Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Lotta di classe

Ondata di manifestazioni e sollevazioni sempre più globali

Sciopero generale in Francia

Non si può cer­to dire che il 2019 sia sta­to un anno tran­quil­lo per il capi­ta­li­smo mon­dia­le. La cri­si eco­no­mi­ca in cui il siste­ma si dibat­te da un decen­nio, oscil­lan­do fra sta­gna­zio­ne e cre­sci­ta debo­le, non ha anco­ra tro­va­to una solu­zio­ne. Le misu­re finan­zia­rie archi­tet­ta­te da gover­ni e Ban­che cen­tra­li han­no in qual­che modo tam­po­na­to la cadu­ta ten­den­zia­le del sag­gio di pro­fit­to, pro­du­cen­do però l’effetto di acui­re le ten­sio­ni e le con­trad­di­zio­ni socia­li con un ulte­rio­re allar­ga­men­to del­la for­bi­ce fra uno stra­to sem­pre più ric­co e ristret­to di popo­la­zio­ne, che con­cen­tra su di sé fet­te cre­scen­ti del red­di­to glo­ba­le, e una mas­sa sem­pre più pove­ra che ten­de ad aumen­ta­re a dismi­su­ra.
La con­se­guen­za di que­sto pro­ces­so com­bi­na­to è quan­to sta acca­den­do pres­so­ché ad ogni ango­lo del pia­ne­ta, con sol­le­va­zio­ni e pro­te­ste di mas­sa – in alcu­ni casi dal carat­te­re semi-insur­re­zio­na­le – cui i gover­ni bor­ghe­si rispon­do­no con sem­pre mag­gio­re repres­sio­ne.
Con­trad­dit­to­ria­men­te, è cre­sciu­ta in tut­to il 2019 l’in­fluen­za di for­ze rea­zio­na­rie, fon­da­men­ta­li­ste, nazio­na­li­ste e con­ser­va­tri­ci, che han­no fat­to pre­sa in ampi set­to­ri del­le clas­si lavo­ra­tri­ci.
Fac­cia­mo il pun­to del­la situa­zio­ne pre­sen­tan­do l’a­na­li­si svol­ta su que­sti feno­me­ni com­bi­na­ti dal­lo stu­dio­so mar­xi­sta Rolan­do Asta­ri­ta.
Buo­na let­tu­ra.
La Reda­zio­ne

Ondata di manifestazioni e sollevazioni sempre più globali


Rolan­do Asta­ri­ta [*]

(14 dicem­bre 2019)

 

Nell’anno che sta finen­do abbia­mo assi­sti­to a un’ondata di mani­fe­sta­zio­ni, sol­le­va­zio­ni e pro­te­ste a livel­lo mon­dia­le. In que­sta nota esa­mi­nia­mo i casi più rile­van­ti e avan­zia­mo alcu­ne con­clu­sio­ni.

I pun­ti più impor­tan­ti nel 2019
Ci sono sta­te mani­fe­sta­zio­ni in Alge­ria, a par­ti­re da feb­bra­io, con­tro Abde­la­ziz Bou­te­fli­ka, che ha dovu­to infi­ne dimet­ter­si. Bou­te­fli­ka era al pote­re dal 1999. L’élite mili­ta­re, che in real­tà gover­na il Pae­se, ha pro­mes­so ele­zio­ni, ma ha con­sen­ti­to la pre­sen­ta­zio­ne sol­tan­to di cin­que can­di­da­ti che sono più vici­ni a Bou­te­fli­ka. L’opposizione ha fat­to appel­lo al boi­cot­tag­gio del­le ele­zio­ni. Miglia­ia di per­so­ne sono nuo­va­men­te sce­se in piaz­za a pro­te­sta­re con la paro­la d’ordine “non vote­rò con­tro il mio Pae­se”.
Pro­te­ste in Sudan a par­ti­re dal­la deci­sio­ne del gover­no dit­ta­to­ria­le di Omar al Bashir di tri­pli­ca­re il prez­zo del pane, in un Pae­se stran­go­la­to dal­la cri­si eco­no­mi­ca. Per cal­ma­re la popo­la­zio­ne, l’esercito ha desti­tui­to al Bashir, che era al pote­re dal 1993, ma la mobi­li­ta­zio­ne è con­ti­nua­ta. Per set­ti­ma­ne, le mas­se si sono accam­pa­te di fron­te al Mini­ste­ro del­la Dife­sa riven­di­can­do la for­ma­zio­ne di un Con­si­glio di Tran­si­zio­ne che met­tes­se nel­le mani dei civi­li il con­trol­lo del gover­no. Il 3 giu­gno l’esercito ha sca­te­na­to la repres­sio­ne pro­vo­can­do un mas­sa­cro. Secon­do l’opposizione, ci sono sta­ti 113 mor­ti (uffi­cial­men­te se ne sono rico­no­sciu­ti 61) e 326 feri­ti. Ci saran­no ele­zio­ni solo fra tre anni e sot­to lo stret­to con­trol­lo dei mili­ta­ri.
A giu­gno, a Bas­so­ra, in Iraq, sono scop­pia­te pro­te­ste – ma ve ne era­no sta­te anche a metà del 2018 – con­tro la cor­ru­zio­ne, la disoc­cu­pa­zio­ne, i pes­si­mi ser­vi­zi pub­bli­ci e l’intervento mili­ta­re stra­nie­ro nel pae­se. Ad otto­bre le mani­fe­sta­zio­ni si sono amplia­te e gene­ra­liz­za­te. Sono sta­te repres­se con un sal­do di alme­no 420 mor­ti. Il pri­mo mini­stro, Abdul Mah­di ha dovu­to dimet­ter­si. Una del­le riven­di­ca­zio­ni fon­da­men­ta­li è la fine del siste­ma poli­ti­co esi­sti­to dall’invasione degli Sta­ti Uni­ti nel 2003.

