Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Storia del movimento operaio, Teoria

Duecento anni e non sentirli: Karl Marx

Il 5 mag­gio di 200 anni fa nac­que a Tre­vi­ri, in Ger­ma­nia, colui che ha dato – e dà – sen­so alla nostra atti­vi­tà poli­ti­ca di rivo­lu­zio­na­ri, Karl Marx. Il suo pen­sie­ro filo­so­fi­co ed eco­no­mi­co e la sua azio­ne poli­ti­ca han­no rap­pre­sen­ta­to uno spar­tiac­que nel­la sto­ria dell’umanità.
In tan­ti han­no cer­ca­to di pro­cla­mar­ne la mor­te, ter­ro­riz­za­ti dal­la for­za del­le idee di rove­scia­men­to dell’attuale ordi­ne socia­le che pro­ma­na dal­le sue ope­re. Altri, nel ten­ta­ti­vo di idea­liz­zar­ne la figu­ra per ren­der­la inno­cua, han­no pro­va­to ad “addo­me­sti­car­lo” scin­den­do il Marx “filo­so­fo” o quel­lo “eco­no­mi­sta” dal rivo­lu­zio­na­rio che in real­tà egli è sta­to in ogni momen­to del­la sua vita, anche quan­do scri­ve­va di filo­so­fia o di eco­no­mia. Anzi, lo svi­lup­po del suo pen­sie­ro filo­so­fi­co o eco­no­mi­co era total­men­te fina­liz­za­to all’idea del­la rivo­lu­zio­ne.
Ma lo “spet­tro” del comu­ni­smo evo­ca­to nel Mani­fe­sto ha resi­sti­to ad ogni sfor­zo per demo­lir­lo o edul­co­rar­lo e “si aggi­ra” ancor oggi, non solo per l’Europa, ma per il mon­do inte­ro.
Per cele­bra­re la ricor­ren­za del bicen­te­na­rio del­la nasci­ta di Karl Marx abbia­mo rite­nu­to di pre­sen­ta­re ai nostri let­to­ri lo stral­cio di un sag­gio scrit­to da colui che a tal pun­to si rese inter­pre­te del suo pen­sie­ro, adat­tan­do­lo a una diver­sa real­tà socia­le, da por­ta­re vit­to­rio­sa­men­te a ter­mi­ne quel­la rivo­lu­zio­ne socia­le che Marx stes­so ave­va avu­to sem­pre come stel­la pola­re: Lenin.
Si trat­ta di uno scrit­to che il rivo­lu­zio­na­rio rus­so con­ce­pì nel perio­do che va dal luglio al novem­bre del 1913, e che fu pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta due anni dopo. Si inti­to­la: “Karl Marx. Bre­ve sag­gio bio­gra­fi­co ed espo­si­zio­ne del mar­xi­smo”.
Buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne

Karl Marx

Breve saggio biografico ed esposizione del marxismo

V. I. Lenin

 

LA DOTTRINA DI KARL MARX

Il mar­xi­smo è il siste­ma del­le con­ce­zio­ni e del­la dot­tri­na di Marx. Marx è sta­to colui che ha con­ti­nua­to e ha genial­men­te per­fe­zio­na­to le tre più impor­tan­ti cor­ren­ti d’idee del seco­lo XIX, pro­prie dei tre pae­si più pro­gre­di­ti dell’umanità: la filo­so­fia clas­si­ca tede­sca, l’economia poli­ti­ca ingle­se e il socia­li­smo fran­ce­se, in rap­por­to con le dot­tri­ne rivo­lu­zio­na­rie fran­ce­si in gene­ra­le. Anche gli avver­sa­ri rico­no­sco­no la mera­vi­glio­sa coe­ren­za e orga­ni­ci­tà del­le con­ce­zio­ni di Marx che costi­tui­sco­no nel loro assie­me il mate­ria­li­smo moder­no e il moder­no socia­li­smo scien­ti­fi­co, teo­ria e pro­gram­ma del movi­men­to ope­ra­io di tut­ti i pae­si del mon­do civi­le. […]

La con­ce­zio­ne mate­ria­li­sti­ca del­la sto­ria

Con­sa­pe­vo­le dell’incoerenza, dell’imperfezione, del­la uni­la­te­ra­li­tà del vec­chio mate­ria­li­smo, Marx si con­vin­se del­la neces­si­tà di «met­te­re d’accordo la scien­za del­la socie­tà con la base mate­ria­li­sti­ca e di rico­struir­la sopra di essa». Se il mate­ria­li­smo in gene­ra­le spie­ga la coscien­za con l’essere, e non vice­ver­sa, ciò vuol dire che, appli­ca­to alla vita socia­le dell’umanità, il mate­ria­li­smo esi­ge che si spie­ghi la coscien­za socia­le con l’essere socia­le. «La tec­no­lo­gia – scri­ve Marx (Il Capi­ta­le, vol. I) – sve­la il com­por­ta­men­to atti­vo dell’uomo ver­so la natu­ra, l’immediato pro­ces­so di pro­du­zio­ne del­la sua vita, e con essi anche l’im­mediato pro­ces­so di pro­du­zio­ne dei suoi rap­por­ti socia­li vita­li e del­le idee dell’intelletto che ne sca­tu­ri­sco­no». Una for­mu­la­zio­ne com­ple­ta dei prin­ci­pi fon­da­men­ta­li del mate­ria­li­smo, este­so alla socie­tà uma­na e alla sto­ria, è data da Marx nel­la sua pre­fa­zio­ne all’opera Per la cri­ti­ca dell’economia poli­ti­ca con le paro­le seguen­ti: «Nel­la pro­du­zio­ne socia­le del­la loro esi­sten­za, gli uomi­ni entra­no in rap­por­ti deter­mi­na­ti, neces­sa­ri, indi­pen­den­ti dal­la loro volon­tà, in rap­por­ti di pro­du­zio­ne che cor­rispondono a un deter­mi­na­to gra­do di svi­lup­po del­le loro for­ze pro­dut­ti­ve mate­ria­li. L’insieme di que­sti rap­por­ti di pro­du­zio­ne costi­tui­sce la strut­tu­ra eco­no­mi­ca del­la socie­tà, ossia la base rea­le sul­la qua­le si ele­va una sovra­strut­tu­ra giu­ri­di­ca e poli­ti­ca e alla qua­le cor­ri­spon­do­no for­me deter­mi­na­te del­la coscien­za socia­le. Il modo di pro­du­zio­ne del­la vita mate­ria­le con­di­zio­na, in gene­ra­le, il pro­ces­so socia­le, poli­ti­co e spi­ri­tua­le del­la vita. Non è la coscien­za degli uomi­ni che deter­mi­na il loro esse­re, ma è, al con­tra­rio, il loro esse­re socia­le che deter­mi­na la loro coscien­za. A un dato pun­to del loro svi­lup­po, le for­ze pro­dut­ti­ve mate­ria­li del­la socie­tà entra­no in con­trad­di­zio­ne con i rap­por­ti di pro­du­zio­ne esi­sten­ti, cioè con i rap­por­ti di pro­prie­tà (che ne sono sol­tan­to l’espressione giu­ri­di­ca) den­tro i qua­li tali for­ze per l’innanzi si era­no mos­se. Que­sti rap­por­ti, da for­me di svi­lup­po del­le for­ze pro­dut­ti­ve, si con­ver­to­no in loro cate­ne. E allo­ra suben­tra un’epoca di rivo­lu­zio­ne socia­le. Con il cam­bia­men­to del­la base eco­no­mi­ca si scon­vol­ge più o meno rapi­da­men­te tut­ta la gigan­te­sca sovra­strut­tu­ra. Quan­do si stu­dia­no simi­li scon­vol­gi­men­ti, è indi­spen­sa­bi­le distin­gue­re sem­pre fra lo scon­vol­gi­men­to mate­ria­le del­le con­di­zio­ni eco­no­mi­che del­la pro­du­zio­ne, che può esse­re con­sta­ta­to con la pre­ci­sio­ne del­le scien­ze natu­ra­li, e le for­me giu­ri­di­che, poli­ti­che, reli­gio­se, arti­sti­che o filo­so­fi­che, ossia le for­me ideo­lo­gi­che che per­met­to­no agli uomi­ni di con­ce­pi­re que­sto con­flit­to e di com­bat­ter­lo.
«Come non si può giu­di­ca­re un uomo dall’idea che egli ha di se stes­so, così non si può giu­di­ca­re una simi­le epo­ca di scon­vol­gi­men­to dal­la coscien­za che essa ha di se stes­sa; occor­re inve­ce spie­ga­re que­sta coscien­za con le con­trad­di­zio­ni del­la vita mate­ria­le, con il con­flit­to esi­sten­te tra le for­ze pro­dut­ti­ve del­la socie­tà e i rap­por­ti di pro­du­zio­ne» … «A gran­di linee, i modi di pro­du­zio­ne asia­ti­co, anti­co, feu­da­le e bor­ghe­se moder­no, pos­so­no esse­re desi­gna­ti come epo­che che mar­ca­no il pro­gres­so nel­la for­ma­zio­ne eco­no­mi­ca del­la socie­tà». (Cfr. la bre­ve for­mu­la­zio­ne di Marx nel­la let­te­ra a Engels del 7 luglio 1866: «La nostra teo­ria per cui l’organizzazione del lavo­ro è deter­mi­na­ta dai mez­zi di pro­du­zio­ne»).
La sco­per­ta del­la con­ce­zio­ne mate­ria­li­sti­ca del­la sto­ria, o, più esat­ta­men­te, l’applicazione coe­ren­te e l’estensione del mate­ria­li­smo al cam­po dei feno­me­ni socia­li, eli­mi­nò i due prin­ci­pa­li difet­ti del­le pre­ce­den­ti teo­rie sto­ri­che. In pri­mo luo­go que­ste, nel miglio­re dei casi, tene­va­no con­to solo dei moti­vi ideo­lo­gi­ci dell’attività sto­ri­ca degli uomi­ni sen­za ricer­ca­re le cau­se che pro­vo­ca­va­no que­sti moti­vi, sen­za affer­ra­re le leg­gi ogget­ti­ve del­lo svi­lup­po del siste­ma dei rap­por­ti socia­li, sen­za vede­re che le radi­ci di que­sti rap­por­ti si tro­va­no nel gra­do di svi­lup­po del­la pro­du­zio­ne mate­ria­le. In secon­do luo­go, que­ste teo­rie tra­scu­ra­va­no, per l’appunto, le azio­ni del­le mas­se del­la popo­la­zio­ne, men­tre il mate­ria­li­smo sto­ri­co ha dato per pri­mo la pos­si­bi­li­tà di inda­ga­re, con la pre­ci­sio­ne pro­pria del­la sto­ria natu­ra­le, le con­di­zio­ni socia­li del­la vita del­le mas­se e i cam­bia­men­ti di que­ste con­di­zio­ni. La «socio­lo­gia» e la sto­rio­gra­fia pre­mar­xi­ste, nel miglio­re dei casi, dava­no un cumu­lo di fat­ti grez­zi, fram­men­ta­ria­men­te rac­col­ti, una espo­si­zio­ne di aspet­ti par­zia­li del pro­ces­so sto­ri­co. Il mar­xi­smo ha aper­to la via a uno stu­dio uni­ver­sa­le, com­ple­to, del pro­ces­so di ori­gi­ne, di svi­lup­po e di deca­den­za del­le for­ma­zio­ni eco­no­mi­co-socia­li, con­si­de­ran­do l’insieme di tut­te le ten­den­ze con­trad­dit­to­rie, ricon­du­cen­do­le alle con­di­zio­ni esat­ta­men­te deter­mi­na­bi­li di vita e di pro­du­zio­ne del­le varie clas­si del­la socie­tà, eli­mi­nan­do il sog­get­ti­vo e l’arbitrario nel­la scel­ta di sin­go­le idee «diret­ti­ve» o nel­la loro inter­pre­ta­zio­ne, sco­pren­do nel­la con­di­zio­ne del­le for­ze mate­ria­li di pro­du­zio­ne le radi­ci di tut­te le idee e di tut­te le varie ten­den­ze sen­za ecce­zio­ne alcu­na. Gli uomi­ni stes­si crea­no la loro sto­ria; ma da che cosa sono deter­mi­na­ti i moti­vi degli uomi­ni, e pre­ci­sa­men­te del­le mas­se uma­ne? Da che cosa sono gene­ra­ti i con­flit­ti del­le idee e del­le cor­ren­ti anta­go­ni­sti­che? Qual è il nes­so che uni­sce tut­ti que­sti con­flit­ti di tut­ta la mas­sa del­le socie­tà uma­ne? Qua­li sono le con­di­zio­ni ogget­ti­ve del­la pro­du­zio­ne del­la vita mate­ria­le, che for­ma la base di tut­ta l’attività sto­ri­ca degli uomi­ni? Qual è la leg­ge di svi­lup­po di que­ste con­di­zio­ni? A tut­to ciò Marx vol­se la sua atten­zio­ne, e aprì la via a uno stu­dio scien­ti­fi­co del­la sto­ria come pro­ces­so uni­ta­rio e sot­to­po­sto a leg­gi, nono­stan­te tut­ta la sua for­mi­da­bi­le com­ples­si­tà e le sue con­trad­di­zio­ni.

