Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Politica internazionale - Nord Africa e Medio Oriente

Lezioni della rivoluzione siriana

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Lezioni della rivoluzione siriana

Intervista con Ghayath Naisse, della Corrente Rivoluzionaria di Sinistra

Esquerda Online ha iniziato la pubblicazione di vari testi della sinistra siriana per aiutare a comprendere il complesso processo sviluppatosi nel Paese a partire dalla sollevazione del 2011. In questa recente e lunga intervista, appena pubblicata dalla rivista britannica International Socialism, il socialista rivoluzionario Ghayath Naisse, dirigente della Corrente Rivoluzionaria di Sinistra (RLC), ha parlato con Simon Assaf[1] sulla brutale situazione in Siria, sugli obiettivi di quelli che vi stanno intervenendo e sulle prospettive per i socialisti nella regione.
Il Blog marxista rivoluzionario Assalto al Cielo ha ripreso con favore questo articolo, poiché lo ritiene utile alla comprensione delle dinamiche che si stanno sviluppando in Siria dal 2011 ad oggi, tra rivoluzione, controrivoluzione e intervento delle potenze imperialiste e regionali.

Simon Assaf: Cominciamo dall’imperialismo. Cosa si aspettano di ottenere coloro che stanno intervenendo in Siria, cioè Russia, i sauditi, Stati Uniti e Turchia?

Ghayath Naisse: La Siria rappresenta un caso di scuola molto particolare, dal momento che tutte le potenze imperialiste e regionali sono in azione nel medesimo territorio.
Partiamo dall’intervento della Russia e dei suoi alleati. L’imperialismo russo[2] ha un importante interesse geostrategico nella regione. Dopo la Libia, è ora la Siria l’ulti bastione in cui la Russia ha mantenuto una presenza militare per decenni. Ha la base navale a Tartus, che è cresciuta negli ultimi anni, e la base aerea a Hmeimim, nei pressi di Latakia. Sicché, se dovesse perdere la Siria, a livello geostrategico la Russia non sarebbe presente in nessun canale per l’influenza diplomatica nel bacino del Mediterraneo.
Questo particolare interesse si combina con un altro più generale. Dall’ascesa di Vladimir Putin, la Russia ha cercato di recuperare – anche con la forza, se necessario – il suo posto tra le grandi potenze imperialiste, facendo sì che queste ne riconoscessero il ruolo. Quest’obiettivo ha modellato le sue azioni in Ucraina, così come sta ora accadendo in Siria.
Per comprendere l’altro “campo” imperialista, gli Usa e i suoi alleati, dobbiamo iniziare a dire che l’invasione anglo‑americana dell’Iraq nel 2003 si è risolta in un fallimento e una sconfitta. L’uscita delle truppe statunitensi nel 2011 è stata un’impressionante dimostrazione di insuccesso per l’imperialismo nordamericano in tutta la regione, e in Iraq in particolare. Ciò che sta accadendo ora con lo Stato islamico (IS) ha permesso agli Usa di rientrare nella regione, non solo in Iraq, ma anche in Siria, per lo meno nei limiti di un intervento “a basso costo”. Il che significa che essi non hanno bisogno di dislocare truppe sul territorio, ma che hanno una grande presenza aerea.
Dunque, con la scusa di affrontare l’IS, c’è stato un ritorno degli Usa nell’Iraq. E in Siria, dove prima essi avevano una presenza minima, per lo più diplomatica, ora intervengono direttamente. Possiedono forze speciali lungo la frontiera e nel nord, e un’incontestabile supremazia aerea. Ciò che è in gioco per gli Stati Uniti è il loro interesse a rientrare in una regione dalla quale erano stati obbligati ad uscire. Si tratta di una regione importante per gli Usa, i cui alleati, come Israele e gli Stati del Golfo, sono stati minacciati dall’insurrezione e dai processi rivoluzionari che hanno attraversato la regione.

SA: Parte della sinistra radicale critica la politica degli Usa nella regione per “non aver fatto nulla”. Ma questo non è vero. Gli Usa sono intervenuti, hanno agito, hanno fatto qualche cosa. La loro politica per la Siria era, da un lato, di permettere che i diversi gruppi si eliminassero a vicenda. Ma il loro obiettivo era anche distruggere le capacità economiche e militari della Siria, fino al punto che il regime – o qualsiasi altro regime futuro dopo quello di Assad – non potesse mai rappresentare una minaccia a Israele.

