Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Teoria

Tiananmen, Trotsky e la restaurazione (violenta) del capitalismo

Lo sconosciuto manifestante di Piazza Tiananmen

Tiananmen, Trotsky e la restaurazione (violenta) del capitalismo


Una discussione antica, ma attuale e teoricamente utile

 

Vale­rio Tor­re

 

In que­sti gior­ni si sono com­me­mo­ra­ti i trent’anni tra­scor­si dal­la repres­sio­ne di Piaz­za Tia­nan­men, in Cina: un epi­so­dio il cui sim­bo­lo è rap­pre­sen­ta­to dal­la sto­ri­ca foto­gra­fia del mani­fe­stan­te che col pro­prio cor­po fer­ma l’avanzata del­la colon­na di car­ri arma­ti dell’Esercito di Libe­ra­zio­ne Popo­la­re sca­glia­ti dal regi­me per repri­me­re le pro­te­ste di stu­den­ti e ope­rai che, da oltre un mese e mez­zo, sta­va­no assu­men­do dimen­sio­ni dal­la por­ta­ta dirom­pen­te met­ten­do così in cri­si il regi­me. Fu un bagno di san­gue dal­le pro­por­zio­ni mai dav­ve­ro accer­ta­te: le auto­ri­tà cine­si han­no uffi­cial­men­te rico­no­sciu­to cir­ca 300 mor­ti, ma altre fon­ti par­la­no di miglia­ia di atti­vi­sti ucci­si.
In gene­re, que­sta tra­gi­ca vicen­da vie­ne affron­ta­ta dan­do­le due let­tu­re sim­me­tri­ca­men­te con­trap­po­ste: da una par­te, i media bor­ghe­si che la pre­sen­ta­no come la dimo­stra­zio­ne del “carat­te­re san­gui­na­rio dei regi­mi comu­ni­sti”, con il corol­la­rio che solo il siste­ma capi­ta­li­sti­co – e, segna­ta­men­te, quel­lo democratico‑borghese – è in gra­do di offri­re liber­tà, dirit­ti civi­li e con­di­zio­ni di vita digni­to­se; dall’altra, talu­ne cor­ren­ti che si richia­ma­no al mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio e che dipin­go­no il 4 giu­gno del 1989 come una sor­ta di “spar­tiac­que”, una bar­rie­ra, attra­ver­sa­ta la qua­le la buro­cra­zia del Par­ti­to comu­ni­sta ini­ziò una tra­sfor­ma­zio­ne che ha infi­ne por­ta­to la Cina ad abban­do­na­re i prin­ci­pi del comu­ni­smo per appro­da­re sui lidi del capi­ta­li­smo[1]. La mec­ca­ni­ca con­se­guen­za di quest’analisi è che pri­ma del mas­sa­cro vige­va in Cina un regi­me socia­li­sta (sia pure defor­ma­to), e solo dopo ebbe ini­zio il pro­ces­so che por­tò alla restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca.
Rite­nia­mo que­ste due let­tu­re entram­be sba­glia­te, dato che, a nostro modo di vede­re, il pro­ces­so restau­ra­zio­ni­sta in Cina era ini­zia­to addi­rit­tu­ra da pri­ma che in Urss, e cioè già a par­ti­re dal 1978, con l’affermarsi all’interno del Pcc del­la fra­zio­ne che si rifa­ce­va a Deng Xiao­ping: sic­ché nel 1989 era in sta­to tal­men­te avan­za­to da poter­si fon­da­ta­men­te soste­ne­re che quel­la che repres­se nel san­gue le pro­te­ste dei gio­va­ni di Piaz­za Tia­nan­men non fu una dit­ta­tu­ra comu­ni­sta, ma, al con­tra­rio, una dit­ta­tu­ra capi­ta­li­sta: con, alla testa del­lo Sta­to, la buro­cra­zia diri­gen­te di un par­ti­to che con­ti­nua­va (e con­ti­nua ancor oggi) a chia­mar­si “comu­ni­sta”[2].

Deng Xiao­ping con il pre­si­den­te Usa Jim­my Car­ter

Non a caso, le mas­se stu­den­te­sche e ope­ra­ie che insce­na­va­no le enor­mi mani­fe­sta­zio­ni into­na­va­no l’Internazionale, riven­di­can­do tra le altre misu­re la sbu­ro­cra­tiz­za­zio­ne del par­ti­to e del­lo Sta­to, non­ché un socia­li­smo in cui vi fos­se liber­tà d’espressione e di atti­vi­tà poli­ti­ca. Fu faci­le, inve­ce, per il regi­me bol­lar­le come “con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rie” e schiac­ciar­le con le armi.

