Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Teoria

La concezione marxista di classe operaia

Breda

Operai della Breda di Sesto San Giovanni

«Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente», diceva un personaggio storico tanto lontano da noi e dai principi teorici del marxismo rivoluzionario che veniamo esponendo in questo Blog. Ma non è solo per l’enorme distanza che ci separa da quel personaggio che riteniamo profondamente sbagliata la frase in questione. Il fatto è che la confusione rende in genere una situazione tutt’altro che eccellente. Quando poi la confusione ha a che fare con la teoria, allora la situazione è sicuramente pessima.
Prendiamo ad esempio la crisi che vive la sinistra italiana. Tante organizzazioni hanno nel proprio programma il proposito di costruire o ricostruire un partito che possa rivolgersi alla classe lavoratrice per organizzarla e dirigerla verso un obiettivo di trasformazione di questa società. Tuttavia, proprio la confusione teorica che le attraversa lo impedisce: capita, infatti, di vederne alcune (in particolare, quelle riformiste) che, per avere da anni perso il contatto con le masse operaie, si indirizzano oggi a un indistinto “popolo”; altre, invece, che, pur richiamandosi ai principi del marxismo, hanno maturato una visione estremamente restrittiva di classe operaia, praticamente ferma all’epoca in cui Engels scriveva sulla situazione in cui versava quella inglese.
È chiaro che entrambe queste concezioni, determinando una “grande confusione sotto il cielo”, producono una situazione che non è affatto “eccellente”, ma appunto pessima rispetto a quel proposito e a quell’obiettivo.
E allora, proprio perché l’analisi marxista richiede precisione e non certo “confusione”, abbiamo ritenuto opportuno pubblicare qui un rigoroso e approfondito saggio dello studioso marxista Rolando Astarita sulla concezione marxista di classe operaia.
Benché pubblicato in origine nel 2001, il testo non risente affatto del tempo trascorso. Anzi, alcuni dei fenomeni analizzati, e che allora erano solo delle tendenze, sono stati confermati nell’attualità. Nel tradurlo in italiano abbiamo omesso soltanto poche parti che si riferiscono a temi congiunturali e per lo più legati alla situazione politica nell’Argentina dell’epoca a cui risale lo scritto.
Buona lettura.
La redazione

 

La concezione marxista di classe operaia


Rolando Astarita [*]

(in collaborazione con David Ato)

Pubblicato in Debate Marxista n. 3, seconda serie, maggio 2001.

 

Nel Manifesto Comunista Marx ed Engels ipotizzarono che la società capitalista avrebbe manifestato la tendenza a dividersi in due grandi classi antagoniste, la classe capitalista e la classe operaia; che i settori inferiori delle antiche classi medie sarebbero cadute nelle file della classe operaia, sia perché non avrebbero potuto sostenere la concorrenza con i grandi capitali, sia perché le loro abilità professionali avrebbero perso valore rispetto ai metodi avanzati di produzione; che lo stesso sviluppo dell’industria capitalista avrebbe generato una classe operaia sempre più omogenea, la quale, lungi dall’elevarsi col progresso dell’industria, sarebbe stata condotta alla miseria e alla povertà[1]. Durante il resto della loro vita, Marx ed Engels modificarono molto poco questa visione. Forse, il cambio più importante è quello relazionato alla questione della miseria. Nell’opera successiva al Manifesto, Marx si riferirà alla crescita della miseria relativa – non assoluta – in quanto tendenza storica; e dell’approfondimento in termini assoluti della miseria per le masse che sono gettate nella disoccupazione, sia per la crescita della meccanizzazione, sia per le periodiche crisi di sovraccumulazione[2]. La tesi della polarizzazione crescente della società in due grandi classi, e dell’omogeneizzazione crescente della classe operaia, fu sostenuta da Marx ed Engels in tutta la loro opera matura.
Nel tempo trascorso dalla morte di Marx, quest’approccio è stato il bersaglio preferito dei critici del marxismo. Costoro sostengono che, lungi dal polarizzarsi, la società capitalista ha dato luogo al sorgere di un’estesa classe media, che in nessun modo può essere considerata “proletaria”[3]; che, lungi dall’omogeneizzarsi, la classe operaia ha sperimentato un processo di crescente differenziazione. Inoltre, negli ultimi anni si sostiene che, a partire dai nuovi sistemi di organizzazione del lavoro, questo processo di differenziazione si sarebbe intensificato, al punto che alcuni parlano di frammentazione e segmentazione strutturali; ciò porterebbe al completo annullamento delle capacità rivoluzionarie della classe operaia. Altri aggiungono che le tecnologie informatiche avrebbero fatto posto a una società “post‑industriale”, in cui la proprietà della conoscenza, e non quella dei mezzi di produzione, sarebbe il fattore decisivo per definire le classi sociali.
Da un’altra prospettiva, alcuni autori aggiungono la questione dell’arretramento politico della classe operaia e la perdita di una coscienza storica dei suoi interessi, in quanto differenziati dal resto delle classi sociali. Sostengono che non si può parlare di classe sociale se questa coscienza non esiste, e che pertanto la classe operaia sarebbe scomparsa, di fatto, non solo a causa dei mutamenti sociali oggettivi, ma anche a causa della svolta politica che si è operata negli ultimi anni praticamente nel mondo intero.
In conseguenza di queste posizioni – combinate in diverse dosi e forme – il progetto socialista avrebbe perso ragion d’essere.
Non c’è da sorprendersi, dunque, che negli ultimi anni tali questioni siano ripetutamente apparse sui media e rappresentino un tema scottante nei dibattiti della sinistra e del progressismo. Che cosa sia la classe media, come debbano essere considerati i lavoratori dei “servizi”, quale dinamica presenti oggi la frammentazione della classe operaia industriale, come si debba caratterizzare socialmente il “lavoro in conto proprio”, sono punti nodali del dibattito. Persino alcune organizzazioni della sinistra – in Argentina, notoriamente il Mas – hanno ritenuto necessario abbandonare la definizione classica di classe operaia di Marx per adattarsi “ai tempi moderni”.
In questo testo ci proponiamo di discutere il tema, partendo da un esame della posizione di Marx sulla relazione di classe, per giungere poi ad affrontare alcuni dei problemi posti.

 

Determinazione politica o sociale oggettiva di classe operaia

Di seguito adotteremo un criterio di determinazione di classe operaia che possiamo chiamare “oggettivo”, o “sociale”; cioè che la classe operaia è il prodotto dello sviluppo del sistema capitalistico.
Siamo consapevoli che questa scelta teorica susciterà il rifiuto di coloro che – seguendo Thompson – sostengono che la determinazione della classe operaia ha a che fare con la politica, con la coscienza e le sue lotte. Com’è noto, Thompson rifiuta ciò che definisce categoria “statica” o “sociologica” nella determinazione delle classi sociali (imparentata, secondo lui, «con la teoria sociologica positivista») e sostiene che «ci sono classi perché le persone si sono ripetutamente comportate in modo classista»[4]; dato che le classi non esisterebbero indipendentemente dalle loro lotte storiche, il concetto di lotta di classe dovrebbe essere preesistente rispetto a quello di classe sociale[5].
Riteniamo che questo criterio porti a contraddizioni logiche insormontabili. Il fatto è che, secondo quest’approccio, i capitalisti oggi formerebbero una classe sociale, dal momento che hanno coscienza dei loro interessi di classe e lottano per imporli[6]. Ma d’altro lato, attualmente è impossibile parlare dell’esistenza di una “coscienza di classe operaia”, poiché in nessun Paese esistono partiti che ne esprimono gli interessi; i lavoratori non votano, né sostengono (con le dovute eccezioni) le forze che postulano una trasformazione rivoluzionaria della società; si sono perse le tradizioni – sindacali e politiche – della classe operaia; anche il numero degli scioperi e conflitti operai è diminuito sistematicamente negli ultimi decenni, nonostante l’offensiva senza soste del capitale sulle condizioni lavorative. Applicando dunque il criterio di Thompson, dovremmo concludere che non esiste una classe operaia. Cioè, esisterebbe la classe capitalista ma non la classe operaia. Pertanto, per chi lavora (si tratta di uno strato? di un gruppo?) in una relazione di salariato bisognerebbe adottare un criterio di determinazione sociale diverso da quello utilizzato per la classe capitalista. E questa situazione teorica dovrebbe essere sostenuta fintantoché la lotta operaia e la coscienza socialista non si ricompongano a livello mondiale, permettendo così di considerare gli sfruttati una classe sociale. Ma allora, bisognerebbe domandarsi anche quali livelli di lotte o di individui coscienti della contrapposizione di interessi tra la borghesia e gli operai sarebbero necessari per consentire il passaggio da un criterio all’altro senza il pericolo di essere tacciati di “oggettivismo”. Diciamo di passata che, fino ad allora, bisognerebbe applicare agli strati inferiori della società criteri estratti dall’arsenale della sociologia borghese (reddito, status, occupazione).
L’approccio “sociale” che adottiamo, al contrario, non incontra questi problemi. Al riguardo, segnaliamo anche che è il criterio di Marx. Al margine di qualche passaggio in cui l’autore de Il Capitale ha voluto enfatizzare l’importanza della coscienza, dell’organizzazione e della lotta affinché la classe abbia esistenza politica, lungo tutta la sua opera ha mantenuto un criterio oggettivo a proposito di che cos’è la classe operaia. Già abbiamo citato il Manifesto comunista in cui afferma che la classe operaia è un prodotto dello sviluppo capitalista. Ne Il Capitale quest’idea viene confermata:

«Il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, cioè considerato come processo di riproduzione, non produce dunque solo merce, non produce dunque solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall’altra l’operaio salariato»[7].

