Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Polemica, Politica nazionale, Teoria

Lavoratori in uniforme?

Agenti di Polizia si tolgono il casco durante la manifestazione degli operai della Arcelor-Mittal, 11 novembre 2020.
(ANSA/LUCA ZENNARO)

Lavoratori in uniforme?


Quando la collaborazione di classe è il frutto marcio del riformismo, non quello … “Acerbo”


Vale­rio Torre

 

Geno­va, 11 novem­bre. I lavo­ra­to­ri dell’Arcelor Mit­tal por­ta­no la loro pro­te­sta nel­le stra­de e fin sot­to la Pre­fet­tu­ra del capo­luo­go ligu­re con­tro la deci­sio­ne dell’azienda di licen­zia­re alcu­ni ope­rai e poi di attua­re la ser­ra­ta. A un cer­to pun­to, dopo un con­fron­to mol­to rav­vi­ci­na­to che sem­bra pre­lu­de­re alla con­sue­ta repres­sio­ne manu mili­ta­ri, i poli­ziot­ti che pre­si­dia­no l’ingresso del palaz­zo isti­tu­zio­na­le indie­treg­gia­no e si tol­go­no i caschi. La fol­la applau­de calo­ro­sa­men­te inter­pre­tan­do il gesto come un atto di soli­da­rie­tà da par­te degli agenti.

Non ci inte­res­sa qui inda­ga­re sul­le ragio­ni che han­no indot­to que­sti ulti­mi a tan­to. Casi del gene­re se ne sono con­ta­ti in pas­sa­to anche in occa­sio­ne di mani­fe­sta­zio­ni rea­zio­na­rie.
Ci inte­res­sa, inve­ce, sof­fer­mar­ci sul­la dichia­ra­zio­ne a cal­do rila­scia­ta dal segre­ta­rio nazio­na­le di Rifon­da­zio­ne comu­ni­sta, Mau­ri­zio Acer­bo, e dal respon­sa­bi­le lavo­ro del par­ti­to, Anto­nel­lo Patta.
I due diri­gen­ti poli­ti­ci scri­vo­no testual­men­te che «le imma­gi­ni degli agen­ti che si tol­go­no i caschi applau­di­ti dagli ope­rai in scio­pe­ro rap­pre­sen­ta­no un poten­te mes­sag­gio di uni­tà del­la clas­se lavo­ra­tri­ce». E dun­que, nell’opinione del­la loro orga­niz­za­zio­ne, i poli­ziot­ti devo­no esse­re con­si­de­ra­ti mem­bri del­la “clas­se lavo­ra­tri­ce”, assi­mi­la­ti agli ope­rai nel­la dife­sa di “comu­ni interessi”.
Quest’opinione non rap­pre­sen­ta una novi­tà. In nume­ro­se occa­sio­ni, diver­si par­ti­ti di sini­stra, anche di quel­la che si con­si­de­ra “rivo­lu­zio­na­ria”, han­no espres­so una simi­le carat­te­riz­za­zio­ne[1].
Ciò acca­de quan­do la caren­za di una soli­da teo­ria mar­xi­sta por­ta ad ana­li­si impres­sio­ni­sti­che. In altri ter­mi­ni, il fat­to che gli agen­ti di poli­zia per­ce­pi­sca­no uno sti­pen­dio indu­ce espo­nen­ti poli­ti­ci di tal fat­ta a ricom­pren­der­li nel­la più ampia cate­go­ria di “lavo­ra­to­ri”.
Abbia­mo già inci­den­tal­men­te trat­ta­to l’argomento riguar­do alla que­stio­ne del­la sin­da­ca­liz­za­zio­ne dei poli­ziot­ti in altri arti­co­li su que­sto sito, per esem­pio in occa­sio­ne dell’assassinio negli Usa di Geor­ge Floyd. È bene, però, affron­tar­lo ex pro­fes­so da un pun­to di vista teorico.

