Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Storia del movimento operaio

Con Trotsky fino alla fine

Il 20 ago­sto di ottant’anni orso­no, un pro­di­to­rio atten­ta­to con­dot­to sot­to la diret­ta dire­zio­ne di Sta­lin riu­scì nell’intento di spe­gne­re la voce di León Tro­tsky, l’uomo che insie­me a Lenin fu l’anima del­la Rivo­lu­zio­ne rus­sa, l’unico in gra­do di con­tra­sta­re la deri­va buro­cra­ti­ca dell’Unione Sovie­ti­ca e, recu­pe­ran­do gli idea­li dell’Ottobre, di minac­cia­re i pri­vi­le­gi del­la casta capeg­gia­ta dal dit­ta­to­re geor­gia­no e ripri­sti­na­re la demo­cra­zia ope­ra­ia.
Ricor­da­re Tro­tsky in que­sta ricor­ren­za, com­me­mo­rar­ne la scom­par­sa, non costi­tui­sce per noi uno stan­tio ritua­le. Né vuo­le esse­re un mero omag­gio alla figu­ra del gran­de rivo­lu­zio­na­rio.
La nostra inten­zio­ne, con que­sto ricor­do, è di dare il giu­sto rilie­vo al lega­to che il “Vec­chio” – così lo chia­ma­va­no colo­ro che gli furo­no vici­ni nell’ultimo perio­do del­la sua vita, ben­ché egli aves­se sol­tan­to sessant’anni – ha tra­smes­so alle gene­ra­zio­ni che sono venu­te dopo di lui, attra­ver­so una genia­le ela­bo­ra­zio­ne teo­ri­ca del mar­xi­smo.
Lascia­mo volen­tie­ri alle tan­te set­te in giro per il mon­do che si defi­ni­sco­no “tro­tski­ste” l’abitudine di agi­ta­re ste­ril­men­te il “Pro­gram­ma di tran­si­zio­ne” come i maoi­sti face­va­no con il “Libret­to ros­so”. A noi pre­me, inve­ce, richia­ma­re l’attenzione dei tan­ti gio­va­ni, lavo­ra­to­ri, movi­men­ti – che con­fu­sa­men­te avver­to­no il biso­gno di lot­ta­re con­tro un siste­ma per­ce­pi­to come ingiu­sto – sul­la neces­si­tà di affron­ta­re que­sta bat­ta­glia con le armi di un’elaborazione teo­ri­ca che con­sen­ta loro di rica­va­re dai prin­ci­pi cor­ret­ti una gui­da altret­tan­to cor­ret­ta per l’azione.
Ecco per­ché, se oggi ci limi­tia­mo a pre­sen­ta­re una testi­mo­nian­za d’eccezione sull’attentato che con­dus­se poi Tro­tsky alla mor­te – quel­la di Jose­ph Han­sen, diri­gen­te del Swp ame­ri­ca­no e del­la Quar­ta Inter­na­zio­na­le, che gli fu vici­no fino alla fine, rac­co­glien­do­ne le ulti­me volon­tà – nel­le pros­si­me set­ti­ma­ne pub­bli­che­re­mo dei testi di appro­fon­di­men­to sul suo pen­sie­ro e le sue idee.
Cre­dia­mo che sia que­sto il modo miglio­re – dan­do con­ti­nui­tà alla sua bat­ta­glia – di ricor­da­re la figu­ra del più illu­stre rap­pre­sen­tan­te e diri­gen­te, insie­me a Lenin, del­la Rivo­lu­zio­ne rus­sa.