Due milio­ni di mani­fe­stan­ti in piaz­za ad Hong Kong

A giu­gno, a Hong Kong sono scop­pia­te pro­te­ste e mani­fe­sta­zio­ni con­tro la pos­si­bi­li­tà di estra­da­re oppo­si­to­ri in Cina. Il prin­ci­pa­le timo­re è che si inde­bo­li­sca l’indipendenza del Pae­se (nel 2047 ter­mi­ne­rà lo sta­tus spe­cia­le di Hong Kong). Un’altra pre­oc­cu­pa­zio­ne è che si met­ta­no in peri­co­lo i dis­si­den­ti. Mol­ti gio­va­ni sono alla testa del­le mani­fe­sta­zio­ni. A set­tem­bre il gover­no ha riti­ra­to la pro­po­sta, ma le pro­te­ste stan­no con­ti­nuan­do. Fra le altre riven­di­ca­zio­ni c’è l’amnistia per i dete­nu­ti nel­le mani­fe­sta­zio­ni e il suf­fra­gio com­ple­ta­men­te libe­ro. A novem­bre si sono svol­te ele­zio­ni che han­no visto una vit­to­ria schiac­cian­te degli oppo­si­to­ri.
A set­tem­bre si è veri­fi­ca­ta in Egit­to un’ondata di pro­te­ste con­tro il pre­si­den­te al Sisi, al pote­re dal gol­pe mili­ta­re del 2013. Appe­na inse­dia­to­si, il regi­me ha proi­bi­to le pro­te­ste e sono sta­te arre­sta­te miglia­ia di oppo­si­to­ri. I mani­fe­stan­ti han­no denun­cia­to la cor­ru­zio­ne di al Sisi e dei suoi fami­lia­ri pun­tan­do alla cadu­ta del regi­me. Secon­do Human Rights Watch, «le for­ze di sicu­rez­za han­no rei­te­ra­ta­men­te fat­to ricor­so a una bru­ta­le repres­sio­ne per schiac­cia­re pro­te­ste paci­fi­che». Il con­te­sto eco­no­mi­co e socia­le del­le mani­fe­sta­zio­ni è la pover­tà e la man­can­za di pro­spet­ti­ve per i gio­va­ni. La per­cen­tua­le di egi­zia­ni che nel 2018 vive­va­no nel­la pover­tà estre­ma (con 1,3 dol­la­ri al gior­no) era del 32,5%, con­tro il 27,8% del 2015. Il gover­no di al Sisi ha appli­ca­to misu­re di auste­ri­tà (sva­lu­ta­zio­ne del­la mone­ta, tagli del 40% ai sus­si­di per com­bu­sti­bi­li e tra­spor­ti) per pote­re adem­pie­re agli impe­gni pre­si con il Fmi.
A otto­bre ci sono sta­te mani­fe­sta­zio­ni in Liba­no che han­no para­liz­za­to il Pae­se e indot­to il pri­mo mini­stro Saad al Hai­ri­ri a dimet­ter­si. La scin­til­la è sta­ta l’introduzione di tas­se sul tabac­co, sul­le chia­ma­te via Wha­tsApp e sul com­bu­sti­bi­le. “Abbas­so il gover­no del­le ban­che!” è sta­ta una del­le paro­le d’ordine, oltre a riven­di­ca­zio­ni per miglio­ra­men­ti nell’istruzione e nei ser­vi­zi.