Il carat­te­re del­la restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca, in Cina e negli altri ex Sta­ti ope­rai: un dibat­ti­to
Tut­ta­via, sco­po di quest’articolo non è affat­to, come vedre­mo, affron­ta­re il tema del pro­ces­so di restau­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo in Cina (un tema com­ples­so, che richie­de­reb­be uno spa­zio ben più ampio di quel­lo con­ces­so all’oggetto di que­sto testo). Per­ciò, ci limi­tia­mo qui ad evi­den­zia­re che, a par­ti­re dal­la fine del 1978, pre­se l’avvio una serie di rifor­me eco­no­mi­che di aper­tu­ra al mer­ca­to e di tra­sfor­ma­zio­ne del­lo Sta­to in dire­zio­ne del capi­ta­li­smo – patro­ci­na­te da Deng Xiao­ping e dal­la fra­zio­ne “den­ghi­sta” all’interno del Pcc – mol­to più inci­si­ve e con­cen­tra­te di quel­le che, solo più tar­di, avreb­be­ro ini­zia­to l’analogo pro­ces­so di restau­ra­zio­ne nell’Urss.
L’oggetto del­la pre­sen­te rifles­sio­ne riguar­da, inve­ce, un’altra que­stio­ne: e cioè la discus­sio­ne, che ci è capi­ta­to di inta­vo­la­re con alcu­ni com­pa­gni, sul­le “pre­vi­sio­ni”[3] di Tro­tsky in ordi­ne al carat­te­re vio­len­to del­la restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca negli (ormai ex) Sta­ti ope­rai. Sic­ché, l’occasione del tren­ten­na­le del mas­sa­cro di Piaz­za Tia­nan­men è alla fine solo lo spun­to per que­sto testo, ben­ché sia uno spun­to par­ti­co­lar­men­te appro­pria­to, per­ché inci­den­tal­men­te riguar­da pro­prio il tema che inten­dia­mo illu­stra­re.
E infat­ti, il dibat­ti­to di cui dia­mo con­to qui è par­ti­to pro­prio da una rifles­sio­ne che ci è sta­ta posta, rias­su­mi­bi­le in que­sti ter­mi­ni: se, secon­do l’analisi mar­xi­sta, la Cina era uno Sta­to ope­ra­io, allo­ra la teo­ria di Tro­tsky – secon­do cui la restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sta può avve­ni­re solo in modo vio­len­to – era sba­glia­ta. In alter­na­ti­va, se inve­ce la restau­ra­zio­ne si è data paci­fi­ca­men­te, allo­ra vuol dire che la Cina non era uno Sta­to ope­ra­io. In entram­bi i casi, la let­tu­ra tro­tski­sta sareb­be erra­ta. Il ragio­na­men­to era – è chia­ro – este­so all’ex Unio­ne Sovie­ti­ca[4], dove pure si sot­tin­ten­de­va non esser­si veri­fi­ca­to alcu­no spar­gi­men­to di san­gue duran­te il pro­ces­so restau­ra­zio­ni­sta.
Pre­ci­sia­mo subi­to che, ovvia­men­te, chi avan­za­va que­sta obie­zio­ne pen­sa­va a una restau­ra­zio­ne impo­sta dall’esterno, attra­ver­so un col­po di sta­to o un’invasione mili­ta­re; e nep­pu­re face­va rife­ri­men­to ai fat­ti di Piaz­za Tia­nan­men, anche per­ché sareb­be sta­to dif­fi­ci­le rite­ne­re che quel solo epi­so­dio – sia pure così cruen­to – potes­se da solo esse­re sta­to il “tri­bu­to”, per così dire, da paga­re sull’altare del­la restau­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo. Aggiun­gia­mo, inol­tre, che se – come sia­mo con­vin­ti – è vera la tesi che abbia­mo poco più sopra sin­te­tiz­za­to, e cioè che il pro­ces­so restau­ra­zio­ni­sta in Cina ave­va pre­so l’avvio già die­ci anni pri­ma, allo­ra dav­ve­ro sem­bra insu­pe­ra­bi­le l’obiezione all’analisi tro­tskia­na, visto che in quel decen­nio le cro­na­che non dan­no con­to di ecci­di, col­pi di sta­to, ten­ta­ti­vi di rove­scia­men­to vio­len­to o epi­so­di di guer­ra civi­le fra difen­so­ri dell’ordine socia­li­sta e “aper­tu­ri­sti” rifor­ma­to­ri. Insom­ma, la posi­zio­ne di par­ten­za che difen­dia­mo (e cioè che la dina­mi­ca di restau­ra­zio­ne affon­da le sue radi­ci nel­le rifor­me den­ghi­ste avvia­te sul fini­re degli anni 70) ren­de­va ogget­ti­va­men­te più dif­fi­ci­le nel­la discus­sio­ne affron­ta­ta la dife­sa dell’analisi tro­tskia­na sul carat­te­re vio­len­to del­la restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca negli ex Sta­ti ope­rai (in par­ti­co­la­re, in Cina, per quel che qui ci riguar­da).
Ad ogni buon con­to, chi soste­ne­va l’ipotesi del­la fal­la­cia del­la “pre­vi­sio­ne” di Tro­tsky lo face­va uti­liz­zan­do un impor­tan­te testo che il rivo­lu­zio­na­rio rus­so scris­se nel 1933: “La natu­ra di clas­se del­lo Sta­to sovie­ti­co”[5].

