na.
La crea­zio­ne di quest’equilibrio di for­ze ini­zia da oggi. Per­tan­to, que­sto è il pun­to d’appoggio su cui si basa il nostro lavo­ro: sta­re nel­le lot­te di mas­sa, costrui­re il par­ti­to e for­ma­re un fron­te uni­co del­le for­ze demo­cra­ti­che. È chia­ro, comun­que decli­nia­mo le nostre paro­le d’ordine dicen­do: «Né Washing­ton, né Mosca, né Riya­dh, né Anka­ra, né Tehe­ran!». Que­sto ser­ve a edu­ca­re le per­so­ne, per sot­to­li­nea­re che la solu­zio­ne non giun­ge­rà da que­sti pote­ri, ma che è lo stes­so popo­lo siria­no a dover deci­de­re il suo pro­prio desti­no. E ser­ve a far pres­sio­ne sull’opposizione bor­ghe­se che sta nego­zian­do col regi­me, affin­ché rifiu­ti l’ipotesi del­la con­ti­nua­zio­ne del regi­me stes­so con alcu­ni aggiu­sta­men­ti e alcu­ni posti nel gover­no.
Dob­bia­mo appro­fon­di­re le lot­te del­le mas­se siria­ne per otte­ne­re il più pro­fon­do e demo­cra­ti­co cam­bia­men­to socia­le e poli­ti­co. Sarà una bat­ta­glia mol­to lun­ga, sic­ché è neces­sa­rio costrui­re le nostre for­ze per con­ti­nua­re a lot­ta­re per un tem­po mol­to lun­go.

SA: Sei pes­si­mi­sta o otti­mi­sta?
GN: Sono mol­to otti­mi­sta, al con­tra­rio del sen­ti­re gene­ra­le. La bat­ta­glia è dif­fi­ci­le. Ma, guar­da, la nostra rivo­lu­zio­ne dura da sei anni. Che lezio­ni abbia­mo trat­to da que­sti sei anni?
Pri­mo, che pos­sia­mo ribel­lar­ci, che il regi­me non può sem­pli­ce­men­te schiac­cia­re la volon­tà popo­la­re, indi­pen­den­te­men­te dai mez­zi che pos­sa usa­re insie­me agli allea­ti che tro­ve­rà. Qual­co­sa si è rot­to nel regi­me. Qual­co­sa è fini­to. Se gli ame­ri­ca­ni, i rus­si e le altre poten­ze ci impo­nes­se­ro una situa­zio­ne in cui Bashar al-Assad e il suo clan con­ti­nue­ran­no a gover­na­re, non potran­no più far­lo come pri­ma.
Il regi­me soprav­vi­ve con un cosid­det­to ambien­te “lea­li­sta”, com­po­sto da più di die­ci milio­ni di per­so­ne, qua­si la metà del­la popo­la­zio­ne, anco­ra sot­to il suo con­trol­lo. E que­ste per­so­ne nutro­no un odio, un odio rea­le, ver­so que­sto regi­me. La loro vita quo­ti­dia­na è un mar­ti­rio. Ci sono enor­mi mani­fe­sta­zio­ni con­tro il regi­me e la fami­glia Assad. Ci sono gran­di esplo­sio­ni pro­prio lì dove il regi­me pen­sa di esse­re più sta­bi­le, men­tre non lo è. È fini­to il tem­po in cui qual­cu­no potrà gover­na­re il popo­lo siria­no dicen­do: «Sta­te buo­ni e zit­ti, io fac­cio quel che voglio».
In secon­do luo­go, c’è la lezio­ne dell’esperienza. Tem­po addie­tro, se tu fos­si sta­to uno dei “vec­chi” socia­li­sti rivo­lu­zio­na­ri e aves­si par­la­to del socia­li­smo, avre­sti potu­to dire che voglia­mo uno Sta­to ope­ra­io basa­to su con­si­gli ope­rai e con­ta­di­ni, e tan­to altro anco­ra. Le per­so­ne avreb­be­ro potu­to por­re doman­de e tu avre­sti potu­to rispon­de­re che tut­to ciò è già suc­ces­so, alme­no per un momen­to, in Ger­ma­nia, in Unghe­ria e, soprat­tut­to, in Rus­sia. Avre­sti potu­to dire tut­to que­sto, ma sare­sti sta­to lon­ta­no dall’esperienza del­la gen­te. Ora, que­sto è mol­to più sem­pli­ce. L’autorganizzazione è qual­co­sa che le per­so­ne com­pren­do­no gra­zie ai coor­di­na­men­ti. Il popo­lo siria­no, sen­za aver let­to Lenin, Marx o Tro­tsky, ha già fat­to que­sto nel­le sue lot­te. Per cui, quan­do par­lia­mo dei con­si­gli ope­rai e con­ta­di­ni, le per­so­ne lo capi­sco­no per­ché l’hanno già fat­to. È la loro vivi­da espe­rien­za.
La ter­za lezio­ne riguar­da le for­ze isla­mi­che. I loro segua­ci era­no abi­tua­ti a dire che l’Islam è la solu­zio­ne. Quest’ipotesi si è ora esau­ri­ta in Siria. Le per­so­ne han­no visto che signi­fi­ca l’imposizione del loro model­lo di gover­no da par­te del­le for­ze reli­gio­se isla­mi­che. Quest’argomento è sta­to posto a pro­va dal­la real­tà ed è fal­li­to.
Ciò che resta è il socia­li­smo. Spet­ta a noi. Cre­dia­mo che sia l’unica solu­zio­ne, la più uma­ni­sta e ugua­li­ta­ria, per le mas­se siria­ne e di ogni altro pae­se. La lot­ta con­ti­nua.