Il 15 novem­bre scor­so sono scop­pia­te pro­te­ste in Iran, quan­do il gover­no ha annun­cia­to l’aumento del prez­zo del­la ben­zi­na. La mag­gio­ran­za dei mani­fe­stan­ti è com­po­sta da gio­va­ni che han­no bas­se entra­te o sono disoc­cu­pa­ti. La pro­te­sta è sta­ta anche attra­ver­sa­ta da riven­di­ca­zio­ni di liber­tà e di giu­sti­zia per le don­ne, oltre che di miglio­ra­men­ti del­le con­di­zio­ni di vita. Vi sono sta­te espres­sio­ni di soli­da­rie­tà con le rivol­te e i movi­men­ti del Liba­no, dell’Iraq, del Cile e di Hong Kong. Anche in que­sto caso vi è sta­ta una for­te repres­sio­ne. Secon­do Amne­sty Inter­na­tio­nal, e sul­la base di sti­me pru­den­ti, sono mor­te in una set­ti­ma­na 280 per­so­ne per mano del­le for­ze di sicu­rez­za.
Tra gen­na­io e feb­bra­io ci sono sta­te mas­sic­ce mani­fe­sta­zio­ni in Vene­zue­la con­tro il gover­no Madu­ro. Le riven­di­ca­zio­ni: liber­tà, libe­re ele­zio­ni e pro­te­ste per la situa­zio­ne eco­no­mi­ca. Il regi­me ha rispo­sto con una for­te repres­sio­ne. L’Alto Com­mis­sa­rio per i Dirit­ti Uma­ni dell’Onu ha infor­ma­to che alla fine di gen­na­io si con­ta­va­no 850 arre­sti e 40 mor­ti. L’Osservatorio vene­zue­la­no di con­flit­tua­li­tà socia­le ha con­si­de­ra­to 51 mor­ti fino ad apri­le. Alla repres­sio­ne con­tro le mani­fe­sta­zio­ni se ne deve aggiun­ge­re un’altra, più siste­ma­ti­ca e occul­ta, con­dot­ta dal­le Faes (For­ze di Azio­ne Spe­cia­le del­la poli­zia boli­va­ria­na), che eser­ci­ta­no una vio­len­za siste­ma­ti­ca nei quar­tie­ri popo­la­ri. Secon­do il rap­por­to Bache­let dell’Onu, solo nel 2018 cir­ca 5300 per­so­ne sono mor­te «dopo ave­re oppo­sto resi­sten­za alle auto­ri­tà». La Ong Osser­va­to­rio Vene­zue­la­no sul­la Vio­len­za ha ele­va­to la cifra a 7500 mor­ti. Milio­ni di vene­zue­la­ni han­no abban­do­na­to il Pae­se.
A Por­to Rico, a luglio e dopo qua­si due set­ti­ma­ne di mas­sic­ce mobi­li­ta­zio­ni, si è dimes­so il gover­na­to­re Ricar­do Ros­sel­ló. Le mani­fe­sta­zio­ni sono ini­zia­te quan­do sono fil­tra­te con­ver­sa­zio­ni sui social in cui Ros­sel­ló espri­me­va vol­ga­ri attac­chi alle don­ne e alle comu­ni­tà Lgbt. Ma, a par­te que­sto, la situa­zio­ne eco­no­mi­ca è mol­to gra­ve e la popo­la­zio­ne sof­fre pesan­ti caren­ze di ser­vi­zi essen­zia­li. Il gover­no sta­tu­ni­ten­se e la Giun­ta di Con­trol­lo Fisca­le (impo­sta dagli Usa) voglio­no appli­ca­re un pia­no di aggiu­sta­men­to strut­tu­ra­le con dimi­nu­zio­ne del­le pen­sio­ni e paga­men­to del debi­to este­ro.