Con Trotsky fino alla fine


Jose­ph Han­sen [*]

 

Dopo l’attacco a col­pi di mitra­glia­tri­ce rea­liz­za­to il 24 mag­gio dal­la Gpu con­tro la came­ra da let­to di Tro­tsky, la casa di Coyoa­cán era sta­ta tra­sfor­ma­ta in un’autentica for­tez­za. La vigi­lan­za era aumen­ta­ta ed era sta­ta meglio arma­ta. Era­no sta­te instal­la­te por­te e fine­stre anti­pro­iet­ti­le e costrui­to un bun­ker con sof­fit­ti e pavi­men­ti a pro­va di bom­ba. Dop­pie por­te d’acciaio, con­trol­la­te elet­tri­ca­men­te, ave­va­no sosti­tui­to il vec­chio ingres­so in legno dove Robert Shel­don Har­te era sta­to sor­pre­so e rapi­to dagli aggres­so­ri del­la Gpu. Tre nuo­ve tor­ri anti­pro­iet­ti­le domi­na­va­no non solo il patio ma il quar­tie­re cir­co­stan­te. Si sta­va­no pre­pa­ran­do bar­rie­re di filo spi­na­to e reti a pro­va di bom­ba.
Tut­ta que­sta edi­fi­ca­zio­ne era sta­ta resa pos­si­bi­le gra­zie ai sacri­fi­ci dei sim­pa­tiz­zan­ti e dei mem­bri del­la Quar­ta Inter­na­zio­na­le che face­va­no del loro meglio per pro­teg­ge­re Tro­tsky, sapen­do che era asso­lu­ta­men­te cer­to che Sta­lin avreb­be ten­ta­to un altro e più dispe­ra­to assal­to dopo il fal­li­men­to dell’attentato del 24 mag­gio[1]. Il gover­no mes­si­ca­no, che, solo tra tut­te le nazio­ni del­la ter­ra, ave­va offer­to asi­lo a Tro­tsky nel 1937, ave­va tri­pli­ca­to il nume­ro dei poli­ziot­ti di guar­dia fuo­ri del­la casa, facen­do tut­to quan­to in suo pote­re per sal­va­guar­da­re la vita del più noto esu­le del pia­ne­ta.

La casa di Tro­tsky a Coyoa­cán

Solo la moda­li­tà dell’attacco immi­nen­te era sco­no­sciu­ta. Un altro assal­to con la mitra­glia­tri­ce con un nume­ro mag­gio­re di aggres­so­ri? Bom­be? Mine? Avve­le­na­men­to?

20 ago­sto 1940
Ero sul tet­to vici­no alla tor­re di guar­dia prin­ci­pa­le con Char­les Cor­nell e Mel­quia­des Beni­tez. Sta­va­mo col­le­gan­do una poten­te sire­na con il siste­ma di allar­me da uti­liz­za­re in caso di un nuo­vo assal­to del­la Gpu. Nel tar­do pome­rig­gio, tra le 17:20 e le 17:30, Jac­son, a noi noto come sim­pa­tiz­zan­te del­la Quar­ta Inter­na­zio­na­le e come mari­to di Syl­via Age­loff, ex mem­bro del Socia­li­st Wor­kers Par­ty, giun­se a bor­do del­la sua ber­li­na Buick. Inve­ce di par­cheg­giar­la, come d’abitudine, con il muso rivol­to ver­so la casa, fece un giro com­ple­to in stra­da, par­cheg­gian­do l’auto paral­le­la­men­te al muro, in dire­zio­ne di Coyoa­cán. Quan­do sce­se dall’auto, si rivol­se ver­so il tet­to salu­tan­do­ci e gri­dò: «Syl­via è già arri­va­ta?».
Rima­nem­mo un po’ sor­pre­si. Non sape­va­mo che Tro­tsky aves­se pre­so un appun­ta­men­to con Syl­via e Jac­son, ma pen­sam­mo che Tro­tsky aves­se dimen­ti­ca­to di avvi­sar­ci, cosa non infre­quen­te da par­te sua in tali que­stio­ni.
«No» – rispo­si a Jac­son – «aspet­ta un momen­to». Cor­nell allo­ra aprì le por­te elet­tri­che e Harold Robins andò a rice­ve­re il visi­ta­to­re nel patio. Jac­son por­ta­va un imper­mea­bi­le sul brac­cio. Era la sta­gio­ne del­le piog­ge e, ben­ché splen­des­se il sole, pesan­ti nuvo­le ammas­sa­te sul­le mon­ta­gne a sud‑ovest minac­cia­va­no un acquaz­zo­ne.
Tro­tsky era nel patio e dava da man­gia­re ai coni­gli e alle gal­li­ne: il suo modo di fare un leg­ge­ro eser­ci­zio fisi­co nel­la vita con­fi­na­ta che era costret­to a con­dur­re. Ci aspet­ta­va­mo che, come era sua abi­tu­di­ne, Tro­tsky non sareb­be entra­to in casa fino a quan­do non aves­se fini­to di bada­re agli ani­ma­li o fino a quan­do Syl­via non fos­se arri­va­ta. Robins era nel patio. Tro­tsky non ave­va l’abitudine di vede­re Jac­son da solo.
Mel­quia­des, Cor­nell e io con­ti­nuam­mo con il nostro lavo­ro. Nei suc­ces­si­vi die­ci o quin­di­ci minu­ti rima­si sedu­to nel­la tor­re prin­ci­pa­le a scri­ve­re i nomi del­le guar­die su eti­chet­te bian­che da appor­re agli inter­rut­to­ri che col­le­ga­va­no le loro stan­ze con il siste­ma di allar­me.