GN: Vale la pena di notare che gli Usa non hanno assunto inizialmente una posizione ferma sulla rivoluzione siriana. Barak Obama ha detto a Ben Alí di abbandonare il potere dopo due settimane dalla rivoluzione tunisina, e a Hosni Mubarak di lasciare la presidenza solo dopo una settimana dalla rivoluzione egiziana. Ma la sua prima dichiarazione su Bashar al‑Assad risale all’agosto del 2011, a cinque mesi dall’inizio della rivoluzione.
Per prima cosa, tra le potenze regionali ci sono gli Stati del Golfo, con a capo l’Arabia Saudita. Nel primo mese della rivoluzione siriana l’Arabia Saudita ha finanziato il regime di Assad con tre miliardi di dollari di aiuti, perché ha compreso l’ampiezza e la radicalità della sollevazione popolare, la cui dinamica costituiva un pericolo per tutti i regimi reazionari e dittatoriali della regione. Quando gli Stati del Golfo sono intervenuti, è stato contro il regime, ma anche a sostegno delle fazioni islamiche radicali, direttamente appoggiate dall’Arabia Saudita o da una miriade di altre organizzazioni da questa controllate. E c’è stato un flusso di mezzi finanziari e uomini per le fazioni estremiste come Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham[3]. Poco a poco, con l’Esercito Libero della Siria che lottava per procurarsi equipaggiamenti, questi gruppi sono saliti al proscenio militare in Siria.
La seconda questione che riguarda l’Arabia Saudita concerne la sua rivalità con l’Iran. L’Arabia ha visto l’Iran guadagnare influenza in Iraq – grazie, peraltro, all’intervento degli Usa – e gli alleati dell’Iran, la Russia e Hezbollah, stanno aiutando il regime siriano[4]. Sicché, una vittoria del regime e di Hezbollah sulla rivoluzione siriana rappresenterebbe una minaccia per l’Arabia Saudita che ne ridurrebbe l’influenza nella regione. Per l’Iran il regime siriano è stato un alleato dalla prima guerra del Golfo – il sanguinoso conflitto tra il regime iraniano e Saddam Hussein in Iraq[5]. Questa guerra ebbe un bilancio di milioni tra morti e feriti e arrecò grandi distruzioni a entrambi i Paesi, con l’aiuto delle potenze imperialiste. Anche l’Iran ha interesse a preservare una zona d’influenza che si estende dall’Iraq attraverso la Siria fino al Libano. Perciò, l’Iran è stato militarmente a fianco del regime sin dall’inizio, seguito – timidamente dal principio – da Hezbollah a partire dal 2012. Nel 2013, il leader di Hezbollah, Hasran Nasrallah, disse che stava intervenendo in Siria per proteggere i luoghi sacri dell’Islam sciita contro i Takfiri[6]. Così, l’asse iraniano è stato parte del conflitto siriano dall’inizio.
Questa rivalità ha infiammato l’aspetto settario del conflitto. Da un lato, l’Arabia Saudita ha aiutato estremisti islamici e, dall’altro, l’Iran è intervenuto con i suoi slogan religiosi. Queste parti hanno provocato un conflitto religioso che non era presente nella rivoluzione siriana.
Per la Turchia la posta in palio è leggermente differente. La questione curda rappresenta l’incubo dello Stato turco sin dalla sua fondazione. La maggior popolazione curda del mondo è quella che è insediata all’interno delle frontiere della Turchia. La rivoluzione siriana ha permesso la liberazione del popolo curdo in Siria e ha sollevato la questione della liberazione nazionale curda.
La rivoluzione siriana e l’aspetto militare del conflitto hanno fatto sì che il PYD curdo (Partito dell’Unione democratica) controllasse una vasta area del territorio detto Rojava‑Kurdistan siriano, che comprende il triangolo Jazira, Kobane e Afrin[7]. Mancava qualche territorio tra Kobane e Afrin. E però, la capacità delle forze curde e dei loro alleati arabi di connettere i due angoli ha creato nel nord della Siria un territorio di fatto senza soluzione di continuità e effettivamente autonomo. Sicché, la Turchia è intervenuta per impedire qualsiasi continuità tra Jazira e Kobane a est e Afrin a ovest, e lo ha fatto per lo meno con due obiettivi: schiacciare l’aspirazione all’autonomia curda in Siria, che avrebbe conseguenze in Turchia, e garantire che il futuro della Siria non sarà deciso senza la partecipazione della Turchia.
Infine, non bisogna dimenticare Israele. Sin dall’inizio, nel 2011, Ehud Barak ha fatto una dichiarazione rivelatrice[8], sostenendo che la Siria non deve seguire la stessa sorte dell’Iraq. Il regime deve essere migliorato, ma l’esercito e il partito Baath devono restare intatti[9]. Israele vuole un indebolimento economico e militare della Siria, ma senza la caduta del regime, che, se si verificasse, scatenerebbe una guerra civile tale da minacciare Israele stesso e tutta la stabilità dell’ordine imperialista nella regione.

