Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Economia

Verso una depressione globale?

Di fron­te all’e­pi­de­mia di coro­na­vi­rus, la prin­ci­pa­le pre­oc­cu­pa­zio­ne dei gover­ni del capi­ta­le è solo appa­ren­te­men­te quel­la del­la salu­te dei pro­pri cit­ta­di­ni. In real­tà, tut­te le misu­re adot­ta­te – e per­fi­no quel­le non adot­ta­te – han­no a cuo­re il pun­tel­la­men­to del­le rispet­ti­ve eco­no­mie, e cioè la sal­va­guar­dia dei pro­fit­ti dei capi­ta­li­sti. Que­sto per­ché, dopo che era­no tra­scor­si poco più di die­ci anni dal­la più vio­len­ta cri­si eco­no­mi­ca da quel­la degli anni 30 del seco­lo scor­so, l’e­co­no­mia glo­ba­le sta­va ini­zian­do a mostra­re sì segni di cre­sci­ta , ma debo­le e ane­mi­ca; e con alcu­ni pun­ti di sof­fe­ren­za, come ad esem­pio l’I­ta­lia, qua­si in sta­gna­zio­ne. Insom­ma, la ristrut­tu­ra­zio­ne del siste­ma non si era veri­fi­ca­ta su basi soli­de, ma pre­ca­rie.
L’i­nat­te­so arri­vo del Covid-19 ha pro­vo­ca­to (e sta pro­vo­can­do) un nuo­vo for­te ral­len­ta­men­to del­l’e­co­no­mia.
Qua­li sono allo­ra le pro­spet­ti­ve del ciclo eco­no­mi­co alla luce del­l’e­pi­de­mia in atto? Qua­li le con­se­guen­ze per i padro­ni, e soprat­tut­to – per quel che ci riguar­da – per i lavo­ra­to­ri?
A que­ste doman­de cer­ca di dare una rigo­ro­sa rispo­sta da un pun­to di vista mar­xi­sta l’e­co­no­mi­sta Rolan­do Asta­ri­ta nel testo che, tra­dot­to in ita­lia­no, pub­bli­chia­mo qui di segui­to.
Buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne

Verso una depressione globale?

 

Rolan­do Asta­ri­ta[*]

 