La lot­ta di clas­se

Che in ogni deter­mi­na­ta socie­tà le aspi­ra­zio­ni degli uni coz­zi­no con le aspi­ra­zio­ni degli altri, che la vita socia­le sia pie­na di con­trad­di­zio­ni, che la sto­ria ci mostri la lot­ta dei popo­li e del­le socie­tà tra di loro e anche la lot­ta nel loro seno, che, oltre a ciò, la sto­ria ci mostri un avvi­cen­dar­si di perio­di di rivo­lu­zio­ne e di rea­zio­ne, di pace e di guer­re, di sta­gna­zio­ni e di rapi­do pro­gres­so o deca­den­za, sono fat­ti uni­ver­sal­men­te noti. Il mar­xi­smo ha dato un filo con­dut­to­re, che per­met­te di sco­pri­re una leg­ge in que­sto labi­rin­to e caos appa­ren­te: e pre­ci­sa­men­te la teo­ria del­la lot­ta di clas­se. Solo lo stu­dio dell’assieme del­le aspi­ra­zio­ni di tut­ti i mem­bri di una deter­mi­na­ta socie­tà, o di grup­pi di socie­tà, per­met­te di giun­ge­re a una deter­mi­na­zio­ne scien­ti­fi­ca del risul­ta­to di que­ste aspi­ra­zio­ni. E fon­te del­le aspi­ra­zio­ni con­trad­dit­to­rie sono la dif­fe­ren­te situa­zio­ne e le diver­se con­di­zio­ni di vita del­le clas­si nel­le qua­li ogni socie­tà è divi­sa. «La sto­ria di ogni socie­tà sino­ra esi­sti­ta – scri­ve Marx nel Mani­fe­sto comu­ni­sta (ed Engels aggiun­ge: ad ecce­zio­ne del­la sto­ria del­le comu­ni­tà pri­mi­ti­ve) – è sto­ria di lot­te di clas­se. Libe­ri e schia­vi, patri­zi e ple­bei, baro­ni e ser­vi del­la gle­ba, mem­bri del­le cor­po­ra­zio­ni e gar­zo­ni, in una paro­la oppres­so­ri e oppres­si, stet­te­ro sem­pre in con­tra­sto fra di loro, sosten­ne­ro una lot­ta inin­ter­rot­ta, a vol­te nasco­sta, a vol­te pale­se; una lot­ta che finì sem­pre o con una tra­sfor­ma­zio­ne rivo­lu­zio­na­ria di tut­ta la socie­tà o con la rovi­na comu­ne del­le clas­si in lot­ta … La moder­na socie­tà bor­ghe­se, sor­ta dal­la rovi­na del­la socie­tà feu­da­le, non ha eli­mi­na­to i con­tra­sti di clas­se. Essa ha sol­tan­to posto nuo­ve clas­si, nuo­ve con­di­zio­ni di oppres­sio­ne, nuo­ve for­me di lot­ta in luo­go del­le anti­che. L’epoca nostra, l’epoca del­la bor­ghe­sia, si distin­gue tut­ta­via per­ché ha sem­pli­fi­ca­to i con­tra­sti di clas­se. La socie­tà inte­ra si va sem­pre più scin­den­do in due gran­di cam­pi nemi­ci, in due gran­di clas­si diret­ta­men­te oppo­ste l’una all’altra: bor­ghe­sia e pro­le­ta­ria­to». Dal tem­po del­la gran­de Rivo­lu­zio­ne fran­ce­se, la sto­ria euro­pea ha posto in par­ti­co­la­re evi­den­za, in tut­ta una serie di pae­si, que­sto sub­stra­to rea­le degli avve­ni­men­ti: la lot­ta del­le clas­si. E già duran­te la Restau­ra­zio­ne sor­se in Fran­cia un grup­po di sto­ri­ci (Thier­ry, Gui­zot, Mignet, Thiers) i qua­li, gene­ra­liz­zan­do gli avve­ni­men­ti, non pote­ro­no non vede­re nel­la lot­ta del­le clas­si la chia­ve del­la com­pren­sio­ne di tut­ta la sto­ria di Fran­cia. Ma l’epoca più recen­te, l’epoca del­la vit­to­ria com­ple­ta del­la bor­ghe­sia, del­le isti­tu­zio­ni rap­pre­sen­ta­ti­ve, di un lar­go (se non uni­ver­sa­le) dirit­to di voto, di una stam­pa quo­ti­dia­na poco costo­sa e dif­fu­sa fra le mas­se, ecc., l’epoca dei poten­ti e sem­pre più vasti sin­da­ca­ti ope­rai e sin­da­ca­ti di indu­stria­li ecc., ha mostra­to con evi­den­za anco­ra mag­gio­re (quan­tun­que in for­ma tal­vol­ta mol­to uni­la­te­ra­le, «paci­fi­ca » e «costi­tu­zio­na­le») come la lot­ta del­le clas­si sia il moto­re degli avve­ni­men­ti. Il seguen­te pas­so del Mani­fe­sto comu­ni­sta di Marx ci mostra qua­li esi­gen­ze di ana­li­si ogget­ti­va del­la situa­zio­ne di ogni clas­se nel­la socie­tà con­tem­po­ra­nea, in rap­por­to con l’analisi del­le con­di­zio­ni di svi­lup­po di ogni clas­se, Marx abbia posto alla scien­za socia­le: «Di tut­te le clas­si che oggi stan­no di fron­te alla bor­ghe­sia, solo il pro­le­ta­ria­to è una clas­se vera­men­te rivo­lu­zio­na­ria. Le altre clas­si deca­do­no e peri­sco­no con la gran­de indu­stria, men­tre il pro­le­ta­ria­to ne è il pro­dot­to più genui­no. I ceti medi, il pic­co­lo indu­stria­le, il pic­co­lo nego­zian­te, l’artigiano, il con­ta­di­no, tut­ti costo­ro com­bat­to­no la bor­ghe­sia per sal­va­re dal­la rovi­na l’esistenza loro di ceti medi. Non sono dun­que rivo­lu­zio­na­ri, ma con­ser­va­to­ri. Ancor più, essi sono rea­zio­na­ri, essi ten­ta­no di far gira­re all’indietro la ruo­ta del­la sto­ria. Se sono rivo­lu­zio­na­ri, lo sono in vista del­la loro immi­nen­te cadu­ta nel­le con­di­zio­ni del pro­le­ta­ria­to; cioè non difen­do­no i loro inte­res­si pre­sen­ti, ma i loro inte­res­si futu­ri, abban­do­na­no il loro pro­prio modo di vede­re per adot­ta­re quel­lo del pro­le­ta­ria­to». In una serie di lavo­ri sto­ri­ci … Marx det­te dei sag­gi bril­lan­ti e pro­fon­di di sto­rio­gra­fia mate­ria­li­sti­ca, di ana­li­si del­la situa­zio­ne di ogni sin­go­la clas­se, e tal­vol­ta di vari grup­pi o stra­ti che esi­sto­no in una clas­se, mostran­do con mol­ta chia­rez­za per­ché e come «ogni lot­ta di clas­se è una lot­ta poli­ti­ca». Il pas­so da noi cita­to mostra qua­le intri­ca­to tes­su­to di rap­por­ti socia­li e di gra­di tran­si­to­ri da una clas­se ad un’altra, dal pas­sa­to all’avvenire, ven­ga ana­liz­za­to da Marx per cal­co­la­re i risul­ta­ti del­lo svi­lup­po sto­ri­co nel suo com­ples­so.
La teo­ria di Marx tro­va la con­fer­ma e l’applicazione più pro­fon­da, più uni­ver­sa­le e più par­ti­co­la­reg­gia­ta nel­la sua dot­tri­na eco­no­mi­ca.

LA DOTTRINA ECONOMICA DI MARX

«Fine ulti­mo al qua­le mira quest’opera – scri­ve Marx nel­la pre­fa­zio­ne al Capi­ta­le – è di sve­la­re la leg­ge eco­no­mi­ca del movi­men­to del­la socie­tà moder­na» ossia del­la socie­tà capi­ta­li­sti­ca, bor­ghe­se. Lo stu­dio dei rap­por­ti di pro­du­zio­ne di una socie­tà sto­ri­ca­men­te deter­mi­na­ta, nel­la loro ori­gi­ne, nel loro svi­lup­po e nel­la loro deca­den­za: tale è il con­te­nu­to del­la dot­tri­na eco­no­mi­ca di Marx. Nel­la socie­tà capi­ta­li­sti­ca domi­na la pro­du­zio­ne del­le mer­ci: e per­ciò l’analisi fat­ta da Marx inco­min­cia con l’analisi del­la mer­ce.