E, in un’affermazione ancor più forte, spiega che:

«…, dal punto di vista sociale la classe operaia, anche al di fuori dell’immediato processo lavorativo, è un accessorio del capitale quanto il morto strumento di lavoro. Perfino il suo consumo individuale è entro certi limiti solo un momento di riproduzione del capitale»[8].

Si osservi che la costituzione della classe operaia in quest’approccio è intimamente legata alla dinamica dell’accumulazione del capitale, poiché il processo di riproduzione ampliata del capitale riproduce in maniera ampliata le relazioni di sfruttamento e con esso della forza‑lavoro sottomessa al suo dominio.
In base a ciò, si può dire che molte volte la sinistra ha abusato del termine “soggetto sociale” con riferimento alla classe operaia. La classe operaia è “soggetto” nella misura in cui si autodetermina e agisce come classe; ma dal punto di vista del processo storico sociale è anche, fino a un certo punto, un “oggetto”, un risultato dell’accumulazione. […].

 

Surplus, pluslavoro e classi sociali

Come prima approssimazione, si può affermare, seguendo Marx, che in ogni tipo di società di classe esistono due classi fondamentali; che le relazioni di proprietà/possesso costituiscono l’asse intorno al quale si formano queste due classi; e che queste relazioni autorizzano una minoranza ad estrarre un surplus, o plusprodotto, dai produttori. In termini generali definiamo il surplus come la somma dei valori d’uso che eccedono la somma dei beni consumati dal produttore. Questa sistematica estrazione di surplus definisce dunque una relazione di sfruttamento; cioè, la nozione di classi sociali contrapposte è organicamente vincolata alla tesi per cui una delle classi è sfruttata dall’altra.
Ma, ciò detto, sorge la questione di cosa debba intendersi esattamente per “estrazione” di surplus, cioè cos’è lo sfruttamento e come si determinano le classi a partire da questo. La questione non è esente da controversie, perché in base a quanto in precedenza detto si potrebbe definire lo sfruttamento in due modi:

  1. esiste sfruttamento perché la classe proprietaria dei mezzi di produzione si appropria del surplus, non importa quale ne sia l’origine;
  2. esiste sfruttamento perché la classe proprietaria dei mezzi di produzione si appropria del surplus che consiste in pluslavoro.

La prima posizione è in qualche modo presente negli autori influenzati dall’opera di Sraffa, come Joan Robinson e Piero Garegnani[9]. La seconda è quella di Marx.
Secondo l’approccio sraffiano (o neoricardiano), non è necessario il riferimento al pluslavoro per rendere conto del surplus in una società sfruttatrice; in particolare, la teoria del valore lavoro non sarebbe necessaria per mettere a nudo lo sfruttamento capitalistico[10]. Garegnani ha sviluppato quest’approccio con qualche estensione. Sostiene che non si può dimostrare che l’unica fonte del surplus sia il lavoro umano, ma che ciò non è essenziale per stabilire l’esistenza di sfruttamento; ciò che importa, secondo Garegnani, è che ci sia surplus e che di esso si appropri una minoranza, non come né chi lo abbia prodotto. In altri termini, che i produttori, a qualunque società appartengano, non possano appropriarsi di tutto il prodotto. In tal modo, Garegnani stabilisce una nozione generale di sfruttamento, articolata esclusivamente sull’appropriazione del surplus, cioè su una relazione di distribuzione. La tesi neoricardiana secondo cui non è necessaria la teoria del valore lavoro per dimostrare lo sfruttamento capitalistico non è altro che un’applicazione particolare di questa nozione generale dello sfruttamento[11].
Per illustrare l’argomento, presentiamo un esempio teorico. Supponiamo un modo di produzione schiavista. Supponiamo anche che uno schiavo produca 10 unità di frumento in una settimana, di cui ne consuma 8 mentre 2 formano il surplus, di cui si appropria il padrone. Supponiamo, per semplificare la questione che egli impieghi solo terra e lavoro. Supponiamo ora che la produttività del lavoro aumenti del 50% (per esempio, a causa di eccezionali condizioni climatiche favorevoli). Il nuovo prodotto sarà di 15 unità di frumento. Poiché il consumo dello schiavo resta di 8, il surplus è passato da 2 a 7 unità di frumento. Il teorico sraffiano dirà allora che, dato che l’aumento del surplus non è dovuto all’utilizzo di più lavoro, non si può sostenere che queste 5 unità “in più” siano appropriazione di pluslavoro[12].
Vediamo la questione un passo alla volta. In primo luogo, Garegnani – così come gli sraffiani in generale – parte da un fatto certo: che l’aumento del prodotto è dovuto a un cambiamento nella forza produttiva senza che sia stato impiegato più tempo di lavoro. In secondo luogo, insiste – anche qui, a ragione – sul fatto che i valori d’uso, i beni materiali, sono prodotto del lavoro umano nonché delle condizioni materiali della produzione[13].
Ma da questi due punti di partenza corretti sfocia nell’idea sbagliata che l’appropriazione del surplus non rappresenta appropriazione del lavoro umano gratuito. la chiave del suo errore sta nel dimenticare che se non c’è lavoro umano non c’è surplus. Prendendo il suo esempio, segnaliamo il fatto ovvio – ma su cui si sorvola spesso – che la terra di per sé sola non presenta il frumento già pronto per la molitura[14]. Se di fronte all’aumento della produttività del lavoro lo schiavo potesse interrompere la sua giornata nel momento in cui siano state prodotte le 8 unità di frumento necessarie per il suo mantenimento, il proprietario resterebbe senza surplus. Tutto il tempo di lavoro al di sopra di questo lavoro necessario si traduce in surplus, che può essere più o meno grande, ma che non cambia la natura della questione: il padrone vive grazie al fatto che lo schiavo ha lavorato più del tempo di lavoro necessario. Nella misura in cui nelle società precapitaliste si misurarono i tempi di lavoro – e ogni società ha dovuto misurare e comparare tempi di lavoro – la questione del pluslavoro doveva apparire in maniera lampante agli occhi dei produttori; e, nell’esempio che abbiamo presentato, l’aumento della produttività deriverebbe dall’aumento del pluslavoro fornito dallo schiavo (nella misura in cui egli continui a consumare le 8 unità di frumento.
Per questo, benché il frumento non assuma la forma merce né il lavoro assuma la forma reificata del valore, l’appropriazione del surplus è appropriazione del lavoro umano eccedente.
È interessante segnalare che Marx criticò all’epoca i fisiocrati perché questi attribuivano l’esistenza del surplus a «un dono della natura, [a] una forza produttiva della natura»[15]. Li criticava non solo perché non avevano la concezione del valore‑lavoro nella società mercantile, ma anche perché avevano fatto astrazione del lavoro umano come la condizione essenziale e più generale per l’esistenza del plusprodotto in qualsiasi sistema sociale.
Contro questa posizione si potrebbe argomentare che anche la terra è una condizione necessaria per l’esistenza del prodotto; e che dunque anche la terra è “sfruttata” (troviamo sviluppi di questo tipo fra i marxisti analitici), allo stesso livello dell’operaio. Ma questo significa riprodurre l’errore di Adam Smith, quando disse che anche il bue generava valore: implica togliere ogni connotazione sociale – e politica – al concetto di sfruttamento. Questo è concreto, cioè applicabile a una determinata condizione, a una situazione umana, sociale. Allude al fatto che ci sono esseri umani che possono andare esenti dal lavorare per vivere, perché ce ne sono altri che sono obbligati a lavorare per loro. Per questo motivo, manteniamo l’idea del surplus come appropriazione di pluslavoro, nel senso in cui lo vide Marx anche per le società precapitaliste:

«Ovunque una parte della società possegga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o schiavo, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo sostentamento tempo di lavoro eccedente per produrre i mezzi di sostentamento per il possessore dei mezzi di produzione»[16].

A partire da questa nozione di pluslavoro deriva l’idea di un’opposizione antagonistica tra le classi contrapposte, basata sulla produzione. Perciò la nozione di sfruttamento in Marx non si spiega solo a partire dalla constatazione che c’è un surplus sociale al di là di quanto i produttori consumino per il loro sostentamento. In definitiva, questa posizione può portarci all’idea delle classi sociali, ma originate in diverse fonti di entrate[17]. Perciò non ha ragione Giddens quando sostiene che Marx aveva respinto l’idea che le classi sociali dovessero identificarsi con la fonte di entrate perché «ciò avrebbe portato a una pluralità infinita di classi»[18]. La ragione è più profonda, dato che ha a che vedere con l’antagonismo “strutturale” ancorato alla produzione, che è proprio della società di classe.

Griebel, “Die Internationale” (1929)

Di qui anche l’importanza che darà Marx alla forma in cui viene estratto questo pluslavoro, forma che definirà i diversi modi di produzione (e le relazioni di produzione dominanti):

«Solo la forma in cui viene spremuto al produttore immediato, al lavoratore, questo pluslavoro, distingue le formazioni economiche della società; p. es., la società della schiavitù da quella del lavoro salariato»[19].

Un’idea che ripeterà nel terzo libro de Il Capitale.

 

La relazione capitale/lavoro come relazione di dominio e coercizione

La teoria del valore lavoro sarà il completamento logico di questa teoria dello sfruttamento, applicata alla società capitalista. Dimostrando che esiste una sola fonte di valore, la teoria del valore e del plusvalore di Marx implica che:

  1. l’antagonismo tra capitale e lavoro è inconciliabile, e che
  2. non lo si può eliminare mediante manipolazioni del mercato, ma solo cambiando le relazioni di produzione.