Lune­dì 9 mar­zo, i mer­ca­ti azio­na­ri han­no subi­to la peg­gior cadu­ta dal 2008. Si è veri­fi­ca­to dopo un for­te ribas­so del prez­zo del petro­lio e dopo nuo­ve noti­zie sull’espansione del coro­na­vi­rus che han­no signi­fi­ca­ti­va­men­te aggra­va­to le pre­oc­cu­pa­zio­ni per la pos­si­bi­li­tà di una reces­sio­ne mon­dia­le. Il Dow Jones si è ridot­to di qua­si l’8%. Le per­di­te in Fran­cia, Ger­ma­nia e Spa­gna anch’esse sono sta­te intor­no all’8%; la Bor­sa di Mila­no è crol­la­ta dell’11%. Quel­la del Mes­si­co è cadu­ta del 6,4%. Quel­la di San Pao­lo del Bra­si­le del 12,7% (la per­di­ta su base annua è del 35%). Il Mer­val (indi­ce bor­si­sti­co) di Bue­nos Aires ha per­so il 13,7%. Nel­le ulti­me set­ti­ma­ne e fino alla chiu­su­ra del 9 mar­zo, Wall Street ha per­so il 19%. Le Bor­se euro­pee sono cadu­te, in media, del 23% dal loro mas­si­mo di feb­bra­io. Il prez­zo del petro­lio è crol­la­to, negli Usa e in Euro­pa, del 25%; in Asia del 30%. Le quo­ta­zio­ni del­le impre­se petro­li­fe­re han­no avu­to per­di­te a due cifre: Bri­tish Petro­leum del 20%, Shell del 18%, Total del 17%, Che­vron del 14%, Petro­brás del 29% (per­den­do il 55% del suo valo­re in un anno); l’Adr del­la Ypf argen­ti­na[1] è cadu­to del 28% (pari al 59% su base annua). Le divi­se dei Pae­si lati­noa­me­ri­ca­ni si sono deprez­za­te.
Ancor più gra­ve, qua­ran­te­ne di mas­sa, come in Ita­lia (60 milio­ni di per­so­ne) o in Cina (100 milio­ni), rap­pre­sen­ta­no sce­na­ri nuo­vi e dall’esito impre­ve­di­bi­le. Inol­tre, ora è in cor­so una guer­ra dei prez­zi tra Rus­sia e Ara­bia Sau­di­ta. Come ha rico­no­sciu­to un fun­zio­na­rio del fon­do Black Rock inter­vi­sta­to dal The New York Times, l’incertezza è mag­gio­re oggi che nel pic­co del­la cri­si finan­zia­ria del 2008. Natu­ral­men­te, gli inve­sti­to­ri cer­ca­no rifu­gio in tito­li gover­na­ti­vi. Il 9 mar­zo il ren­di­men­to dei Buo­ni del Teso­ro a die­ci anni è giun­to a un record mini­mo: 0,4949% (quan­do sal­go­no i prez­zi dei tito­li per aumen­to del­la doman­da, scen­de il loro ren­di­men­to). L’oro, altro bene‑rifugio, è sali­to dell’1,6%.
Domi­na – va sot­to­li­nea­to – l’incertezza nel sen­so in cui ne par­la­va Key­nes: non ci sono ele­men­ti per poter nep­pu­re cal­co­la­re pro­ba­bi­li­tà di svi­lup­pi futu­ri. Nes­su­no sa, ad esem­pio, quan­to potrà dura­re il virus – si inde­bo­li­rà con l’arrivo del­le tem­pe­ra­tu­re cal­de? – o come ne ver­rà col­pi­ta la pro­du­zio­ne glo­ba­le nel­la misu­ra in cui l’epidemia con­ti­nui ad espan­der­si. Però, tut­to indi­che­reb­be che cer­ta­men­te ci sono le con­di­zio­ni per una depres­sio­ne glo­ba­le. Essen­zial­men­te, per­ché l’attuale cri­si si svi­lup­pa su eco­no­mie che nuo­ta­no in un mare di debi­ti, debo­lez­za degli inve­sti­men­ti e cre­scen­ti squi­li­bri. Ma pri­ma di adden­trar­ci in que­sto tema, mi sia con­sen­ti­ta una rifles­sio­ne più gene­ra­le, rife­ri­ta all’attualità dell’approccio mate­ria­li­sta.

Virus e con­ce­zio­ne mate­ria­li­sta
Un pri­mo aspet­to che vor­rei sot­to­li­nea­re è che l’apparizione del coro­na­vi­rus ci ha dram­ma­ti­ca­men­te ricor­da­to che sia­mo esse­ri costi­tui­ti da una base bio­lo­gi­ca. Ho posto tale que­stio­ne quan­do ho trat­ta­to le nozio­ni di lavo­ro astrat­to e con­cre­to. Scri­ve­vo in que­sta nota:

«… il pun­to di par­ten­za dell’analisi mar­xi­sta non è dato da indi­vi­dui che otti­miz­za­no il con­su­mo di deter­mi­na­ti beni, come soli­ta­men­te sostie­ne la ver­sio­ne neo­clas­si­ca, ben­sì da indi­vi­dui che lavo­ra­no in for­ma asso­cia­ta, impie­gan­do la loro for­za lavo­ro uma­na per pro­dur­re i beni che per­met­ta­no loro di ripro­dur­re la for­za lavo­ro. E que­sto è il con­te­nu­to ulti­mo del lavo­ro astrat­to; è l’impiego uma­no di ener­gia, ner­vi e musco­li. È un con­di­zio­na­men­to fisi­co e fisio­lo­gi­co, poi­ché una socie­tà di pro­dut­to­ri non può con­su­ma­re più ener­gia per lavo­ra­re rispet­to al rein­te­gro ener­ge­ti­co del­la sua for­za lavo­ro tota­le che le per­met­ta il con­su­mo dei beni che pro­du­ce. Natu­ral­men­te, le moda­li­tà in cui gli esse­ri uma­ni uni­for­ma­no il loro impie­go di ener­gia, e assi­mi­la­no i tem­pi di pro­du­zio­ne, cam­bia­no sto­ri­ca­men­te a secon­da dei cam­bia­men­ti nei rap­por­ti socia­li di pro­du­zio­ne. Tut­ta­via, que­ste moda­li­tà non fan­no scom­pa­ri­re il fat­to che l’impiego uma­no di ener­gia costi­tui­sce la sostan­za di ogni lavo­ro».