 

SA: Qual è la natura del regime di Assad?

GN: Storicamente, è stato l’esercito ad assumere il potere in Siria, col partito Baath e quella che potremmo chiamare piccola borghesia o classe media. Tony Cliff spiegò come, in una situazione in cui sia la borghesia che il proletariato sono deboli, la classe media può svolgere un ruolo chiave, in una specie di rivoluzione a rovescio[10].
Quando l’esercito e il partito Baath presero il potere rappresentarono la classe media di fronte a una borghesia indebolita, soprattutto a causa delle nazionalizzazioni e della riforma agraria del regime di Nasser nel periodo dell’unione tra Egitto e Siria nel 1958‑1961[11]. Negli anni 50 ci fu uno sviluppo dei comunisti in Siria. La sinistra era forte e le sfide delle classi popolari diventavano pericolose sia per la borghesia che per il regime, e la borghesia scelse l’unione con l’Egitto per tentare di porre fine a quella rivolta radicale. Fu un lungo periodo di instabilità politica in Siria, con uno o due colpi di stato quasi tutti gli anni a partire dal 1949.
Il regime Baath mise in atto una serie di riforme – particolarmente sotto l’influsso dell’ala radicale del partito, al potere dal 1966 al 1970 – che furono relativamente positive e le più radicali nella regione. Ciò indebolì ancora di più la borghesia siriana, portandola al collasso.
Hafez al-Assad prese il potere con un golpe nel 1970 e governò per trent’anni, inizialmente svolgendo un ruolo relativamente bonapartista[12]. Mentre le vecchie formazioni sociali vennero distrutte, lo Stato contribuì a crearne di nuove. Come marxisti riconosciamo che lo Stato può influenzare lo sviluppo delle classi sociali. Il regime siriano aiutò a forgiare una “nuova e vecchia” borghesia siriana che era intimamente legata allo Stato: burocrati di alto livello uniti per il tramite di legami matrimoniali o imprenditoriali con la vecchia borghesia tradizionale. E, grazie alla corruzione, questi burocrati diventarono molto ricchi e cercarono di investire la loro nuova ricchezza nell’economia. Così, poco a poco, il regime iniziò a spezzare il monopolo economico dello Stato, in particolare col decreto n. 10 del 1991, che aprì l’economia al capitale privato. Gli stessi burocrati corrotti furono trasformati dai loro legami con la vecchia borghesia, che non aveva la stessa capacità di investire. Iniettarono le loro ricchezze soprattutto nell’economia terziaria – edilizia, manifattura, turismo – e, a partire dagli anni 90, divennero una nuova borghesia organicamente legata al regime di Assad.
Al contempo, Hafez al-Assad controllava una suddivisione non dichiarata, ma rigida, delle posizioni d’apparato nello Stato attraverso criteri di setta religiosa o territoriale. Ad esempio, ciascuno dei suoi governi doveva comprendere due Drusi, un primo ministro sunnita e a volte un ministro della Difesa anch’egli sunnita, ecc.[13] Egli era pure capace di integrare tutte le gerarchie religiose nello Stato. Benché fosse ateo, si assicurò di essere visto mentre pregava in moschee alla maniera sunnita, o mentre partecipava a feste religiose cristiane e persino ebraiche. Come prodotto di questa politica statale, è accaduto che durante l’attuale rivoluzione siriana, le gerarchie di ogni religione si sono alleate col regime.
La repressione ha impedito lo sviluppo di attività politiche, sindacali o di Ong indipendenti dal regime. E il regime ha tenuto in carcere decine di migliaia di oppositori politici e sindacalisti per molto tempo. Uno dei miei cugini è stato detenuto per 25 anni: è entrato in carcere all’età di 33 anni e ne è uscito quando ne aveva 58. Molti sono imputriditi nelle prigioni per lunghissimi periodi di tempo. Il regime ha avuto un rigido controllo sulla società e questa è stata una generazione molto coraggiosa per sfidarlo.
Quando Bashar al-Assad ha ereditato il potere da suo padre nel 2000, circa l’11% della popolazione si trovava sotto la linea di povertà. Dopo dieci anni, questo dato è arrivato al 33%. Ciò significa che Bashar al-Assad ha applicato in Siria le politiche neoliberali più severe, più radicali e mostruose della regione, peggiori di quelle adottate in Marocco, Egitto e Giordania. Egli pensava che non ci sarebbe stata opposizione, nessuna resistenza. Perciò si è permesso di applicare politiche sociali che in dieci anni hanno fatto sì che la proporzione di popolazione che viveva con circa due dollari (e anche meno) al giorno crescesse fino al 50%.