Effettivamente, poiché il lavoro vivo (non oggettivato) è l’origine del valore, è anche la sua più assoluta negazione, dato che il valore è lavoro morto (oggettivato). Perciò il lavoro, che sostiene il capitale[20], è anche sempre “l’altra faccia” del capitale, la sua antitesi. Si tratta al contempo di una relazione di implicazione e di negazione, cioè una relazione dialettica. Ne deriva che la classe operaia può essere definita solo in opposizione al capitale[21].
Ma la relazione di sfruttamento capitalista è una relazione economica che implica anche una relazione di coercizione e dominio. È necessario sottolineare quest’aspetto a fronte dell’enorme confusione creata sul tema dai “marxisti” analitici, perché questi autori, approfondendo la riflessione nel solco aperto dagli sraffiani, hanno finito per adottare formulazioni di tipo neoclassico – individualismo metodologico, scelte razionali ottimizzatrici – e una teoria dello sfruttamento basata sullo scambio di produttori dotati in modo ineguale di mezzi di produzione. L’obiettivo – molto chiaro in Roemer e in alcuni scritti di Wright – è offrire una teoria dello sfruttamento spogliata dei fattori di lotta, coazione, dominio, che sono propri della relazione capitale/lavoro[22]. Non c’è da meravigliarsi che Roemer ridefinisca lo sfruttamento affermando che «una persona o gruppo di persone è sfruttato se non ha accesso alla sua giusta partecipazione … alle attività produttive alienabili della società»[23].
La differenza di quest’affermazione con la realtà dello sfruttamento e dell’antagonismo di classe non può essere più grande. In primo luogo, perché il capitalismo non si sostiene su una semplice distribuzione diseguale dei mezzi di produzione, bensì sullo spossessamento assoluto dell’immensa maggioranza rispetto al monopolio dei mezzi di produzione da parte della classe sfruttatrice[24]. In secondo luogo, perché gli elementi di coazione, di impulso a dominare il lavoro, sono al centro della storia della relazione capitale/lavoro. Perciò, sebbene Marx abbia insistito sul carattere economico dello sfruttamento sotto il capitalismo, non ha anche insistito sui fattori di dominio e coercizione inerenti alla subordinazione, o sussunzione, del lavoro al capitale. Il capitale implica il suo dominio sul processo di lavoro. Marx, al riguardo, è molto chiaro:

«All’interno del processo di produzione il capitale si è sviluppato in comando sul lavoro … Il capitale si è sviluppato … in un rapporto di coercizione, che forza la classe operaia a compiere un lavoro maggiore di quello richiesto dall’ambito ristretto delle sue necessità vitali. E come produttore di laboriosità altrui, come pompatore di pluslavoro e sfruttatore di forza‑lavoro, il capitale supera in energia, dismisura ed efficacia tutti i sistemi di produzione del passato fondati sul lavoro forzato diretto»[25].

In Teorie sul plusvalore si esprime similmente:

«Il capitale produce valore solo considerato come una relazione, imponendosi coattivamente sul lavoro salariato e obbligando quest’ultimo ad apportare pluslavoro …»[26].

Ciò determina che la relazione di sfruttamento capitalistico sia qualitativamente diversa da quella che si stabilisce tra produttori quando c’è un semplice trasferimento disuguale. Per questo, benché il dominio non implichi necessariamente sfruttamento, come segnala a ragione Wright, lo sfruttamento implica dominio e coercizione. […].
Enumeriamo alcune delle conseguenze che possono trarsi da tali questioni.
In primo luogo, la relazione di coercizione racchiude in sé la potenzialità latente della lotta, della resistenza di classe, anche quando non si manifesta in lotta aperta. […].
In secondo luogo, la teoria dello sfruttamento di Marx permette di distinguere la differenza qualitativa tra lo sfruttamento basato sull’estrazione “economico‑coattiva” del pluslavoro e un mero trasferimento di valore nel mercato dovuto a differenze di produttività, risorse, potere negoziale. La comprensione della centralità della contraddizione capitale‑lavoro (che dopo tutto è il fondamento di qualsiasi strategia socialista) parte dal poter differenziare tale questione[27].

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Sciopero delle operaie tessili in Valsesia (Piemonte), 1914

In terzo luogo, bisogna segnalare che in questa discussione è coinvolta la nozione stessa dell’alternativa socialista, poiché dalla visione dello sfruttamento attraverso il mercato articolata sulla distribuzione disuguale dei mezzi di produzione deriva la negazione della classe operaia come classe rivoluzionaria radicale rispetto al capitalismo. Wright spiega con molta franchezza che uno dei motivi per respingere l’analisi di classe – e di sfruttamento – del marxismo “tradizionale” sta nel fatto che quest’ultimo

«… considera implicitamente il socialismo – società nella quale la classe operaia è la classe dirigente – come l’unica alternativa possibile al capitalismo»[28].

Allo stesso modo, le tesi sullo sfruttamento di mercato hanno portato acqua al mulino del nazionalismo (v. nota 27), con le ovvie conseguenze in tema di strategie di alleanze riformiste di classe e di disinnesco della contraddizione capitale‑lavoro.

 

Altra definizione recente di classe operaia

Recentemente, anche una corrente della sinistra argentina, il Mas – che si considera di tradizione marxista – ha modificato in senso radicale la determinazione del concetto di classe operaia[29]. Negli ultimi tempi, ha cominciato a definire la classe operaia come quella classe che è costituita da «tutti coloro che vivono del loro lavoro». Il cambiamento è importante, poiché nella categoria di “coloro che vivono del proprio lavoro” si debbono includere i proprietari di mezzi di produzione che non sfruttano forza‑lavoro. Pertanto, ampi settori di piccoli proprietari passano ad essere considerati – secondo tale criterio – componenti della classe operaia.
A partire da questo cambio, si perde di vista anche la centralità della coercizione/controllo del processo di lavoro da parte degli sfruttatori e si cancellano le differenze sostanziali che esistono tra lo sfruttamento, da un lato, e la distribuzione disuguale del surplus da parte dei meccanismi di mercato, dall’altro. Il fatto è che, sebbene il piccolo proprietario, semplice produttore di merci, può non vedere realizzato in valore il tempo di lavoro che impiega nella produzione – e in tal modo ricevere un ricavo minore di quello che sarebbe persino il valore “normale” della sua forza‑lavoro – la sua posizione è qualitativamente diversa da quella in cui si trova l’operaio salariato. Il cambiamento della sua situazione non richiede, in principio, di eliminare la proprietà privata dei mezzi di produzione. Se non vede realizzato in valore il tempo di lavoro impiegato può darsi che ciò dipenda dal fatto che usa una tecnica arretrata, o che si scontra con concorrenti monopolistici con potere di controllo sul mercato. In qualsiasi caso, la sua opposizione al sistema non deve necessariamente essere antagonistica. Da qui discendono le vacillazioni e le posizioni ambigue dei settori di piccoli proprietari quanto al programma di rivendicazioni e cambiamenti sociali. È certo che i loro interessi possono coincidere congiunturalmente con quelli della classe operaia nella misura in cui si oppongono al grande capitale. Ciò apre la possibilità di alleanze di classe con i salariati, ma non determina un’identità di classe con loro. Perciò, nel corso di un processo di trasformazione sociale rivoluzionaria ci sarà un punto di inflessione in cui gli interessi di entrambe le classi entreranno in un conflitto che in un modo o in un altro dovrà essere risolto[30].
Forse, alcuni difensori della nuova definizione di classe operaia sosterranno che il cambio obbedisce alla necessità di dar conto delle enormi masse di individui che oggi sono sull’orlo della pauperizzazione più assoluta, e che sono lavoratori “in proprio”.
Ma questo è un caso diverso da quello del piccolo‑borghese, semplice produttore di merci, “che vive del proprio lavoro”. I lavoratori “in proprio” pauperizzati sono, nella loro stragrande maggioranza, lavoratori disoccupati che sopravvivono facendo lavoretti, cioè vendendo i propri servizi: ad esempio, come manovali, per le pulizie, come giardinieri. Dal punto di vista formale, apparterrebbero alla piccola borghesia (sono proprietari di scarsi mezzi di produzione, autodeterminano il proprio lavoro). Tuttavia, per origine, prospettiva e disposizione reale di mezzi di produzione li consideriamo parte della classe operaia. Da un lato, perché provengono dalle file operaie (licenziati dalle fabbriche, figli di operai) e, ancor più importante, perché sono pronti a rientrare nella relazione salariata non appena in grado di trovare un lavoro. Dunque, sono parte dell’esercito di disoccupati generati dal capitalismo, e come tali appartengono alla classe operaia. Nell’analisi di questo fenomeno, possiamo persino applicare il criterio del “salto dalla quantità alla qualità” (che Marx utilizzò per determinare il passaggio storico dal maestro artigiano al capitalista), data la minima dotazione di mezzi di produzione: ad esempio, un lavoratore che offre i suoi servizi di giardinaggio è proprietario di mezzi di produzione consistenti in una falciatrice e alcune forbici. Una grandezza che non consente di considerarlo un piccolo‑borghese proprietario di mezzi di produzione. Benché non abbiamo ancora trattato il caso dei lavoratori del commercio, possiamo anche ricomprendere nell’esempio i piccoli venditori ambulanti: ad esempio, il proprietario di una cesta utilizzata per vendere cioccolatini sui treni non può essere considerato un “piccolo‑borghese proprietario di mezzi di scambio” (cioè, della cesta).