E poi aggiun­ge­vo:

«L’affermazione che il con­te­nu­to del lavo­ro astrat­to è impie­go uma­no di ener­gia, inte­so nel sen­so fisio­lo­gi­co, va con­tro il sen­so comu­ne, domi­nan­te nel­la teo­ria socia­le cri­ti­ca, che ha costrui­to tut­to il suo ragio­na­men­to sul­la net­ta sepa­ra­zio­ne del­le socie­tà uma­ne rispet­to al resto degli esse­ri viven­ti; e sul­la sepa­ra­zio­ne dell’essere uma­no dal­la sua base bio­lo­gi­ca».

E cita­vo auto­ri di Cri­ti­cal Human Eco­lo­gy, i qua­li sosten­go­no che «nel­la teo­ria socia­le cri­ti­ca esi­ste una ten­den­za a nega­re il ruo­lo dell’ambiente bio­fi­si­co sul­le socie­tà uma­ne. I teo­ri­ci socia­li cri­ti­ci si foca­liz­za­no prin­ci­pal­men­te su fat­to­ri cul­tu­ra­li quan­do stu­dia­no le socie­tà, tra­scu­ran­do il fat­to che esi­sto­no costri­zio­ni mate­ria­li che attra­ver­sa­no la sto­ria, e che la pro­du­zio­ne mate­ria­le e la ripro­du­zio­ne – gli scam­bi mate­ria­li tra le socie­tà e i loro ambien­ti – costi­tui­sco­no il fon­da­men­to di ogni socie­tà». E anco­ra: «I limi­ti natu­ra­li non pos­so­no esse­re supe­ra­ti dal­la mera accu­mu­la­zio­ne di cono­scen­za cul­tu­ra­le. In ulti­ma istan­za, dato che gli esse­ri uma­ni sono enti­tà bio­lo­gi­che, le socie­tà uma­ne sono costret­te da mol­ti degli stes­si prin­ci­pi eco­lo­gi­ci e ter­mo­di­na­mi­ci che mode­ra­no la cre­sci­ta e la ripro­du­zio­ne di altre spe­cie» (qui). Quest’approccio mate­ria­li­sta appa­re ine­lu­di­bi­le nell’analisi del­la cri­si in evo­lu­zio­ne.

Col­pi­ta la for­za lavo­ro, si sca­te­na una spi­ra­le discen­den­te
Quan­to appe­na det­to si tra­du­ce nel fat­to che l’espansione del virus sta col­pen­do, in for­ma diret­ta, la for­za lavo­ro, la for­za pro­dut­ti­va impre­scin­di­bi­le – per lo meno, dato l’attuale gra­do di svi­lup­po tec­no­lo­gi­co – per met­te­re in movi­men­to l’insieme del­le for­ze pro­dut­ti­ve. E cioè, non c’è alcu­na pos­si­bi­li­tà, per ora, di pre­scin­de­re dal lavo­ro uma­no. L’osservazione è per­ti­nen­te, dato che mol­ti socio­lo­gi respin­go­no la teo­ria del valore‑lavoro facen­do ricor­so all’argomento per cui essa “non è attua­le, poi­ché il lavo­ro uma­no è sta­to rim­piaz­za­to dal­la robo­ti­ca e dall’automazione”. Tut­ta­via, se la for­za lavo­ro è obbli­ga­ta a resta­re in casa per la qua­ran­te­na, o per la malat­tia, non è pos­si­bi­le met­te­re in movi­men­to l’insieme del­le for­ze pro­dut­ti­ve, né far cir­co­la­re il pro­dot­to socia­le. E que­sta situa­zio­ne por­ta alla cadu­ta del pro­dot­to.