Sol­le­va­zio­ne popo­la­re ad Hai­ti

Ad Hai­ti, a metà dell’anno sono scop­pia­te mani­fe­sta­zio­ni e c’è sta­to uno scio­pe­ro gene­ra­le con­tro il pia­no di auste­ri­tà con­cor­da­to fra il pre­si­den­te Jove­nel Moi­se e il Fmi. Le mobi­li­ta­zio­ni sono dura­te per mol­te set­ti­ma­ne, tan­to che a fine novem­bre se ne con­ta­va­no cir­ca 300. La repres­sio­ne è sta­ta bru­ta­le. Secon­do l’Alto Com­mis­sa­rio per i Dirit­ti Uma­ni dell’Onu, a fine otto­bre si regi­stra­va­no 76 mor­ti e 98 feri­ti. Hai­ti è uno dei Pae­si più pove­ri del mon­do. Per cita­re un solo dato: il 22% dei bam­bi­ni è col­pi­to da denu­tri­zio­ne cro­ni­ca.
Agli ini­zi di otto­bre in Equa­dor ci sono sta­ti scio­pe­ri, bloc­chi stra­da­li e mobi­li­ta­zio­ni di mas­sa con­tr misu­re di aggiu­sta­men­to (tra le qua­li la sop­pres­sio­ne dei sus­si­di per la ben­zi­na) annun­cia­te dal gover­no di Lenín More­no. Il gover­no ha poi dovu­to fare mar­cia indie­tro rispet­to ai sus­si­di.
In Cile sono esplo­se pro­te­ste agli ini­zi di otto­bre con­tro l’aumento dei prez­zi del­la metro­po­li­ta­na. Ma si trat­ta­va solo del­la pun­ta dell’iceberg. Le que­stio­ni di fon­do riguar­da­no l’alta disu­gua­glian­za socia­le, i bas­si sala­ri, l’elevato costo dei ser­vi­zi e dell’istruzione, la cri­si nel siste­ma del­la sani­tà pub­bli­ca, le bas­se pen­sio­ni, gli alti livel­li di inde­bi­ta­men­to del­le fami­glie. Oltre alle mani­fe­sta­zio­ni, c’è sta­to uno scio­pe­ro nazio­na­le pro­mos­so dal Tavo­lo di Uni­tà Socia­le, com­po­sta da orga­niz­za­zio­ni sin­da­ca­li, dei dirit­ti uma­ni, da ambien­ta­li­sti e da popo­li indi­ge­ni. Anche qui, la repres­sio­ne è sta­ta bru­ta­le: si con­ta­no 26 mor­ti, 4900 feri­ti di cui cir­ca 350 con feri­te ocu­la­ri e al vol­to, 20.000 arre­sta­ti, abu­si, tor­tu­re e vio­len­ze ses­sua­li con­tro per­so­ne dete­nu­te. L’Alto Com­mis­sa­ria­to per i Dirit­ti Uma­ni dell’Onu ha con­fer­ma­to le denun­ce per vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni.
In Colom­bia, c’è sta­to uno scio­pe­ro gene­ra­le e una pro­te­sta di mas­sa il 21 novem­bre con­tro il gover­no Duque e il suo “pac­chet­to” di misu­re di auste­ri­tà: rifor­ma del siste­ma pen­sio­ni­sti­co, ridu­zio­ne del sala­rio gio­va­ni­le fino al 75% di quel­lo mini­mo; rifor­ma del lavo­ro. Oltre a ciò, le riven­di­ca­zio­ni riguar­da­va­no mag­gio­ri inve­sti­men­ti nell’istruzione e lo stop agli assas­si­ni di diri­gen­ti sin­da­ca­li e indi­ge­ni.
In Fran­cia sono anco­ra in atto mani­fe­sta­zio­ni e lo scio­pe­ro gene­ra­le con­tro la rifor­ma del­le pen­sio­ni volu­ta da Macron.