 

Classi medie, un chiarimento metodologico

Come abbiamo detto nell’introduzione, una delle critiche più comuni a Marx sostiene che la polarizzazione sociale da lui prevista non si è verificata, perché durante il XX secolo è cresciuta la “nuova classe media”, composta da impiegati stipendiati.
Anche questa tesi è stata condivisa da buona parte della sinistra. Già ai tempi della Seconda Internazionale, Bernstein sosteneva che i nuovi settori salariati costituivano una “classe media”, la cui crescita evidenziava che il capitalismo tendeva al livellamento sociale. Kautsky condivideva l’analisi, benché contrastasse le conclusioni politiche di Bernstein. Molti anni dopo, Trotsky riteneva necessario segnalare che la tendenza alla polarizzazione ipotizzata da Marx ed Engels nel Manifesto comunista non si era verificata[31]. Nel dopoguerra, molti teorici della sinistra nordamericana ed europea ipotizzarono che la crescita delle classi medie, combinata con “l’imborghesimento” della classe operaia, annullava le possibilità che potesse realizzarsi una rivoluzione nel seno del capitalismo avanzato[32]. Si è persino argomentato che in qualche modo Marx avrebbe rettificato, nella sua opera matura, le idee esposte nel Manifesto comunista. Così, Giddens, nei suoi scritti sulle classi di inizio anni 70, ricorda il passaggio di Teorie sul plusvalore, in cui Marx critica Ricardo perché questi dimenticava di «evidenziare la quantità in costante crescita della classe media», e considera una “ovvietà” il fatto che il ceto impiegatizio non appartenga alla classe operaia. Oggi, questa convinzione è ancor più radicata in molti settori, a partire dalla crescita delle attività informatiche e della comunicazione.
Ebbene, noi pensiamo l’opposto rispetto all’idea dominante. Perciò affrontiamo il problema tenendo conto dei criteri che abbiamo discusso per la concezione di classe operaia. A questo proposito, è necessario precisare alcune questioni di tipo metodologico che si riferiscono sostanzialmente al modo in cui nel marxismo si vanno “costruendo” i concetti. Se non si comprende tale punto, si può cadere nell’idea che in Marx esista una specie di concetto “astratto” – o puramente teorico – di classe operaia, definito approssimativamente così come abbiamo fatto finora, e un “salto” che può essere definito il terreno empirico, o storico‑sociale concreto, in cui l’astrattezza troverebbe poca applicazione. Gurvitch o Giddens, che ragionano così, sostengono che nelle sue opere storiche Marx abbia dovuto abbandonare lo schema “astratto” per analizzare quello “concreto”. Questa sconnessione finisce per far sì che la determinazione di base, fondamentale, dalla quale si partiva, si perda sulla strada che procede verso la “realtà” della società contemporanea […].
Ma, in realtà, non esiste un simile “salto” tra l’analisi della relazione fondamentale e l’analisi concreta nella teoria di Marx, bensì un progressivo avanzamento dalle nozioni più semplici e astratte a quelle più concrete. L’importante è non perdere in quest’avanzamento la nozione di base, ma arricchirla. Si tratta di comprendere il concreto, non nel senso di “palpabile” (come generalmente si pensa), ma nel senso di una maggiore ricchezza di determinazioni. Se la relazione di proprietà capitalista, contrapposta alla proprietà “libera” della forza‑lavoro, e l’estrazione coattiva – che da ciò deriva – di plusvalore dal produttore, rappresentano il fondamento delle due classi antagonistiche, nell’analisi più complessa non si deve perdere di vista questa relazione. E, al contempo, tener conto che essa non esaurisce la questione, così come la comprensione della produzione di plusvalore non esaurisce il concetto di capitale. Nella misura in cui si avanza nell’analisi, è imprescindibile introdurre nuove determinazioni, mediazioni che permetteranno di connettere il nucleo della relazione di sfruttamento con la conformazione generale della classe operaia.

 

La moderna “classe media”

In primo luogo, occorre constatare che esiste un relativo accordo tra gli autori sul fatto che un aspetto della teoria sviluppata da Marx si è verificata, e continua a verificarsi: gli strati inferiori e ampi settori di piccoli proprietari sono scomparsi, o hanno ridotto la loro capacità di sopravvivenza, sia nei Paesi capitalisti arretrati che in quelli avanzati; e il processo continua. Su questo punto sembra esserci un accordo abbastanza generalizzato, perfino tra i critici di Marx. Un caso emblematico è l’indebitamento secolare dell’antica ed estesa classe di piccoli proprietari degli Stati Uniti, il Paese che all’epoca – metà del XIX secolo – è stato probabilmente il paradiso delle possibilità del piccolo produttore[33].
Se da qualche parte si voleva vedere agire “a pieno regime” la legge della concorrenza e della concentrazione del capitale trattata da Marx, ebbene questo luogo è rappresentato dagli Stati Uniti. Un altro chiaro esempio della tendenza che opera a livello mondiale è dato dall’Argentina, con la rapida scomparsa di migliaia di piccoli esercizi commerciali e negozi, spazzati via dai grandi centri commerciali.
In secondo luogo, va chiarito che nella determinazione di classe sociale la questione circa la natura manuale o intellettuale di un lavoratore non è decisiva. Weber, ad esempio, ha differenziato – nel senso di classi differenti – i lavoratori manuali dai lavoratori non proprietari e non manuali. Poiché inoltre sosteneva che la maggioranza dei settori dell’antica piccola borghesia che perdono la loro proprietà transitano in quest’ultimo settore, è naturale che concludesse che la polarizzazione prevista da Marx non si fosse verificata.
Marx collocava i lavoratori non manuali – che non occupassero incarichi di comando del capitale – nella classe operaia, indipendentemente dall’ammontare del reddito o dal prestigio della professione. Marx parlava di «una classe operaia superiore», cioè degli ingegneri, meccanici, ecc., che si muove «al di fuori della sfera degli operai di fabbrica ed è soltanto aggregata ad essi». Il concetto di “aggregazione” non sta a significare una certa qual vacillazione teorica per poter includere questi lavoratori nella classe operaia; tuttavia, quasi continuando chiarisce che si tratta di una «divisione del lavoro puramente tecnica», cioè non una divisione di classe sociale. Ciò è dovuto al fatto che questi lavoratori sono produttivi, nel senso che producono valore e plusvalore, dato che contribuiscono alla modificazione del valore d’uso.

Impiegati

Si potrebbe sostenere che molti di questi lavoratori non sono sottomessi alla coazione capitalista che, come abbiamo visto, è caratteristica della relazione capitale/lavoro. Questo è un argomento di peso. Impiegando la terminologia di Marx, molti di questi settori non sono sottomessi realmente al capitale, cioè quest’ultimo ancora non determina completamente i suoi modi di lavoro. A questo riguardo, si introduce una differenziazione rispetto all’operaio sottomesso realmente, perché da una parte essi appartengono alla classe operaia – vendono cioè la loro forza‑lavoro, sono salariati del capitale, producono plusvalore – ma dall’altra ancora non si integrano pienamente, perché le loro condizioni lavorative conservano una differenza. La dialettica serve per accogliere nell’assimilazione questi due aspetti fino a un certo punto contradittori e per cercare di determinare quale di essi prevalga. Sotto quest’aspetto, ciò che è decisivo è la dinamica di questi settori. Nel trattare alcuni di questi casi complessi, Marx adotta questo approccio. Ad esempio, scrive:

«[…] lo scrittore che offre a un libraio lavoro come in fabbrica è un lavoratore produttivo. […] il letterato proletario di Lipsia che produce libri … per incarico del suo libraio è prossimo a essere un lavoratore produttivo, in quanto la sua produzione è sottomessa al capitale e non viene svolta se non per valorizzarlo»[34].

