Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Teoria

Riflessioni per un’analisi marxista dei rapporti di forza

File:Klinom Krasnim by El Lisitskiy (1920).jpg

El Lis­sitz­ky, Spez­za i Bian­chi col cuneo ros­so, 1919 (Wiki­me­dia Com­mons)

Nel cam­po dell’arte, l’impressionismo è una cor­ren­te che ha dona­to all’umanità gran­di capo­la­vo­ri nei vari set­to­ri in cui si è affer­ma­ta. Basti pen­sa­re ai nomi di alcu­ni dei suoi più illu­stri espo­nen­ti per ren­der­se­ne con­to: Monet, Degas e Renoir nel­la pit­tu­ra; Rodin nel­la scul­tu­ra; Debus­sy, Satie, Ravel e Scria­bin nel­la musi­ca.
Con lo stes­so nome – “impres­sio­ni­smo” — defi­nia­mo inve­ce in poli­ti­ca, non una cor­ren­te, ben­sì una moda­li­tà d’analisi del­la real­tà da par­te di chi si lascia “impres­sio­na­re” da uno o più even­ti (che, in gene­ra­le, pur aven­do un cer­to rilie­vo, sono sovra­strut­tu­ra­li o acces­so­ri o di minor peso nell’insieme di tut­ti gli ele­men­ti che con­tras­se­gna­no una deter­mi­na­ta e mol­to più com­ples­sa situa­zio­ne in un dato momen­to sto­ri­co), facen­do­li assur­ge­re a ele­men­to cen­tra­le e nucleo deter­mi­nan­te e carat­te­riz­zan­te dell’analisi stes­sa, che, per ciò solo, dun­que, si rive­la erra­ta, in quan­to si fon­da sul­la let­tu­ra solo di alcu­ni fram­men­ti del­la real­tà, pre­sen­ta­ti però come fos­se­ro “quel­la” real­tà stes­sa.
Il fat­to è che, quan­do a dare una let­tu­ra impres­sio­ni­sta di una data situa­zio­ne sono orga­niz­za­zio­ni che, per il fat­to di defi­nir­si rivo­lu­zio­na­rie, voglio­no por­si alla testa del­le mas­se per gui­dar­le ver­so la rivo­lu­zio­ne, c’è il serio rischio di con­dur­re inve­ce quel­le stes­se mas­se ver­so una rovi­no­sa scon­fit­ta.
È il caso del Bra­si­le, dove un’organizzazione che si richia­ma al mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio, muo­ven­do dal­la pur gigan­te­sca mani­fe­sta­zio­ne svol­ta­si pochi gior­ni fa (e asso­lu­tiz­zan­do­ne l’impatto rispet­to al con­te­sto gene­ra­le, sen­za tener con­to però dei tan­ti altri ele­men­ti che van­no in una diver­sa dire­zio­ne), sta pre­sen­tan­do la situa­zio­ne che quel Pae­se sta viven­do come l’anticamera di una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria.
L’articolo che qui pre­sen­tia­mo for­ni­sce gli stru­men­ti teo­ri­ci per con­tra­sta­re sif­fat­te ana­li­si impres­sio­ni­sti­che ed evi­ta­re che esse pos­sa­no con­dur­re la clas­se ope­ra­ia alla scon­fit­ta. Ma ci ripro­met­tia­mo di tor­na­re nei pros­si­mi gior­ni sull’attuale real­tà del Bra­si­le con un testo più appro­fon­di­to.
Frat­tan­to, buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne del Blog

Riflessioni per un’analisi marxista dei rapporti di forza

Valé­rio Arca­ry

 

Nel ter­zo volu­me del­la bio­gra­fia di León Tro­tsky, Il pro­fe­ta esi­lia­to, Isaac Deu­tscher scri­ve­va, a pro­po­si­to del­la “teo­ria dell’offensiva”, basa­ta sull’analisi del­la “cri­si fina­le” all’inizio degli anni 30 del XX seco­lo – dopo il cata­cli­sma del 1929 – in oppo­si­zio­ne alla tat­ti­ca del fron­te uni­co:

«Né … il feb­bri­le ultra radi­ca­li­smo [del c.d. “ter­zo perio­do” (Ndt)[1]] osta­co­la­va lo svi­lup­po del comu­ni­smo nel mon­do meno effi­ca­ce­men­te del pre­ce­den­te oppor­tu­ni­smo, e ave­va alla base la stes­sa cini­ca indif­fe­ren­za buro­cra­ti­ca per gli inte­res­si inter­na­zio­na­li del­la clas­se lavo­ra­tri­ce.
Ora, come pri­ma, Tro­tsky soste­ne­va che tut­ta l’epoca ini­zia­ta­si con la pri­ma guer­ra mon­dia­le e la Rivo­lu­zio­ne rus­sa segna­va il decli­no del capi­ta­li­smo, che era sta­to scos­so alle fon­da­men­ta. Ciò non signi­fi­ca­va, tut­ta­via, che l’edificio fos­se sul pun­to di crol­la­re repen­ti­na­men­te.
La deca­den­za di un siste­ma socia­le non è mai un uni­co pro­ces­so di crol­lo eco­no­mi­co o una serie inin­ter­rot­ta di situa­zio­ni rivo­lu­zio­na­rie. Nes­sun col­las­so pote­va quin­di con­si­de­rar­si a prio­ri “ulti­mo e defi­ni­ti­vo”. Anche nel­la deca­den­za il capi­ta­li­smo dove­va ave­re i suoi alti e bas­si (seb­be­ne gli alti ten­des­se­ro a dive­ni­re sem­pre più bre­vi e incer­ti e i bas­si sem­pre più rapi­di e rovi­no­si). Il ciclo eco­no­mi­co, per quan­to muta­to fos­se dal tem­po di Marx, segui­va anco­ra il soli­to cor­so non sol­tan­to dall’espansione alla reces­sio­ne, ma anche dal­la reces­sio­ne all’espansione. Era quin­di assur­do annun­cia­re che la bor­ghe­sia era giun­ta “obiet­ti­va­men­te” in un vico­lo cie­co: non esi­ste­va vico­lo cie­co da cui una clas­se abbien­te non avreb­be cer­ca­to di usci­re lot­tan­do con tut­te le sue for­ze; e il fat­to che vi riu­scis­se o meno dipen­de­va non tan­to da sem­pli­ci fat­to­ri eco­no­mi­ci quan­to dall’equilibrio del­le for­ze poli­ti­che, che pote­va esse­re modi­fi­ca­to in un sen­so o nell’altro dal­la qua­li­tà del­la dire­zio­ne comu­ni­sta.
Pre­ve­de­re un “inin­ter­rot­to flus­so cre­scen­te del­la marea rivo­lu­zio­na­ria”, indi­vi­dua­re “ele­men­ti di guer­ra civi­le” in qua­si tut­ti gli scio­pe­ri tur­bo­len­ti e pro­cla­ma­re che era giun­to il momen­to di pas­sa­re dall’azione difen­si­va all’offensiva e all’insurrezione arma­ta, signi­fi­ca­va man­ca­re del tut­to al com­pi­to diret­ti­vo e anda­re incon­tro a una sicu­ra scon­fit­ta»[2].

Il tema dell’articolazione dei fat­to­ri ogget­ti­vi e sog­get­ti­vi nell’analisi dei rap­por­ti socia­li di for­za tra le clas­si è più com­pli­ca­to di quan­to pos­sa sem­bra­re. Una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria esi­ge, evi­den­te­men­te, con­di­zio­ni ogget­ti­ve. Ma esse pos­so­no esse­re matu­re da decen­ni, pos­so­no per­si­no esser­si impu­tri­di­te tan­to sono matu­ra­te, sen­za che si sia aper­ta una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria.
Un pas­sag­gio di Deu­tscher, che ripren­de Tro­tsky, aiu­ta a chia­ri­re que­sto con­cet­to:

«Ana­liz­zan­do il rap­por­to inter­cor­ren­te fra i fat­to­ri “costan­ti” e “varia­bi­li”, Tro­tsky dimo­stra che le rivo­lu­zio­ni non avven­go­no sol­tan­to per­ché le isti­tu­zio­ni poli­ti­che e socia­li sono ormai vec­chie e supe­ra­te e esi­go­no un rin­no­va­men­to, ma anche per­ché mol­ti milio­ni di per­so­ne si sono rese con­to per la pri­ma vol­ta di tale esi­gen­za. La strut­tu­ra socia­le era matu­ra per una rivo­lu­zio­ne da mol­to pri­ma del 1917, ma le mas­se lo com­pre­se­ro sol­tan­to nel 1917. Così, per uno stra­no para­dos­so, la cau­sa pro­fon­da del­la rivo­lu­zio­ne non risie­de nel­la nobil­tà del­la men­te uma­na, ma nel suo iner­te con­ser­va­to­ri­smo. Gli uomi­ni si sol­le­va­no en mas­se sol­tan­to quan­do si accor­go­no all’improvviso di esse­re intel­let­tual­men­te arre­tra­ti e voglio­no rimet­ter­si subi­to in pari. Que­sta è la lezio­ne che si rica­va dal­la Sto­ria[3]: nes­sun gran­de rivol­gi­men­to deri­va auto­ma­ti­ca­men­te dal­la deca­den­za di un vec­chio ordi­ne costi­tui­to; gli uomi­ni pos­so­no vive­re per gene­ra­zio­ni sot­to un regi­me deca­den­te sen­za ren­der­se­ne con­to. Ma quan­do se ne accor­go­no sot­to l’impulso di qual­che cata­stro­fe, come una guer­ra o un crol­lo eco­no­mi­co, dan­no libe­ro sfo­go alla dispe­ra­zio­ne, alla spe­ran­za e all’attività»[4]

Uno degli aspet­ti che pre­oc­cu­pa­va Tro­tsky era sepa­ra­re il con­cet­to di cri­si rivo­lu­zio­na­ria dal­le vec­chie pole­mi­che sull’inesorabilità del­la “cri­si fina­le” e l’assillo di edu­ca­re le nuo­ve gene­ra­zio­ni mar­xi­ste intor­no all’esperienza rus­sa per cui la cri­si è un pro­ces­so poli­ti­co e, per­tan­to, con­ser­va sem­pre una rela­ti­va auto­no­mia, anche tem­po­ra­le, rela­ti­va­men­te ai pro­ces­si eco­no­mi­ci, anche quan­do que­sti assu­mo­no la for­ma di un cata­cli­sma: la cri­si eco­no­mi­ca può esse­re gra­vis­si­ma, e tut­ta­via può non aprir­si una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria.
La cri­si eco­no­mi­ca è la con­di­zio­ne ogget­ti­va per la cri­si, ma non suf­fi­cien­te. L’altro richia­mo, altret­tan­to se non addi­rit­tu­ra più impor­tan­te del pri­mo, ricor­da che l’analisi dei rap­por­ti di for­za deve con­si­de­ra­re qual è la situa­zio­ne di tut­te le clas­si del­la socie­tà. Ana­li­si set­ta­rie, sia per eufo­ria che per sco­rag­gia­men­to, non con­sen­to­no una com­pren­sio­ne di qual è la situa­zio­ne. Nel bre­ve testo “Che cos’è una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria?” Tro­tsky scri­ve:

«Per ana­liz­za­re una situa­zio­ne (…), è neces­sa­rio distin­gue­re tra le con­di­zio­ni eco­no­mi­che e socia­li di una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria e la situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria stes­sa. Le con­di­zio­ni eco­no­mi­che e socia­li di una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria si veri­fi­ca­no, par­lan­do in gene­ra­le, quan­do le for­ze pro­dut­ti­ve di un Pae­se sono in deca­den­za; quan­do dimi­nui­sce siste­ma­ti­ca­men­te il peso del Pae­se capi­ta­li­sta nel mer­ca­to mon­dia­le e anche le entra­te del­le clas­si si ridu­co­no siste­ma­ti­ca­men­te; quan­do la disoc­cu­pa­zio­ne non è più sem­pli­ce­men­te la con­se­guen­za di una flut­tua­zio­ne con­giun­tu­ra­le, ben­sì un male socia­le per­ma­nen­te ten­den­te ad aumen­ta­re (…) Ma non dob­bia­mo dimen­ti­ca­re che la situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria la defi­nia­mo poli­ti­ca­men­te, non solo socio­lo­gi­ca­men­te, e qui suben­tra il fat­to­re sog­get­ti­vo, che non con­si­ste solo nel pro­ble­ma del par­ti­to del pro­le­ta­ria­to, ma è una que­stio­ne di coscien­za di tut­te le clas­si»[5].