Anco­ra una vol­ta: “è il capi­ta­li­smo, stu­pi­do”
Ben­ché il movi­men­to ope­ra­io nei Pae­si cen­tra­li non si sia mobi­li­ta­to – con l’eccezione, natu­ral­men­te, del­la Fran­cia – l’ondata ha un impat­to mon­dia­le. La debo­le cre­sci­ta eco­no­mi­ca suc­ces­si­va alla cri­si finan­zia­ria del 2008‑2009 sem­bra esse­re alla base dei pro­gram­mi di aggiu­sta­men­to con­tro cui si sol­le­va­no i movi­men­ti di mas­sa. Ovvia­men­te, non si trat­ta del carat­te­re par­ti­co­la­re di qual­che fra­zio­ne del capi­ta­le, quan­to del­la sua uni­tà in quan­to “capi­ta­le in gene­ra­le”. L’importante è rista­bi­li­re le con­di­zio­ni pro­pi­zie per l’estrazione di plu­sla­vo­ro e per l’accumulazione. Intor­no a que­sto c’è una soli­da­rie­tà che va al di là del­le fron­tie­re nazio­na­li.
Quest’unità del capi­ta­le ha la sua con­tro­par­ti­ta nell’unità inter­na­zio­na­le, ogget­ti­va, dei lavo­ra­to­ri, occu­pa­ti e disoc­cu­pa­ti. La lot­ta del­le mas­se in Cile, Colom­bia, Vene­zue­la, Hong Kong, Egit­to o Iraq obbe­di­sce alla stes­sa ragio­ne di fon­do. Per­ciò si vedo­no espres­sio­ni di soli­da­rie­tà nel­le mani­fe­sta­zio­ni di un Pae­se con i mani­fe­stan­ti di un altro Pae­se. Il fat­to è che la fru­stra­zio­ne di un gio­va­ne cile­no che non tro­va lavo­ro, o che è obbli­ga­to ad accet­ta­re un lavo­ro pre­ca­rio, mal paga­to e alie­nan­te, non è mol­to diver­sa da quel­la che sen­te un altro gio­va­ne di Hong Kong, del­la Colom­bia o dell’Argentina. Un ana­li­sta, rife­ren­do­si alla socie­tà cile­na, scri­ve: «È un cock­tail che non offre spe­ran­ze che pos­sa­no veni­re tem­pi miglio­ri … al con­tra­rio, la gen­te per­ce­pi­sce che i tem­pi peg­gio­ra­no». E un gior­na­li­sta del New York Times scri­ve che i gio­va­ni di Hong Kong incon­tra­no sem­pre più con­cor­ren­za nell’ottenere lavo­ro e casa in una cit­tà dal­la disu­gua­glian­za cre­scen­te. Un altro ana­li­sta par­la di «pro­ble­mi di pover­tà, prez­zi esor­bi­tan­ti del­le abi­ta­zio­ni e man­can­za di aspet­ta­ti­ve di miglio­ra­men­to fra i gio­va­ni». Ma Hong Kong, insie­me al Cile, non era un model­lo del para­di­so capi­ta­li­sta?
Per­ciò paro­le d’ordine, for­me di lot­ta, ana­li­si, per­ce­zio­ni, sor­go­no in un pun­to e rim­bal­za­no in cen­ti­na­ia o miglia­ia di recet­to­ri per tut­to il glo­bo. In que­sto con­te­sto si svi­lup­pa­no anche le lot­te per la liber­tà, con­tro la repres­sio­ne e i regi­mi dit­ta­to­ria­li, e la lot­ta del­le don­ne per i loro dirit­ti e con­tro il maschi­li­smo. Si osser­vi, inol­tre, la costan­za con cui si ripe­te la repres­sio­ne che semi­na la mor­te fra deci­ne o cen­ti­na­ia di per­so­ne.
Pro­ba­bil­men­te, è dal­la fine degli anni 60 e dall’inizio degli anni 70 (Mag­gio fran­ce­se; movi­men­to stu­den­te­sco in Mes­si­co; asce­sa del­la mili­tan­za ope­ra­ia in Ita­lia; movi­men­to anti­bu­ro­cra­ti­co in Ceco­slo­vac­chia; Cor­do­ba­zo in Argen­ti­na; lot­te con­tro le dit­ta­tu­re in Por­to­gal­lo e Spa­gna; scon­fit­ta degli Usa in Viet­nam, tra le altre espe­rien­ze) che non abbia­mo assi­sti­to a un’ondata così este­sa. È la rispo­sta più gene­ra­le del­le mas­se oppres­se e sfrut­ta­te da che si è appro­fon­di­ta la glo­ba­liz­za­zio­ne del capi­ta­le. Fra le altre ragio­ni, v’è una cre­scen­te coscien­za del­la pola­riz­za­zio­ne ricchezza/povertà gene­ra­ta dal capi­ta­le. Ricor­dia­mo un dato: «Fra il 1980 e il 2016, il 10% più ric­co del­la popo­la­zio­ne mon­dia­le si è appro­pria­to del 57% del­la cre­sci­ta dei red­di­ti; l’1% più ric­co ne ha dete­nu­to il 27%. Al con­tra­rio, al 50% più pove­ro è spet­ta­to solo il 12% dell’aumento; e al 40% del­la fascia media­na il 31%». In una pre­ce­den­te nota riguar­dan­te il Cile – “È il capi­ta­li­smo, stu­pi­do” – abbia­mo scrit­to che la que­stio­ne di fon­do non è un gover­no X oppu­re Y, ben­sì il modo di pro­du­zio­ne basa­to sul­la pro­prie­tà pri­va­ta del capi­ta­le e lo sfrut­ta­men­to del lavo­ro. E il pro­ble­ma è glo­ba­le.