D’altra par­te, la neces­si­tà di fre­na­re i con­ta­gi spin­ge alla cadu­ta del con­su­mo (turi­smo, ser­vi­zi ricrea­ti­vi, risto­ran­ti), la qual cosa a sua vol­ta con­trae ancor di più la pro­du­zio­ne. Cioè, la doman­da cade per­ché crol­la­no le entra­te (sala­ri, ren­di­te, pro­fit­ti del capi­ta­le, ecc.) e per­ché si modi­fi­ca­no, per ragio­ni “fisio­lo­gi­che”, le abi­tu­di­ni dei con­su­mi. Con­se­guen­te­men­te, crol­la­no insie­me pro­du­zio­ne, cir­co­la­zio­ne e doman­da, in un movi­men­to a spi­ra­le discen­den­te. In tut­ti i set­to­ri aumen­ta l’inutilizzo – ad esem­pio, aerei fer­mi o semi­vuo­ti, come pure risto­ran­ti, cen­tri com­mer­cia­li, e così via – por­tan­do ad un aumen­to del­le per­di­te e, a lun­go ter­mi­ne, a sospen­sio­ne o licen­zia­men­to di lavo­ra­to­ri.
Paral­le­la­men­te, peg­gio­ra la situa­zio­ne fisca­le: si regi­stra­no cadu­te del­le entra­te tri­bu­ta­rie e aumen­to del­le spe­se del­la sani­tà pub­bli­ca. E que­sto met­te­rà più pres­sio­ne ai mer­ca­ti finan­zia­ri e poten­zie­rà la cri­si. Pre­ci­sia­mo anche che, nel­la misu­ra in cui il virus si doves­se esten­de­re a Pae­si sot­to­svi­lup­pa­ti, i loro ser­vi­zi sani­ta­ri e socia­li potran­no esser­ne sopraf­fat­ti, aggra­van­do le già magre con­di­zio­ni dei lavo­ra­to­ri e del­la popo­la­zio­ne in gene­ra­le.
Al con­tem­po, la cadu­ta del­la pro­du­zio­ne e del­la doman­da in Pae­si cen­tra­li – la Cina innan­zi­tut­to – col­pi­sce in pie­no i Pae­si espor­ta­to­ti di petro­lio, ali­men­ti e altre mate­rie pri­me. Ciò che aggra­ve­rà le dif­fi­col­tà dei con­ti con l’estero, depri­me­rà mag­gior­men­te la doman­da mon­dia­le e darà luo­go a ulte­rio­ri sva­lo­riz­za­zio­ni di capi­ta­li. A que­sto riguar­do, la situa­zio­ne è diver­sa da quel­la del 2008, in cui si veni­va da un perio­do di for­te asce­sa dei prez­zi del­le mate­rie pri­me, sic­ché mol­ti Pae­si espor­ta­to­ri ave­va­no riser­ve che han­no aiu­ta­to a soste­ne­re la doman­da mon­dia­le, con­sen­ten­do di ridur­re i loro livel­li di inde­bi­ta­men­to. E inol­tre – cosa ancor più impor­tan­te – tra il 2009 e il 2012 la Cina ha soste­nu­to la doman­da con ingen­ti inie­zio­ni di spe­sa sta­ta­le. Nul­la di tut­to ciò si veri­fi­ca ades­so: i prez­zi del­le mate­rie pri­me – il petro­lio in pri­mo luo­go – sono in disce­sa; i livel­li di inde­bi­ta­men­to dei Pae­si arre­tra­ti sono aumen­ta­ti; e la Cina ha ral­len­ta­to la pro­du­zio­ne.
Inol­tre, nel­la misu­ra in cui la pro­du­zio­ne si è glo­ba­liz­za­ta, la spi­ra­le discen­den­te diven­ta glo­ba­le. Nes­sun pae­se capi­ta­li­sta può sfug­gi­re a que­sta dina­mi­ca. Le cate­ne inter­na­zio­na­li di valo­re, in par­ti­co­la­re, fan­no sen­ti­re gli effet­ti nega­ti­vi del­la cadu­ta in qua­lun­que dei loro anel­li, col­pen­do il resto del­la cate­na; con l’aggravante che que­ste riper­cus­sio­ni ribas­si­ste si inten­si­fi­che­ran­no se si ina­spri­sco­no misu­re pro­te­zio­ni­sti­che. Lo abbia­mo visto soprat­tut­to con la Bre­xit, o con le guer­re com­mer­cia­li fra Sta­ti Uni­ti e Cina. Ora pos­so­no inten­si­fi­car­si, ad esem­pio, median­te le sva­lu­ta­zio­ni com­pe­ti­ti­ve; o, peg­gio anco­ra, a cau­sa di poli­ti­che xeno­fo­be e rea­zio­na­rie (chiu­su­re di fron­tie­re, attac­chi a migran­ti).