Nello stesso passaggio si riferisce subito dopo al cantante e all’insegnante di scuola che lavorano per il capitalista, e li considera lavoratori produttivi, ma aggiunge che «la maggior parte di questi lavoratori, dal punto di vista formale, si sottomette solo formalmente al capitale: essi appartengono alle forme di transizione»[35]. Si osservi il “letterato proletario”, prossimo ad essere un lavoratore produttivo: la sua produzione (non la modalità del suo lavoro) è sottomessa al capitale e viene svolta per valorizzarlo. Non è dunque un piccolo proprietario che vende la sua merce – il libro – come farebbe un produttore indipendente, ma è qualcuno che “va verso” la proletarizzazione, non verso la sua stabilizzazione in una nuova classe piccolo‑borghese. È una “forma di transizione”, come era a quell’epoca quella dell’insegnante.
Questo criterio serve per studiare casi dell’attualità, di professionisti con istruzione universitaria sottomessi in maniera crescente al capitale. Le domande pertinenti sono: si sono stabilizzati in una forma indipendente? Hanno sempre più l’opzione di stabilizzarsi come professionisti indipendenti? Esiste una tendenza all’ascesa dei loro redditi, sì da potere smettere di dipendere dalla vendita della loro forza‑lavoro?
Nei decenni successivi alla seconda Guerra mondiale era comprensibile che si pensasse che v’era una tendenza a una crescente differenziazione di questi settori salariati rispetto al lavoratore manuale dell’industria. In un periodo di prosperità generale del capitalismo, e di relativa forza della classe operaia, i settori qualificati che si trasformavano in salariati lo facevano in condizioni molto favorevoli per la vendita della loro forza‑lavoro. Ma già negli anni 70 il lavoro introduttivo di Braverman dimostrava che buona parte degli impiegati erano sottomessi in maniera crescente alle condizioni imposte dal capitale. Da allora, la tendenza si è accentuata perché comprende sempre più professionisti altamente qualificati.
Prendiamo il caso degli ingegneri, matematici, programmatori e altro personale specializzato in informatica. La gran parte di loro lavora per imprese capitalistiche, producendo programmi per computer. Pertanto, sono lavoratori produttivi: le merci sono i programmi che hanno valore d’uso e valore (lavoro di indagine ed elaborazione del programma). Benché alcuni pionieri abbiano avuto successo nel rendersi indipendenti stabilizzandosi in conto proprio, nella misura in cui si estende la preparazione di nuova manodopera e questa “si standardizza”, i tempi di produzione individuali si confrontano sul mercato – attraverso i valori dei prodotti – e debbono adattarsi ai tempi di lavoro socialmente necessari imperanti nell’industria. Il sistema di istruzione capitalista produce ingegneri e tecnici, si confrontano i lavori, cresce l’offerta di manodopera qualificata e la pressione del capitale, e pertanto le condizioni lavorative si omogeneizzano “verso il basso”. Questa è la dinamica nei posti in cui stanno concentrandosi masse di questi lavoratori: ad esempio, in India, Irlanda e anche la mitica Silicon Valley negli Usa.
Un altro caso tipico e d’attualità di personale qualificato riguarda i lavoratori dedicati all’assistenza ai clienti, cioè per compiti di service, riparazioni, consulenza, che lavorano in una relazione capitalista. Per apprezzare la grandezza che può raggiungere questa forza lavoro in alcune imprese, segnaliamo che solo l’IBM ha circa 130.000 tecnici qualificati e ingegneri dedicati a questi compiti. Anche questi sono lavoratori produttivi nel vero senso della parola, sottoposti a condizioni di crescente sottomissione dal capitale. Lo stesso può dirsi della prestazione di servizi attraverso la rete telefonica o Internet, che è cresciuta esponenzialmente negli Stati Uniti e in Europa (solo in Europa, agli inizi del 1999, c’era più di un milione di salariati in questo settore). In queste mansioni abbondano gli ingegneri, laureati in amministrazione e simili, sottoposti a intensi ritmi e condizioni di produttività “fordiste”. Molti realizzano compiti monotoni e ripetitivi, per paghe che non superano gli 800/1.000 dollari mensili; questi luoghi di lavoro sono moderne “sweatshops”[36], con impiegati legati a un computer o una linea telefonica. Si tratta di salari che, in termini relativi, sono equiparati a quelli che alcuni anni fa guadagnavano i tornitori e i meccanici manutentori nelle imprese; e mai nessuno ha sostenuto che questi non appartenessero alla classe operaia.
Prendiamo il caso delle migliaia di biologi, matematici, chimici, fisici, sociologi, storici, antropologi, assegnati alla ricerca. Sempre più spesso, i lavori di un’ampia maggioranza di essi si riducono a mansioni rutinarie, parzializzate, che non permettono di dispiegare iniziative, né sviluppare le capacità; le loro “ricerche” sono parte di programmi che essi non dominano, che vengono formulati dalle sfere di direzione del capitale o dello Stato. Come nei casi precedenti, neanche le loro remunerazioni si distinguono qualitativamente da quelle di molti lavoratori.
Così pure, sono assoggettati sempre più al capitale docenti e molti operatori della sanità, per lo meno nella misura in cui le condizioni materiali di questi lavori lo permettano. Ci sono medici, ad esempio, ai quali le cliniche impongono di assistere una determinata quantità media oraria di pazienti; realizzano lavori ultra parzializzati, in cui perdono altre competenze, relazionate con una pratica olistica, che era una caratteristica del professionista indipendente (benché questi fosse uno specialista). D’altro canto, molti docenti oggi insegnano “a cottimo” per imprese capitalistiche, producendo una merce che si chiama “istruzione”. Sono lavoratori produttivi, che vendono la propria forza lavoro (e non hanno altra possibilità), ricevono un salario minore di molti lavoratori manuali per lo meno in molti Paesi dipendenti – e nella loro azione sindacale hanno dovuto avvicinarsi al tipo di azione del resto dei lavoratori.
Naturalmente, è ancor più chiaro, se si vuole, il caso dei lavoratori dei “servizi” che alcuni autori pure hanno collocato nella moderna “classe media”[37]. Bisogna ricordare ancora una volta che il carattere produttivo del lavoro non è dato dal contenuto materiale di ciò che si produce, ma dalla produzione di plusvalore:

«… queste definizioni [lavoro produttivo e improduttivo] non derivano dalle caratteristiche materiali del lavoro, (né dalla natura del suo prodotto, né dal carattere speciale del lavoro come lavoro concreto), ma dalla forma sociale definita, dalle relazioni sociali del produttore in cui egli realizza il suo lavoro. Un attore, ad esempio, perfino un pagliaccio, secondo questa definizione, è un lavoratore produttivo se lavora al servizio di un capitalista (un impresario) a cui devolve più lavoro di quanto da lui riceva sotto forma di salario; mentre un sarto che lavori a domicilio, recandosi a casa del capitalista e rammendandogli i pantaloni, produce un semplice valore d’uso, sicché è un lavoratore improduttivo»[38].

Così, i lavoratori del trasporto, dello stoccaggio, della pulizia, dell’insegnamento, cura della salute, preparazione di alimenti, sono produttivi nella misura in cui lavorano per imprese capitaliste e queste vendono i loro “servizi” come merci. I ritmi di lavoro in una catena Mc Donalds sono tanto “fordisti” – benché vi si producano hamburger e patatine fritte – quanto in una catena di montaggio in una fabbrica di automobili. La stragrande maggioranza di questi lavoratori “soddisfa” dunque i criteri fondamentali che definiscono la classe operaia: vendono la loro forza lavoro, sono assoggettati alla relazione capitalista in tutto ciò che riguarda le condizioni di lavoro, persino sopportando le condizioni di precarizzazione lavorativa che subisce oggi il resto della classe operaia.

 

Lavoratori improduttivi salariati dal capitale

Però il capitale non solo sfrutta coloro che producono plusvalore, ma anche coloro che, senza produrne, svolgono lavori imprescindibili affinché possa prodursene. Ci riferiamo, in particolare, agli impiegati nella sfera della circolazione delle merci, della contabilità e del movimento del denaro.
Introduciamo qui una nuova determinazione. Si tratta dei lavori che si relazionano non con la produzione di valori d’uso, ma con la forma sociale in cui si produce e si realizza il plusvalore: cioè, con le forme merci e denaro.

Impiegati di istituti di credito

La categoria di lavoro improduttivo si applica, per lo meno, a due situazioni sotto il capitalismo. Da un lato, a quei lavoratori che sono pagati con rendite, cioè che non sono sottomessi in una relazione capitalistica. Dall’altro, a quelli che, pur essendo sottomessi in una relazione capitalistica, non producono plusvalore. La distinzione è importante perché molti analisti che segnalano che non si sarebbe verificata la previsione di Marx per quanto attiene alla semplificazione polarizzata delle classi sociali, dimenticano l’eliminazione progressiva dei lavoratori improduttivi considerati nel primo senso. Ne Il Capitale Marx fa riferimento al censimento della popolazione dell’Inghilterra e del Galles del 1861, secondo cui, su un totale di 20 milioni di abitanti, 1,2 milioni erano impiegati in servizi domestici; a quell’epoca, tutto il personale impiegato nelle miniere di carbone e metalli non arrivava a 600.000, e tutto il personale operaio impiegato nelle industrie di cotone, lana, fibre pettinate, lino, canapa, seta, iuta e nella calzetteria e merletteria meccanica superava di poco i 640.000[39]. L’importanza relativa di questi lavoratori improduttivi sembra essere diminuita in tutti i Paesi in cui si è mediamente sviluppato il sistema capitalista, come già constatava Bottomore nel lavoro citato.
Se si includono nella classe dei capitalisti gli imprenditori commerciali o i banchieri (benché le attività in cui essi impiegano i loro capitali non siano fonte diretta di plusvalore), non c’è ragione per non considerare parte della classe operaia quei lavoratori improduttivi sottomessi alla relazione capitalistica. Perciò, nonostante nel XIX secolo gli impiegati del commercio e delle banche non fossero ancora completamente sottomessi al capitale in relazione alle loro condizioni di lavoro, Marx non esitò a considerarli parte della classe operaia:

«Da un lato un … lavoratore commerciale è un salariato come qualsiasi altro. Innanzitutto in quanto il lavoro viene comperato dal capitale variabile del commerciante, non dal denaro speso come reddito […]. In secondo luogo in quanto il valore della sua forza‑lavoro […] è determinato come per tutti gli altri lavoratori salariati […] Fra lui e l’operaio direttamente impiegato dal capitale industriale vi deve essere la stessa differenza che sussiste fra il capitalista industriale e il commerciante»[40].