Il tema del­la discre­pan­za e del disal­li­nea­men­to tra la matu­ra­zio­ne spro­por­zio­na­ta dei fat­to­ri ogget­ti­vi e sog­get­ti­vi è tra le mag­gio­ri dif­fi­col­tà di com­pren­sio­ne di ciò che è una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria, o anche pre­ri­vo­lu­zio­na­ria. Per ovvie ragio­ni, le idee rivo­lu­zio­na­rie pos­so­no tra­sfor­mar­si in for­za mate­ria­le – cioè fon­der­si con la volon­tà di milio­ni – solo nel vivo di una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria.
In situa­zio­ni difen­si­ve o rea­zio­na­rie, le mas­se non solo non sono recet­ti­ve rispet­to a pro­po­ste rivo­lu­zio­na­rie, ma il più del­le vol­te dif­fi­da­no per­si­no del­le pro­po­ste di lot­ta più mode­ra­te e del­le alter­na­ti­ve più rifor­mi­ste, tan­to bas­so è il livel­lo di fidu­cia che ripon­go­no nel­le loro pro­prie for­ze. A rigo­re, idee radi­ca­li pos­so­no con­qui­sta­re influen­za sul­la mag­gio­ran­za solo quan­do si apre una cri­si rivo­lu­zio­na­ria. Ma le cri­si rivo­lu­zio­na­rie sono rare.
Dun­que, la dia­spo­ra dei rivo­lu­zio­na­ri mar­xi­sti rispet­to alla clas­se che pre­ten­do­no di rap­pre­sen­ta­re è ine­so­ra­bi­le fin­ché la socie­tà non vie­ne scos­sa da acu­te lot­te di clas­se. Come si può age­vol­men­te con­clu­de­re, que­sto allon­ta­na­men­to ha pro­dot­to immen­si costi poli­ti­ci per le cor­ren­ti rivo­lu­zio­na­rie. Si è tra­dot­to in innu­me­re­vo­li erro­ri “impres­sio­ni­sti” di valu­ta­zio­ne del­le pos­si­bi­li­tà real­men­te esi­sten­ti. Ha sem­pre sot­to­po­sto le cor­ren­ti rivo­lu­zio­na­rie a ter­ri­bi­li pres­sio­ni che si sono espres­se o nel­la dimi­nu­zio­ne del­la vigi­lan­za, nell’allentamento del­la ten­sio­ne neces­sa­ria per una gran­de atte­sa, quan­do è sta­ta sot­to­va­lu­ta­ta la real­tà; oppu­re in un’ubriacatura in rela­zio­ne alle rea­li pos­si­bi­li­tà del­la situa­zio­ne poli­ti­ca, una spe­cie di “doping” eufo­ri­co che soprav­va­lu­ta l’urgenza del­le lot­te, nel caso oppo­sto.
Nul­la può esse­re più cru­de­le per una ten­den­za rivo­lu­zio­na­ria del non rico­no­sce­re una situa­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria quan­do que­sta si svi­lup­pa sot­to i suoi occhi. Ma l’errore inver­so può esse­re anco­ra più fata­le: la “vana­glo­ria di par­ti­to” di fron­te a una situa­zio­ne anco­ra imma­tu­ra pre­pa­ra il ter­re­no a gran­di disil­lu­sio­ni e demo­ra­liz­za­zio­ni.