Ramón Mar­ca­der, alias Frank Jac­son, alias Jac­ques Mor­nard

Un gri­do spa­ven­to­so squar­ciò la cal­ma pome­ri­dia­na: un gri­do pro­lun­ga­to e ago­niz­zan­te, a metà fra un urlo e un sin­ghioz­zo. Mi si ghiac­ciò il san­gue nel­le vene. Mi pre­ci­pi­tai dal posto di guar­dia sul tet­to. For­se un inci­den­te a uno dei die­ci lavo­ra­to­ri che sta­va­no ristrut­tu­ran­do la casa? Suo­ni di vio­len­ta col­lut­ta­zio­ne pro­ve­ni­va­no dal­lo stu­dio del Vec­chio, e Mel­quia­des pun­tò il fuci­le ver­so la fine­stra dab­bas­so. Intra­ve­dem­mo per un atti­mo Tro­tsky, nel­la sua giac­ca da lavo­ro blu, che com­bat­te­va cor­po a cor­po con qual­cu­no.
«Non spa­ra­re!» – gri­dai a Mel­quia­des – «potre­sti col­pi­re il Vec­chio!». Mel­quia­des e Cor­nell rima­se­ro sul tet­to, tenen­do sot­to tiro le usci­te del­lo stu­dio. Feci scat­ta­re l’allarme gene­ra­le e mi pre­ci­pi­tai giù per la sca­la fino alla biblio­te­ca. Quan­do pas­sai la por­ta che col­le­ga­va la biblio­te­ca alla sala da pran­zo, il Vec­chio uscì bar­col­lan­do fuo­ri dal suo stu­dio a pochi pas­si di distan­za, col viso coper­to di san­gue.
«Guar­di cosa mi han­no fat­to!», dis­se.
Nel­lo stes­so momen­to Harold Robins entrò dal­la por­ta nord del­la sala da pran­zo segui­to da Nata­lia. Cin­gen­do­lo fre­ne­ti­ca­men­te con le brac­cia, Nata­lia por­tò Tro­tsky ver­so il bal­co­ne. Harold e io, intan­to, ci occu­pam­mo di Jac­son che era rima­sto in pie­di nel­lo stu­dio, ansi­man­te, il viso tira­to, le brac­cia pen­zo­lo­ni, la pisto­la auto­ma­ti­ca che gli pen­de­va dal­la mano. Harold gli era più vici­no. «Occu­pa­ti tu di lui» – dis­si – «io vado a vede­re cosa è acca­du­to al Vec­chio». Pro­prio men­tre mi vol­ta­vo, Robins get­tò a ter­ra l’assassino.