Benché in questa determinazione non venga considerato l’ammontare della remunerazione dei lavoratori, è fuor di dubbio che la maggioranza di questi lavoratori ha visto un livellamento delle proprie retribuzioni con quelle del resto della classe operaia industriale; e in molti casi è abbastanza al di sotto di questa. A tale riguardo, la tendenza alla proletarizzazione appare chiara[41]. Se nel XIX secolo ancora era possibile confondere gli impiegati con i “settori medi”[42], oggigiorno questo non è più possibile. Oggi, essi non hanno altra alternativa se non offrire la propria forza‑lavoro; il loro lavoro è standardizzato e vale sempre più come semplice “spesa di forza‑lavoro”. Benché non producano valore, permettono al capitale di risparmiare spese necessarie per l’appropriazione del plusvalore. Di qui, la tendenza permanente del capitale commerciale o bancario ad abbassare il prezzo della forza‑lavoro di questi impiegati per avanzare verso il declassamento della manodopera. L’introduzione dell’automazione in banca è un esempio di come si punti a sottomettere il lavoro di individui che in altri tempi venivano considerati personale qualificato. Più in generale, il lavoro in ufficio manifesta la stessa tendenza. Come più di vent’anni fa diceva Braverman, «i processi del lavoro nella maggioranza degli uffici sono facilmente riconoscibili in termini industriali, come processi a ciclo continuo»[43]. Oggi, dappertutto si esigono ritmi di lavoro “da fabbrica”, i padroni studiano metodi per estrarre fino all’ultima goccia di tempo disponibile dai loro eserciti di venditori, cassieri, archivisti. E allora tutti questi settori debbono essere ricompresi nella classe operaia.
Da ultimo, presentiamo una tabella, elaborata da Diego Guerrero, relativa al grado di proletarizzazione della forza‑lavoro nei Paesi e negli anni selezionati, che include i disoccupati come percentuale della popolazione economicamente attiva[44].

PAESI 1930‑1940 1974 1997
Stati Uniti 78,2 (1939) 91,5 91,5
Giappone 41,0 (1936) 72,6 80,8
Germania 69,7 (1939) 84,5 (Rep. Fed.) 90,7
Regno Unito 88,1 (1931) 92,3 87,3
Francia 57,2 (1936) 81,3 87,6
Italia 51,6 (1936) 72,6 74,7
Canada 66,7 (1941) 89,2
Belgio 65,2 (1930) 84,5 83,6
Svezia 70,1 (1940) 91,0 94,7
Spagna 52,0 (1954) 68,4 81,0
Europa a 15 84,3
Media semplice

(8 Paesi senza Canada)

65,1 83,2 86,4

 

Gli impiegati statali

Trattiamo ora il caso degli impiegati statali, la cui produzione consiste in servizi che non sono merci, come istruzione, sanità, manutenzione e salvaguardia di spazi pubblici, archivi e statistiche[45]: cioè quei lavoratori che sono impiegati nella riproduzione delle condizioni generali che permettono lo sfruttamento capitalista. Escludiamo dall’analisi coloro che occupano posti di direzione – in posizioni apicali o intermedie – nell’apparato statale e quelli impiegati negli organismi di repressione statale.
Wright ritiene che i lavoratori statali debbano essere definiti in una categoria sociale diversa da quella dei salariati del settore privato. Argomenta che, nel vendere la loro forza‑lavoro, essi entrano nella relazione sociale Stato‑lavoro (e non in quella capitale‑lavoro): sicché, questi lavoratori starebbero in una posizione duale, derivata dal carattere statale della produzione in cui sono impiegati. Wright rifiuta la concezione della produzione statale come sfera pubblica della produzione capitalista, sostenendo che ciò significherebbe cadere nel peccato di funzionalismo. Per questo, afferma che:

«l’articolazione di tali sfere (capitalista, domestica, pubblico‑statale) sarebbe dunque regolata da qualche tipo di principio di integrazione funzionale. Senza tale principio funzionale è difficile comprendere come potremmo considerare che la sfera pubblica abbia una natura fondamentalmente capitalista»[46].

Non condividiamo questo criterio. Tanto per cominciare, è necessario mettere da parte il “fantasma” che ci è stato agitato davanti agli occhi negli ultimi anni sul pericolo del “funzionalismo”. Una cosa è la critica del funzionalismo che sopprime le contraddizioni e i conflitti sociali; un’altra è rifiutarsi di considerare relazioni funzionali reali. Benché sia certo che le funzioni produttive[47] dello Stato non si adeguano plasticamente alle necessità del capitale, esiste una tendenza di quest’ultimo ad imporre il suo sigillo. In altri termini, quantunque non possiamo parlare di derivazione meccanica dalla logica della valorizzazione dal settore privato capitalista al settore pubblico, c’è più di una mera costrizione del modo di produzione capitalista sul funzionamento dell’apparato statale. Con tutte le sue contraddizioni e ostacoli, l’impulso che proviene dal capitale sulle funzioni dello Stato si è fatto sempre più intenso nella misura in cui la relazione capitalista è diventata globalizzata – e con essa si è esteso a tutte le sfere della dialettica del valore. Le privatizzazioni delle imprese di servizi pubblici costituiscono un esempio di quest’impulso, ma lo è anche l’introduzione di criteri derivati dalla sfera privata (capitalista) nel lavoro degli impiegati statali: criteri di “efficienza”, precarizzazione lavorativa crescente (lo Stato adotta il sistema dei contratti “spazzatura”), declassamento accelerato della manodopera.
Su questo punto è interessante fare riferimento a uno dei pochi passaggi in cui Marx ebbe a riferirsi agli operai statali. Marx trattò l’esempio dei costruttori di strade: erano lavoratori improduttivi, dato che allora le strade non venivano vendute come merce e pertanto il lavoro che le produceva non generava valore, né plusvalore. Era un lavoro indispensabile per il funzionamento capitalista, ma che non era stato posto nell’orbita del capitale. Perciò Marx affermò che questi lavoratori si trovavano in un’altra relazione economica rispetto ai salariati del capitale, ma aggiunse che erano salariati liberi “come ogni altro”, che rendevano pluslavoro, benché questo tempo di pluslavoro contenuto nel prodotto fosse «impossibile da scambiare. Per l’operaio stesso, paragonato agli altri salariati, si tratta di pluslavoro»[48]. Tuttavia, Marx non sviluppò questi concetti, che lasciano aperti alcuni interrogativi ai quali dobbiamo cercare di rispondere. Il principale di essi si riferisce a come si può sapere che c’è “pluslavoro” nella società capitalista quando non c’è produzione di valore.

Risultati immagini per impiegati statali

Impiegati statali

Forse, un modo per risolvere la questione è osservare ciò che di fatto sta facendo oggi il capitalismo, cioè comparare i prodotti di questi lavoratori con quelli di caratteristiche similari che vengono prodotti nel settore privato. Continuando con l’esempio della costruzione di strade, si può calcolare la quantità di pluslavoro implicito di cui si appropria la classe capitalista, a partire dal plusvalore di cui si appropriano le imprese costruttrici a capitale privato, che vendono strade mediante il sistema di pedaggi. All’epoca in cui Marx scriveva, questa comparazione era impossibile; e perciò, forse, in quel momento la sua affermazione sul pluslavoro degli operai statali era più un’ipotesi (plausibile, a nostro avviso) che un fatto dimostrato. Ma oggi, con la tendenza all’imposizione della logica di mercato questa comparazione si realizza di fatto in ogni momento (ad esempio, col costante riferimento e richiesta di “efficientismo” nell’orbita dello Stato). Essa costituisce un impulso sistemico, che si alimenta nelle relazioni di produzione dominanti[49]. Così si spiega che gli insegnanti pubblici e i lavoratori statali della sanità siano sempre più sottomessi agli stessi criteri di efficienza dei loro omologhi del settore privato. Ciò spiega anche la comunanza di interessi fra i salariati statali e privati. Ci sono sempre meno differenze tra gli uni e gli altri. I lavoratori statali passano al settore privato e quelli del settore privato a quello statale senza perciò cambiare la loro situazione di classe, né le condizioni più generali del loro rispettivo lavoro (nell’istruzione e nell’insegnamento ciò è particolarmente evidente).
Diversa è la situazione degli individui impiegati negli organismi di repressione. La discussione è importante dal punto di vista politico, perché alcune correnti della sinistra […] pretendono di considerarli come lavoratori, con lo stesso statuto sociale di qualsiasi altro impiegato statale: di qui il tentativo di organizzare sindacalmente i poliziotti (sottufficiali e agenti), come se si potessero radicalizzare le loro rivendicazioni e integrarli nel movimento operaio. Tra gli argomenti addotti, c’era quello che si trattava di venditori di forza‑lavoro, sfruttati indirettamente dal capitale e dallo Stato.
Il problema di quest’argomento è che dimentica che in questo caso la funzione repressiva svolta da questi individui determina un’esistenza sociale che in nessun modo può essere assimilata alla situazione della classe operaia. La logica della polizia, e di corpi similari, è la repressione e la preparazione per condurre la guerra di classe in difesa della proprietà privata. La loro situazione “strutturale” colloca, all’inizio, questi individui contro la classe operaia. Altra questione è se, nel corso di un acuto processo rivoluzionario, alcuni settori vengono neutralizzati oppure guadagnati alla classe operaia e alle masse popolari. Ma si tratterebbe di una situazione di rottura, di frattura o implosione delle istituzioni, generata da un’estrema acutizzazione della lotta di classe. Uno scenario molto lontano dalla situazione “normale” che caratterizza il funzionamento quotidiano del modo di produzione capitalista.