Una que­stio­ne di meto­do
Tut­ta­via, pri­ma anco­ra di pas­sa­re all’esame di que­sto sag­gio, abbia­mo cre­du­to oppor­tu­no avvia­re la discus­sio­ne affron­tan­do una que­stio­ne di meto­do.
Fer­mo restan­do che nes­sun mar­xi­sta può dir­si infal­li­bi­le e che di erro­ri nel­la sto­ria del movi­men­to ope­ra­io se ne sono con­ta­ti a milio­ni, abbia­mo soste­nu­to che, come cri­te­rio gene­ra­le, sareb­be meglio evi­ta­re giu­di­zi peren­to­ri e liqui­da­to­ri sul­la “vali­di­tà” o meno di una “teo­ria”[6], sen­za pri­ma sot­to­por­la a un rigo­ro­so riscon­tro.
Il mar­xi­smo, infat­ti, ci ha for­ni­to un meto­do scien­ti­fi­co di ana­li­si del­la real­tà basa­to sul­lo stu­dio degli even­ti del­la lot­ta di clas­se e del­le ten­den­ze che que­sta espri­me, e non già una pal­la di cri­stal­lo per “pre­ve­de­re il futu­ro”: roba che dovrem­mo lascia­re volen­tie­ri a quei maghi che imper­ver­sa­no sui cana­li di tele­ven­di­te e simi­li. Se si ragio­na in que­sti ter­mi­ni, si cor­re sì il rischio di com­met­te­re erro­ri.
Fac­cia­mo rapi­da­men­te solo un esem­pio. Per­fi­no un fior di mar­xi­sta come Anto­nio Gram­sci (per quan­to chi scri­ve sen­ta di ave­re parec­chie dif­fe­ren­ze ver­so di lui) scris­se, sia pure uti­liz­zan­do uno sti­le para­dos­sa­le, uno dei suoi testi più famo­si – “La rivo­lu­zio­ne con­tro il «Capi­ta­le»”[7] – pren­den­do a spun­to la pre­sup­po­si­zio­ne (che tan­ti sedi­cen­ti “mar­xi­sti” anco­ra oggi ripe­to­no a pap­pa­gal­lo) che la rivo­lu­zio­ne sareb­be dovu­ta scop­pia­re non già in Rus­sia (“anel­lo debo­le del­la cate­na”, come ven­ne poi defi­ni­ta), ma in un Pae­se a capi­ta­li­smo avan­za­to, come Ger­ma­nia o Fran­cia: e ciò, sul­la scor­ta del­la tesi secon­do cui il socia­li­smo non avreb­be potu­to attec­chi­re in Rus­sia se pri­ma il Pae­se non fos­se pas­sa­to attra­ver­so una tap­pa bor­ghe­se. Que­sta era la let­tu­ra che gene­ral­men­te si dava de Il Capi­ta­le di Marx, ed è per que­sto che Gram­sci soste­ne­va che quel­la bol­sce­vi­ca era una «rivo­lu­zio­ne con­tro il “Capi­ta­le”».
Ma, vero­si­mil­men­te, Gram­sci non si era reso con­to che lo stes­so Marx, negli ulti­mi anni del­la sua vita, ave­va svi­lup­pa­to un’elaborazione teo­ri­ca su que­sto pun­to e non esclu­de­va affat­to la Rus­sia come pos­si­bi­le sce­na­rio di una rivo­lu­zio­ne pro­le­ta­ria, anzi la rite­ne­va matu­ra per essa, come peral­tro espres­se a chia­re let­te­re nel­la pre­fa­zio­ne alla secon­da edi­zio­ne rus­sa (1882) del Mani­fe­sto[8]. Tut­ta­via, ripe­tia­mo, que­sto vole­va esse­re sol­tan­to un esem­pio per por­re una pre­li­mi­na­re que­stio­ne di meto­do.

La restau­ra­zio­ne in Cina è sta­ta “paci­fi­ca”?
Venia­mo, a que­sto pun­to, al meri­to del­la discus­sio­ne. È vero: a più ripre­se, Tro­tsky scris­se che la restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca non sareb­be avve­nu­ta paci­fi­ca­men­te, ma vio­len­te­men­te. In alcu­ni testi par­lò di “guer­ra civi­le”.
Non­di­me­no, non è mai con­si­glia­bi­le estra­po­la­re – soprat­tut­to in un auto­re così pro­li­fi­co come Tro­tsky – una fra­se, un con­cet­to, un’idea, ed erger­li a “siste­ma”. È sem­pre pre­fe­ri­bi­le – come prin­ci­pio gene­ra­le – stu­dia­re lo svi­lup­po dell’intero cor­pus di un’opera dipa­na­ta­si nel cor­so di decen­ni per inter­pre­ta­re cor­ret­ta­men­te quel­la fra­se, quel con­cet­to, quell’idea.
Par­ten­do dal testo “La natu­ra di clas­se del­lo Sta­to sovie­ti­co”, uti­liz­za­to per soste­ne­re l’erroneità del­la “teo­ria” di Tro­tsky, vedia­mo che sin dal pri­mo para­gra­fo Tro­tsky spie­ga: «La dit­ta­tu­ra del pro­le­ta­ria­to ven­ne instau­ra­ta attra­ver­so un rivol­gi­men­to poli­ti­co e tre anni di guer­ra civi­le. La teo­ria clas­si­sta del­la socie­tà e l’esperienza sto­ri­ca testi­mo­nia­no allo stes­so modo l’impossibilità del­la vit­to­ria del pro­le­ta­ria­to con meto­di paci­fi­ci, cioè sen­za gran­dio­se bat­ta­glie di clas­se, armi alla mano. […] come sareb­be con­ce­pi­bi­le una con­tro­ri­vo­lu­zio­ne bor­ghe­se imper­cet­ti­bi­le e “gra­dua­le”? […] La tesi mar­xi­sta rela­ti­va al carat­te­re cata­stro­fi­co del pas­sag­gio del pote­re dal­le mani di una clas­se a quel­le di un’altra si appli­ca non sol­tan­to ai perio­di rivo­lu­zio­na­ri, […] ma anche ai perio­di con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ri»[9]. Pro­se­guen­do nel­la let­tu­ra del testo, per­si­no i tito­let­ti dei para­gra­fi sem­bre­reb­be­ro dar ragio­ne a chi ritie­ne che resta per­ciò inva­li­da­ta la teo­ria tro­tski­sta secon­do cui la restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sta può avve­ni­re solo in modo vio­len­to: tro­via­mo, infat­ti, fra­si come «Le vie pos­si­bi­li del­la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne», o «È pos­si­bi­le eli­mi­na­re “paci­fi­ca­men­te” la buro­cra­zia?», che lasce­reb­be­ro pre­sup­por­re un inter­ven­to vio­len­to con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rio del­la bor­ghe­sia, tale da scon­fig­ge­re lo Sta­to pro­le­ta­rio e restau­ra­re il capi­ta­li­smo. Un inter­ven­to vio­len­to che però gli avver­sa­ri del­la tesi tro­tskia­na non han­no riscon­tra­to nel­la real­tà: ciò che li por­ta a dubi­ta­re del­la “teo­ria” di Tro­tsky. Ma è pro­prio que­sto che inten­de­va dire Tro­tsky con lo scrit­to uti­liz­za­to per smen­tir­ne la “pre­vi­sio­ne”? Ci sia con­sen­ti­to dubi­tar­ne.
Tro­tsky scris­se nel 1933 que­sto testo per con­fu­ta­re le tesi di colo­ro che, rite­nen­do com­piu­ta la tra­sfor­ma­zio­ne del­la buro­cra­zia in clas­se, opi­na­va­no che per­ciò si era in pre­sen­za di una clas­se sfrut­ta­tri­ce, pro­prie­ta­ria ormai dei mez­zi di pro­du­zio­ne, che, appro­prian­do­si del plu­sva­lo­re estrat­to dal­la clas­se lavo­ra­tri­ce, ave­va tra­sfor­ma­to lo Sta­to socia­li­sta in capi­ta­li­sta; oppu­re – come soste­ne­va­no altri in una varian­te del ragio­na­men­to – in una for­ma sta­ta­le ibri­da, “né pro­le­ta­ria, né bor­ghe­se”.
Dopo aver dimo­stra­to che la buro­cra­zia non era affat­to una clas­se, Tro­tsky avan­zò del­le ipo­te­si (che poi tro­ve­re­mo in tut­to lo svi­lup­po del­la sua ope­ra sul­la dege­ne­ra­zio­ne del­lo Sta­to sovie­ti­co, come poi dirò). In par­ti­co­la­re, sosten­ne:

«Un ulte­rio­re svi­lup­po sen­za intral­ci del buro­cra­ti­smo por­te­rà ine­vi­ta­bil­men­te ad un arre­sto del­lo svi­lup­po eco­no­mi­co e cul­tu­ra­le, ad una spa­ven­to­sa cri­si socia­le e ad un arre­tra­men­to di tut­ta la socie­tà. Tut­ta­via, que­sto com­por­te­reb­be non sol­tan­to il crol­lo del­la dit­ta­tu­ra pro­le­ta­ria, ma anche la fine del domi­nio buro­cra­ti­co. Il posto del­lo Sta­to ope­ra­io ver­reb­be occu­pa­to non da rap­por­ti “social­bu­ro­cra­ti­ci”, ben­sì da rap­por­ti capi­ta­li­sti­ci»[10].

Più avan­ti, nel para­gra­fo inti­to­la­to «È pos­si­bi­le eli­mi­na­re “paci­fi­ca­men­te” la buro­cra­zia?», Tro­tsky spie­ga che «que­sto com­pi­to può esse­re assol­to uni­ca­men­te da un par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio. […] sareb­be infan­ti­le sup­por­re che la buro­cra­zia sta­li­nia­na pos­sa esse­re rimos­sa median­te un con­gres­so del par­ti­to o dei soviet. […] Per eli­mi­na­re la cric­ca diri­gen­te non rima­ne alcu­na via “costi­tu­zio­na­le” nor­ma­le. La buro­cra­zia può esse­re costret­ta a rimet­te­re il pote­re nel­le mani dell’avanguardia pro­le­ta­ria uni­ca­men­te con la for­za». E aggiun­ge: «Quan­do il pro­le­ta­ria­to entre­rà in azio­ne, l’apparato sta­li­nia­no rimar­rà sospe­so a mezz’aria. Se esso cer­che­rà anco­ra, nono­stan­te tut­to, di oppor­re resi­sten­za, sarà allo­ra neces­sa­rio adot­ta­re nei suoi con­fron­ti non dei prov­ve­di­men­ti da guer­ra civi­le, ben­sì del­le misu­re di carat­te­re poli­zie­sco». E qui Tro­tsky con­clu­de lan­cian­do un’ipotesi – ma è, appun­to, un’ipotesi – di lavo­ro:

«Una vera guer­ra civi­le potreb­be svi­lup­par­si non tra la buro­cra­zia sta­li­nia­na e il pro­le­ta­ria­to ride­sta­to, ben­sì tra il pro­le­ta­ria­to e le for­ze atti­ve del­la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne. […] La sor­te del­lo svi­lup­po suc­ces­si­vo ver­rà ovvia­men­te deter­mi­na­ta dall’esito del­la lot­ta. […] Che cosa è più vici­no: il peri­co­lo di un crol­lo del pote­re sovie­ti­co mina­to dal buro­cra­ti­smo oppu­re l’ora del rag­grup­pa­men­to del pro­le­ta­ria­to attor­no ad un nuo­vo par­ti­to capa­ce di sal­va­re l’esperienza dell’Ottobre? A que­sta doman­da non si può dare nes­su­na rispo­sta a prio­ri; sarà la lot­ta a deci­de­re. I rap­por­ti di for­za ver­ran­no deter­mi­na­ti da una gran­de pro­va sto­ri­ca, che potreb­be anche esse­re una guer­ra»[11].

E dun­que, come si vede, Tro­tsky qui – sia­mo nel 1933 – avan­za una ipo­te­si, non una “teo­ria”.
Ma il rivo­lu­zio­na­rio rus­so ave­va anche ipo­tiz­za­to – l’abbiamo ripor­ta­to in pre­ce­den­za – che la buro­cra­zia si sareb­be potu­ta ulte­rior­men­te svi­lup­pa­re “sen­za intral­ci”, con le con­se­guen­ze già descrit­te.
Que­sto con­cet­to – “sen­za intral­ci” – ver­rà da lui ripre­so tre anni più tar­di, nel notis­si­mo pam­phlet La rivo­lu­zio­ne tra­di­ta, in cui a un cer­to pun­to spie­ga:

«La buro­cra­zia sovie­ti­ca ha poli­ti­ca­men­te espro­pria­to il pro­le­ta­ria­to per difen­de­re con i pro­pri meto­di le con­qui­ste socia­li del pro­le­ta­ria­to. Ma il fat­to stes­so che si sia appro­pria­ta del pote­re in un Pae­se in cui i mez­zi di pro­du­zio­ne più impor­tan­ti appar­ten­go­no allo Sta­to crea tra essa e le ric­chez­ze nazio­na­li rap­por­ti inte­ra­men­te nuo­vi. I mez­zi di pro­du­zio­ne appar­ten­go­no allo Sta­to. Lo Sta­to “appar­tie­ne” in qual­che modo alla buro­cra­zia. Se que­sti rap­por­ti … si sta­bi­liz­zas­se­ro, si lega­liz­zas­se­ro, dive­nis­se­ro nor­ma­li sen­za resi­sten­za o con­tro la resi­sten­za dei lavo­ra­to­ri, por­te­reb­be­ro alla liqui­da­zio­ne com­ple­ta del­le con­qui­ste del­la rivo­lu­zio­ne pro­le­ta­ria»[12].

Ebbe­ne, il fat­to che Tro­tsky aves­se ipo­tiz­za­to un ulte­rio­re svi­lup­po del­la buro­cra­zia “sen­za intral­ci”, ovve­ro “sen­za resi­sten­za dei lavo­ra­to­ri”, lo espo­se alla cri­ti­ca di Yvan Crai­peau, che un anno dopo La rivo­lu­zio­ne tra­di­ta – sia­mo quin­di nel 1937 – lo accu­sò di ipo­tiz­za­re per il futu­ro «la pos­si­bi­li­tà di tran­si­zio­ne dal­lo Sta­to ope­ra­io allo Sta­to capi­ta­li­sta sen­za inter­ven­to mili­ta­re»[13]. Ecco: dopo più di ottant’anni, la discus­sio­ne di cui stia­mo dan­do con­to in que­sto scrit­to muo­ve dal­la stes­sa iden­ti­ca “accu­sa” che Crai­peau rivol­ge­va al “Vec­chio”. Oggi, i nostri con­trad­dit­to­ri lo fan­no sur­ret­ti­zia­men­te intro­du­cen­do (con par­ti­co­la­re rife­ri­men­to alla Cina) un’alternativa: se que­sta era uno Sta­to ope­ra­io, allo­ra “la teo­ria tro­tski­sta” del­la restau­ra­zio­ne vio­len­ta del capi­ta­li­smo era sba­glia­ta; oppu­re – si sot­tin­ten­de – non era­va­mo in pre­sen­za di uno Sta­to ope­ra­io.
Si trat­ta, in real­tà, di un sil­lo­gi­smo mec­ca­ni­ci­sti­co e, per­ciò solo, fal­la­ce, al qua­le Tro­tsky ha rispo­sto, appun­to, più di ottant’anni fa nel testo “Anco­ra una vol­ta: l’Unione Sovie­ti­ca e la sua dife­sa”[14].
«Sen­za guer­ra civi­le vit­to­rio­sa, la buro­cra­zia – scri­ve Tro­tsky – non può dare ori­gi­ne a una nuo­va clas­se domi­nan­te. Que­sto è sem­pre sta­to e con­ti­nua ad esse­re il mio con­vin­ci­men­to». Ma, aggiun­ge più avan­ti – e que­sto ci appa­re il pas­sag­gio chia­ve per inqua­dra­re cor­ret­ta­men­te tut­ta la discus­sio­ne:

«D’altra par­te, ciò che si sta pro­du­cen­do in que­sto momen­to nell’Urss non è altro che una guer­ra civi­le pre­ven­ti­va, sca­te­na­ta dal­la buro­cra­zia. […] Nes­su­no ha nega­to la pos­si­bi­li­tà, soprat­tut­to nel caso di una deca­den­za mon­dia­le pro­lun­ga­ta, del­la restau­ra­zio­ne di una nuo­va clas­se pro­prie­ta­ria ori­gi­na­ta dal­la buro­cra­zia. L’attuale posi­zio­ne del­la buro­cra­zia, che “in qual­che modo” ha nel­le sue mani, attra­ver­so lo Sta­to, le for­ze pro­dut­ti­ve, costi­tui­sce un pun­to di par­ten­za estre­ma­men­te impor­tan­te per un pro­ces­so di tra­sfor­ma­zio­ne. Si trat­ta, tut­ta­via, di una pos­si­bi­li­tà sto­ri­ca, e non già di qual­co­sa che si è già rea­liz­za­to»[15].