SA: Come la rivoluzione ha cambiato la natura del regime?

GN: La guerra, gli interventi militari, la rivoluzione, il cambiamento demografico hanno mutato la natura del regime. Ora la milizia di una famiglia e i suoi alleati – una fazione che costituisce il nucleo duro della borghesia siriana – non è nient’altro che la milizia di un clan in guerra col suo popolo.

SA: È giusto dire, come alcuni sostengono, che la rivoluzione è stata soppiantata da un conflitto religioso?

GN: È vero solo in parte. Sì, da un lato ci sono gruppi islamici che sono settari reazionari. Dall’altro, lo stesso regime utilizza milizie settarie sciite come Hezbollah o le milizie afghane e iraniane. È una realtà. Ma si tratta forse di 100.000 o 200.000 persone. Per il popolo siriano nel suo insieme è diverso. Lasciami raccontare innanzitutto le mie esperienze.
Sono stato in Siria diverse volte in questi anni. Non sono quasi mai stato oggetto di ostilità settaria o religiosa. Inoltre, abbiamo un gruppo di compagni che sono usciti dalla Siria negli ultimi mesi. Per farlo, hanno attraversato zone controllate da islamici, e alcuni di loro appartengono a minoranze religiose avversate dagli islamici sunniti. Ma non sono stati bloccati, né decapitati. La popolazione di quelle zone ha detto loro: «Voi siete nostri fratelli». Uno di questi compagni ha trascorso due mesi in questa regione prima di poter arrivare in Turchia.
La verità è che se questo fosse stato un conflitto religioso, avremmo assistito a massacri settari senza fine. Ci son stati alcuni massacri per motivi religiosi, commessi innanzitutto dal regime e poi da alcuni gruppi islamici. Ma sporadici e su scala limitata. Finora, nel conflitto siriano ci sono stati 600.000 morti, mentre il numero di morti in conflitti religiosi è forse di 1.100. Non abbiamo visto nessuno uccidere un villaggio intero di alauiti, tagliare migliaia di gole, non abbiamo visto sgorgare tanto sangue come sarebbe stato se il conflitto fosse stato religioso[14]. Abbiamo assistito a incidenti. Ma in generale non accade e le persone non sono spontaneamente settarie. Nella regione controllata dal regime ci sono persone lì dislocate da tutta la Siria. Solo a Latakia sono un milione e mezzo – sunniti e non sunniti – che vivono tra gli alauiti in un momento in cui soldati alauiti stanno morendo a decine. Ma hai sentito parlare del massacro di questi sunniti? No, perché ciò non è accaduto. La popolazione comune non si è ancora trasformata in un mostro settario.
Dire che il conflitto è diventato religioso e che non possiamo farci nulla è una scusa facile per abdicare a ogni responsabilità per la solidarietà con la lotta del popolo siriano. No. C’è un aspetto settario, come ci sono altri aspetti, in ciò che sta accadendo, ma la tendenza fondamentale, la base di tutto questo, è una rivoluzione popolare, che ha visto alti e bassi, punti di svolta, intervento imperialista e una guerra terrestre scatenata dal regime, che ha visto un riflusso per il movimento popolare, ma non al punto che possiamo dire che è tutto finito.