«L’esistenza deter­mi­na la coscienza»
La base del ragio­na­men­to che por­ta chi sostie­ne l’opinione qui cri­ti­ca­ta è data dal fat­to che gli agen­ti di poli­zia sareb­be­ro costret­ti a ven­de­re la pro­pria forza‑lavoro e ad esse­re per­ciò sus­sun­ti in una situa­zio­ne di sfrut­ta­men­to da par­te del capi­ta­le e del­lo Sta­to: ciò pro­dur­reb­be la loro inclu­sio­ne nel­la clas­se lavoratrice.
Tuttavia,

«il pro­ble­ma di quest’argomento è che dimen­ti­ca che in que­sto caso la fun­zio­ne repres­si­va svol­ta da que­sti indi­vi­dui deter­mi­na un’esistenza socia­le che in nes­sun modo può esse­re assi­mi­la­ta alla situa­zio­ne del­la clas­se ope­ra­ia. La logi­ca del­la poli­zia, e di cor­pi simi­la­ri, è la repres­sio­ne e la pre­pa­ra­zio­ne per con­dur­re la guer­ra di clas­se in dife­sa del­la pro­prie­tà pri­va­ta. La loro situa­zio­ne “strut­tu­ra­le” col­lo­ca … que­sti indi­vi­dui con­tro la clas­se ope­ra­ia»[2].

Secon­do un altro tipo di ragio­na­men­to, la “pro­ve­nien­za” del­la stra­gran­de mag­gio­ran­za dei poli­ziot­ti dal­le clas­si disa­gia­te (figli di ope­rai o di impie­ga­ti di bas­so ran­go; o addi­rit­tu­ra, secon­do un’accezione roman­ti­ca, “figli del popo­lo”) impo­ne di con­si­de­rar­li come “lavo­ra­to­ri”.
Sen­non­ché, come spie­ga­va Tro­tsky alla vigi­lia dell’avvento del nazi­smo in Germania,

«il fat­to che gli agen­ti di poli­zia sia­no sta­ti reclu­ta­ti in gran par­te tra gli ope­rai social-demo­cra­ti­ci non signi­fi­ca asso­lu­ta­men­te nul­la. Anche qui l’esistenza deter­mi­na la coscien­za. L’operaio che divie­ne poli­ziot­to al ser­vi­zio del­lo Sta­to capi­ta­li­sta è un poli­ziot­to bor­ghe­se e non un ope­ra­io. Duran­te gli ulti­mi anni, que­sti poli­ziot­ti han­no avu­to più da lot­ta­re con­tro gli ope­rai rivo­lu­zio­na­ri che con­tro gli stu­den­ti nazio­nal­so­cia­li­sti. Una tale scuo­la non può non lasciar trac­cia. Ma il fat­to più impor­tan­te è che ogni poli­ziot­to sa che, se i gover­ni cam­bia­no, la poli­zia resta»[3].

Una spe­ci­fi­ca testi­mo­nian­za in tal sen­so la tro­via­mo nel bel libro di Leo­pold Trep­per, capo del­lo spio­nag­gio sovie­ti­co nel­la Ger­ma­nia nazi­sta, che, duran­te il perio­do del suo arre­sto da par­te del­la Gesta­po e pri­ma di esse­re riu­sci­to ad eva­de­re, rac­col­se le con­fi­den­ze di uno dei suoi carcerieri:

«Sono sta­to poli­ziot­to al tem­po del Kai­ser, sono sta­to poli­ziot­to del­la Repub­bli­ca di Wei­mar, sono un pie­di­piat­ti di Hitler, doma­ni potrei benis­si­mo esse­re un ser­vi­to­re del regi­me di Thael­mann»[4].

Una con­fer­ma “sul cam­po”, insom­ma, del­la rifles­sio­ne di Tro­tsky, secon­do cui è “l’esistenza che deter­mi­na la coscienza”.
Ma, oltre a ogni altra con­si­de­ra­zio­ne, la dichia­ra­zio­ne di Acerbo‑Patta si carat­te­riz­za anche per esse­re una colos­sa­le scioc­chez­za alla luce degli stu­di che Karl Marx svi­lup­pò in Teo­rie sul plu­sva­lo­re (in par­ti­co­la­re con la dif­fe­ren­zia­zio­ne tra lavo­ro pro­dut­ti­vo e impro­dut­ti­vo), e ai qua­li riman­dia­mo per ragio­ni di sin­te­si, non man­can­do però di segna­la­re che per Marx può sus­si­ste­re il paga­men­to di un sala­rio sen­za che esi­sta la rela­zio­ne capitale‑lavoro[5].
In con­clu­sio­ne, rite­ne­re che gli agen­ti di poli­zia sia­no dei “lavo­ra­to­ri in divi­sa” e che per que­sto fac­cia­no par­te del­la clas­se lavo­ra­tri­ce, per di più con­di­vi­den­do gli stes­si inte­res­si con gli ope­rai che essi sono soli­ti repri­me­re, non costi­tui­sce solo una com­ple­ta idio­zia: rap­pre­sen­ta, anzi, una vera e pro­pria “intel­li­gen­za col nemi­co”, poi­ché por­ta alle estre­me con­se­guen­ze la col­la­bo­ra­zio­ne di clas­se. E cioè, la col­la­bo­ra­zio­ne diret­ta con i car­ne­fi­ci del­la clas­se ope­ra­ia[6].