Il valo­re

La mer­ce è, in pri­mo luo­go, una cosa che sod­di­sfa un qual­sia­si biso­gno dell’uomo; in secon­do luo­go, una cosa che si può scam­bia­re con un’altra. L’utilità di una cosa fa di essa un valo­re d’uso. Il valo­re di scam­bio (o sem­pli­ce­men­te: valo­re) è, innan­zi­tut­to, il rap­por­to, la pro­por­zio­ne secon­do la qua­le una cer­ta quan­ti­tà di valo­ri d’uso di una spe­cie vie­ne scam­bia­ta con una cer­ta quan­ti­tà di valo­ri d’uso di spe­cie diver­sa. L’esperienza quo­ti­dia­na ci dimo­stra che attra­ver­so milio­ni e miliar­di di tali scam­bi si sta­bi­li­sco­no con­ti­nua­men­te dei rap­por­ti di equi­va­len­za tra i valo­ri d’uso più diver­si e meno com­pa­ra­bi­li l’uno con l’altro. Che cosa han­no di comu­ne que­ste cose diver­se, con­ti­nua­men­te trat­ta­te come equi­va­len­ti fra di loro in un deter­mi­na­to siste­ma di rap­por­ti socia­li? Han­no que­sto in comu­ne: che sono pro­dot­ti del lavo­ro. Scam­bian­do dei pro­dot­ti, gli uomi­ni sta­bi­li­sco­no dei rap­por­ti di equi­va­len­za tra le più diver­se spe­cie di lavo­ro. La pro­du­zio­ne del­le mer­ci è un siste­ma di rap­por­ti socia­li nel qua­le i sin­go­li pro­dut­to­ri crea­no pro­dot­ti di qua­li­tà diver­sa (divi­sio­ne socia­le del lavo­ro), e tut­ti que­sti pro­dot­ti sono fat­ti ugua­li l’uno all’altro median­te lo scam­bio. Per con­se­guen­za, quel che tut­te le mer­ci han­no di comu­ne non è il lavo­ro con­cre­to di un deter­mi­na­to ramo del­la pro­du­zio­ne, né il lavo­ro di una stes­sa spe­cie, ma il lavo­ro uma­no astrat­to, il lavo­ro uma­no in gene­ra­le. Tut­ta la forza‑lavoro di una data socie­tà, rap­pre­sen­ta­ta dal­la som­ma del valo­re di tut­te le mer­ci, è una sola e stes­sa for­za uma­na di. lavo­ro: miliar­di di fat­ti di scam­bio lo dimo­stra­no. E per con­se­guen­za ogni sin­go­la mer­ce rap­pre­sen­ta sol­tan­to una cer­ta par­te del tem­po di lavo­ro social­men­te neces­sa­rio. La gran­dez­za del valo­re è deter­mi­na­ta dal­la quan­ti­tà di lavo­ro social­men­te neces­sa­rio, cioè dal tem­po di lavo­ro social­men­te neces­sa­rio per la pro­du­zio­ne di una data mer­ce, di un dato valo­re d’uso. «Gli uomi­ni equi­pa­ra­no l’un con l’altro i loro dif­fe­ren­ti lavo­ri come lavo­ro uma­no, equi­pa­ran­do l’uno con l’altro, come valo­ri, nel­lo scam­bio, i loro pro­dot­ti ete­ro­ge­nei. Non san­no di far ciò, ma lo fan­no». Il valo­re è un rap­por­to tra due per­so­ne, dice­va un vec­chio eco­no­mi­sta; avreb­be dovu­to sol­tan­to aggiun­ge­re: un rap­por­to dis­si­mu­la­to sot­to un rive­sti­men­to di cose. Sol­tan­to se ci si pone dal pun­to di vista dei rap­por­ti socia­li di pro­du­zio­ne in una deter­mi­na­ta for­ma­zio­ne sto­ri­ca del­la socie­tà, e inol­tre dei rap­por­ti che si mani­fe­sta­no in uno scam­bio che si ripe­te miliar­di di vol­te, si può com­pren­de­re che cos’è il valo­re. «Come valo­ri, tut­te le mer­ci sono sol­tan­to misu­re deter­mi­na­te di tem­po di lavo­ro coa­gu­la­to». Dopo ave­re ana­liz­za­to par­ti­co­la­reg­gia­ta­men­te il dupli­ce carat­te­re del lavo­ro incor­po­ra­to nel­la mer­ce, Marx pas­sa all’analisi del­le for­me del valo­re e all’analisi del dena­ro. Il com­pi­to prin­ci­pa­le che qui Marx si assu­me è la ricer­ca dell’origine del­la for­ma mone­ta­ria del valo­re, lo stu­dio del pro­ces­so sto­ri­co del­lo svi­lup­po del­lo scam­bio, comin­cian­do dal­le sue mani­fe­sta­zio­ni sin­go­le e occa­sio­na­li («for­ma sem­pli­ce, sin­go­la, occa­sio­na­le del valo­re»: una data quan­ti­tà di mer­ce che si scam­bia con una data quan­ti­tà di un’altra mer­ce) fino alla for­ma gene­ra­le del valo­re, quan­do una serie di mer­ci diver­se si scam­bia­no con­tro una deter­mi­na­ta mer­ce che rima­ne sem­pre la stes­sa, e fino alla for­ma mone­ta­ria del valo­re, in cui que­sta deter­mi­na­ta mer­ce, l’equivalente gene­ra­le, è l’oro. Essen­do il più alto pro­dot­to del­lo svi­lup­po del­lo scam­bio e del­la pro­du­zio­ne mer­can­ti­le, il dena­ro nascon­de e dis­si­mu­la il carat­te­re socia­le dei lavo­ri indi­vi­dua­li, il lega­me socia­le fra i pro­dut­to­ri sin­go­li, col­le­ga­ti dal mer­ca­to. Marx sot­to­po­ne a un’analisi straor­di­na­ria­men­te cir­co­stan­zia­ta le diver­se fun­zio­ni del dena­ro; e anche qui (come in gene­re nei pri­mi capi­to­li del Capi­ta­le) è par­ti­co­lar­men­te impor­tan­te nota­re inol­tre che la for­ma di espo­si­zio­ne astrat­ta e tal­vol­ta, in appa­ren­za, pura­men­te dedut­ti­va, for­ni­sce in real­tà una docu­men­ta­zio­ne immen­sa­men­te ric­ca per la sto­ria del­lo svi­lup­po del­lo scam­bio e del­la pro­du­zio­ne mer­can­ti­le. «Il dena­ro pre­sup­po­ne un cer­to livel­lo del­lo scam­bio di mer­ci. Le for­me par­ti­co­la­ri del dena­ro, puro e sem­pli­ce equi­va­len­te del­la mer­ce, o mez­zo di cir­co­la­zio­ne, o mez­zo di paga­men­to, o teso­ro e mone­ta mon­dia­le, indi­ca­no di vol­ta in vol­ta, a secon­do del­la diver­sa esten­sio­ne e del­la rela­ti­va pre­pon­de­ran­za dell’una o dell’altra fun­zio­ne, gra­di diver­sis­si­mi del pro­ces­so socia­le di pro­du­zio­ne» (Il Capi­ta­le, vol. I).