SA: Cosa sta accadendo attualmente con le forze rivoluzionarie e i differenti gruppi armati?

GN: Per prima cosa, esaminiamo l’Esercito Libero della Siria, su cui abbiamo ascoltato tante cose. Molti osservatori commettono un errore quando parlano dell’Esercito Libero della Siria come se fosse un’armata organizzata e con una struttura di comando. È davvero un’etichetta generica che abbraccia diversi fenomeni. Per comprendere di che si tratta possiamo guardare indietro e vedere com’è iniziato. Con la militarizzazione della sollevazione, a partire dal secondo semestre del 2011, cominciamo ad osservare il verificarsi di due fenomeni.
Da un lato, alcune delle persone che stavano protestando e sulle quali piovevano le pallottole dei soldati del regime, decisero di prendere le armi e proteggersi. Si trattava di persone che portavano armi con sé per proteggere le manifestazioni. Al tempo stesso, ci fu un crescente numero di diserzioni dall’esercito. Alla fine del 2011, e soprattutto nel 2012, 20.000‑30.000 soldati disertarono con le loro armi. Da questi fenomeni nacque l’Esercito Libero della Siria.
Assomigliava molto a ciò che chiamiamo coordinamento. In ogni quartiere, in ogni villaggio, le persone si organizzavano creando coordinamenti che convocavano manifestazioni, ne decidevano il percorso, scandivano gli slogan, pianificavano le vie di fuga per l’eventualità di scontri con le forze del regime e organizzavano le cure e l’evacuazione dei feriti. Si trattava di un fenomeno locale, e in ciò stavano sia la sua debolezza – perché mancava una rete di coordinamento a livello nazionale – che la sua forza – perché era difficile per il regime schiacciare qualcosa di così diffuso sul territorio e senza un centro, e questo ha allungato la sopravvivenza di queste aggregazioni.
L’Esercito Libero della Siria, allo stesso modo, era davvero una combinazione di disertori e persone comuni che prendevano le armi nelle loro aree locali. C’era poco coordinamento tra loro. Anche i poteri regionali hanno contribuito a creare qualcosa, ma si trattava di un fenomeno realmente popolare. Ancora oggi, in Siria esistono 3.000 “gruppi armati”, al di là delle grandi organizzazioni islamiche che sono quelle che sono le meglio organizzate, ma il fenomeno al suo apice è stato molto più ampio.

SA: Chi sono stati quelli evacuati ad Al-Zabadani[15]? Ci sai dire qualcosa?

GN: Era gente comune della zona rurale intorno a Damasco. Era l’Esercito Libero della Siria. Erano piccoli gruppi locali sparsi che si difendevano quando sono stati gettati nelle mani di Jabhat al-Nusra. Il regime ha messo in atto un’abile manovra gettandoli nelle mani di Al Qaeda, perché gli ha permesso di dire che solo Al Qaeda e lo Stato Islamico lottavano contro di esso e che Al Qaeda doveva essere distrutta.
Il fenomeno della resistenza popolare, in realtà, non ha ricevuto nessuna solidarietà dalle potenze regionali perché il popolo in armi è una cosa pericolosa per loro. Solo alcuni gruppi, attentamente identificati e che sono sui loro libri paga, sono stati aiutati.
Inoltre, abbiamo le forze curde – il PYD e le sue Unità di Protezione popolare – che hanno accumulato decenni di esperienza nella guerriglia in Turchia e sulle montagne. Era l’unico partito curdo con il suo proprio potere militare. Con la ritirata del regime da alcune aree del nord della Siria nel 2012, queste forze – legate al PKK – si sono immediatamente insediate consolidando la loro presenza militare. Ciò si è verificato a partire dal luglio 2012, con una dinamica di autoamministrazione e creazione e sviluppo delle Unità di Protezione delle Donne. L’anno scorso si sono alleate con alcuni battaglioni dell’Esercito libero della Siria per formare la Forza Democratica della Siria, uno forza curdo‑araba o arabo‑curda nel nord della Siria. Siamo in stretto e fraterno dialogo in particolare con una parte di questo raggruppamento, un’alleanza nazionalista democratica che comprende assiri, turcomanni e arabi, con una presenza a nord e ad ovest di Aleppo[16].
Ancora, ci sono i gruppi islamici più potenti. Se tralasciamo l’IS – perché secondo me si tratta di un fenomeno separato – esistono due poteri principali. Uno di essi è Ahrar al-Sham, una milizia islamica che vuole un regime salafita, jihadista, ma con una differenza: non vogliono imporre lo Stato islamico subito, ma guadagnare tempo per il futuro e, frattanto, attrarre persone verso la religione. E c’è Jabhat Fateh al-Sham, in origine al-Nusra. È il potere più grande e ha una forza militare importante a nord di Aleppo, ad Aleppo e nei dintorni di Idlib. A Damasco e dintorni c’è anche Jaysh al-Islam, una milizia che è una specie di feudo della famiglia di Zahran Alloush, assassinato dai russi nel 2015.