Non­di­me­no, cre­sco­no for­ze di destra, nazio­na­li­ste e con­ser­va­tri­ci
L’internazionalismo socia­li­sta ha allo­ra que­sto fon­da­men­to mate­ria­le. Tut­ta­via, a livel­lo mon­dia­le, alter­na­ti­ve con­ser­va­tri­ci, reli­gio­se fon­da­men­ta­li­ste o di estre­ma destra, han­no mostra­to una ten­den­za a raf­for­zar­si. Esi­sto­no varie­tà di tut­ti i tipi. Ad esem­pio, un grup­po di estre­ma destra può dichia­rar­si nemi­co di Israe­le e anti­se­mi­ta, ma un altro, sem­pre dell’ultradestra, può con­si­de­ra­re Israe­le un allea­to nel­la lot­ta con­tro il “ter­ro­ri­smo”. Comun­que, tut­ti sono pro­fon­da­men­te nazio­na­li­sti e acer­ri­mi nemi­ci del mar­xi­smo (o di qua­lun­que cosa odo­ri di socia­li­smo gesti­to dal­le mas­se lavo­ra­tri­ci). Mol­ti si fon­da­no su riven­di­ca­zio­ni socia­li o demo­cra­ti­che per neu­tra­liz­zar­le e por­ta­re acqua al muli­no del­la rea­zio­ne. Si pen­si, al riguar­do, a come grup­pi fon­da­men­ta­li­sti abbia­no capi­ta­liz­za­to buo­na par­te del­la sol­le­va­zio­ne del­la popo­la­zio­ne siria­na con­tro la dit­ta­tu­ra di Al Assad. Lo stes­so si è veri­fi­ca­to in Vene­zue­la con lo scon­ten­to popo­la­re che è sta­to cana­liz­za­to ver­so for­ma­zio­ni di destra; o, più recen­te­men­te, in Boli­via, con set­to­ri di clas­se lavo­ra­tri­ce o dei movi­men­ti popo­la­ri che han­no mani­fe­sta­to con­tro i bro­gli elet­to­ra­li di Mora­les e del Mas, finen­do per per­met­te­re la sali­ta al gover­no di una destra raz­zi­sta e ultra­cat­to­li­ca.

I “sim­bo­li del pote­re” secon­do il nuo­vo gover­no boli­via­no: for­ze arma­te, Bib­bia e cro­ci­fis­so