 

Il personale intermedio delle imprese e dello Stato 

In precedenza, avevamo fatto riferimento alla situazione dei salariati di carriera di imprese – ingegneri, tecnici specializzati – che abbiamo ricompreso nella classe operaia nella misura in cui realizzano compiti tecnico‑produttivi, cioè che riguardano la trasformazione dei valori d’uso. Tuttavia, in ogni impresa capitalista esiste un ampio settore di capireparto, supervisori e simili che svolgono un compito produttivo solo in parte, perché questo si combina con funzioni che derivano dal carattere antagonistico della relazione di sfruttamento capitalistico. È chiaro che molti tecnici e ingegneri si trovano in questa situazione. Fin quando le loro funzioni derivano dalle necessità del processo produttivo, hanno caratteri che li avvicinano alla classe operaia; ma quando svolgono funzioni di vigilanza e controllo, si oppongono alla classe operaia e si assimilano alla classe proprietaria dei mezzi di produzione. Da qui deriva una posizione di classe contraddittoria, che si plasma nel fatto che in buona misura questi settori non solo ricevono in pagamento il valore di una forza‑lavoro qualificata, ma un di più in quanto contribuiscono al compito di sfruttamento della classe operaia. Per questa ragione, in questo caso sì, possiamo parlare di “moderna classe media”, o di media o piccola borghesia. L’aggettivo “moderna” si giustifica perché essi sono un prodotto dello sviluppo capitalista, a differenza della piccola borghesia proprietaria dei suoi mezzi di produzione, che tende ad essere spazzata via (benché non venga mai meno la controtendenza alla sua permanente resurrezione dalle ceneri della bancarotta). È importante tenere a mente questa differenziazione rispetto alla classe operaia produttiva, come vedremo in seguito nella nostra discussione su alcune categorie di analisi che vengono impiegate, ad esempio, da […] analisti sociali e correnti politiche.
Nello Stato troviamo il correlato di questi settori intermedi, anch’essi in posizioni contraddittorie.

 

Il personale direttivo delle imprese e dello Stato

Più chiara di quella precedente è la situazione dei dirigenti e del personale direttivo. Il tema merita di essere discusso perché i leader riformisti e conciliatori del movimento operaio e molti intellettuali “progressisti” hanno puntato sulle “virtù” dei dirigenti d’impresa. Si è ritenuto che essi avrebbero obiettivi opposti rispetto a quelli degli azionisti, perché sarebbero interessati allo sviluppo delle imprese, piuttosto che rispondere strettamente alla logica della valorizzazione del capitale. Costituirebbero una sorta di classe media “illuminata”, che il movimento operaio dovrebbe puntare a incorporare come alleata per una futura trasformazione rivoluzionaria. Così, differenziandolo dalla classe capitalista, Bottomore include lo strato degli amministratori nelle “nuove classi medie”[50]. Wright, da parte sua, considera che i dirigenti si trovano in «una posizione contraddittoria nelle relazioni di classe che combina pratiche capitaliste e operaie», perché essi non sono proprietari dei mezzi di produzione e sono salariati[51].
Non possiamo essere d’accordo con queste posizioni. I dirigenti d’impresa – a livello direttivo – appartengono alla classe capitalista. Mentre l’azionista rappresenta la proprietà del capitale, il dirigente d’azienda «rappresenta unicamente il capitale operante … è la sua personificazione, in quanto esso opera ed esso opera in quanto viene investito»[52]. Benché il dirigente d’impresa riceva uno stipendio, quest’ultimo è la forma che adotta una parte del plusvalore (che figura come profitto d’impresa). Si osservi ancora una volta che il criterio che qui adottiamo non è quello della mera proprietà dei mezzi di produzione intesa in maniera statica, bensì quello della proprietà in quanto dà origine e funziona come potere coercitivo indipendente rispetto a salariato nell’estrazione di lavoro eccedente.
D’altra parte, la realtà del capitalismo contemporaneo verifica compiutamente la giustezza di questa concezione di Marx sull’appartenenza di classe del personale direttivo. Sistematicamente, gli alti dirigenti delle imprese – specialmente negli Stati Uniti – vengono pagati non solo con lo stipendio, ma anche con il trasferimento di enormi somme di valori in azioni delle imprese che essi dirigono. In tal modo, i loro interessi, come quelli degli azionisti, sono centrati nella valorizzazione delle compagnie da loro gestite e le loro entrate si inscrivono in tutta evidenza nella categoria dei profitti della classe capitalista. Qualcosa di simile si verifica col personale direttivo dello Stato (ministri, presidente, deputati, supremi giudici, funzionari di direzione). In questo caso, l’appropriazione di plusvalore è mediata dalla funzione che essi occupano; ma si assimilano alla classe capitalista anche a partire dalla funzione di direzione delle leve dello Stato.
[…]

 

A mo’ di conclusione

Affermare l’esistenza della classe operaia – e la crescita in estensione e profondità delle relazioni capitale‑lavoro – non implica sostenere che essa abbia, o “debba avere”, coscienza di classe (cioè, coscienza del carattere antagonistico inconciliabile dei suoi interessi rispetto agli interessi del capitale). Solo la relazione di sfruttamento offre la possibilità materiale che questa coscienza venga acquisita. Non ne determina meccanicamente e in maniera lineare il sorgere. Nella questione della coscienza di classe, della coscienza socialista, entrano in gioco esperienze politiche d’altro tipo che qui non consideriamo. Ma sosteniamo che un componente nella presa di coscienza socialista è la spiegazione – “avanguardista”, secondo il criterio “alla Thompson” – dell’esistenza obiettiva della classe operaia e della dinamica sociale che discende dalle tendenze oggettive dell’accumulazione capitalista (mondializzazione della classe operaia, estensione). Così come della forza materiale che ciò comporta. Il fatto è che la proletarizzazione di tecnici, intellettuali e professionisti genera una forza produttiva di potenzialità trasformatrici come mai prima storicamente una classe sfruttata ha avuto.

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Rivera, “The World of Today and Tomorrow” (1934)

Se si pensa per un attimo alle immense difficoltà che, dopo la rivoluzione del 1917, i bolscevichi incontrarono per far ripartire l’economia a causa della mancanza di personale qualificato, si comprenderà l’importanza del tema. Anche dal punto di vista politico, di propaganda e della lotta ideologica, della presa di coscienza della potenzialità trasformatrice, la questione della determinazione marxista del concetto di classe operaia è fondamentale. Rispetto a coloro i quali sostengono che la classe operaia non può trasformare il mondo perché non ne è capace, perché non possiede l’intelligenza, la cultura e l’abilità per farlo, resta dimostrato che le forze del lavoro salariato muovono tutte le leve dell’apparato economico (comprese quelle della sanità, dell’istruzione, della ricerca) e hanno pertanto in sé la potenzialità di trasformarsi come classe, di elevare in futuro tutti i suoi membri sul piano del massimo sviluppo delle potenzialità umane.

 

[*] Rolando Astarita è uno studioso marxista di economia. Insegna all’Università di Quilmes (Argentina) e di Buenos Aires.

 

(Traduzione di Ernesto Russo)

 


Note

[1] K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista.

[2] La tesi della crescita della miseria relativa è contenuta nella teoria del plusvalore relativo; anche nella visione dell’accumulazione, nel capitolo 23 del Capitale, insieme alla descrizione della miseria in termini assoluti di coloro che entrano nell’esercito dei disoccupati. Il concetto relativo della povertà in Marx può essere consultato in Salario, prezzo e profitto.

[3] In senso stretto “proletario” è colui che dispone solo di una discendenza. Per questo Engels, verso la fine della sua vita, riconosceva che era più appropriato parlare di classe operaia che di classe proletaria; ciò accredita l’interpretazione a proposito del fatto che Marx ed Engels finirono per respingere la tesi dell’impoverimento assoluto e lineare dell’insieme dei salariati.

[4] E.P. Thompson: Tradición, revuelta y conciencia de clase, Barcelona, Crítica, 1979, p. 34.

[5] Ibidem, p. 37.

[6] Le teorie “scientifiche” del neoliberalismo (monetariste, offertiste, nuovi classici, ecc.) hanno espresso – benché in maniera distorta – gli interessi della classe dominante per superare i problemi affrontati dall’accumulazione del capitale dagli anni 70. Il capitale ha dimostrato di avere un’acuta coscienza “pratica” dei suoi interessi, li ha espressi con non troppa chiarezza e ha “lottato” (con un’offensiva su tutti i fronti contro il lavoro) por imporli.

[7] K. Marx, Il Capitale, libro primo, Editori Riuniti, 1994, p. 634.

[8] Idem, p. 629.

[9] Si veda, ad esempio, J. Robinson, “La teoría del valor trabajo: un comentario”, in Monthly Review, versione originale in inglese, dicembre 1977, riprodotta nell’edizione in spagnolo. Di Garegnani “La realidad de la explotación”, in Garegnani e altri, Debate sobre la teoría marxista del valor, Messico, Pasado y Presente, 1979. Un altro noto autore neoricardiano che rifiuta la teoria del valore come base della nozione di sfruttamento è Geoff Hodgson, “A Theory of Exploitation Without the Labour Theory of Value”, in Science & Society, 1980, n. 2.

[10] Con il suo caratteristico pragmatismo J. Robinson si domandava «perché abbiamo bisogno del valore per mostrare che possono prodursi benefici nell’industria al di là del loro costo di produzione, o per spiegare il potere che possiedono coloro che dispongono di denaro o altre risorse finanziarie di tiranneggiare quelli che non li possiedono?»: v. op. cit.

[11] Gli sraffiani dimostrano che in un sistema capitalista è possibile determinare tasso di profitto e prezzi senza passare per la teoria del valore lavoro, data una tecnologia e dotazioni di lavoro, e fissato il salario in maniera esogena. Inoltre, dimostrano che gli interessi del salariato e del capitalista sono opposti, poiché l’aumento del salario implica la caduta del profitto.

[12] Per questo Garegnani considera anche irrilevante la questione del lavoro per spiegare lo sfruttamento nelle società precapitaliste. «… la vera ragione per cui in generale si accetta che le entrate del signore feudale sono il risultato di uno sfruttamento del lavoro sociale sta nel fatto che tali entrate si basano unicamente in ciò: che non è permesso ai servi della gleba di appropriarsi di quello che producono»: op. cit., p. 57.