SA: Cosa sta accadendo a sud, intorno a Daraa?

GN: La regione di Daraa ha questa specificità: la sua geografia è una trappola per topi. Per i gruppi che vi sono insediati, possono esserci due dinamiche. Se il regime giordano apre le frontiere, essi possono respirare. In caso contrario, saranno soffocati tra il regime siriano e la Giordania. Questa geografia li rende molto sensibili alle politiche di frontiera del regime giordano.
Molti battaglioni dell’Esercito Libero della Siria si sono visti obbligati, dovendo cercare solidarietà, armi, munizioni e cure mediche per i feriti, a diventare molto dipendenti dalla Giordania. Anche adesso, la Giordania non vuole una guerra e sta chiudendo questo rubinetto. Perciò, queste persone non possono fare molto di più o saranno schiacciate.

SA: Esistono ancora i comitati popolari formatisi durante la rivoluzione? Cosa stanno facendo?

GN: Una cosa importante che ha caratterizzato la rivoluzione siriana sta nel fatto che essa è stata capace di creare – o le masse popolari sono state capaci di creare – organismi di autorganizzazione. Si tratta dei coordinamenti locali di cui abbiamo parlato e, a partire dal 2012, i cosiddetti consigli civici, o consigli locali, gli organismi di autoamministrazione per la gestione della vita quotidiana. Nel 2011, 2012 e finanche nel 2013, questo è stato un fenomeno enorme. Dovunque il regime non fosse presente – ma anche laddove era insediato – c’erano questi due organi di autorganizzazione e autoamministrazione.
Tuttavia, il 2013 vide, da un lato, lo Stato Islamico e l’avanzamento dei gruppi islamici reazionari e settari e, dall’altro, la violenza senza precedenti del regime. Fu in questo momento che veramente cominciò la selvaggia esecuzione di una guerra da terra bruciata, con la distruzione di infrastrutture e edifici. Ciò avvenne quando, dal 2013 in poi, le ondate di rifugiati siriani iniziarono a crescere e in concomitanza con l’indebolimento dei consigli e dei coordinamenti, dovuto alla morte, al trasferimento o allo stato di rifugiati di coloro che li stavano dirigendo. È per questo che parliamo dell’avanzamento della controrivoluzione a partire dal 2013, accompagnata dal riflusso del movimento popolare.
Ma riflusso non vuol dire scomparsa.
Oggi stesso, appena un’ora fa, c’è stata una manifestazione popolare nella città di Zakieh, vicino a Damasco. Ci sono ancora alcuni coordinamenti, benché indeboliti. Il movimento popolare non è morto. Appena le armi tacciono, le masse popolari riappaiono, rinascono. Lo vediamo nonostante la distruzione, la guerra, i massacri, nonostante i trasferimenti di massa e l’esodo.
È un fenomeno che esiste ancora, ma è molto debole. Partecipiamo ad alcuni comitati di coordinamento in condizioni estremamente difficili e ci sono alcuni consigli locali che sono ancora attivi. Benché le organizzazioni del movimento siano arretrate e siano state severamente indebolite, sopravvivono.

SA: Questa è la grande questione: che bisogna fare? Qual è la strategia della sinistra rivoluzionaria in Siria?