È neces­sa­rio rico­no­sce­re que­sta situa­zio­ne. Non biso­gna ubria­car­si con una fra­seo­lo­gia di sini­stra del tipo “colos­sa­le asce­sa rivo­lu­zio­na­ria mon­dia­le”. La posi­zio­ne del mar­xi­smo è, oggi­gior­no, di estre­ma debo­lez­za. Ciò che abbia­mo segna­la­to con rife­ri­men­to alle recen­ti ele­zio­ni in Argen­ti­na – il 95% dell’elettorato ha vota­to per orga­niz­za­zio­ni nemi­che del socia­li­smo – può esse­re este­so a tut­to il mon­do. Che con que­sta inqua­dra­tu­ra si sia più o meno sta­ta­li­sti, più o meno filo‑Trump o filo‑Putin, ha poca impor­tan­za pra­ti­ca.
Dati i limi­ti di spa­zio, non ci è pos­si­bi­le esa­mi­na­re qui tut­ti i fat­to­ri che han­no por­ta­to a que­sta situa­zio­ne. Ma c’è un fat­to che acqui­sta impor­tan­za cru­cia­le: l’esperienza, sia sto­ri­ca che recen­te, dei regi­mi e del­le cor­ren­ti socia­li­ste.
Fon­da­men­tal­men­te, il crol­lo dell’Urss e degli altri emble­ma­ti­ci “socia­li­smi rea­li”: Cina, Jugo­sla­via, Cuba, Corea del Nord. Agli occhi del­le gran­di mas­se è il mar­xi­smo ad esse­re fal­li­to. Per­ciò esse non cre­do­no che sia pra­ti­ca­bi­le una costru­zio­ne socia­li­sta che non fini­sca in gulag e buro­cra­zie ter­ri­bil­men­te repres­si­ve. A ciò si aggiun­ga­no dei casi par­ti­co­la­ri: l’esperienza dei Khmer Ros­si in Cam­bo­gia, quel­la di Sen­de­ro Lumi­no­so in Perù, le Farc in Colom­bia (e se qual­cu­no dubi­ta degli effet­ti nega­ti­vi di que­ste espe­rien­ze, può chie­de­re del soste­gno che que­sti movi­men­ti han­no nel­la memo­ria dei popo­li cam­bo­gia­no, peru­via­no o colom­bia­no). Ma si aggiun­ga anche il disa­stro in cui è sfo­cia­to il “socia­li­smo del XXI seco­lo”, che a suo tem­po è sta­to pre­sen­ta­to come l’alternativa che avreb­be rico­strui­to il pen­sie­ro socia­li­sta a livel­lo glo­ba­le.
Oltre a quan­to det­to, l’immensa mag­gio­ran­za del­la sini­stra si è pie­ga­ta alla con­ci­lia­zio­ne di clas­se – soste­gno a par­ti­ti e pro­gram­mi bor­ghe­si, come Syri­za in Gre­cia, Lula in Bra­si­le, il pero­ni­smo in Argen­ti­na, solo per cita­re i casi più impor­tan­ti – e al nazio­na­li­smo (con l’idea per cui “l’imperialismo sta­tu­ni­ten­se è il nemi­co prin­ci­pa­le”). Coe­ren­te­men­te, mol­te orga­niz­za­zio­ni han­no disprez­za­to o, peg­gio anco­ra, si sono schie­ra­te con­tro le lot­te per le liber­tà demo­cra­ti­che in mol­tis­si­mi Pae­si e cir­co­stan­ze. Così, per esem­pio, se l’esercito siria­no assas­si­na­va mani­fe­stan­ti indi­fe­si, allo­ra sta­va com­bat­ten­do con­tro “gli agen­ti dell’imperialismo”. Allo stes­so modo, se il rap­por­to Bache­let denun­cia le vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni da par­te del regi­me di Madu­ro, “lo fa per­ché è un agen­te di Washing­ton”. Però Bache­let non è più un agen­te di Washing­ton se denun­cia la repres­sio­ne in Cile. In tut­ti i modi, come può sor­pren­de­re che il socia­li­smo sia sem­pre più iden­ti­fi­ca­to con regi­mi come il cha­vi­smo vene­zue­la­no, l’orteguismo nica­ra­guen­se o, ancor peg­gio, quel­lo del­la Corea del Nord con la sua dina­stia dei Kim? A que­sto riguar­do, richia­mia­mo anco­ra una vol­ta l’attenzione sul­la cen­tra­li­tà che ha avu­to, nel­la sto­ria del mar­xi­smo, la lot­ta per le liber­tà e i dirit­ti demo­cra­ti­ci.
In defi­ni­ti­va, ciò di cui abbia­mo biso­gno è armo­niz­za­re la nar­ra­zio­ne e l’analisi con ciò che sta acca­den­do a livel­lo sem­pre più glo­ba­le. E il pri­mo pas­so per que­sto è sol­le­va­re le ban­die­re dell’internazionalismo, non­ché la cri­ti­ca ad ogni for­ma di con­ci­lia­zio­ne di clas­se, sia con lo Sta­to che con par­ti­ti bor­ghe­si o for­ma­zio­ni burocratico‑militari. È la via d’uscita pro­gres­si­sta per l’ondata di sol­le­va­zio­ni e di indi­gna­zio­ne che ricor­re buo­na par­te del pia­ne­ta.

[*] Rolan­do Asta­ri­ta è uno stu­dio­so mar­xi­sta di eco­no­mia. Inse­gna all’Università di Quil­mes e di Bue­nos Aires, in Argen­ti­na.

 

(Tra­du­zio­ne di Erne­sto Rus­so)