Lo stu­dio di Tro­tsky subi­to dopo l’at­ten­ta­to

Tro­tsky rien­trò bar­col­lan­do nel­la sala da pran­zo. Nata­lia, sin­ghioz­zan­do, cer­ca­va di aiu­tar­lo. «Guar­di cosa han­no fat­to», mi dis­se lei. Feci appe­na in tem­po a cin­ger­lo con un brac­cio, che il Vec­chio crol­lò vici­no al tavo­lo del­la sala da pran­zo.
A pri­ma vista, la feri­ta alla testa sem­bra­va super­fi­cia­le. Non ave­vo sen­ti­to nes­su­no spa­ro. Jac­son dove­va aver­lo col­pi­to con qual­che ogget­to. «Cosa è suc­ces­so?», chie­si al Vec­chio.
«Jac­son mi ha spa­ra­to con una pisto­la; sono feri­to gra­ve­men­te … sen­to che sta­vol­ta è la fine». Cer­cai di ras­si­cu­rar­lo: «È solo una feri­ta super­fi­cia­le. Si ripren­de­rà».
«Sta­va­mo par­lan­do di sta­ti­sti­che fran­ce­si», rispo­se il Vec­chio.
«La ha col­pi­ta da die­tro?», gli chie­si.
Tro­tsky non rispo­se.
«No, non le ha spa­ra­to», gli dis­si; «non abbia­mo udi­to alcu­no spa­ro. Le ha dato un col­po con qual­co­sa».
Tro­tsky sem­bra­va dub­bio­so; mi strin­se la mano. Men­tre ci scam­bia­va­mo que­ste fra­si, par­lò in rus­so con Nata­lia. Le toc­ca­va con­ti­nua­men­te le lab­bra con la mano.
Ritor­nai di cor­sa sul tet­to e gri­dai ai poli­ziot­ti dall’altra par­te del muro: «Chia­ma­te un’ambulanza!». Dis­si a Cor­nell e Mel­quia­des: «È un atten­ta­to: Jac­son …». Il mio oro­lo­gio segna­va in quel momen­to le sei meno die­ci.
Andai di nuo­vo vici­no al Vec­chio insie­me a Cor­nell. Sen­za aspet­ta­re che l’ambulanza giun­ges­se dal­la cit­tà, deci­dem­mo che Cor­nell sareb­be anda­to dal dot­tor Dutren, che abi­ta­va nei pres­si e che ave­va assi­sti­to la fami­glia in pre­ce­den­ti occa­sio­ni. Dato che la nostra mac­chi­na era chiu­sa in gara­ge die­tro una dop­pia por­ta, Cor­nell deci­se di pren­de­re l’auto di Jac­son par­cheg­gia­ta stra­da.
Quan­do Cor­nell lasciò la stan­za, rumo­ri di una nuo­va col­lut­ta­zio­ne si udi­ro­no pro­ve­ni­re dal­lo stu­dio dove Robins tene­va Jac­son.
«Dica ai ragaz­zi di non ucci­der­lo» – dis­se il Vec­chio – «deve par­la­re».
Lasciai Tro­tsky con Nata­lia ed entrai nel­lo stu­dio. Jac­son sta­va cer­can­do dispe­ra­ta­men­te di divin­co­lar­si da Robins. La sua pisto­la era sul tavo­lo accan­to. Sul pavi­men­to c’era uno stru­men­to spor­co di san­gue che a me sem­brò un pic­co­ne da cer­ca­to­re, ma con la par­te poste­rio­re assot­ti­glia­ta come una pic­coz­za. Mi get­tai anch’io con­tro Jac­son, col­pen­do­lo alla boc­ca e alla man­di­bo­la sot­to l’orecchio, rom­pen­do­mi la mano.