GN: La prospettiva a breve termine della nostra organizzazione socialista rivoluzionaria in Siria, la Corrente Rivoluzionaria di Sinistra, comprende diversi compiti. È chiaro, dobbiamo sopravvivere, per conservare la forza che abbiamo e reclutare nuovi attivisti. In secondo luogo, dobbiamo partecipare a tutte le lotte che ci sono, ai coordinamenti e ai consigli ancora in vita. Dovunque ci sia una lotta, in qualsiasi condizione essa si svolga, dobbiamo farne parte. Per quanto difficili siano le condizioni, il nostro compito è partecipare alle lotte mentre costruiamo il partito. Il nostro giornale è pubblicato in Siria. Quando lo leggi, ti accorgi che ci sono errori di stampa, ortografici e una pessima grammatica … e allora? L’importante è che siano gli attivisti sul posto, e non noi dall’esilio, a pubblicarlo e distribuirlo. È un’esperienza di apprendistato, in condizioni in cui raramente c’è l’elettricità[17].
Si tratta solo della metà dei compiti. L’altra metà è che dobbiamo creare un fronte unico, riunendo tutte le forze di sinistra e quelle democratiche e rivoluzionarie in Siria. Potrebbe essere un polo d’attrazione differente dall’opposizione borghese, dal regime e dai sui alleati o dagli estremisti islamici. Nonostante le difficoltà, abbiamo fatto alcuni passi in questa direzione. Abbiamo annunciato un accordo di cooperazione con l’Alleanza Democratica, che comprende vari partiti, inclusi i vecchi comunisti. C’è necessità di questo fronte, sia per dare forma a quanto sta accadendo oggi, sia a lungo termine. Per noi è importante prepararci per il periodo che sta per venire. L’attuale stato di cose non può durare per sempre. Giungerà il momento in cui la guerra e i bombardamenti cesseranno, e allora avremo bisogno di essere pronti. Avremo bisogno di forza per radicarci fra le masse e le classi popolari. Dobbiamo stare al loro fianco per garantire che il destino della Siria non sia deciso dalle potenze regionali o imperialiste, o dalla borghesia siriana.
La creazione di quest’equilibrio di forze inizia da oggi. Pertanto, questo è il punto d’appoggio su cui si basa il nostro lavoro: stare nelle lotte di massa, costruire il partito e formare un fronte unico delle forze democratiche. È chiaro, comunque decliniamo le nostre parole d’ordine dicendo: «Né Washington, né Mosca, né Riyadh, né Ankara, né Teheran!». Questo serve a educare le persone, per sottolineare che la soluzione non giungerà da questi poteri, ma che è lo stesso popolo siriano a dover decidere il suo proprio destino. E serve a far pressione sull’opposizione borghese che sta negoziando col regime, affinché rifiuti l’ipotesi della continuazione del regime stesso con alcuni aggiustamenti e alcuni posti nel governo.
Dobbiamo approfondire le lotte delle masse siriane per ottenere il più profondo e democratico cambiamento sociale e politico. Sarà una battaglia molto lunga, sicché è necessario costruire le nostre forze per continuare a lottare per un tempo molto lungo.

SA: Sei pessimista o ottimista?

GN: Sono molto ottimista, al contrario del sentire generale. La battaglia è difficile. Ma, guarda, la nostra rivoluzione dura da sei anni. Che lezioni abbiamo tratto da questi sei anni?
Primo, che possiamo ribellarci, che il regime non può semplicemente schiacciare la volontà popolare, indipendentemente dai mezzi che possa usare insieme agli alleati che troverà. Qualcosa si è rotto nel regime. Qualcosa è finito. Se gli americani, i russi e le altre potenze ci imponessero una situazione in cui Bashar al-Assad e il suo clan continueranno a governare, non potranno più farlo come prima.
Il regime sopravvive con un cosiddetto ambiente “lealista”, composto da più di dieci milioni di persone, quasi la metà della popolazione, ancora sotto il suo controllo. E queste persone nutrono un odio, un odio reale, verso questo regime. La loro vita quotidiana è un martirio. Ci sono enormi manifestazioni contro il regime e la famiglia Assad. Ci sono grandi esplosioni proprio lì dove il regime pensa di essere più stabile, mentre non lo è. È finito il tempo in cui qualcuno potrà governare il popolo siriano dicendo: «State buoni e zitti, io faccio quel che voglio».
In secondo luogo, c’è la lezione dell’esperienza. Tempo addietro, se tu fossi stato uno dei “vecchi” socialisti rivoluzionari e avessi parlato del socialismo, avresti potuto dire che vogliamo uno Stato operaio basato su consigli operai e contadini, e tanto altro ancora. Le persone avrebbero potuto porre domande e tu avresti potuto rispondere che tutto ciò è già successo, almeno per un momento, in Germania, in Ungheria e, soprattutto, in Russia. Avresti potuto dire tutto questo, ma saresti stato lontano dall’esperienza della gente. Ora, questo è molto più semplice. L’autorganizzazione è qualcosa che le persone comprendono grazie ai coordinamenti. Il popolo siriano, senza aver letto Lenin, Marx o Trotsky, ha già fatto questo nelle sue lotte. Per cui, quando parliamo dei consigli operai e contadini, le persone lo capiscono perché l’hanno già fatto. È la loro vivida esperienza.
La terza lezione riguarda le forze islamiche. I loro seguaci erano abituati a dire che l’Islam è la soluzione. Quest’ipotesi si è ora esaurita in Siria. Le persone hanno visto che significa l’imposizione del loro modello di governo da parte delle forze religiose islamiche. Quest’argomento è stato posto a prova dalla realtà ed è fallito.
Ciò che resta è il socialismo. Spetta a noi. Crediamo che sia l’unica soluzione, la più umanista e ugualitaria, per le masse siriane e di ogni altro paese. La lotta continua.