Una “guer­ra civi­le pre­ven­ti­va”
Come si vede, qui Tro­tsky avan­za un’ulteriore ipo­te­si – quel­la del­la sta­bi­liz­za­zio­ne che con­du­ce alla restau­ra­zio­ne (con­cet­to su cui tor­ne­re­mo) – che però non esclu­de affat­to la con­no­ta­zio­ne del­la guer­ra civi­le. Nel 1937, infat­ti, era pie­na­men­te in atto, e non solo median­te i Pro­ces­si di Mosca e le gran­di pur­ghe, la “guer­ra civi­le pre­ven­ti­va” con­dot­ta dal­la cric­ca sta­li­nia­na con­tro la vec­chia guar­dia del par­ti­to bol­sce­vi­co e tut­ti gli oppo­si­to­ri. Una “guer­ra civi­le pre­ven­ti­va” che ebbe ini­zio all’indomani stes­so dell’Ottobre 1917, a par­ti­re dal­la guer­ra civi­le sca­te­na­ta dal­le arma­te bian­che e dagli eser­ci­ti impe­ria­li­sti che asse­dia­va­no la Rus­sia, allo sco­po di stron­ca­re sul nasce­re l’esperienza rivo­lu­zio­na­ria e restau­ra­re da subi­to il capi­ta­li­smo espro­pria­to. Una guer­ra civi­le pro­se­gui­ta dall’apparato sta­li­nia­no con la liqui­da­zio­ne defi­ni­ti­va del par­ti­to bol­sce­vi­co e del­la demo­cra­zia ope­ra­ia; e poi appro­fon­di­ta dall’aggressione nazi­sta col suo ten­ta­ti­vo di sop­pri­me­re le for­me socia­li­ste che nono­stan­te l’azione del­la buro­cra­zia del Crem­li­no con­ti­nua­va­no ad esi­ste­re.
Del resto, Tro­tsky l’aveva scrit­to pro­prio nel testo cita­to dai nostri con­trad­dit­to­ri: che il com­pi­to di eli­mi­na­re la buro­cra­zia e rior­ga­niz­za­re lo Sta­to sovie­ti­co «può esse­re assol­to uni­ca­men­te da un par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio», e che «il com­pi­to sto­ri­co fon­da­men­ta­le è dun­que quel­lo di crea­re il par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio in Urss a par­ti­re dagli ele­men­ti sani del vec­chio par­ti­to e dai gio­va­ni»[16].
D’altro can­to, il con­cet­to di “guer­ra civi­le” nel par­ti­to era sta­to intro­dot­to pro­prio da Sta­lin in un discor­so del 1° ago­sto 1927, in dife­sa del­la pro­pria mag­gio­ran­za: «Per “spaz­za­re via” una mag­gio­ran­za di que­sto gene­re biso­gna sca­te­na­re una guer­ra civi­le nel par­ti­to»[17]. E dun­que, per non esse­re costret­to a subir­la, fu lui stes­so, Sta­lin, a sca­te­na­re la guer­ra civi­le – “pre­ven­ti­va”, come ebbe a defi­nir­la Tro­tsky – per “spaz­za­re via” ogni pos­si­bi­le for­ma di oppo­si­zio­ne e con­so­li­da­re così la sua mag­gio­ran­za buro­cra­ti­ca.
Ecco per­ché nell’ex Unio­ne Sovie­ti­ca (ma lo stes­so è val­so sia per la Cina che per Cuba) non c’è sta­to biso­gno di alcun col­po di sta­to dell’imperialismo per restau­ra­re il siste­ma capi­ta­li­smo, né di inva­sio­ni arma­te. La restau­ra­zio­ne si è com­piu­ta, e in modo – come det­to – tutt’altro che “paci­fi­co”: una gran par­te dei qua­dri e diri­gen­ti bol­sce­vi­chi era mor­ta sui cam­pi di bat­ta­glia difen­den­do lo Sta­to ope­ra­io dai ten­ta­ti­vi di restau­ra­zio­ne dell’imperialismo duran­te la guer­ra civi­le, men­tre la clas­se ope­ra­ia che ave­va fat­to la rivo­lu­zio­ne fu pra­ti­ca­men­te disgre­ga­ta; qua­si la tota­li­tà dei qua­dri e diri­gen­ti che era­no rima­sti in vita fu fisi­ca­men­te eli­mi­na­ta da Sta­lin, e quei pochi rima­sti in vita furo­no anni­chi­li­ti poli­ti­ca­men­te e psi­co­lo­gi­ca­men­te nel­le gran­di pur­ghe, men­tre la clas­se ope­ra­ia era imba­va­glia­ta; solo avu­to riguar­do alla guer­ra dell’Urss con­tro l’aggressione nazi­sta, la “paci­fi­ca” restau­ra­zio­ne si fon­dò su diver­se deci­ne di milio­ni di mor­ti. E alla fine, sol­tan­to quan­do Sta­lin ebbe por­ta­to a ter­mi­ne il com­pi­to ini­zia­to dal­la bor­ghe­sia mon­dia­le, la restau­ra­zio­ne si inca­na­lò su bina­ri mol­to più “paci­fi­ci”.
E per­ciò, non fu solo la bor­ghe­sia inter­na­zio­na­le a non aver avu­to biso­gno di un col­po di sta­to vio­len­to per restau­ra­re il capi­ta­li­smo: la stes­sa buro­cra­zia sovie­ti­ca, per com­ple­ta­re la restau­ra­zio­ne, non ne ebbe biso­gno, dispo­nen­do allo sco­po di un regi­me dispo­ti­co, dit­ta­to­ria­le e san­gui­na­rio che da decen­ni ave­va schiac­cia­to la clas­se ope­ra­ia.
Ana­lo­go ragio­na­men­to va fat­to rispet­to alla Cina, il cui regi­me buro­cra­ti­co – sia nel­la ver­sio­ne maoi­sta che in quel­la den­ghi­sta – ha ripo­sa­to su una smi­su­ra­ta repres­sio­ne, una mon­ta­gna di cada­ve­ri e miglia­ia di dis­si­den­ti in car­ce­re e nei cam­pi di lavo­ro. Sva­ria­te fon­ti par­la­no di diver­se deci­ne di milio­ni di mor­ti solo nel perio­do di Mao. Ma anche l’epoca suc­ces­si­va, con l’affermarsi del­la fra­zio­ne rifor­ma­tri­ce di Deng su quel­la con­ser­va­tri­ce dei segua­ci di Mao, si è tra­sci­na­ta die­tro il suo tri­ste cari­co di can­cel­la­zio­ne di dirit­ti civi­li e poli­ti­ci e di mor­ti, di cui quel­li di Piaz­za Tia­nan­men rap­pre­sen­ta­no solo la pun­ta dell’iceberg.