Il plu­sva­lo­re

A un cer­to gra­do di svi­lup­po del­la pro­du­zio­ne mer­can­ti­le, il dena­ro si tra­sfor­ma in capi­ta­le. La for­mu­la del­la cir­co­la­zio­ne del­le mer­ci era M (merce)‑D (denaro)‑M (mer­ce), ossia: ven­di­ta di una mer­ce per l’acquisto di un’altra. Al con­tra­rio, la for­mu­la gene­ra­le del capi­ta­le è : D‑M-D ossia: com­pra per la ven­di­ta (con pro­fit­to). Marx chia­ma plu­sva­lo­re que­sto accre­sci­men­to del pri­mi­ti­vo valo­re del dena­ro mes­so in cir­co­la­zio­ne. Il fat­to di que­sto «aumen­to» del dena­ro nel­la cir­co­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca è noto a tut­ti. Pre­ci­sa­men­te que­sto «aumen­to» tra­sfor­ma il dena­ro in capi­ta­le, che è un par­ti­co­la­re rap­por­to socia­le di pro­du­zio­ne sto­ri­ca­men­te deter­mi­na­to. Il plu­sva­lo­re non può sca­tu­ri­re dal­la cir­co­la­zio­ne del­le mer­ci, per­ché que­sta cono­sce sol­tan­to lo scam­bio tra equi­va­len­ti; non può sor­ge­re da un aumen­to dei prez­zi per­ché i gua­da­gni e le per­di­te reci­pro­che del ven­di­to­re e del com­pra­to­re si com­pen­se­reb­be­ro, men­tre qui si trat­ta appun­to di feno­me­ni di mas­sa, medi, socia­li, e non di feno­me­ni indi­vi­dua­li. Per otte­ne­re il plu­sva­lo­re «il pos­ses­so­re di dena­ro deve tro­va­re sul mer­ca­to una mer­ce il cui stes­so valo­re d’uso abbia la pro­prie­tà pecu­lia­re di esse­re fon­te di valo­re»: una mer­ce il cui pro­ces­so d’uso sia, al tem­po stes­so, un pro­ces­so di crea­zio­ne di valo­re. Tale mer­ce esi­ste. Essa è la forza‑lavoro dell’uomo. Il suo uso è il lavo­ro, e il lavo­ro crea il valo­re. Il pos­ses­so­re di dena­ro com­pra la for­za-lavo­ro al suo valo­re, valo­re che è deter­mi­na­to, come quel­lo di qual­sia­si altra mer­ce, dal tem­po di lavo­ro social­men­te neces­sa­rio per la sua pro­du­zio­ne (vale a dire, dal costo del man­te­ni­men­to dell’operaio e del­la sua fami­glia). Aven­do com­pra­to la forza‑lavoro, il pos­ses­so­re di dena­ro ha il dirit­to di con­su­mar­la, ossia di obbli­gar­la a lavo­ra­re tut­to il gior­no, per esem­pio dodi­ci ore. Ma in sei ore (tem­po di lavo­ro «neces­sa­rio») l’operaio crea un pro­dot­to che basta a copri­re le spe­se del pro­prio man­te­ni­men­to; men­tre nel­le sei ore rima­nen­ti (tem­po di lavo­ro «sup­ple­men­ta­re») crea un pro­dot­to «sup­ple­men­ta­re» non paga­to dal capi­ta­li­sta, ossia il plu­sva­lo­re. Per­ciò dal pun­to di vista del pro­ces­so di pro­du­zio­ne biso­gna distin­gue­re nel capi­ta­le due par­ti: il capi­ta­le costan­te, che vie­ne impie­ga­to per pro­cu­rar­si i mez­zi di pro­du­zio­ne (mac­chi­ne, stru­men­ti di lavo­ro, mate­rie pri­me, ecc.), e il cui valo­re (in una o più vol­te) pas­sa, sen­za varia­re, nel pro­dot­to fini­to; e il capi­ta­le varia­bi­le, che vie­ne impie­ga­to per pro­cu­rar­si la for­za-lavo­ro. Il valo­re di que­sta secon­da par­te del capi­ta­le non rima­ne inva­ria­to, ma aumen­ta duran­te il pro­ces­so del lavo­ro, crean­do il plu­sva­lo­re. Per espri­me­re il gra­do di sfrut­ta­men­to del­la forza‑lavoro da par­te del capi­ta­le, biso­gna dun­que con­fron­ta­re il plu­sva­lo­re, non già con il capi­ta­le tota­le, ma sol­tan­to con il capi­ta­le varia­bi­le. Il sag­gio del plu­sva­lo­re, come Marx chia­ma que­sto rap­por­to, sarà, secon­do il nostro esem­pio, di 6/6, ossia del 100 per cen­to.
Pre­mes­sa sto­ri­ca del sor­ge­re del capi­ta­le, è, in pri­mo luo­go, l’accumulazione di una deter­mi­na­ta som­ma di dena­ro nel­le mani di sin­go­le per­so­ne, in un perio­do in cui lo svi­lup­po del­la pro­du­zio­ne mer­can­ti­le in gene­ra­le abbia già rag­giun­to un livel­lo rela­ti­va­men­te alto, e, in secon­do luo­go, l’esistenza di un ope­ra­io «libe­ro» in due sen­si, – libe­ro da qual­sia­si costri­zio­ne o limi­ta­zio­ne nel­la ven­di­ta del­la forza‑lavoro e libe­ro per­ché pri­vo di ter­ra e di mez­zi di pro­du­zio­ne in gene­ra­le, – l’esistenza di un lavo­ra­to­re pri­vo di pro­prie­tà, di un «pro­le­ta­rio», il qua­le non può esi­ste­re se non ven­den­do la pro­pria forza‑lavoro.
L’aumento del plu­sva­lo­re è pos­si­bi­le gra­zie a due meto­di fon­da­men­ta­li: il pro­lun­ga­men­to del­la gior­na­ta di lavo­ro («plu­sva­lo­re asso­lu­to») e la ridu­zio­ne del­la gior­na­ta di lavo­ro neces­sa­ria («plu­sva­lo­re rela­ti­vo»). Ana­liz­zan­do il pri­mo meto­do, Marx trac­cia un qua­dro gran­dio­so del­le lot­te del­la clas­se ope­ra­ia per la ridu­zio­ne del­la gior­na­ta di lavo­ro, e dell’intervento del pote­re sta­ta­le, pri­ma per allun­gar­la (seco­li XIV‑XVII) e poi per ridur­la (legi­sla­zio­ne di fab­bri­ca nel seco­lo XIX). Dopo la pub­bli­ca­zio­ne del Capi­ta­le, la sto­ria del movi­men­to ope­ra­io di tut­ti i pae­si civi­li del mon­do ha for­ni­to miglia­ia e miglia­ia di fat­ti nuo­vi che illu­stra­no que­sto qua­dro.
Ana­liz­zan­do la pro­du­zio­ne del plu­sva­lo­re rela­ti­vo, Marx stu­dia tre fasi sto­ri­che fon­da­men­ta­li nell’aumento del­la pro­dut­ti­vi­tà del lavo­ro da par­te del capi­ta­li­smo: 1) coo­pe­ra­zio­ne sem­pli­ce; 2) divi­sio­ne del lavo­ro e mani­fat­tu­ra; 3) mac­chi­ne e gran­de indu­stria. Una con­fer­ma del­la pro­fon­di­tà con la qua­le Marx ha mes­so in luce i trat­ti fon­da­men­ta­li e tipi­ci del­lo svi­lup­po del capi­ta­li­smo, è data tra l’altro dal fat­to che l’indagine del­la cosid­det­ta pro­du­zio­ne «arti­gia­na» rus­sa for­ni­sce una ric­chis­si­ma docu­men­ta­zio­ne sul­le pri­me due di que­ste tre fasi. E l’azione rivo­lu­zio­na­ria del­la gran­de indu­stria mec­ca­niz­za­ta, descrit­ta da Marx nel 1867, è appar­sa, nel cor­so del mez­zo seco­lo tra­scor­so da allo­ra, in tut­ta una serie di pae­si «nuo­vi» (Rus­sia, Giap­po­ne e altri).
Inol­tre, straor­di­na­ria­men­te impor­tan­te e nuo­va è l’analisi fat­ta da Marx del­la accu­mu­la­zio­ne del capi­ta­le, ossia del­la tra­sfor­ma­zio­ne di par­te del plu­sva­lo­re in capi­ta­le, dell’impiego del plu­sva­lo­re non già per i biso­gni per­so­na­li o per i capric­ci del capi­ta­li­sta, ma per una nuo­va pro­du­zio­ne. Marx dimo­strò l’errore di tut­ta la pre­ce­den­te eco­no­mia poli­ti­ca clas­si­ca (comin­cian­do da Adam Smith) la qua­le sup­po­ne­va che tut­to il plu­sva­lo­re, tra­sfor­man­do­si in capi­ta­le, pas­sas­se al capi­ta­le varia­bi­le. Esso si scom­po­ne in real­tà in mez­zi di pro­du­zio­ne più il capi­ta­le varia­bi­le. Nel pro­ces­so di svi­lup­po del capi­ta­li­smo e del­la sua tra­sfor­ma­zio­ne in socia­li­smo, ha enor­me impor­tan­za il fat­to che la par­te costi­tui­ta dal capi­ta­le costan­te (nel­la som­ma tota­le del capi­ta­le) aumen­ta più rapi­da­men­te del­la par­te costi­tui­ta dal capi­ta­le varia­bi­le.
L’accumulazione del capi­ta­le, affret­tan­do la eli­mi­na­zio­ne dell’operaio da par­te del­la mac­chi­na, crean­do a un polo la ric­chez­za e al polo oppo­sto la mise­ria, gene­ra anche il cosid­det­to «eser­ci­to del lavo­ro di riser­va», l’«eccedente rela­ti­vo» di ope­rai, ossia la «sovrap­po­po­la­zio­ne capi­ta­li­sti­ca», che assu­me for­me straor­di­na­ria­men­te varie, e che dà al capi­ta­le la pos­si­bi­li­tà di esten­de­re la pro­du­zio­ne con estre­ma rapi­di­tà. Que­sta pos­si­bi­li­tà, uni­ta con il cre­di­to e con l’accumulazione del capi­ta­le sot­to for­ma di mez­zi di pro­du­zio­ne, ci dà, fra l’altro, la chia­ve per com­pren­de­re le cri­si di sovrap­pro­du­zio­ne che soprav­ven­go­no perio­di­ca­men­te nei pae­si capi­ta­li­sti­ci, dap­prin­ci­pio, in media, ogni die­ci anni e, in segui­to, a inter­val­li più lun­ghi e meno deter­mi­na­ti. Biso­gna distin­gue­re l’accumulazione del capi­ta­le sul­la base del capi­ta­li­smo dal­la cosid­det­ta accu­mu­la­zio­ne pri­mi­ti­va: dal­la sepa­ra­zio­ne vio­len­ta del lavo­ra­to­re dai mez­zi di pro­du­zio­ne, dall’espulsione del con­ta­di­no dal­la ter­ra, dal fur­to del­le ter­re del­le comu­ni­tà, dal siste­ma colo­nia­le, dai debi­ti sta­ta­li, dal pro­te­zio­ni­smo doga­na­le, ecc. L’«accumulazione pri­mi­ti­va» crea a un polo il pro­le­ta­rio «libe­ro», e al polo oppo­sto il pro­prie­ta­rio del dena­ro, il capi­ta­li­sta.