Note

[1] Ghayath Naisse è un dirigente della Corrente Rivoluzionaria di Sinistra, un’organizzazione socialista rivoluzionaria siriana. Simon Assaf è membro del Socialist Workers Party e di al-Muntada al-Ishtiraki (Forum Socialista) in Libano.

[2] Riportiamo qui fedelmente il pensiero di Ghayath Naisse nella caratterizzazione di “imperialista” del capitalismo russo, nonostante riteniamo che essa non sia corretta. Tuttavia, non è questa l’occasione per entrare in tale discussione, che ci riserviamo di affrontare in altra sede (nota della redazione del Blog).

[3] Jabhat al-Nusra è l’organizzazione siriana di Al Qaeda, che ha poi rotto con questa ribattezzandosi Jabhat Fateh al-Sham al-Islamiyya. Ahrar al-Sham è un’altra milizia islamica, attualmente alleata con Jabhat Fateh al-Sham.

[4] Hezbollah è una milizia islamica sciita e un partito politico, con base in Libano.

[5] La guerra Iran‑Iraq del 1980‑1988.

[6] Takfiri è un termine arabo spregiativo per un musulmano che ne accusa altri di essere miscredenti. È frequentemente usato per definire gruppi come l’ISIS.

[7] Il PYD (Partiya Yekîtiya Demokrat, Partito dell’Unione Democratica) è un partito curdo nel nord della Siria alleato al PKK (Partiya Karkerên Kurdistanê, Partito dei Lavoratori del Kurdistan), la principale organizzazione curda in Turchia.

[8] Barak, ex primo ministro di Israele, è stato ministro della Difesa nel 2007-13.

[9] Il partito Baath, al quale appartiene il presidente Bashar al-Assad, è al potere in Siria dal golpe de 1963 e ne parleremo dettagliatamente più avanti.

[10] Questo è un riferimento alla teoria di Tony Cliff della rivoluzione permanente deviata, spiegata in un saggio omonimo disponibile on line qui: http://tinyurl.com/7sxer.

[11] Anne Alexander ha scritto sul leader egiziano Gamal Abdel Nasser nel numero 112 della rivista International Socialismhttp://tinyurl.com/h3za968.

[12] Il termine “bonapartista” deriva dall’analisi di Karl Marx del regime di Napoleone Bonaparte in Francia, che riuscì a prendere il potere con un colpo di stato quando le forze delle classi insorte scatenate dalle rivoluzioni del 1848 si esaurirono.

[13] I Drusi sono una minoranza religiosa che si trova principalmente in Siria, Libano e Israele.

[14] Gli alauiti sono membri di un ramo dell’Islam sciita, che si trova principalmente in Siria e Turchia, al quale Assad appartiene.

[15] Al-Zabadani è una piccola città alla frontiera con il Libano.

[16] Assiri e turcomanni sono entrambi gruppi minoritari della popolazione siriana.

[17] La Corrente Rivoluzionaria di Sinistra (RLC), fondata in Siria nell’ottobre del 2011, pubblica in Siria un mensile dal titolo Frontline.

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