Quan­do Jac­son ripre­se cono­scen­za, gemet­te: «Han­no impri­gio­na­to mia madre … Syl­via Age­loff non ha nien­te a che fare con que­sto … No, NON è sta­ta la Gpu; non ho NIENTE a che fare con la Gpu …». Sot­to­li­nea­va con gran­de enfa­si le paro­le con cui vole­va pren­de­re le distan­ze dal­la Gpu, come se improv­vi­sa­men­te si fos­se ricor­da­to che la sce­neg­gia­tu­ra del suo ruo­lo richie­de­va di insi­ste­re mol­to su que­sto pun­to. Ma in real­tà si era già tra­di­to. Quan­do Robins ave­va get­ta­to a ter­ra l’assassino, Jac­son ave­va evi­den­te­men­te cre­du­to che fos­se giun­ta la sua ulti­ma ora. In pre­da al ter­ro­re, paro­le che non riu­sci­va a con­trol­la­re gli era­no sfug­gi­te dal­le lab­bra: «Mi han­no COSTRETTO a far­lo». Ave­va det­to la veri­tà. La Gpu glie­lo ave­va fat­to fare.
Cor­nell irrup­pe nel­lo stu­dio. «Le chia­vi non sono nel­la sua mac­chi­na». Fru­gò nei vesti­ti di Jac­son per tro­var­le, ma sen­za suc­ces­so. Men­tre le cer­ca­va, io cor­si ad apri­re le por­te del gara­ge. In pochi secon­di Cor­nell era in viag­gio con la nostra mac­chi­na.
Nata­lia e io aspet­tam­mo il ritor­no di Cor­nell ingi­noc­chia­ti al fian­co del Vec­chio, tenen­do­gli le mani. Nata­lia gli ave­va puli­to il viso insan­gui­na­to e gli ave­va mes­so del ghiac­cio sul­la testa, che si sta­va già gon­fian­do.
«La ha col­pi­ta con un pic­co­ne», dis­si al Vec­chio. «Non le ha spa­ra­to. Sono sicu­ro che si trat­ti solo di una feri­ta super­fi­cia­le».
«No» – mi rispo­se – «sen­to qui» (indi­can­do il suo cuo­re) «che que­sta vol­ta ci sono riu­sci­ti».
Ten­tai di ras­si­cu­rar­lo: «No, è solo una feri­ta super­fi­cia­le; sta­rà meglio».
Ma il Vec­chio accen­nò solo un debo­le sor­ri­so con gli occhi. Ave­va capi­to …
«Pren­de­te­vi cura di Nata­lia. È sta­ta con me mol­ti, mol­ti anni». Mi strin­ge­va la mano men­tre la guar­da­va. Sem­bra­va che si stes­se ine­brian­do dei suoi linea­men­ti, come se la stes­se lascian­do per sem­pre: rive­den­do in quei pochi secon­di, in un ulti­mo sguar­do, tut­to il pas­sa­to.
«Lo fare­mo», gli pro­mi­si. La mia voce sem­brò far emer­ge­re fra noi tre la con­sa­pe­vo­lez­za che era dav­ve­ro giun­ta la fine. Il Vec­chio ci strin­se le mani con­vul­sa­men­te, le lacri­me agli occhi all’improvviso. Nata­lia pian­ge­va a dirot­to, chi­nan­do­si su di lui e bacian­do­gli la mano.
Quan­do il dot­tor Dutren arri­vò, i rifles­si sul lato sini­stro del Vec­chio sta­va­no già affie­vo­len­do­si. Pochi istan­ti dopo giun­se l’ambulanza e la poli­zia entrò nel­lo stu­dio per tra­sci­na­re via l’assassino.