La «ten­den­za sto­ri­ca dell’accumulazione capi­ta­li­sti­ca» è carat­te­riz­za­ta da Marx con le seguen­ti cele­bri paro­le: «L’espropriazione dei pro­dut­to­ri imme­dia­ti vie­ne com­piu­ta con il van­da­li­smo più spie­ta­to e sot­to la spin­ta del­le pas­sio­ni più infa­mi, più sor­di­de e meschi­na­men­te odio­se. La pro­prie­tà pri­va­ta acqui­sta­ta col pro­prio lavo­ro (dal con­ta­di­no e dall’artigiano), fon­da­ta per così dire sull’unione intrin­se­ca del­la sin­go­la e auto­no­ma indi­vi­dua­li­tà lavo­ra­tri­ce e del­le sue con­di­zio­ni di lavo­ro, vie­ne sop­pian­ta­ta dal­la pro­prie­tà pri­va­ta capi­ta­li­sti­ca che è fon­da­ta sul­lo sfrut­ta­men­to di lavo­ro che è sì lavo­ro altrui, ma, for­mal­men­te, è libe­ro … Ora, quel­lo che deve esse­re espro­pria­to non è più il lavo­ra­to­re indi­pen­den­te che lavo­ra per sé, ma il capi­ta­li­sta che sfrut­ta mol­ti ope­rai. Que­sta espro­pria­zio­ne si com­pie attra­ver­so il giuo­co del­le leg­gi imma­nen­ti del­la stes­sa pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, attra­ver­so la cen­tra­liz­za­zio­ne dei capi­ta­li. Ogni capi­ta­li­sta ne ammaz­za mol­ti altri. Di pari pas­so con que­sta cen­tra­liz­za­zio­ne ossia con l’espropriazione di mol­ti capi­ta­li­sti da par­te di pochi, si svi­lup­pa­no su sca­la sem­pre cre­scen­te la for­ma coo­pe­ra­ti­va del pro­ces­so di lavo­ro, la con­sa­pe­vo­le appli­ca­zio­ne tec­ni­ca del­la scien­za, lo sfrut­ta­men­to meto­di­co del­la ter­ra, la tra­sfor­ma­zio­ne dei mez­zi di lavo­ro in mez­zi di lavo­ro uti­liz­za­bi­li solo col­let­ti­va­men­te, l’economia di tut­ti i mez­zi di pro­du­zio­ne median­te il loro uso come mez­zi di pro­du­zio­ne del lavo­ro socia­le com­bi­na­to, men­tre tut­ti i popo­li ven­go­no via via intri­ca­ti nel­la rete del mer­ca­to mon­dia­le e così si svi­lup­pa in misu­ra sem­pre cre­scen­te il carat­te­re inter­na­zio­na­le del regi­me capi­ta­li­sti­co. Con la dimi­nu­zio­ne costan­te del nume­ro dei magna­ti del capi­ta­le che usur­pa­no e mono­po­liz­za­no tut­ti i van­tag­gi di que­sto pro­ces­so di tra­sfor­ma­zio­ne, cre­sce la mas­sa del­la mise­ria, del­la pres­sio­ne, dell’asservimento, del­la dege­ne­ra­zio­ne, del­lo sfrut­ta­men­to, ma cre­sce anche la ribel­lio­ne del­la clas­se ope­ra­ia che sem­pre più s’ingrossa ed è disci­pli­na­ta, uni­ta e orga­niz­za­ta dal­lo stes­so mec­ca­ni­smo del pro­ces­so di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co. Il mono­po­lio del capi­ta­le diven­ta un vin­co­lo del modo di pro­du­zio­ne, che è sboc­cia­to insie­me ad esso e sot­to di esso. La cen­tra­liz­za­zio­ne dei mez­zi di pro­du­zio­ne e la socia­liz­za­zio­ne del lavo­ro rag­giun­go­no un pun­to in cui diven­ta­no incom­pa­ti­bi­li col loro invo­lu­cro capi­ta­li­sti­co. Ed esso vie­ne spez­za­to. Suo­na l’ultima ora del­la pro­prie­tà pri­va­ta capi­ta­li­sti­ca. Gli espro­pria­to­ri ven­go­no espro­pria­ti» (Il Capi­ta­le, vol. I).
Estre­ma­men­te impor­tan­te e nuo­va è inol­tre l’analisi che Marx fa, nel II volu­me del Capi­ta­le, del­la ripro­du­zio­ne del capi­ta­le socia­le nel suo insie­me. Anche qui Marx non con­si­de­ra un feno­me­no indi­vi­dua­le, ma un feno­me­no di mas­sa; non una par­ti­cel­la fra­zio­na­ria dell’economia socia­le, ma tut­ta que­sta eco­no­mia nel­la sua tota­li­tà. Cor­reg­gen­do il soprain­di­ca­to erro­re dei clas­si­ci, Marx divi­de tut­ta la pro­du­zio­ne socia­le in due gran­di sezio­ni: 1) pro­du­zio­ne dei mez­zi di pro­du­zio­ne e 2) pro­du­zio­ne degli ogget­ti di con­su­mo; e poi esa­mi­na minu­ta­men­te, basan­do­si su esem­pi nume­ri­ci, la cir­co­la­zio­ne di tut­to il capi­ta­le socia­le nel suo com­ples­so, tan­to nel­la ripro­du­zio­ne sem­pli­ce, che nell’accumulazione. Nel III volu­me del Capi­ta­le è risol­to il pro­ble­ma del­la for­ma­zio­ne del sag­gio medio di pro­fit­to in base alla leg­ge del valo­re. Un gran­de pro­gres­so com­piu­to dal­la scien­za eco­no­mi­ca per meri­to di Marx con­si­ste nel fat­to che l’analisi vie­ne con­dot­ta dal pun­to di vista dei feno­me­ni eco­no­mi­ci di mas­sa, di tut­to l’insieme dell’economia socia­le, e non dal pun­to di vista dei casi sin­go­li o del­le mani­fe­sta­zio­ni ester­ne del­la con­cor­ren­za, a cui si limi­ta­no spes­so l’economia poli­ti­ca vol­ga­re o la moder­na «teo­ria dell’utilità mar­gi­na­le». Marx comin­cia con l’analizzare l’origine del plu­sva­lo­re, e sol­tan­to in segui­to esa­mi­na la sua scom­po­si­zio­ne in pro­fit­to, inte­res­se e ren­di­ta fon­dia­ria. Il pro­fit­to è il rap­por­to tra il plu­sva­lo­re e tut­to il capi­ta­le impie­ga­to in un’impresa. Il capi­ta­le a «strut­tu­ra orga­ni­ca ele­va­ta» (in cui, cioè, il capi­ta­le costan­te supe­ra il capi­ta­le varia­bi­le in misu­ra supe­rio­re alla media socia­le) dà un sag­gio di pro­fit­to infe­rio­re alla media. Il capi­ta­le a «strut­tu­ra orga­ni­ca bas­sa» dà un sag­gio di pro­fit­to supe­rio­re alla media. La con­cor­ren­za fra i capi­ta­li, il loro libe­ro pas­sag­gio da una bran­ca all’altra ridur­ran­no in ambo i casi il sag­gio di pro­fit­to al sag­gio medio. La som­ma dei valo­ri di tut­te le mer­ci di una deter­mi­na­ta socie­tà coin­ci­de con la som­ma dei prez­zi del­le mer­ci stes­se, ma nel­le sin­go­le impre­se e nei sin­go­li rami del­la pro­du­zio­ne le mer­ci, sot­to la pres­sio­ne del­la con­cor­ren­za, ven­go­no ven­du­te non al loro valo­re, ma secon­do i prez­zi di pro­du­zio­ne, equi­va­len­ti al capi­ta­le impie­ga­to più il pro­fit­to medio.
In tal modo, il fat­to indi­scu­ti­bi­le e gene­ral­men­te noto del diva­rio tra i prez­zi e il valo­re, e del­la pere­qua­zio­ne del pro­fit­to vie­ne pie­na­men­te spie­ga­to da Marx sul­la base del­la leg­ge del valo­re, per­ché la som­ma dei valo­ri di tut­te le mer­ci coin­ci­de con la som­ma dei prez­zi. Ma la ridu­zio­ne del valo­re (socia­le) ai prez­zi (indi­vi­dua­li) non avvie­ne sem­pli­ce­men­te e diret­ta­men­te, ma in modo mol­to com­pli­ca­to; poi­ché è ben natu­ra­le che in una socie­tà nel­la qua­le i pro­dut­to­ri iso­la­ti di mer­ci sono uni­ti l’uno all’altro sol­tan­to dal mer­ca­to. le leg­gi non pos­sa­no mani­fe­star­si se non come leg­gi medie, socia­li, gene­ra­li con devia­zio­ni indi­vi­dua­li, in que­sta o quell’altra dire­zio­ne, che si com­pen­sa­no reci­pro­ca­men­te.
L’aumento del­la pro­dut­ti­vi­tà del lavo­ro impli­ca un più rapi­do accre­sci­men­to del capi­ta­le costan­te rispet­to al capi­ta­le varia­bi­le. Ma sic­co­me il plu­sva­lo­re è in fun­zio­ne del solo capi­ta­le varia­bi­le, si com­pren­de che il sag­gio del pro­fit­to (rap­por­to tra il plu­sva­lo­re e tut­to il capi­ta­le e non sol­tan­to la sua par­te varia­bi­le) abbia la ten­den­za a dimi­nui­re. Marx ana­liz­za minu­ta­men­te que­sta ten­den­za e nume­ro­se cir­co­stan­ze che la masche­ra­no o la osta­co­la­no. Sen­za fer­mar­ci all’esposizione del­le par­ti straor­di­na­ria­men­te inte­res­san­ti del III volu­me del Capi­ta­le con­sa­cra­te al capi­ta­le usu­ra­rio, com­mer­cia­le e finan­zia­rio, pas­sia­mo alla par­te più impor­tan­te, alla teo­ria del­la ren­di­ta fon­dia­ria. Il prez­zo di pro­du­zio­ne dei pro­dot­ti agri­co­li, a cau­sa del­la limi­ta­tez­za del­la super­fi­cie del­la ter­ra che nei pae­si capi­ta­li­sti­ci è inte­ra­men­te nel­le mani di sin­go­li pro­prie­ta­ri, è deter­mi­na­to dai costi di pro­du­zio­ne non in un ter­re­no medio, ma nel ter­re­no peg­gio­re e non nel­le con­di­zio­ni medie, ma nel­le peg­gio­ri con­di­zio­ni di tra­spor­to dei pro­dot­ti al mer­ca­to. La dif­fe­ren­za tra que­sto prez­zo e il prez­zo di pro­du­zio­ne nei ter­re­ni miglio­ri (o in miglio­ri con­di­zio­ni) costi­tui­sce la ren­di­ta dif­fe­ren­zia­le. Ana­liz­zan­do­la minu­ta­men­te, mostran­do­ne la ori­gi­ne nel­la diver­sa fer­ti­li­tà dei diver­si ter­re­ni, nel­le dif­fe­ren­ti quan­ti­tà di capi­ta­le inve­sti­to nel­la ter­ra, Marx mise in pie­na luce (si veda­no anche le Teo­rie sul plu­sva­lo­re, in cui meri­ta spe­cia­le atten­zio­ne la cri­ti­ca a Rod­ber­tus) l’errore di Ricar­do, il qua­le rite­ne­va che la ren­di­ta dif­fe­ren­zia­le pro­ve­nis­se sol­tan­to dal pas­sag­gio pro­gres­si­vo da ter­re­ni miglio­ri a ter­re­ni peg­gio­ri. Inve­ce si pro­du­co­no anche pas­sag­gi in sen­so inver­so; i ter­re­ni di una cate­go­ria si tra­sfor­ma­no in ter­re­ni di un’altra cate­go­ria (gra­zie al pro­gres­so del­la tec­ni­ca agri­co­la, allo svi­lup­po del­le cit­tà, ecc.) e la famo­sa «leg­ge del­la pro­dut­ti­vi­tà decre­scen­te del ter­re­no» è un pro­fon­do erro­re che ten­de a sca­ri­ca­re sul­la natu­ra i difet­ti, la limi­ta­tez­za e le con­trad­di­zio­ni del capi­ta­li­smo. Inol­tre, l’uguaglianza del pro­fit­to in tut­ti i rami dell’industria e dell’economia nazio­na­le in gene­ra­le pre­sup­po­ne pie­na liber­tà di con­cor­ren­za, liber­tà per il capi­ta­le di tra­sfe­rir­si da un ramo a un altro. Inve­ce, la pro­prie­tà pri­va­ta del­la ter­ra crea il mono­po­lio, che osta­co­la que­sta liber­tà, A cau­sa di que­sto mono­po­lio, i pro­dot­ti dell’agricoltura, la qua­le si distin­gue per una più bas­sa strut­tu­ra del capi­ta­le e che, per con­se­guen­za, dà un sag­gio di pro­fit­to indi­vi­dua­le più ele­va­to, non entra­no nel pie­no e libe­ro pro­ces­so di livel­la­men­to del sag­gio del pro­fit­to; il pro­prie­ta­rio del­la ter­ra ottie­ne, in quan­to mono­po­li­sta, la pos­si­bi­li­tà di man­te­ne­re i prez­zi al di sopra del­la media, e que­sto prez­zo di mono­po­lio gene­ra la ren­di­ta asso­lu­ta. La ren­di­ta dif­fe­ren­zia­le non può esse­re sop­pres­sa in regi­me capi­ta­li­sti­co; la ren­di­ta asso­lu­ta inve­ce può esse­re sop­pres­sa, per esem­pio con la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la ter­ra, col pas­sag­gio