Note

[1] Basti pen­sa­re al Pstu, sezio­ne del­la Lit‑Quarta Inter­na­zio­na­le in Bra­si­le, che in diver­si arti­co­li ha argo­men­ta­to che la poli­zia mili­ta­re bra­si­lia­na (di cui è nota la par­ti­co­la­re fero­cia) appar­tie­ne alla “clas­se ope­ra­ia” in fun­zio­ne del­la sua “inne­ga­bi­le con­di­zio­ne pro­le­ta­ria” (sic!), in par­ti­co­la­re soste­nen­do che, così come un lavo­ra­to­re che ucci­de sua moglie non per que­sto diven­ta meno pro­le­ta­rio, allo stes­so modo un poli­ziot­to che ucci­de un lavo­ra­to­re in scio­pe­ro non ces­sa di appar­te­ne­re alla clas­se lavo­ra­tri­ce. Que­ste “per­le di sag­gez­za” pos­so­no esse­re let­te qui.
[2] R. Asta­ri­ta, “La con­ce­zio­ne mar­xi­sta di clas­se ope­ra­ia”, su que­sto stes­so sito.
[3] L. Tro­tsky, “E ora?”, in Scrit­ti 1929‑1936, Arnol­do Mon­da­do­ri edi­to­re, 1970, p. 330.
[4] L. Trep­per, Il gran­de gio­co. Le memo­rie del capo del­la “orche­stra ros­sa“, Arnol­do Mon­da­do­ri edi­to­re, 1976, p. 201. Ern­st Thael­mann era il segre­ta­rio del Par­ti­to comu­ni­sta tedesco.
[5] È quel­lo che acca­de, per esem­pio, con i diri­gen­ti o ammi­ni­stra­to­ri dele­ga­ti di azien­de, che non sono con­cre­ta­men­te assog­get­ta­ti ai mez­zi di pro­du­zio­ne, ma, al con­tra­rio, vigi­la­no sul pro­ces­so di pro­du­zio­ne e fan­no sì che gli ope­rai con­ti­nui­no – essi sì – ad esser­vi assog­get­ta­ti. Sono, in altri ter­mi­ni, gesto­ri del­lo sfrut­ta­men­to, e, in quan­to tali, ren­do­no pos­si­bi­le il domi­nio del capi­ta­le sul lavo­ro vivo. Svol­gen­do que­sta fun­zio­ne, essi rice­vo­no un “sala­rio” che è qua­li­ta­ti­va­men­te distin­to da quel­lo che rice­vo­no gli ope­rai. Per­ciò, ben­ché sti­pen­dia­ti dal pro­prie­ta­rio, essi sono capi­ta­li­sti desti­na­ti allo sfrut­ta­men­to del lavo­ro sala­ria­to: la loro fun­zio­ne non è tec­ni­ca, ben­sì socia­le. Nel caso dei poli­ziot­ti, si trat­ta di un set­to­re socia­le la cui fun­zio­ne è quel­la del con­trol­lo socia­le che garan­ti­sca il domi­nio bor­ghe­se e man­ten­ga l’ordine neces­sa­rio allo sfrut­ta­men­to padro­na­le e al per­pe­tuar­si dell’autorità del­lo Sta­to capitalista.
[6] Non ci sof­fer­mia­mo qui, per non appe­san­ti­re il testo, sul­la dif­fe­ren­zia­zio­ne fra poli­zia ed eser­ci­to, né sul­la que­stio­ne – cen­tra­le per i bol­sce­vi­chi – del lavo­ro di pro­pa­gan­da all’interno del­le for­ze arma­te per gua­da­gnar­ne un set­to­re e spez­za­re così la cate­na di coman­do. Ci riser­via­mo, even­tual­men­te, di appro­fon­dir­la in un altro scritto.