L’ar­re­sto di Mer­ca­der

Nata­lia non vole­va che il Vec­chio venis­se por­ta­to in ospe­da­le: pro­prio in un ospe­da­le di Pari­gi il loro figlio, León Sedov, era sta­to ucci­so solo due anni pri­ma. Per un atti­mo lo stes­so Tro­tsky, ste­so a ter­ra, fu inde­ci­so.
«Ver­re­mo con lei», gli dis­si.
«Lascio deci­de­re a lei», mi rispo­se, come se ora stes­se affi­dan­do tut­to a chi lo cir­con­da­va, come se il tem­po in cui pren­de­va deci­sio­ni fos­se ormai pas­sa­to.
Pri­ma che lo met­tes­si­mo su una barel­la, il Vec­chio sus­sur­rò di nuo­vo: «Voglio che tut­to quel­lo che pos­sie­do vada a Nata­lia». Poi con una voce che toc­ca­va insop­por­ta­bil­men­te tut­ti i più pro­fon­di e tene­ri sen­ti­men­ti degli ami­ci ingi­noc­chia­ti al suo fian­co … «Pren­de­te­vi cura di lei».
Nata­lia e io facem­mo il tri­ste viag­gio con lui ver­so l’ospedale. La sua mano destra vagò sul­le len­zuo­la che lo copri­va­no, toc­cò la baci­nel­la vici­no alla sua testa, tro­vò Nata­lia. Le stra­de era­no già gre­mi­te di gen­te, tut­ti i lavo­ra­to­ri e i pove­ri in fila men­tre l’ambulanza sfrec­cia­va a sire­ne spie­ga­te die­tro uno squa­dro­ne di moto­ci­cli­sti nel traf­fi­co diret­to ver­so il cen­tro del­la cit­tà. Tro­tsky sus­sur­rò, tiran­do­mi insi­sten­te­men­te ver­so il bas­so vici­no alle sue lab­bra per­ché io potes­si sen­ti­re: «È un assas­si­no poli­ti­co. Jac­son è un mem­bro del­la Gpu o un fasci­sta. Più pro­ba­bil­men­te del­la Gpu». Le rifles­sio­ni su Jac­son attra­ver­sa­va­no la men­te del Vec­chio. Con il poco fia­to che gli resta­va, mi dis­se come rite­ne­va doves­se esse­re affron­ta­ta la nostra ana­li­si dell’attentato, sul­la base dei fat­ti già in nostro pos­ses­so: «La Gpu di Sta­lin è col­pe­vo­le ma dob­bia­mo lascia­re aper­ta la pos­si­bi­li­tà che sia sta­ta aiu­ta­ta dal­la Gesta­po di Hitler». Non sape­va che il bigliet­to da visi­ta di Sta­lin sot­to for­ma di “con­fes­sio­ne” era nel­le tasche dell’assassino[2].

Le ulti­me ore
In ospe­da­le, i medi­ci più impor­tan­ti del Mes­si­co si era­no riu­ni­ti a con­sul­to.
Il Vec­chio, esau­sto, feri­to a mor­te, con gli occhi qua­si chiu­si, guar­da­va nel­la mia dire­zio­ne dal­lo stret­to let­to d’o­spe­da­le, muo­ve­va debol­men­te la mano destra. «Joe, … ha … un tac­cui­no?». Quan­te vol­te mi ave­va fat­to que­sta stes­sa doman­da! – Ma con toni vigo­ro­si, con la sot­ti­le allu­sio­ne con cui si diver­ti­va alle nostre spal­le a pro­po­si­to del­la “effi­cien­za ame­ri­ca­na”. Ora inve­ce la sua voce era gra­ve, le paro­le a mala­pe­na distin­gui­bi­li. Par­lò con gran­de sfor­zo, com­bat­ten­do con­tro l’o­scu­ri­tà che avan­za­va. Mi appog­giai al let­to. I suoi occhi sem­bra­va­no aver per­so tut­to quel baglio­re di intel­li­gen­za viva­ce così carat­te­ri­sti­ca del Vec­chio. I suoi occhi era­no fis­si, come se non fos­se più con­sa­pe­vo­le del mon­do ester­no, eppu­re sen­ti­vo la sua enor­me for­za di volon­tà tene­re anco­ra lon­ta­ne le tene­bre, rifiu­tan­do­si di cede­re al suo nemi­co fin­ché non aves­se por­ta­to a ter­mi­ne un ulti­mo com­pi­to. Len­ta­men­te, esi­tan­do, ini­ziò a det­ta­re, sce­glien­do a fati­ca le paro­le in ingle­se – una lin­gua che gli era estra­nea – per il suo ulti­mo mes­sag­gio alla clas­se ope­ra­ia. Sul let­to di mor­te non dimen­ti­cò nep­pu­re per un atti­mo che il suo segre­ta­rio non par­la­va rus­so!

«Sono pros­si­mo alla mor­te, col­pi­to da un sica­rio poli­ti­co … mi ha col­pi­to nel­la mia stan­za. Ho lot­ta­to con lui … noi … sia­mo entra­ti … par­lan­do di sta­ti­sti­che fran­ce­si … mi ha col­pi­to … Per favo­re dica ai nostri com­pa­gni … sono cer­to … del­la vit­to­ria … del­la Quar­ta Inter­na­zio­na­le … Avan­ti».