del­la ter­ra in pro­prie­tà del­lo Sta­to. Que­sto pas­sag­gio del­la ter­ra allo Sta­to signi­fi­che­reb­be la rovi­na del mono­po­lio dei pro­prie­ta­ri pri­va­ti, una liber­tà di con­cor­ren­za più con­se­guen­te e più ampia per l’agricoltura. Ecco per­ché, osser­va Marx, più di una vol­ta, nel­la sto­ria, i bor­ghe­si radi­ca­li han­no soste­nu­to que­sta riven­di­ca­zio­ne bor­ghe­se pro­gres­si­va del­la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la ter­ra, la qua­le spa­ven­ta però la mag­gio­ran­za del­la bor­ghe­sia, per­ché «toc­ca» trop­po da vici­no un altro mono­po­lio, oggi par­ti­co­lar­men­te impor­tan­te e «sen­si­bi­le»: il mono­po­lio dei mez­zi di pro­du­zio­ne in gene­ra­le. (Marx stes­so ha espo­sto in for­ma mira­bil­men­te popo­la­re, con­ci­sa e chia­ra la sua teo­ria del pro­fit­to medio del capi­ta­le e del­la ren­di­ta fon­dia­ria asso­lu­ta, nel­la let­te­ra a Engels, in data 2 ago­sto 1862. Cfr. Car­teg­gio, III volu­me, pp. 77–81. Cfr. anche la let­te­ra del 9 ago­sto 1862, ivi, pp. 86–87). Per la sto­ria del­la ren­di­ta fon­dia­ria è inol­tre impor­tan­te ricor­da­re l’analisi di Marx, che mostra la tra­sfor­ma­zio­ne del­la ren­di­ta in lavo­ro (quan­do il con­ta­di­no crea un pro­dot­to sup­ple­men­ta­re lavo­ran­do la ter­ra del pro­prie­ta­rio) in ren­di­ta in pro­dot­ti o in natu­ra (il con­ta­di­no rica­va dal­la pro­pria ter­ra un pro­dot­to sup­ple­men­ta­re, che dà al pro­prie­ta­rio, in for­ma di una «costri­zio­ne extrae­co­no­mi­ca»), quin­di in ren­di­ta in dena­ro (la stes­sa ren­di­ta in natu­ra tra­sfor­ma­ta in dena­ro in segui­to allo svi­lup­po del­la pro­du­zio­ne mer­can­ti­le: nel­la vec­chia Rus­sia l’obrok), e infi­ne in ren­di­ta capi­ta­li­sti­ca, quan­do, in luo­go del con­ta­di­no, sor­ge l’imprenditore agri­co­lo, che col­ti­va la ter­ra con l’aiuto di lavo­ro sala­ria­to. In rap­por­to con que­sta ana­li­si del­la «gene­si del­la ren­di­ta fon­dia­ria capi­ta­li­sti­ca», devo­no esse­re segna­la­te una serie di acu­te osser­va­zio­ni di Marx (spe­cial­men­te impor­tan­ti per i pae­si arre­tra­ti come la Rus­sia) sul­la evo­lu­zio­ne del capi­ta­li­smo nell’agricoltura. «La tra­sfor­ma­zio­ne del­la ren­di­ta in natu­ra in ren­di­ta in dena­ro non è sol­tan­to neces­sa­ria­men­te accom­pa­gna­ta, ma per­fi­no pre­ce­du­ta, dal­la for­ma­zio­ne di una clas­se di gior­na­lie­ri nul­la­te­nen­ti, che pre­sta­no la loro ope­ra per dena­ro. Duran­te il perio­do in cui que­sta clas­se si vie­ne for­man­do, quan­do essa appa­re anco­ra sol­tan­to spo­ra­di­ca­men­te, si svi­lup­pa neces­sa­ria­men­te pres­so i più agia­ti tra i con­ta­di­ni tri­bu­ta­ri di ren­di­ta la con­sue­tu­di­ne di sfrut­ta­re gli ope­rai agri­co­li per pro­prio con­to, pre­ci­sa­men­te come nei tem­pi feu­da­li i ser­vi del­la gle­ba più ric­chi usa­va­no impie­ga­re ser­vi per loro con­to. Essi acqui­sta­no in tal modo gra­dual­men­te la pos­si­bi­li­tà di accu­mu­la­re un cer­to patri­mo­nio e di tra­sfor­ma­re se stes­si in futu­ri capi­ta­li­sti. Fra i vec­chi pos­ses­so­ri del ter­re­no, lavo­ran­ti in pro­prio, sor­ge cosi un viva­io di affit­tua­ri capi­ta­li­sti, il cui svi­lup­po è con­di­zio­na­to dal­lo svi­lup­po gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca al di fuo­ri del­la cam­pa­gna vera e pro­prio» (Il Capi­ta­le, vol. III, par­te II, p. 332) … «L’espropriazione e la cac­cia­ta d’una par­te del­la popo­la­zio­ne rura­le non solo met­te a libe­ra dispo­si­zio­ne del capi­ta­le indu­stria­le, assie­me agli ope­rai, i loro mez­zi di sus­si­sten­za … ma crea anche il mer­ca­to inter­no» (Il Capi­ta­le, vol. I, par­te II, p. 778). L’immiserimento e la rovi­na del­la popo­la­zio­ne rura­le a sua vol­ta ha la fun­zio­ne di crea­re, per il capi­ta­le, l’esercito di riser­va del lavo­ro. In ogni pae­se capi­ta­li­sti­co «una par­te del­la popo­la­zio­ne rura­le si tro­va quin­di costan­te­men­te sul pun­to di pas­sa­re fra il pro­le­ta­ria­to urba­no o il pro­le­ta­ria­to del­le mani­fat­tu­re [cioè non agri­co­lo] … Que­sta fon­te del­la sovrap­po­po­la­zio­ne rela­ti­va flui­sce dun­que costan­te­men­te … L’operaio agri­co­lo vie­ne per­ciò depres­so al mini­mo del sala­rio e si tro­va sem­pre con un pie­de den­tro la palu­de del pau­pe­ri­smo (Il Capi­ta­le, vol. I, par­te II, p. 668). La pro­prie­tà pri­va­ta del con­ta­di­no sul­la ter­ra che egli stes­so lavo­ra è la base del­la pic­co­la pro­du­zio­ne e la con­di­zio­ne del suo fio­ri­re, del suo svi­lup­po sino alla sua for­ma clas­si­ca. Ma que­sta pic­co­la pro­du­zio­ne è com­pa­ti­bi­le sol­tan­to con un qua­dro ristret­to e pri­mi­ti­vo del­la pro­du­zio­ne e del­la socie­tà. Nel regi­me capi­ta­li­sti­co «lo sfrut­ta­men­to dei con­ta­di­ni dif­fe­ri­sce dal­lo sfrut­ta­men­to del pro­le­ta­ria­to indu­stria­le sol­tan­to nel­la for­ma. Lo sfrut­ta­to­re è il mede­si­mo: il capi­ta­le. I sin­go­li capi­ta­li­sti sfrut­ta­no i con­ta­di­ni sin­go­li coll’ipo­te­ca e coll’usu­ra, la clas­se capi­ta­li­sta sfrut­ta la clas­se dei con­ta­di­ni coll’impo­sta di Sta­to» (Marx, Le lot­te di clas­se in Fran­cia). «Il pic­co­lo appez­za­men­to del con­ta­di­no è sol­tan­to il pre­te­sto che per­met­te al capi­ta­li­sta di cava­re pro­fit­to, inte­res­se e ren­di­ta dal ter­re­no, lascian­do all’agricoltore la cura di vede­re come può tirar­ne fuo­ri il pro­prio sala­rio» (Il diciot­to bru­ma­io). Ordi­na­ria­men­te il con­ta­di­no dà alla socie­tà capi­ta­li­sti­ca, vale a dire alla clas­se dei capi­ta­li­sti, per­fi­no par­te del suo sala­rio, caden­do sino «al livel­lo del fit­ta­vo­lo irlan­de­se, e tut­to ciò sot­to il pre­te­sto di esse­re pro­prie­ta­rio pri­va­to» (Le lot­te di clas­se in Fran­cia). In che cosa con­si­ste «una del­le cau­se per cui il prez­zo del gra­no è mino­re in pae­si in cui pre­do­mi­na la pro­prie­tà par­cel­la­re che in pae­si con un modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co»? (Il Capi­ta­le, vol. III, par­te II, p. 340). Con­si­ste nel fat­to che il con­ta­di­no dà gra­tui­ta­men­te alla socie­tà (cioè alla clas­se dei capi­ta­li­sti) una par­te del sovrap­pro­dot­to. «Que­sto bas­so prez­zo [del gra­no e di altri pro­dot­ti agri­co­li] è quin­di un risul­ta­ta del­la pover­tà dei pro­dut­to­ri, e nien­te affat­to del­la pro­dut­ti­vi­tà del loro lavo­ro» (Il Capi­ta­le, vol. III, par­te II, p. 340).
La pic­co­la pro­prie­tà ter­rie­ra, for­ma nor­ma­le del­la pic­co­la pro­du­zio­ne, in regi­me capi­ta­li­sta si degra­da, peri­sce, va distrut­ta. «La pro­prie­tà par­cel­la­re esclu­de per la sua stes­sa natu­ra: lo svi­lup­po del­le for­ze socia­li di pro­du­zio­ne del lavo­ro, la con­cen­tra­zio­ne socia­le dei capi­ta­li, l’allevamento del bestia­me su lar­ga sca­la ed una appli­ca­zio­ne pro­gres­si­va del­la scien­za. L’usura ed il siste­ma fisca­le devo­no por­ta­re dovun­que al suo impo­ve­ri­men­to. L’esborso del capi­ta­le per l’acquisto del­la ter­ra sot­trae que­sto capi­ta­le alla col­ti­va­zio­ne. Un’illimitata disper­sio­ne dei mez­zi di pro­du­zio­ne e l’isolamento dei pro­dut­to­ri stes­si.» (La coo­pe­ra­zio­ne, e cioè le asso­cia­zio­ni di pic­co­li con­ta­di­ni, pur eser­ci­tan­do una fun­zio­ne pro­gres­si­va bor­ghe­se di prim’ordine, atte­nua sol­tan­to que­sta ten­den­za, ma non la sop­pri­me; né si deve dimen­ti­ca­re che que­ste asso­cia­zio­ni dan­no mol­to ai con­ta­di­ni agia­ti e pochis­si­mo, qua­si nul­la, alla mas­sa dei con­ta­di­ni pove­ri, e che, in segui­to, que­ste stes­se asso­cia­zio­ni diven­go­no sfrut­ta­tri­ci di lavo­ro sala­ria­to). «Enor­me sper­pe­ro di ener­gia uma­na. Pro­gres­si­vo peg­gio­ra­men­to del­le con­di­zio­ni di pro­du­zio­ne e rin­ca­ro dei prez­zi dei mez­zi di pro­du­zio­ne sono una leg­ge neces­sa­ria del­la pro­prie­tà par­cel­la­re». Tan­to nell’agricoltura quan­to nell’industria, il capi­ta­li­smo tra­sfor­ma il pro­ces­so del­la pro­du­zio­ne sol­tan­to a prez­zo «di un mar­ti­ro­lo­gio dei pro­dut­to­ri». «La disper­sio­ne degli ope­rai rura­li su esten­sio­ni d’una cer­ta vasti­tà spez­za allo stes­so tem­po la loro for­za di resi­sten­za, men­tre la con­cen­tra­zio­ne accre­sce la for­za di resi­sten­za degli ope­rai urba­ni. Come nell’industria urba­na, cosi nell’agricoltura moder­na, l’aumento del­la for­za pro­dut­ti­va e la mag­gio­re quan­ti­tà di lavo­ro resa liqui­da ven­go­no paga­te con la deva­sta­zio­ne e l’ammorbamento del­la stes­sa forza‑lavoro. E ogni pro­gres­so dell’agricoltura capi­ta­li­sti­ca costi­tui­sce un pro­gres­so non solo nell’arte di rapi­na­re l’operaio, ma anche nell’arte di rapi­na­re il suo­lo … La pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca svi­lup­pa quin­di la tec­ni­ca e la com­bi­na­zio­ne del pro­ces­so di pro­du­zio­ne socia­le solo minan­do al con­tem­po le fon­ti da cui sgor­ga ogni ric­chez­za: la ter­ra e l’operaio» (Il Capi­ta­le, vol. I, fine del 13° capi­to­lo).