Note

[1] Nel 1928, l’analisi del Comin­tern si fon­dò su una let­tu­ra com­ple­ta­men­te erra­ta del­la real­tà inter­na­zio­na­le, secon­do cui, dopo un pri­mo perio­do (1917‑1924) di cri­si del capi­ta­li­smo e asce­sa rivo­lu­zio­na­ria e un secon­do (1925‑1928) di sua sta­bi­liz­za­zio­ne, si apri­va una nuo­va e più impo­nen­te fase di asce­sa rivo­lu­zio­na­ria (appun­to, il “ter­zo perio­do”) in cui i par­ti­ti rifor­mi­sti e socia­li­sti rap­pre­sen­ta­va­no un nemi­co del pro­le­ta­ria­to, in quan­to fre­no del­le lot­te. Que­sta teo­riz­za­zio­ne pren­de­va le mos­se da un testo di Sta­lin in cui la social­de­mo­cra­zia veni­va defi­ni­ta «l’ala mode­ra­ta del fasci­smo», con la con­se­guen­za che «que­ste due orga­niz­za­zio­ni non si esclu­do­no reci­pro­ca­men­te, anzi sono com­ple­men­ta­ri. Esse non sono anti­te­ti­che, sono gemel­le» (J. Sta­lin, “La situa­zio­ne inter­na­zio­na­le”, in Obras, vol. VI (1924), pp. 96 e ss., ediz. digi­ta­liz­za­ta all’indirizzo http://tiny.cc/wcy0jy; v. anche P. Broué, Histó­ria da Inter­na­cio­nal comu­ni­sta, Edi­to­ra Insti­tu­to José Luís e Rosa Sun­der­mann, 2007, vol. I, p. 660). Da que­sta stol­ta equi­pa­ra­zio­ne alla defi­ni­zio­ne di “social­fa­sci­sti” dei socia­li­sti il pas­so fu bre­ve e avreb­be poi avu­to con­se­guen­ze tra­gi­che: di fron­te all’avanzata del nazi­smo in Ger­ma­nia, se i comu­ni­sti tede­schi si fos­se­ro allea­ti in un fron­te uni­co con il poten­te par­ti­to social­de­mo­cra­ti­co, cer­ta­men­te gli even­ti avreb­be­ro pre­so tutt’altra pie­ga. La sui­ci­da tat­ti­ca del “ter­zo perio­do” – che solo Tro­tsky denun­ciò e vana­men­te ten­tò di con­tra­sta­re – por­tò inve­ce alla disfat­ta sen­za alcu­na resi­sten­za del pur gigan­te­sco e orga­niz­za­to pro­le­ta­ria­to tede­sco. Per un’analisi appro­fon­di­ta del­la tat­ti­ca del “ter­zo perio­do”, L. Tro­tsky, “Il ‘ter­zo perio­do’ degli erro­ri dell’Internazionale comu­ni­sta” (http://tiny.cc/uqyx8x). Per un appro­fon­di­men­to più gene­ra­le sul­le tra­gi­che con­se­guen­ze dell’applicazione di que­sta tat­ti­ca ultra­si­ni­stra, L. Tro­tsky, I pro­ble­mi del­la rivo­lu­zio­ne cine­se e altri scrit­ti su que­stio­ni inter­na­zio­na­li, 1924‑1940, Giu­lio Einau­di Edi­to­re, 1970, pp. 301 e ss.; L. Tro­tsky, La Ter­za Inter­na­zio­na­le dopo Lenin, Sch­warz edi­to­re, 1957, pp. 241 e ss.; L. Tro­tsky, Revo­lu­cão e con­trar­re­vo­lu­cão na Ale­ma­n­ha, Edi­to­ra Insti­tu­to José Luís e Rosa Sun­der­mann, 2011.
[2] I. Deu­tscher, Il pro­fe­ta esi­lia­to. Tro­tsky 1929‑1940, Lon­ga­ne­si, 1965, pp. 67‑68.
[3] Qui Deu­tscher inten­de l’opera di Tro­tsky, Sto­ria del­la rivo­lu­zio­ne rus­sa (Ndt).
[4] I. Deu­tscher, op. cit., p. 303.
[5] L. Tro­tsky, “¿Qué es una situa­ción revo­lu­cio­na­ria?”, 17 novem­bre 1931, digi­ta­liz­za­to all’indirizzo http://tiny.cc/y550jy.

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