Cer­cò di par­la­re anco­ra, ma le paro­le era­no incom­pren­si­bi­li. La sua voce si spen­se, gli occhi stan­chi si chiu­se­ro. Non ripre­se mai cono­scen­za. Ciò acca­de­va cir­ca due ore e mez­za dopo l’attentato.

Tro­tsky in ospe­da­le, cir­con­da­to dai medi­ci e dagli infer­mie­ri

Ven­ne ese­gui­ta una radio­gra­fia del­la feri­ta e i medi­ci deci­se­ro che era neces­sa­rio un inter­ven­to imme­dia­to. Il chi­rur­go respon­sa­bi­le del­l’o­spe­da­le svol­se il deli­ca­to lavo­ro di cra­nio­to­mia alla pre­sen­za di impor­tan­ti spe­cia­li­sti mes­si­ca­ni e dei medi­ci di fami­glia. Sco­pri­ro­no che il pic­co­ne era pene­tra­to per set­te cen­ti­me­tri, distrug­gen­do una con­si­de­re­vo­le por­zio­ne di tes­su­to cere­bra­le. Alcu­ni com­po­nen­ti dell’equipe dichia­ra­ro­no che il caso era asso­lu­ta­men­te dispe­ra­to. Altri lascia­ro­no al Vec­chio qual­che pos­si­bi­li­tà.
Per più di ven­ti­due ore dopo l’o­pe­ra­zio­ne, l’angoscia si alter­nò alla spe­ran­za che egli potes­se soprav­vi­ve­re. Negli Sta­ti Uni­ti i com­pa­gni orga­niz­za­ro­no il viag­gio in aereo di uno spe­cia­li­sta del cer­vel­lo di fama mon­dia­le, il dot­tor Wal­ter E. Dan­dy, del­la Johns Hop­kins. Ora dopo ora, men­tre ago­niz­za­va, noi ascol­ta­va­mo il respi­ro pesan­te del Vec­chio che gia­ce­va nel let­to d’o­spe­da­le. Con la testa rasa­ta e fascia­ta, asso­mi­glia­va sor­pren­den­te­men­te a Lenin. Pen­sam­mo ai gior­ni in cui i due ave­va­no gui­da­to la pri­ma vit­to­rio­sa rivo­lu­zio­ne del­la clas­se ope­ra­ia. Nata­lia non vole­va lascia­re la stan­za, rifiu­ta­va il cibo, assi­ste­va sen­za pian­ge­re, le mani ser­ra­te, le noc­che bian­che, men­tre le ore pas­sa­va­no una dopo l’altra duran­te quel­la lun­ga, orri­bi­le not­te e l’in­ter­mi­na­bi­le gior­no seguen­te. I bol­let­ti­ni medi­ci dava­no con­to di alcu­ni segni favo­re­vo­li, qual­che miglio­ra­men­to occa­sio­na­le, e fino all’ul­ti­mo con­ti­nuam­mo a pen­sa­re che in un modo o in un altro l’uomo che era soprav­vis­su­to alle pri­gio­ni del­lo Zar, agli esi­li, a tre rivo­lu­zio­ni, ai pro­ces­si di Mosca, sareb­be soprav­vis­su­to anche al vigliac­co atten­ta­to di Sta­lin.
Ma il Vec­chio ave­va più di ses­san­t’an­ni. Da diver­si mesi non gode­va di buo­na salu­te. Alle 19:25 del 21 ago­sto entrò nel­la cri­si fina­le. Per ven­ti minu­ti i medi­ci ope­ra­ro­no uti­liz­zan­do tut­ti i meto­di scien­ti­fi­ci a loro dispo­si­zio­ne, ma nem­me­no l’a­dre­na­li­na riu­scì a rav­vi­va­re il gran­de cuo­re e la men­te che Sta­lin ave­va distrut­to con un pic­co­ne.