[13] Garegnani insiste sul fatto che è un errore pensare che «tutti i beni sono il prodotto del lavoro umano», come Böhm Bawerk aveva imputato a Marx: op. cit., pp. 44-45.

[14] Anche Marx si vide obbligato a ricordare la “ovvietà”, che cade sempre nel “dimenticatoio” nelle società sfruttatrici: «perfino un bambino sa» che se un Paese smettesse di lavorare «non dico per un anno, ma per poche settimane, si morirebbe»: lettera del 1868 a Kugelman.

[15] K. Marx, Teorías de la plusvalía, t. I, Buenos Aires, Cartago, p.42.

[16] K. Marx, Il Capitale, cit., p. 269.

[17] Una visione affine alla teoria neoclassica della armonia di classe. La funzione di produzione neoclassica “da conto” di entrate differenziate dei gruppi sociali, senza che ciò implichi nessuna nozione di sfruttamento, y quindi di antagonismo social. Già Marx respingeva, nel suo famoso capitolo inconcluso sulle classi sociali, al termine del terzo libro de Il Capitale, le basi della ripartizione di classe secondo le fonti di entrate.

[18] Giddens, La estructura de clases en las sociedades avanzadas Madrid, Alianza, 1996, p. 30.

[19] K. Marx, op. ult. cit., p. 250.

[20] Marx afferma che il lavoro è la condizione di esistenza del capitale: «capitale in quanto capitale esso lo è soltanto in relazione all’operaio attraverso il consumo del lavoro» (K. Marx, Grundrisse, vol. I, PGreco edizioni, 2012, p.256).

[21] Come dice Marx, «il carattere economico dell’operaio è dato dunque dall’esser … operaio in antitesi con il capitalista» (op. ult. cit., vol. I, p. 245 e s.).

[22] E.O. Wright considera che uno dei punti forti della teoria di Roemer è aver tolto di mezzo ogni nozione di dominio per definire lo sfruttamento. V. Wright, “¿Qué hay de medio en la clase media?” in Zona Abierta, gennaio‑giugno 1985, p. 108.

[23] Roemer, Valor, Explotación y Clase, Messico, FCE, 1989. Utilizzando la teoria dei giochi e l’algebra, Roemer sostiene che il plusvalore può «essere il risultato competitivo della ottimizzazione individuale rispetto alle restrizioni date della proprietà» (p. 31). In tal modo può esserci sfruttamento a partire dallo scambio diseguale. Come dice Roemer, « lo sfruttamento non è un’idea sul trasferimento del lavoro, ma sulla distribuzione diseguale della proprietà» (p. 113). Una critica alla teoria dello sfruttamento di Roemer si può trovare in E. Meiksins Wood, “Rational Choise Marxism: Is the Game Worth the Candle”, in New Left Review, n. 177, 1989.

[24] Privata delle condizioni materiali di produzione, la forza‑lavoro è «povertà assoluta … non come indigenza, ma come totale esclusione della ricchezza materiale»; ma, al contempo, «è la possibilità generale della ricchezza come soggetto e come attività» (K. Marx, op. ult. cit., vol. I, p. 244 e s.).

[25] K. Marx, Il Capitale, cit., p. 348.

[26] K. Marx, Teorías, cit., t. I, p. 79.

[27] Ricordiamo che, in base alle teorie dello scambio disuguale tra Paesi, in passato alcuni autori hanno anche parlato di sfruttamento delle nazioni “proletarie” ad opera di Paesi “borghesi”.

[28] Wright, Zona Abierta, gennaio‑giugno 1985, p. 108 […].

[29] Benché, a differenza dei marxisti analitici, che hanno discusso a lungo la teoria di Marx, il Mas non si è preso il disturbo di criticare la posizione che abbandonava.

[30] Tra gli altri, l’esempio della rivoluzione russa è emblematico. Buona parte delle contraddizioni della rivoluzione trovò origine in quest’oggettivo conflitto di interessi. Le politiche proposte dal partito bolscevico per cercare di superarlo possono essere seguite attraverso gli scritti di Lenin successivi alla rivoluzione. Benché non possiamo sviluppare qui il tema, le proposte del leader bolscevico sulla cooperazione avanzate verso la fine della sua vita sono di particolare interesse per ciò che suggeriscono come possibilità per un futuro superamento della contraddizione posta. Naturalmente, le “cooperative” staliniste, ferocemente imposte con la collettivizzazione forzata, erano l’opposto della politica che verso la fine della sua vita Lenin stava disegnando.

[31] In uno scritto commemorativo in occasione dei novant’anni del Manifesto comunista, Trotsky sosteneva che «… lo sviluppo del capitalismo ha accelerato all’estremo il sorgere di legioni di tecnici, amministratori, impiegati del commercio, in sintesi, la cosiddetta “nuova classe media”». Si noti l’assimilazione di tecnici e impiegati del commercio con gli “amministratori”.

[32] Le potenzialità rivoluzionarie si sarebbero perciò annidate in seno agli esclusi dal sistema, i contestatori, e fondamentalmente nelle grandi masse contadine e senza radici della periferia capitalista, il cosiddetto “terzo mondo”.

[33] Secondo Bottomore, agli inizi del XIX secolo circa l’80% della popolazione lavoratrice, esclusi gli schiavi di colore, possedeva i mezzi di produzione. Negli anni 60 quest’autore constatava che «un secolo e mezzo di trasformazione economica ha distrutto la maggioranza dei fondamenti su cui riposava l’ideologia ugualitaria». Wright Mills scriveva che «negli ultimi cent’anni gli Usa hanno cessato di essere una nazione di piccoli capitalisti per diventare una nazione di impiegati stipendiati» (citato da T.B. Bottomore, Las clases en la sociedad moderna, Buenos Aires, La Pleyade, 1973, pp. 73‑75). Da allora questa tendenza è continuata. In particolare, la crisi degli anni 80 ha colpito fortemente le campagne, approfondendo il fallimento di contadini e la concentrazione della proprietà. Attualmente, il 75% della produzione è realizzato solo dal 17% delle aziende agricole.

[34] K. Marx, Capítulo VI Inédito, pp. 84‑85.

[35] Ibidem.

[36] In inglese nel testo originale. L’espressione può essere resa in italiano con “fabbriche sfruttatrici di manodopera”, “officine di sfruttamento” [Ndt].

[37] Ad esempio, Bottomore include nelle “nuove classi medie” gli impiegati d’ufficio e «molti di coloro che si occupano di erogare servizi di uno o un altro tipo (come mansioni di benessere sociale, intrattenimento) …», op. cit., pp. 38‑39.

[38] K. Marx, Teorías, cit., t. I, p. 133.

[39] K. Marx, Il Capitale, cit., p. 491.

[40] K. Marx, Il Capitale, libro terzo, p. 351 e s.

[41] Già ne Il Capitale Marx segnala, riferendosi all’impiegato d’ufficio, che «a misura che il modo capitalistico di produzione si sviluppa, il salario ha la tendenza a diminuire, anche in rapporto al lavoro medio. In parte in seguito alla divisione del lavoro nella sfera dell’ufficio» (ivi, p. 360). Nella categoria degli “impiegati d’ufficio” vanno inclusi sia i lavoratori produttivi (dell’industria), sia quelli improduttivi (commercio o banca). Ciò che importa è evidenziare che la tendenza si poteva notare più di cent’anni fa.

[42] Dice Braverman: «nel XVIII secolo e agli inizi del XIX, “impiegato” o “capufficio” era la qualifica del dirigente in alcune industrie britanniche: ferrovie e servizi pubblici. Era comune che il dirigente pagasse gli impiegati dal suo stesso stipendio, conformemente con la loro posizione di sottoposti alle funzioni dirigenziali o almeno di assistenti del dirigente, e alcuni erano incentivati con premi per aver portato a termine alcuni lavori o con lasciti alla morte del proprietario …»; «… in senso lato, in termini di funzioni, autorità, stipendio, categoria dell’impiego (un posto in ufficio era generalmente a vita), prospettive, per non dire “status” e perfino abbigliamento, gli impiegati erano più affini al padrone che al lavoro nella fabbrica» (Trabajo y capital monopolista, México, Nuestro Tiempo, 1984, pp. 338-9).

[43] Ibidem, p. 358. Il grassetto è nostro.

[44] D. Guerrero, “Depauperación obrera en los países ricos: el caso español”, in Macroeconomía y crisis mundial, Guerrero (ed.), Madrid, Trotta, 2000, p. 230.

[45] I lavoratori di imprese statali che vendono merci, come acqua, petrolio o linee telefoniche sono operai produttori di plusvalore.

[46] E. O. Wright, “Reflexionando, una vez más, sobre el concepto de estructura de clases”, in Zona Abierta 59/60, 1992, p. 119.

[47] Utilizziamo qui il termine “produttivo” non nel senso di produttore di plusvalore, ma in quello di produzione delle condizioni generali di riproduzione del capitale a cui ci siamo riferiti in precedenza.

[48] K. Marx, Grundrisse, t. II.

[49] Ancora una volta si può apprezzare l’importanza della osservazione metodologica di Marx, a proposito della relazione di produzione chiave che illumina con la sua luce particolare il resto delle sfere.

[50] Bottomore, op. cit. p. 38.

[51] Wright, op. cit. p. 109.

[52] K. Marx, Il Capitale, cit., t. III, p. 442.

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