Un’economia debo­le e in un mare di debi­ti
Nel set­tem­bre del­lo scor­so anno, nel­la nota “Eco­no­mia glo­ba­le 2019; aggior­na­men­to” (qui) scri­ve­vo che dal­la fine del­la cri­si del 2008‑2009 la situa­zio­ne dell’economia mon­dia­le non era di depres­sio­ne, o reces­sio­ne, ma nep­pu­re di for­te cre­sci­ta. Le eco­no­mie dell’eurozona e del Giap­po­ne con­ti­nua­va­no ad esse­re sta­gnan­ti; la cre­sci­ta era debo­le negli Usa e in Cana­da; e rela­ti­va­men­te impor­tan­te nei Pae­si arre­tra­ti. Dal 2009 c’è sta­to un pro­lun­ga­to perio­do di cre­sci­ta glo­ba­le debo­le, o semi‑stagnazione, e bas­si inve­sti­men­ti.
In tal modo si era con­fi­gu­ra­ta una cre­sci­ta ane­mi­ca «soste­nu­ta dall’aumento del cre­di­to e in un mare di debi­ti». Tra gli altri dati, cita­vo un report del­la Unc­tad[2] che dice­va: «Agli ini­zi del 2018, il volu­me del debi­to mon­dia­le era aumen­ta­to a cir­ca 250 tri­lio­ni di dol­la­ri[3] – il tri­plo del­le entra­te mon­dia­li – se com­pa­ra­to con i 142 tri­lio­ni di dol­la­ri regi­stra­ti un decen­nio fa. La sti­ma più recen­te del­la Unc­tad indi­ca che la rela­zio­ne tra debi­to mon­dia­le e Pil è attual­men­te di qua­si un ter­zo mag­gio­re rispet­to al 2008». A sua vol­ta, la Ban­ca Mon­dia­le segna­la­va che «nel­le eco­no­mie emer­gen­ti e in via di svi­lup­po [il debi­to] è aumen­ta­to in media dal 15% del Pil al 51% nel 2008». L’Ocse avver­ti­va che il debi­to pri­va­to cre­sce­va rapi­da­men­te nel­le eco­no­mie più gran­di: tra il 2008 e il 2018 lo stock glo­ba­le di obbli­ga­zio­ni socie­ta­rie non finan­zia­rie era rad­dop­pia­to in ter­mi­ni rea­li, giun­gen­do a qua­si 13 tri­lio­ni di dol­la­ri. Nel­lo stes­so sen­so, il Fmi nota­va che negli Sta­ti uni­ti il debi­to del­le socie­tà era pas­sa­to dai 4,9 tri­lio­ni di dol­la­ri del 2007 ai 9,1 tri­lio­ni alla fine del 2018: un aumen­to dell’86%. E gran par­te di que­sto debi­to era sta­to desti­na­to al riac­qui­sto di azio­ni e al paga­men­to di divi­den­di.

Ma il debi­to del­le socie­tà non era solo aumen­ta­to, si era addi­rit­tu­ra modi­fi­ca­to in peg­gio: aumen­to del­le emis­sio­ni di obbli­ga­zio­ni con rating BBB, sia in Euro­pa che negli Usa. In quel­la nota dice­vo che que­ste obbli­ga­zio­ni era­no adat­te per inve­sti­to­ri isti­tu­zio­na­li, ma che una cadu­ta del loro rating – ad esem­pio, a cau­sa dell’indebolimento dell’economia – avreb­be «sca­te­na­to ven­di­te for­za­te da par­te dei fon­di che han­no l’obbligo di man­te­ne­re i loro inve­sti­men­ti a un livel­lo di affi­da­bi­li­tà»[4]. D’altra par­te, ben­ché fos­se dimi­nui­ta l’emissione di obbligazioni‑spazzatura, era­no aumen­ta­ti i cre­di­ti fon­da­ti su leve­ra­ge loans. Si trat­ta di pre­sti­ti rischio­si per impre­se (una descri­zio­ne la si tro­va qui). In quel­la nota dice­va­mo: «Negli Sta­ti Uni­ti il loro volu­me si è più che rad­dop­pia­to dal 2010. E sem­pre più ven­go­no usa­ti per finan­zia­re l’assunzione di rischi finan­zia­ri attra­ver­so fusio­ni e acqui­si­zio­ni, acqui­si­zio­ni con inde­bi­ta­men­to, paga­men­to di divi­den­di e riac­qui­sto di azio­ni». Pre­sti­ti che sono sta­ti poten­zia­ti da stru­men­ti finan­zia­ri opa­chi, adat­ti ad ogni tipo di mano­vre spe­cu­la­ti­ve.