IL SOCIALISMO

Risul­ta da quan­to pre­ce­de che Marx dedu­ce l’inevitabile tra­sfor­ma­zio­ne del­la socie­tà capi­ta­li­sti­ca in socie­tà socia­li­sta inte­ra­men­te ed esclu­si­va­men­te dal­la leg­ge eco­no­mi­ca che rego­la il movi­men­to del­la socie­tà con­tem­po­ra­nea. La socia­liz­za­zio­ne del lavo­ro, – che, nel mez­zo seco­lo tra­scor­so dal­la mor­te di Marx, si è mani­fe­sta­ta in miglia­ia di for­me e pro­ce­de sem­pre più rapi­da­men­te assu­men­do for­me par­ti­co­lar­men­te evi­den­ti nel­lo svi­lup­po del­la gran­de indu­stria, dei car­tel­li, dei sin­da­ca­ti e dei tru­st capi­ta­li­sti­ci, come pure nel gigan­te­sco svi­lup­po del­le dimen­sio­ni e del­la poten­za del capi­ta­le finan­zia­rio, – costi­tui­sce la base mate­ria­le prin­ci­pa­le dell’inevitabile avven­to del socia­li­smo. Moto­re intel­let­tua­le e mora­le, arte­fi­ce fisi­co di tale tra­sfor­ma­zio­ne è il pro­le­ta­ria­to, edu­ca­to dal capi­ta­li­smo stes­so. La sua lot­ta con­tro la bor­ghe­sia, che si mani­fe­sta in for­me diver­se e sem­pre più ric­che di con­te­nu­to, divie­ne ine­vi­ta­bil­men­te una lot­ta poli­ti­ca diret­ta alla con­qui­sta del pote­re poli­ti­co da par­te del pro­le­ta­ria­to («dit­ta­tu­ra del pro­le­ta­ria­to»). La socia­liz­za­zio­ne del­la pro­du­zio­ne non può non por­ta­re al pas­sag­gio dei mez­zi di pro­du­zio­ne in pro­prie­tà del­la socie­tà, alla «espro­pria­zio­ne degli espro­pria­to­ri». L’enorme aumen­to del­la pro­dut­ti­vi­tà del lavo­ro, la ridu­zio­ne del­la gior­na­ta lavo­ra­ti­va, la sosti­tu­zio­ne del lavo­ro col­let­ti­vo per­fe­zio­na­to alle vesti­gia, alle rovi­ne del­la pic­co­la pro­du­zio­ne fra­zio­na­ta e pri­mi­ti­va: ecco le diret­te con­se­guen­ze di que­sto pas­sag­gio. Il capi­ta­li­smo rom­pe defi­ni­ti­va­men­te il lega­me dell’agricoltura con l’industria, ma al tem­po stes­so, nel suo più alto gra­do di svi­lup­po, pre­pa­ra nuo­vi ele­men­ti per tale lega­me, per la unio­ne del­la indu­stria con l’agricoltura sul­la base dell’applicazione coscien­te del­la scien­za e del­la coor­di­na­zio­ne del lavo­ro col­let­ti­vo, e per una nuo­va distri­bu­zio­ne del­la popo­la­zio­ne (che met­te­rà un ter­mi­ne sia all’isolamento e all’arretratezza del­le cam­pa­gne, sepa­ra­te dal resto del mon­do, sia alla non natu­ra­le agglo­me­ra­zio­ne di mas­se gigan­te­sche nel­le gran­di cit­tà). Una nuo­va for­ma di fami­glia, nuo­ve con­di­zio­ni nel­la situa­zio­ne del­la don­na e nell’educazione del­le nuo­ve gene­ra­zio­ni, sono pre­pa­ra­te dal­le for­me supe­rio­ri del capi­ta­li­smo con­tem­po­ra­neo; il lavo­ro fem­mi­ni­le e infan­ti­le, lo sfa­ce­lo del­la fami­glia patriar­ca­le per ope­ra del capi­ta­li­smo, assu­mo­no ine­vi­ta­bil­men­te nel­la socie­tà moder­na le for­me più spa­ven­te­vo­li, più cata­stro­fi­che e repu­gnan­ti. E, tut­ta­via, «la gran­de indu­stria crea il nuo­vo fon­da­men­to eco­no­mi­co per una for­ma supe­rio­re del­la fami­glia e del rap­por­to fra i due ses­si, con la par­te deci­si­va che essa asse­gna alle don­ne, agli ado­le­scen­ti e ai bam­bi­ni d’ambo i ses­si nei pro­ces­si di pro­du­zio­ne social­men­te orga­niz­za­ti al di là del­la sfe­ra dome­sti­ca. Natu­ral­men­te è altret­tan­to scioc­co rite­ne­re asso­lu­ta la for­ma cristiano‑germanica del­la fami­glia, quan­to rite­ne­re asso­lu­ta la for­ma roma­na anti­ca o la gre­ca anti­ca, oppu­re quel­la orien­ta­le, che del resto for­ma­no fra di loro una serie sto­ri­ca pro­gres­si­va. È altret­tan­to evi­den­te che la com­po­si­zio­ne del per­so­na­le ope­ra­io com­bi­na­to con indi­vi­dui d’ambo i ses­si e del­le età più dif­fe­ren­ti, ben­ché nel­la sua for­ma spon­ta­nea e bru­ta­le, cioè capi­ta­li­sti­ca, dove l’operaio esi­ste in fun­zio­ne del pro­ces­so di pro­du­zio­ne e non il pro­ces­so di pro­du­zio­ne per l’operaio, che è pesti­fe­ra fon­te di cor­ru­zio­ne e schia­vi­tù, non potrà vice­ver­sa non rove­sciar­si, in cir­co­stan­ze cor­ri­spon­den­ti, in fon­te di svi­lup­po di qua­li­tà uma­ne» (Il Capi­ta­le, vol. I, fine del 13° capi­to­lo). Il siste­ma di fab­bri­ca ci mostra «il ger­me dell’edu­ca­zio­ne dell’avvenire, che col­le­ghe­rà, per tut­ti i bam­bi­ni oltre una cer­ta età, il lavo­ro pro­dut­ti­vo con l’istruzione e la gin­na­sti­ca, non solo come meto­do per aumen­ta­re la pro­du­zio­ne socia­le, ma anche come uni­co meto­do per pro­dur­re uomi­ni di pie­no e armo­ni­co svi­lup­po» (ivi). Sul­lo stes­so ter­re­no sto­ri­co non sol­tan­to per spie­ga­re il pas­sa­to, ma per pre­ve­de­re ardi­ta­men­te il futu­ro e per con­dur­re una auda­ce azio­ne pra­ti­ca diret­ta a rea­liz­zar­lo, il socia­li­smo di Marx pone pure i pro­ble­mi del­la nazio­na­li­tà e del­lo Sta­to. Le nazio­ni sono un ine­vi­ta­bi­le pro­dot­to e una for­ma ine­vi­ta­bi­le dell’epoca bor­ghe­se del­lo svi­lup­po socia­le. La clas­se ope­ra­ia stes­sa non pote­va irro­bu­stir­si, matu­rar­si, costi­tuir­si, sen­za «costi­tuir­si in nazio­ne», sen­za esse­re «nazio­na­le» («ben­ché non nel sen­so del­la bor­ghe­sia»). Ma lo svi­lup­po del capi­ta­li­smo abbat­te sem­pre più le bar­rie­re nazio­na­li, sop­pri­me il par­ti­co­la­ri­smo nazio­na­le, e, in luo­go degli anta­go­ni­smi nazio­na­li, pone quel­li di clas­se. È per­ciò asso­lu­ta­men­te vero che, nei pae­si capi­ta­li­sti­ci svi­lup­pa­ti, «gli ope­rai non han­no patria», e che «l’azione uni­ta» degli ope­rai, alme­no nei pae­si civi­li, è «una del­le pri­me con­di­zio­ni dell’emancipazione del pro­le­ta­ria­to» (Mani­fe­sto comu­ni­sta). Lo Sta­to, che è vio­len­za orga­niz­za­ta, è sor­to come fat­to ine­vi­ta­bi­le a un cer­to gra­do di svi­lup­po del­la socie­tà, allor­ché que­sta si divi­se in clas­si irre­con­ci­lia­bi­li e non avreb­be potu­to con­ti­nua­re a esi­ste­re sen­za un «pote­re» che aves­se l’apparenza di esse­re al di sopra del­la socie­tà, e fino a un cer­to pun­to acqui­stas­se una per­so­na­li­tà indi­pen­den­te da essa. Sor­to dal­le con­trad­di­zio­ni di clas­se, lo Sta­to divie­ne «lo Sta­to del­la clas­se più poten­te, eco­no­mi­ca­men­te domi­nan­te che, per mez­zo suo, diven­ta anche poli­ti­ca­men­te domi­nan­te e così acqui­sta un nuo­vo stru­men­to per tener sot­to­mes­sa e per sfrut­ta­re la clas­se oppres­sa. Come lo Sta­to anti­co fu anzi­tut­to lo Sta­to di pos­ses­so­ri di schia­vi al fine di man­te­ner sot­to­mes­si gli schia­vi, così lo Sta­to feu­da­le fu l’organo del­la nobil­tà per man­te­ne­re sot­to­mes­si i con­ta­di­ni, ser­vi o vin­co­la­ti, e lo Sta­to rap­pre­sen­ta­ti­vo moder­no è lo stru­men­to per lo sfrut­ta­men­to del lavo­ro sala­ria­to da par­te del capi­ta­le» (Engels, L’origine del­la fami­glia, del­la pro­prie­tà pri­va­ta e del­lo Sta­to, in cui sono espo­ste le opi­nio­ni sue e di Marx). Per­si­no la for­ma più libe­ra e pro­gres­si­va del­lo Sta­to bor­ghe­se, la repub­bli­ca demo­cra­ti­ca, non eli­mi­na affat­to que­sta real­tà, ma ne cam­bia sol­tan­to la for­ma (lega­me del­lo Sta­to con la bor­sa, cor­ru­zio­ne diret­ta e indi­ret­ta dei fun­zio­na­ri sta­ta­li e del­la stam­pa, e così via). Il socia­li­smo, con­du­cen­do alla scom­par­sa del­le clas­si, con­du­ce, per ciò stes­so, alla scom­par­sa del­lo Sta­to. «Il pri­mo atto con cui lo Sta­to si pre­sen­ta real­men­te come rap­pre­sen­tan­te di tut­ta la socie­tà, cioè la pre­sa di pos­ses­so di tut­ti i mez­zi di pro­du­zio­ne in nome del­la socie­tà, è ad un tem­po l’ultimo suo atto indi­pen­den­te in quan­to Sta­to. L’intervento di una for­za sta­ta­le nei rap­por­ti socia­li diven­ta super­flua suc­ces­si­va­men­te in ogni cam­po e poi vie­ne meno da se stes­so. Al posto del gover­no sul­le per­so­ne appa­re l’amministrazione del­le cose e la dire­zio­ne dei pro­ces­si pro­dut­ti­vi. Lo Sta­to non vie­ne “abo­li­to”: esso si estin­gue» (Engels, Anti­düh­ring). «La socie­tà che rior­ga­niz­za la pro­du­zio­ne in base a una libe­ra ed egua­le asso­cia­zio­ne di pro­dut­to­ri, rele­ga l’intera mac­chi­na sta­ta­le nel posto che da quel momen­to le spet­ta, cioè nel museo del­le anti­chi­tà accan­to alla roc­ca per fila­re e all’ascia di bron­zo (Engels, Ori­gi­ne del­la fami­glia, del­la pro­prie­tà pri­va­ta e del­lo Sta­to).
Infi­ne, cir­ca il pro­ble­ma del­la posi­zio­ne del socia­li­smo di Marx ver­so i pic­co­li con­ta­di­ni che anco­ra esi­ste­ran­no all’epoca dell’espropriazione degli espro­pria­to­ri, è neces­sa­rio ram­men­ta­re una dichia­ra­zio­ne di Engels, che espri­me il pen­sie­ro di Marx: «Allor­ché ci impa­dro­ni­re­mo del pote­re sta­ta­le, non pen­se­re­mo ad espro­pria­re vio­len­te­men­te (non impor­ta se con o sen­za inden­niz­zo) i pic­co­li con­ta­di­ni, ciò che sare­mo inve­ce obbli­ga­ti a fare con í gran­di pro­prie­ta­ri di ter­re. Il nostro com­pi­to nei con­fron­ti dei pic­co­li con­ta­di­ni con­si­ste­rà pri­ma di tut­to nel fare sì che la loro pro­prie­tà e pro­du­zio­ne pri­va­ta si tra­sfor­mi­no in pro­prie­tà e pro­du­zio­ne asso­cia­ta; non con mez­zi vio­len­ti, ma con l’esempio e con l’offerta dell’aiuto socia­le a tale sco­po. E allo­ra natu­ral­men­te pos­se­de­re­mo i mez­zi suf­fi­cien­ti per mostra­re al con­ta­di­no tut­ti i van­tag­gi di tale tra­sfor­ma­zio­ne, van­tag­gi che deb­bo­no esser­gli illu­stra­ti fin d’ora» (Engels, La que­stio­ne con­ta­di­na in Fran­cia e in Ger­ma­nia, ed. Ale­xeie­va, p. 17; la tra­du­zio­ne rus­sa con­tie­ne erro­ri, cfr. l’originale in Neue Zeit).