Mao Zedong e il pre­si­den­te Usa Richard Nixon (1972)

E qui va affron­ta­ta quel­la che, in real­tà, è una con­trad­di­zio­ne solo appa­ren­te. La fra­zio­ne con­ser­va­tri­ce all’interno del­lo stes­so appa­ra­to buro­cra­ti­co (che for­mal­men­te si richia­ma­va a un mar­xi­smo più “orto­dos­so”) si è resa respon­sa­bi­le, in base ai pochi nume­ri che pos­sia­mo maneg­gia­re, di un cari­co repres­si­vo sen­za dub­bio più ecla­tan­te rispet­to a quel­la rifor­ma­tri­ce (che inve­ce ogget­ti­va­men­te pun­ta­va ad abban­do­na­re i prin­ci­pi del socia­li­smo per appro­da­re a un’economia di mer­ca­to). Dun­que, la “offen­si­va” del­la fra­zio­ne maoi­sta era “giu­sti­fi­ca­ta” dal­la neces­si­tà di difen­de­re la rivo­lu­zio­ne socia­li­sta? Dav­ve­ro era que­sto l’obiettivo del­la fra­zio­ne con­ser­va­tri­ce?

Il carat­te­re con­trad­dit­to­rio e non linea­re del pro­ces­so di restau­ra­zio­ne
In real­tà, il cor­so di gover­no del Pae­se da par­te di entram­be le fra­zio­ni si rive­la con­trad­dit­to­rio e nient’affatto linea­re, alter­nan­do misu­re cen­tra­li­ste ad altre aper­tu­ri­ste. E que­sta, sia pure con le pecu­lia­ri­tà dei tre prin­ci­pa­li Sta­ti ope­rai che han­no restau­ra­to il capi­ta­li­smo – Unio­ne Sovie­ti­ca, Cina e Cuba – appa­re esse­re sta­ta una costan­te del­la buro­cra­zia al pote­re: l’avvicendamento di prov­ve­di­men­ti diri­gi­sti, che sem­bra­no esse­re con­ce­pi­ti alla costru­zio­ne del socia­li­smo, ad altri che, con­trad­di­cen­do­li, van­no nel­la dire­zio­ne oppo­sta[18].
Del resto, pur sen­za ave­re avu­to la pos­si­bi­li­tà di assi­ste­re alla restau­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo, e tenen­do pre­sen­te la sola Unio­ne Sovie­ti­ca, lo stes­so Tro­tsky lo ave­va a più ripre­se pre­vi­sto:

«La pro­gno­si poli­ti­ca impli­ca un’alternativa: o la buro­cra­zia, dive­nen­do sem­pre più l’organo del­la bor­ghe­sia mon­dia­le nel­lo Sta­to ope­ra­io, rove­sce­rà le nuo­ve for­me di pro­prie­tà e tra­sci­ne­rà di nuo­vo il Pae­se nel capi­ta­li­smo; oppu­re la clas­se ope­ra­ia distrug­ge­rà la buro­cra­zia e apri­rà la stra­da al socia­li­smo»[19].

Con for­me, moda­li­tà e rit­mi del­le rispet­ti­ve dina­mi­che diver­si, in Urss, Cina e Cuba si è veri­fi­ca­ta la pri­ma del­le due ipo­te­si alter­na­ti­ve: è sta­ta la buro­cra­zia alla testa del­lo Sta­to a rove­scia­re le for­me socia­li­ste di pro­prie­tà e a restau­ra­re il capi­ta­li­smo, non già la vec­chia bor­ghe­sia che era sta­ta a suo tem­po espro­pria­ta. E per far­lo ha dovu­to tra­sfor­ma­re se stes­sa da casta buro­cra­ti­ca e paras­si­ta­ria in nuo­va bor­ghe­sia.
È anco­ra una vol­ta Tro­tsky a spie­gar­ci il feno­me­no:

«Ammet­tia­mo […] che né il par­ti­to rivo­lu­zio­na­rio, né il par­ti­to con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rio si impa­dro­ni­sca­no del pote­re. La buro­cra­zia resta alla testa del­lo Sta­to. Anche in que­ste con­di­zio­ni l’evoluzione dei rap­por­ti socia­li non si fer­ma. Non si può cer­to imma­gi­na­re che la buro­cra­zia abdi­chi in favo­re dell’eguaglianza socia­li­sta. Se essa ha … rite­nu­to pos­si­bi­le […] rista­bi­li­re i gra­di e le deco­ra­zio­ni, in segui­to dovrà ine­vi­ta­bil­men­te cer­ca­re un appog­gio nei rap­por­ti di pro­prie­tà. Si potreb­be obiet­ta­re che poco impor­ta­no ai gros­si fun­zio­na­ri le for­me di pro­prie­tà da cui rica­va­no i loro red­di­ti, ma sareb­be igno­ra­re il fat­to­re del­la pre­ca­rie­tà dei dirit­ti del­la buro­cra­zia e il pro­ble­ma del­la sua discen­den­za. Il recen­te cul­to del­la fami­glia sovie­ti­ca non cade dal cie­lo. I pri­vi­le­gi che non si pos­so­no tra­man­da­re ai figli per­do­no la metà del loro valo­re. Ma il dirit­to di lascia­re in ere­di­tà è inse­pa­ra­bi­le da quel­lo di pro­prie­tà. Non basta esse­re diret­to­re di un tru­st, biso­gna esser­ne azio­ni­sta. La vit­to­ria del­la buro­cra­zia in que­sto set­to­re deci­si­vo ne fareb­be una nuo­va clas­se pos­si­den­te»[20].