Con­se­guen­za: la cri­si si inse­ri­sce in uno sce­na­rio di debo­lez­za
La cri­si scop­pia­ta con l’apparizione del coro­na­vi­rus si inse­ri­sce in que­sta situa­zio­ne finan­zia­ria e di debo­lez­za dell’accumulazione. Ed è que­sta com­bi­na­zio­ne – inte­ra­zio­ne poten­zia­ta tra la sfe­ra del­la pro­du­zio­ne e la cir­co­la­zio­ne, e la sfe­ra del­le finan­ze e del cre­di­to – quel­la che può spro­fon­da­re l’economia glo­ba­le nel­la depres­sio­ne. Il fat­to è che, come l’aumento dei prez­zi degli atti­vi poten­zia il rap­por­to di inde­bi­ta­men­to[5], e que­sto por­ta a mag­gio­ri aumen­ti, quan­do soprag­giun­ge la cadu­ta dei valo­ri il movi­men­to si inver­te, ver­so il bas­so e a spi­ra­le (sul rap­por­to di inde­bi­ta­men­to, si veda qui).
Que­sta pos­si­bi­li­tà è mostra­ta dal­le cifre dei debi­ti. Secon­do Bloom­berg, oggi il debi­to del­le impre­se sta­tu­ni­ten­si supe­ra quel­la del­le fami­glie per la pri­ma vol­ta dal 1991. Impre­se di ener­gia, soprat­tut­to quel­le che han­no inve­sti­to in sha­le oil[6], sono mol­to inde­bi­ta­te; così pure impre­se di tra­spor­to come Ame­ri­can Air­li­nes e Her­tz. Sem­pre secon­do Bloom­berg, il debi­to socie­ta­rio è pas­sa­to dai 10,7 tri­lio­ni di dol­la­ri del dicem­bre 2008 ai 16 tri­lio­ni del set­tem­bre 2019. Il valo­re del­le obbli­ga­zio­ni ad alto ren­di­men­to (cioè, inve­sti­men­ti rischio­si) rag­giun­ge 1,3 tri­lio­ni, con­tro i 786 miliar­di di dol­la­ri di die­ci anni fa. Qua­si la metà del mer­ca­to obbli­ga­zio­na­rio invest­ment gra­de ha un rating BBB; per que­ste obbli­ga­zio­ni c’è la pos­si­bi­li­tà di un peg­gio­ra­men­to del rating, ciò che ren­de­reb­be neces­sa­rie ven­di­te in mas­sa. Al con­tem­po, il mer­ca­to dei pre­sti­ti median­te leva finan­zia­ria rag­giun­ge 1,15 tri­lio­ni di dol­la­ri.

Tenia­mo con­to che i mec­ca­ni­smi reces­si­vi si intrec­cia­no e si raf­for­za­no, con la pos­si­bi­li­tà di tra­sci­na­re uno dopo l’altro tut­ti i set­to­ri. In par­ti­co­la­re, que­ste dina­mi­che sono ine­ren­ti al cre­di­to, che agi­sce come ele­men­to uni­fi­ca­to­re. Come scri­ve­va Marx:

«In un siste­ma di pro­du­zio­ne in cui tut­to il mec­ca­ni­smo del pro­ces­so di pro­du­zio­ne ripo­sa sul cre­di­to, deve evi­den­te­men­te pro­dur­si una cri­si, una affan­no­sa ricer­ca dei mez­zi di paga­men­to, al momen­to in cui improv­vi­sa­men­te il cre­di­to vie­ne a man­ca­re e tut­ti i paga­men­ti devo­no esse­re fat­ti in con­tan­ti. A pri­ma vista sem­bra quin­di che la cri­si, nel suo com­ples­so, sia uni­ca­men­te una cri­si cre­di­ti­zia e mone­ta­ria. Ed effet­ti­va­men­te si trat­ta in real­tà uni­ca­men­te del­la con­ver­ti­bi­li­tà del­le cam­bia­li in dena­ro. Ma que­ste cam­bia­li rap­pre­sen­ta­no, per la mag­gior par­te, acqui­sti e ven­di­te rea­li che, aven­do assun­to un’estensione di gran lun­ga supe­rio­re al biso­gno socia­le, sono in defi­ni­ti­va la base di tut­ta la cri­si» (El Capi­tal, p. 630, t. 3)[7].

Per que­sto, quan­do scop­pia­no que­ste dina­mi­che, tut­ti gli atti­vi sono in un livel­lo di cor­re­la­zio­ne vici­no a uno: ossia, non c’è modo di atte­nua­re le ingen­ti sva­lo­riz­za­zio­ni ricor­ren­do alla diver­si­fi­ca­zio­ne degli inve­sti­men­ti.
In con­clu­sio­ne, ci sono gli ele­men­ti per­ché assi­stia­mo a una spi­ra­le for­te­men­te discen­den­te dell’economia degli Sta­ti Uni­ti, e pro­ba­bil­men­te di quel­le euro­pee, che tra­sci­ne­reb­be l’economia glo­ba­le. La Fede­ral Reser­ve ha iniet­ta­to dena­ro nel mer­ca­to, e la stes­sa cosa faran­no le altre ban­che cen­tra­li, ma dif­fi­cil­men­te ciò inver­ti­rà la cadu­ta del­la pro­du­zio­ne e del­la doman­da. L’importante è tene­re pre­sen­te l’interazione tra cadu­te del­la pro­du­zio­ne e doman­da, peg­gio­ra­men­to del­le dif­fi­col­tà finan­zia­rie e riper­cus­sio­ne di que­ste nuo­va­men­te sul­la pro­du­zio­ne e la doman­da, ina­spren­do la cri­si. Sot­to­li­neo che si trat­ta di uno sce­na­rio, per­lo­me­no, pos­si­bi­le; e la cadu­ta, o il ral­len­ta­men­to dell’economia mon­dia­le, è già un fat­to. Per i lavo­ra­to­ri si avvi­ci­na­no tem­pi di aumen­to del­la disoc­cu­pa­zio­ne, crol­lo dei red­di­ti e peg­gio­ra­men­to del­le con­di­zio­ni di vita.


Note

[1] L’American Depo­si­ta­ry Receipt (Adr) è un tito­lo nego­zia­bi­le a garan­zia di un depo­si­to di un’impresa argen­ti­na in una ban­ca sta­tu­ni­ten­se che con­sen­te alla pri­ma di emet­te­re azio­ni diret­ta­men­te nel­la Bor­sa degli Usa [Ndt].
[2] Con­fe­ren­za del­le Nazio­ni Uni­te sul com­mer­cio e lo svi­lup­po [Ndt].
[3] L’equivalente di 250.000 miliar­di di dol­la­ri [Ndt].
[4] Ciò che nel lin­guag­gio finan­zia­rio si defi­ni­sce come “invest­ment gra­de” [Ndt].
[5] In ingle­se, “finan­cial leve­ra­ge”. In ita­lia­no si uti­liz­za anche l’espressione “leva finan­zia­ria” [Ndt].
[6] Petro­lio di sci­sto [Ndt].
[7] K. Marx, Il Capi­ta­le, libro III, Edi­to­ri Riu­ni­ti, 1994, p. 576 [Ndt].

 

(Tra­du­zio­ne di Erne­sto Rus­so)

[*] Rolan­do Asta­ri­ta è uno stu­dio­so mar­xi­sta di eco­no­mia. Inse­gna all’Università di Quil­mes e di Bue­nos Aires, in Argen­ti­na.

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