Note

[1] Gha­yath Nais­se è un diri­gen­te del­la Cor­ren­te Rivo­lu­zio­na­ria di Sini­stra, un’organizzazione socia­li­sta rivo­lu­zio­na­ria siria­na. Simon Assaf è mem­bro del Socia­li­st Wor­kers Par­ty e di al-Mun­ta­da al-Ish­ti­ra­ki (Forum Socia­li­sta) in Liba­no.
[2] Ripor­tia­mo qui fedel­men­te il pen­sie­ro di Gha­yath Nais­se nel­la carat­te­riz­za­zio­ne di “impe­ria­li­sta” del capi­ta­li­smo rus­so, nono­stan­te rite­nia­mo che essa non sia cor­ret­ta. Tut­ta­via, non è que­sta l’occasione per entra­re in tale discus­sio­ne, che ci riser­via­mo di affron­ta­re in altra sede (nota del­la reda­zio­ne del Blog).
[3] Jab­hat al-Nusra è l’organizzazione siria­na di Al Qae­da, che ha poi rot­to con que­sta ribat­tez­zan­do­si Jab­hat Fateh al-Sham al-Isla­miyya. Ahrar al-Sham è un’altra mili­zia isla­mi­ca, attual­men­te allea­ta con Jab­hat Fateh al-Sham.
[4] Hez­bol­lah è una mili­zia isla­mi­ca scii­ta e un par­ti­to poli­ti­co, con base in Liba­no.
[5] La guer­ra Iran‑Iraq del 1980‑1988.
[6] Tak­fi­ri è un ter­mi­ne ara­bo spre­gia­ti­vo per un musul­ma­no che ne accu­sa altri di esse­re miscre­den­ti. È fre­quen­te­men­te usa­to per defi­ni­re grup­pi come l’ISIS.
[7] Il PYD (Par­tiya Yekî­tiya Demo­krat, Par­ti­to dell’Unione Demo­cra­ti­ca) è un par­ti­to cur­do nel nord del­la Siria allea­to al PKK (Par­tiya Kar­ke­rên Kur­di­sta­nê, Par­ti­to dei Lavo­ra­to­ri del Kur­di­stan), la prin­ci­pa­le orga­niz­za­zio­ne cur­da in Tur­chia.
[8] Barak, ex pri­mo mini­stro di Israe­le, è sta­to mini­stro del­la Dife­sa nel 2007–13.
[9] Il par­ti­to Baath, al qua­le appar­tie­ne il pre­si­den­te Bashar al-Assad, è al pote­re in Siria dal gol­pe de 1963 e ne par­le­re­mo det­ta­glia­ta­men­te più avan­ti.
[10] Que­sto è un rife­ri­men­to alla teo­ria di Tony Cliff del­la rivo­lu­zio­ne per­ma­nen­te devia­ta, spie­ga­ta in un sag­gio omo­ni­mo dispo­ni­bi­le on line qui: http://tinyurl.com/7sxer.
[11] Anne Ale­xan­der ha scrit­to sul lea­der egi­zia­no Gamal Abdel Nas­ser nel nume­ro 112 del­la rivi­sta Inter­na­tio­nal Socia­li­smhttp://tinyurl.com/h3za968.
[12] Il ter­mi­ne “bona­par­ti­sta” deri­va dall’analisi di Karl Marx del regi­me di Napo­leo­ne Bona­par­te in Fran­cia, che riu­scì a pren­de­re il pote­re con un col­po di sta­to quan­do le for­ze del­le clas­si insor­te sca­te­na­te dal­le rivo­lu­zio­ni del 1848 si esau­ri­ro­no.
[13] I Dru­si sono una mino­ran­za reli­gio­sa che si tro­va prin­ci­pal­men­te in Siria, Liba­no e Israe­le.
[14] Gli alaui­ti sono mem­bri di un ramo dell’Islam scii­ta, che si tro­va prin­ci­pal­men­te in Siria e Tur­chia, al qua­le Assad appar­tie­ne.
[15] Al-Zaba­da­ni è una pic­co­la cit­tà alla fron­tie­ra con il Liba­no.
[16] Assi­ri e tur­co­man­ni sono entram­bi grup­pi mino­ri­ta­ri del­la popo­la­zio­ne siria­na.
[17] La Cor­ren­te Rivo­lu­zio­na­ria di Sini­stra (RLC), fon­da­ta in Siria nell’ottobre del 2011, pub­bli­ca in Siria un men­si­le dal tito­lo Fron­tli­ne.