LA TATTICA DELLA LOTTA DI CLASSE DEL PROLETARIATO

 

Mes­so in luce fin dal 1844‑1845 uno dei difet­ti fon­da­men­ta­li del vec­chio mate­ria­li­smo, quel­lo cioè di non esse­re riu­sci­to a com­pren­de­re le con­di­zio­ni né ad apprez­za­re l’importanza dell’azione pra­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria, Marx paral­le­la­men­te ai lavo­ri teo­ri­ci, pre­stò duran­te tut­ta la sua vita una assi­dua atten­zio­ne ai pro­ble­mi del­la tat­ti­ca del­la lot­ta di clas­se del pro­le­ta­ria­to. Tut­te le ope­re di Marx e spe­cial­men­te il car­teg­gio fra lui ed Engels, pub­bli­ca­to nel 1913 in quat­tro volu­mi, for­ni­sco­no un mate­ria­le immen­so a que­sto riguar­do. Que­sto mate­ria­le è anco­ra ben lun­gi dall’essere inte­ra­men­te rac­col­to, coor­di­na­to, stu­dia­to ed ela­bo­ra­to. Per­ciò dob­bia­mo qui limi­tar­ci ad alcu­ni rilie­vi mol­to gene­ra­li e con­ci­si, facen­do nota­re che il mate­ria­li­smo pri­vo di que­sto lato era giu­sta­men­te con­si­de­ra­to da Marx come mon­co, uni­la­te­ra­le, pri­vo di vita. Marx deter­mi­nò il com­pi­to fon­da­men­ta­le del­la tat­ti­ca del pro­le­ta­ria­to in rigo­ro­so accor­do con tut­te le pre­mes­se del­la sua con­ce­zio­ne mate­ria­li­sti­ca dia­let­ti­ca del mon­do. Sol­tan­to la valu­ta­zio­ne ogget­ti­va di tut­to l’insieme dei rap­por­ti reci­pro­ci di tut­te le clas­si di una data socie­tà, sen­za ecce­zio­ne, e, per con­se­guen­za, anche la con­si­de­ra­zio­ne del gra­do di svi­lup­po ogget­ti­vo di quel­la socie­tà e dei rap­por­ti reci­pro­ci fra essa ed altre socie­tà, pos­so­no ser­vi­re di base a una giu­sta tat­ti­ca del­la clas­se d’avanguardia. Inol­tre tut­te le clas­si, e tut­ti i pae­si devo­no esse­re con­si­de­ra­ti non in una situa­zio­ne sta­ti­ca, ma dina­mi­ca, ossia non in sta­to di immo­bi­li­tà, ma in movi­men­to (movi­men­to le cui leg­gi deri­va­no dal­le con­di­zio­ni eco­no­mi­che d’esistenza di ogni clas­se). A sua vol­ta il movi­men­to non deve esse­re con­si­de­ra­to solo dal pun­to di vista del pas­sa­to, ma anche da quel­lo dell’avvenire, e non secon­do il vol­ga­re inten­di­men­to degli «evo­lu­zio­ni­sti», che scor­go­no sol­tan­to le tra­sfor­ma­zio­ni len­te, ma dia­let­ti­ca­men­te: «Ven­ti anni con­ta­no un gior­no nei gran­di svi­lup­pi sto­ri­ci – scri­ve­va Marx ad Engels – ma vi pos­so­no esse­re gior­ni che con­cen­tra­no in sé ven­ti anni» (Car­teg­gio, vol. III, p. 127). Ad ogni gra­do di svi­lup­po e in ogni momen­to, la tat­ti­ca del pro­le­ta­ria­to deve tener con­to di que­sta ine­vi­ta­bi­le dia­let­ti­ca ogget­ti­va del­la sto­ria del gene­re uma­no: da un lato, uti­liz­zan­do ai fini del­lo svi­lup­po del­la coscien­za, del­le for­ze e del­le capa­ci­tà di lot­ta del­la clas­se d’avanguardia le epo­che di sta­gna­zio­ne poli­ti­ca o di len­to svi­lup­po, di svi­lup­po cosid­det­to «paci­fi­co»; e, dall’altro lato, orien­tan­do tut­to que­sto lavo­ro nel­la dire­zio­ne del­lo «sco­po fina­le» del movi­men­to di tale clas­se, e susci­tan­do in essa la capa­ci­tà di risol­ve­re pra­ti­ca­men­te i gran­di pro­ble­mi nel­le gior­na­te cul­mi­nan­ti che «con­cen­tra­no in sé ven­ti anni». A tale pro­po­si­to han­no spe­cia­le impor­tan­za due giu­di­zi di Marx, uno espres­so nel­la Mise­ria del­la filo­so­fia riguar­dan­te la lot­ta eco­no­mi­ca e le orga­niz­za­zio­ni eco­no­mi­che del pro­le­ta­ria­to, e l’altro nel Mani­fe­sto comu­ni­sta e riguar­dan­te i suoi com­pi­ti poli­ti­ci. Il pri­mo dice: «La gran­de indu­stria rac­co­glie in un solo luo­go una fol­la di per­so­ne, sco­no­sciu­te le une alle altre. La con­cor­ren­za le divi­de quan­to all’interesse. Ma il man­te­ni­men­to del sala­rio, que­sto inte­res­se comu­ne che essi han­no con­tro il loro padro­ne, le uni­sce in uno stes­so pro­po­si­to di resi­sten­za: coa­li­zio­ne … Le coa­li­zio­ni, dap­pri­ma iso­la­te; si costi­tui­sco­no in grup­pi e, di fron­te al capi­ta­le sem­pre uni­to, il man­te­ni­men­to dell’associazione divie­ne per gli ope­rai più neces­sa­rio anco­ra di quel­lo del sala­rio … In que­sta lot­ta – vera guer­ra civi­le – si riu­ni­sco­no e si svi­lup­pa­no tut­ti gli ele­men­ti neces­sa­ri a una bat­ta­glia che si pro­spet­ta nell’immediato futu­ro. Una vol­ta giun­ta a que­sto pun­to, l’associazione acqui­sta un carat­te­re poli­ti­co». In que­ste paro­le ven­go­no espo­sti il pro­gram­ma e la tat­ti­ca del­le lot­te eco­no­mi­che e del movi­men­to sin­da­ca­le per alcu­ni decen­ni, per tut­to il lun­go perio­do di pre­pa­ra­zio­ne del­le for­ze del pro­le­ta­ria­to «per la futu­ra bat­ta­glia». A que­sto giu­di­zio biso­gna rav­vi­ci­na­re le nume­ro­se indi­ca­zio­ni che Marx ed Engels trag­go­no dall’esempio del movi­men­to ope­ra­io ingle­se, mostran­do come la «pro­spe­ri­tà» indu­stria­le deter­mi­na i ten­ta­ti­vi di «com­pra­re gli ope­rai» (Car­teg­gio con Engels, I, 136) e di allon­ta­nar­li dal­la lot­ta; come que­sta pro­spe­ri­tà, in gene­ra­le, «demo­ra­liz­za gli ope­rai» (II, 218); come il pro­le­ta­ria­to ingle­se «s’imborghesisce» e come «la più bor­ghe­se di tut­te le nazio­ni» (l’inglese) «vuo­le, a quan­to pare, con­dur­re le cose in modo da ave­re, al lato del­la bor­ghe­sia, un’aristocrazia bor­ghe­se e un pro­le­ta­ria­to pure bor­ghe­se» (II, 290); come nel pro­le­ta­ria­to scom­pa­re l’«energia rivo­lu­zio­na­ria» (III, 124), come occor­re atten­de­re per un tem­po più o meno lun­go «la libe­ra­zio­ne degli ope­rai ingle­si dal­la loro appa­ren­te cor­ru­zio­ne bor­ghe­se» (III, 127), come man­ca al movi­men­to ope­ra­io ingle­se «l’ardore dei car­ti­sti» (1866; III, 30), come i capi ope­rai ingle­si si for­ma­no secon­do un tipo inter­me­dio «fra il bor­ghe­se radi­ca­le e l’operaio» (a pro­po­si­to di Holyoa­ke; IV, 209); come a cau­sa del mono­po­lio dell’Inghilterra e fin­ché tale mono­po­lio esi­ste­rà, «con gli ope­rai ingle­si non ci sarà nien­te da fare» (IV, 433). La tat­ti­ca del­la lot­ta eco­no­mi­ca in rap­por­to con lo svi­lup­po gene­ra­le (e con l’esito) del movi­men­to ope­ra­io, è con­si­de­ra­ta qui in modo mira­bil­men­te vasto, uni­ver­sa­le, dia­let­ti­co, vera­men­te rivo­lu­zio­na­rio.
Cir­ca la tat­ti­ca del­la lot­ta poli­ti­ca, il Mani­fe­sto comu­ni­sta enun­ciò in que­sto modo il prin­ci­pio fon­da­men­ta­le del mar­xi­smo: «i comu­ni­sti lot­ta­no per rag­giun­ge­re gli sco­pi e gli inte­res­si imme­dia­ti del­la clas­se ope­ra­ia, ma nel movi­men­to pre­sen­te rap­pre­sen­ta­no in pari tem­po l’avvenire del movi­men­to stes­so». In nome di que­sto prin­ci­pio, Marx nel 1848 appog­giò in Polo­nia il par­ti­to del­la «Rivo­lu­zio­ne agra­ria», «quel­lo stes­so par­ti­to che susci­tò l’insurrezione di Cra­co­via nel 1846». In Ger­ma­nia, nel 1848–1849, Marx appog­giò la demo­cra­zia rivo­lu­zio­na­ria estre­ma, e in segui­to non riti­rò mai quel che ave­va det­to allo­ra sul­la tat­ti­ca. Egli con­si­de­ra­va la bor­ghe­sia tede­sca come un ele­men­to «incli­ne, fin dall’inizio, a tra­di­re il popo­lo» (sol­tan­to l’unione con i con­ta­di­ni avreb­be per­mes­so alla bor­ghe­sia di rag­giun­ge­re pie­na­men­te i suoi obiet­ti­vi) «e a strin­ge­re un com­pro­mes­so con i rap­pre­sen­tan­ti coro­na­ti dell’antica socie­tà». Ecco l’analisi con­clu­si­va data da Marx del­la posi­zio­ne di clas­se del­la bor­ghe­sia tede­sca all’epoca del­la rivo­lu­zio­ne demo­cra­ti­ca bor­ghe­se: ana­li­si che è, fra l’altro, un esem­pio di mate­ria­li­smo, per­ché con­si­de­ra la socie­tà in movi­men­to e, per di più, non sol­tan­to in quell’aspetto del movi­men­to che è rivol­to al pas­sa­to … «sen­za fede in se stes­sa, sen­za fede nel popo­lo, bron­to­lo­na con­tro chi sta in alto, tre­man­te davan­ti a chi sta in bas­so … inti­mo­ri­ta dal­la tem­pe­sta mon­dia­le; in nes­su­na dire­zio­ne ener­gi­ca, in tut­te le dire­zio­ni pron­ta al pla­gio … sen­za ini­zia­ti­va … una vec­chia male­det­ta, con­dan­na­ta a diri­ge­re per il suo inte­res­se seni­le i pri­mi slan­ci di gio­ven­tù d’un popo­lo robu­sto e sano …» (Neue Rhei­ni­sche Zei­tung, 1848; cfr. Ere­di­tà let­te­ra­ria, vol. III, p. 212). Cir­ca ven­ti anni dopo, in una let­te­ra a Engels (III, 224), Marx scri­ve­va che la cau­sa dell’insuccesso del­la rivo­lu­zio­ne del 1848 con­si­stet­te nel fat­to che la bor­ghe­sia ave­va pre­fe­ri­to la pace in schia­vi­tù alla sem­pli­ce pro­spet­ti­va di una lot­ta per la liber­tà. Quan­do ter­mi­nò il perio­do del­le rivo­lu­zio­ni del 1848‑1849, Marx insor­se con­tro ogni ten­ta­ti­vo di gio­ca­re con la rivo­lu­zio­ne (Schap­per, Wil­lich e la lot­ta con­tro di essi), esi­gen­do che si sapes­se lavo­ra­re nel nuo­vo perio­do, in cui si pre­pa­ra­va­no, in modo appa­ren­te­men­te «paci­fi­co», nuo­ve rivo­lu­zio­ni. Il seguen­te apprez­za­men­to di Marx sul­la situa­zio­ne in Ger­ma­nia nel 1856, nel più fosco perio­do del­la rea­zio­ne, mostra come egli inten­de­va che fos­se con­dot­to tale lavo­ro: «In Ger­ma­nia tut­to dipen­de­rà dal­la pos­si­bi­li­tà di appog­gia­re la rivo­lu­zio­ne pro­le­ta­ria con una spe­cie di secon­da edi­zio­ne del­la guer­ra dei con­ta­di­ni» (Car­teg­gio con Engels, vol. II, p. 108). Fino a quan­do la rivo­lu­zio­ne demo­cra­ti­ca (bor­ghe­se) in Ger­ma­nia non era giun­ta a com­pi­men­to, Marx, per quan­to riguar­da­va la tat­ti­ca del pro­le­ta­ria­to socia­li­sta, rivol­se tut­ta la sua atten­zio­ne allo svi­lup­po dell’energia demo­cra­ti­ca dei con­ta­di­ni. Egli con­si­de­ra­va che l’atteggiamento di Las­sal­le era, «ogget­ti­va­men­te, un tra­di­men­to di tut­to il movi­men­to ope­ra­io a favo­re dei prus­sia­ni » (III, 210); tra l’altro, pro­prio per­ché Las­sal­le si mostra­va trop­po con­ci­lian­te coi gran­di pro­prie­ta­ri fon­dia­ri e col nazio­na­li­smo prus­sia­no. «È vile – scri­ve­va Engels nel 1865, in uno scam­bio di vedu­te con Marx per la pre­pa­ra­zio­ne di una dichia­ra­zio­ne comu­ne, desti­na­ta alla stam­pa – in un pae­se pre­va­len­te­men­te agri­co­lo aggre­di­re, in nome del pro­le­ta­ria­to indu­stria­le, la sola bor­ghe­sia, sen­za ricor­da­re nep­pu­re con una paro­la il patriar­ca­le sfrut­ta­men­to a basto­na­te del pro­le­ta­ria­to agri­co­lo per ope­ra del­la gran­de nobil­tà feu­da­le» (III, 217). Nel 1864‑1870, quan­do l’epoca del com­pi­men­to del­la rivo­lu­zio­ne demo­cra­ti­ca bor­ghe­se in Ger­ma­nia, l’epoca del­la lot­ta del­le clas­si sfrut­ta­tri­ci del­la Prus­sia e dell’Austria per com­pie­re in un modo o, nell’altro que­sta rivo­lu­zio­ne dall’alto, giun­ge­va alla fine, Marx non sol­tan­to rim­pro­ve­ra­va Las­sal­le di civet­ta­re con Bismarck, ma cor­reg­ge­va anche Lie­b­k­ne­cht, il qua­le cade­va nell’«austrofilia» e nel­la dife­sa del par­ti­co­la­ri­smo. Egli esi­ge­va una tat­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria che lot­tas­se con ugua­le impla­ca­bi­li­tà con­tro Bismarck e con­tro gli austro­fi­li, una tat­ti­ca non di sot­to­mis­sio­ne al «vin­ci­to­re», al gran­de pro­prie­ta­rio fon­dia­rio prus­sia­no, ma vol­ta alla ripre­sa imme­dia­ta del­la lot­ta rivo­lu­zio­na­ria con­tro di esso e sul ter­re­no crea­to dal­le vit­to­rie mili­ta­ri prus­sia­ne. (Car­teg­gio con Engels, III, 134, 136, 147, 179, 204, 210, 215, 418, 437, 440–441.) Nel famo­so indi­riz­zo dell’Internazionale del 9 set­tem­bre 1870 Marx mise in guar­dia il pro­le­ta­ria­to fran­ce­se con­tro un’insurrezione intem­pe­sti­va; ma quan­do tut­ta­via essa avven­ne (1871) egli salu­tò con entu­sia­smo l’iniziativa rivo­lu­zio­na­ria del­le mas­se «che dan­no l’assalto al cie­lo» (let­te­ra di Marx a Kugel­mann). La scon­fit­ta dell’azione rivo­lu­zio­na­ria, in que­sta come in mol­te altre situa­zio­ni, era, secon­do il mate­ria­li­smo dia­let­ti­co di Marx, minor male, per l’andamento gene­ra­le e per l’esito del­la lot­ta pro­le­ta­ria, che l’abbandono di una posi­zio­ne con­qui­sta­ta e la resa sen­za lot­ta, per­ché una tale capi­to­la­zio­ne avreb­be demo­ra­liz­za­to il pro­le­ta­ria­to e dimi­nui­ta la sua capa­ci­tà di com­bat­te­re. Apprez­zan­do appie­no l’uso dei mez­zi lega­li di lot­ta duran­te i perio­di di sta­si poli­ti­ca e di domi­nio del­la lega­li­tà bor­ghe­se, Marx nel 1877–1878, dopo la pro­cla­ma­zio­ne del­le leg­gi ecce­zio­na­li con­tro i socia­li­sti, con­dan­nò aspra­mente «le fra­si rivo­lu­zio­na­rie» di Most; ma non meno, se non più aspra­men­te, con­dan­nò l’opportunismo allo­ra tem­po­ra­nea­men­te domi­nan­te nel par­ti­to social­de­mo­cra­ti­co uffi­cia­le, che non mostrò subi­to, corag­gio­sa­men­te, rigi­da­men­te, lo spi­ri­to rivo­lu­zio­na­rio e la volon­tà di pas­sa­re alla lot­ta ille­ga­le in rispo­sta alle leg­gi ecce­zio­na­li (Car­teg­gio di Marx ed Engels, IV, 397, 404, 418, 422, 424. Si veda­no anche le let­te­re a Sor­ge).