[…]

Così morì il nostro com­pa­gno, ami­co, mae­stro. Vede­va il futu­ro come se ci vives­se già e, come Marx, Engels e Lenin, impie­gò tut­ta la sua tita­ni­ca ener­gia per spin­ge­re la clas­se ope­ra­ia ad imboc­ca­re la stra­da neces­sa­ria per quel­la socie­tà futu­ra. Tro­tsky non teme­va la mor­te né cre­de­va in un dio o in una vita ultra­ter­re­na. «Tut­to ciò che è fat­to per vive­re è fat­to per mori­re». Non desi­de­ra­va esse­re ricor­da­to se non per le sue azio­ni e idee rivo­lu­zio­na­rie, e que­ste solo affin­ché potes­se­ro esse­re uti­liz­za­te nel­la lot­ta di libe­ra­zio­ne del­la clas­se ope­ra­ia. Era sta­to con­tra­rio alla mum­mi­fi­ca­zio­ne del cor­po di Lenin ed espres­se a Nata­lia il desi­de­rio che alla sua mor­te i suoi resti fos­se­ro cre­ma­ti. Che il fuo­co con­su­mi tut­to ciò che deca­de! Il 27 ago­sto que­sto suo desi­de­rio si rea­liz­zò.

Quel gior­no a mol­ti dei suoi ami­ci ven­ne sen­za dub­bio in men­te una del­le cita­zio­ni pre­fe­ri­te di Tro­tsky: «Né ride­re, né pian­ge­re; ma capi­re».


Note

[1] Il 24 mag­gio 1940, un com­man­do di sta­li­ni­sti arma­to fino ai den­ti fece not­te­tem­po irru­zio­ne nel­la casa di Tro­tsky spa­ran­do all’impazzata. Il suo nipo­ti­no, Este­ban Vol­kov, fu lie­ve­men­te feri­to a un pie­de, men­tre Tro­tsky e sua moglie si sal­va­ro­no mira­co­lo­sa­men­te (ne abbia­mo par­la­to qui). Si trat­ta­va del “pia­no A” orga­niz­za­to dal Crem­li­no. Una vol­ta fal­li­to, scat­tò il “pia­no B”, che fu quel­lo che tre mesi dopo por­tò alla mor­te il “Vec­chio” e che vide come ese­cu­to­re lo sta­li­ni­sta cata­la­no Ramón Mer­ca­der del Río, alias Frank Jac­son, alias Jac­ques Mor­nard (Ndt).
[2] Nel­la par­te omes­sa di que­sto testo, Han­sen rac­con­ta che la poli­zia mes­si­ca­na tro­vò nel­le tasche di Jac­son una “con­fes­sio­ne” del­lo stes­so sti­le di quel­le estor­te ai con­dan­na­ti nei Pro­ces­si di Mosca. In quel testo, l’assassino soste­ne­va fal­sa­men­te di esse­re sta­to un fer­ven­te sim­pa­tiz­zan­te del­la Quar­ta Inter­na­zio­na­le, ma che si era disil­lu­so quan­do Tro­tsky gli avreb­be dato l’incarico di recar­si in Unio­ne Sovie­ti­ca per orga­niz­za­re l’omicidio di Sta­lin e una serie di sabo­tag­gi all’industria. Aven­do anche sco­per­to che Tro­tsky sareb­be sta­to lega­to a una poten­za stra­nie­ra, si sareb­be pen­ti­to e, improv­vi­sa­men­te “illu­mi­na­to” sul­la via del Crem­li­no, avreb­be deci­so in pie­na auto­no­mia di ucci­de­re Tro­tsky! (Ndt).

 

[*] Il testo che pre­sen­tia­mo qui per estrat­to, “With Tro­tsky to the End”, fu pub­bli­ca­to sul­la rivi­sta Fourth Inter­na­tio­nal, vol. 1, n. 5, Otto­bre 1940 (pp. 115‑123). Appar­ve anche nel n. 2 dei Cahiers Leon Tro­tsky, aprile‑giugno 1979 (pp. 25‑51). La tra­du­zio­ne in ita­lia­no dall’originale in ingle­se è di Erne­sto Rus­so.