Tro­tsky ci dice, cioè, che i pri­vi­le­gi del­la casta buro­cra­ti­ca sono per loro natu­ra pre­ca­ri e che, per con­so­li­dar­si, deb­bo­no tra­sfor­mar­si in pri­vi­le­gi pro­prie­ta­ri. Così pure, chi li eser­ci­ta non può limi­tar­si ad esser­ne il gesto­re, ma deve diven­tar­ne il tito­la­re.
E dun­que, in man­can­za del­la rivo­lu­zio­ne poli­ti­ca che Tro­tsky auspi­ca­va per rove­scia­re la buro­cra­zia, que­sta si è muta­ta in bor­ghe­sia: sen­za quel­la rivo­lu­zio­ne poli­ti­ca, la buro­cra­zia si è man­te­nu­ta al pote­re (tutt’altro che “paci­fi­ca­men­te”), e, pro­prio per que­sto, la con­ti­nui­tà del regi­me buro­cra­ti­co si è risol­ta nel­la restau­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo.

La con­fer­ma del pro­no­sti­co di Tro­tsky
E anche que­sto, d’altro can­to, fu un pro­no­sti­co di Tro­tsky, avan­za­to il 25 set­tem­bre 1939, pochi gior­ni dopo l’inizio del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le e nient’affatto “inva­li­da­to”, ma anzi con­fer­ma­to dal cor­so del­la Sto­ria:

«È vero che ci aspet­ta­va­mo più il crol­lo del­lo Sta­to sovie­ti­co che la sua dege­ne­ra­zio­ne; per dir­la più esat­ta­men­te, non face­va­mo gran dif­fe­ren­za fra le due pos­si­bi­li­tà. Ma esse non si con­trad­di­co­no l’una con l’altra. La dege­ne­ra­zio­ne deve ine­lut­ta­bil­men­te fini­re, a un cer­to pun­to, in un crol­lo»[21].

È il ragio­na­men­to dei nostri con­trad­dit­to­ri, in con­clu­sio­ne, a rive­lar­si “inva­li­da­to”: un ragio­na­men­to, peral­tro, che attra­ver­sò l’intero movi­men­to tro­tski­sta e che lo stes­so Tro­tsky dovet­te affron­ta­re in nume­ro­si suoi scrit­ti, tra cui, oltre a quel­li cita­ti, quel­li rac­col­ti sot­to il tito­lo In dife­sa del mar­xi­smo.
Al con­tra­rio, e per quan­to det­to, Tro­tsky ave­va per­fet­ta­men­te ragio­ne nel soste­ne­re, sia che quel­lo che ana­liz­za­va era (anco­ra) uno Sta­to ope­ra­io (ben­ché dege­ne­ra­to), sia che la restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca sareb­be avve­nu­ta con la vio­len­za.
L’errore di chi ha revo­ca­to in dub­bio que­sta con­clu­sio­ne nel­la discus­sio­ne intrat­te­nu­ta con noi – che rite­nia­mo, da un pun­to di vista teo­ri­co, tan­to uti­le da aver­ne volu­to dare con­to qui – è l’errore che tan­ti nel movi­men­to tro­tski­sta han­no com­mes­so: e cioè quel­lo di cer­ca­re di adat­ta­re la real­tà del­la restau­ra­zio­ne al pro­no­sti­co di Tro­tsky (sen­za aver­lo com­pre­so); e, sic­co­me non ci riu­sci­va­no, alcu­ni han­no mes­so in dub­bio il pre­ce­den­te carat­te­re ope­ra­io del­lo Sta­to, men­tre altri han­no nega­to la real­tà del­la restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca.
Ormai, anche riguar­do alla Cina (così come rispet­to all’ex Unio­ne Sovie­ti­ca), la sini­stra rivo­lu­zio­na­ria sem­bra aver rag­giun­to una con­clu­sio­ne una­ni­me per quel che con­cer­ne la com­piu­tez­za del pro­ces­so di restau­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo. Solo spa­ru­ti e insi­gni­fi­can­ti grup­pet­ti vetero‑stalinisti la riten­go­no anco­ra uno Sta­to ope­ra­io. Ma il dibat­ti­to sul­le moda­li­tà, i tem­pi, le dina­mi­che e il carat­te­re di quel pro­ces­so è neces­sa­rio: pro­va ne sia la for­te diver­gen­za sul tema di Cuba, di cui abbia­mo dato con­to in altro arti­co­lo su que­sto stes­so sito[22].
La teo­ria, per i mar­xi­sti, è essen­zia­le. Chi, con un’alzata di spal­le, la ritie­ne uno ste­ri­le eser­ci­zio reto­ri­co o, peg­gio, un’arena in cui far pre­va­le­re nar­ci­si­sti­ca­men­te la pro­pria idea – come acca­de nel­le pic­co­le e inu­ti­li set­te ultra­si­ni­stre – non potrà mai gio­va­re alla cau­sa del socia­li­smo e del­la rivo­lu­zio­ne.


Note

[1] Un’analisi del gene­re è, per esem­pio, avan­za­ta da quel­la cor­ren­te inter­na­zio­na­le deno­mi­na­ta Fra­zio­ne Tro­tski­sta: “Tia­nan­men: la masa­cre que ocul­tó el gobier­no de Chi­na”.
[2] Un feno­me­no, con le dovu­te dif­fe­ren­ze, para­go­na­bi­le a quel­lo veri­fi­ca­to­si a Cuba, secon­do la tesi che abbia­mo soste­nu­to nell’articolo pub­bli­ca­to su que­sto stes­so sito, “Cuba: dal­la rivo­lu­zio­ne alla restau­ra­zio­ne”.
[3] Il sen­so del vir­go­let­ta­to si com­pren­de­rà nel pro­sie­guo del­la let­tu­ra.
[4] Soprat­tut­to con­si­de­ran­do che l’assassinio ad ope­ra di un sica­rio sta­li­ni­sta impe­dì a Tro­tsky di vede­re la Rivo­lu­zio­ne cine­se e il suo cor­so suc­ces­si­vo.
[5] L. Tro­tsky, “La Qua­triè­me Inter­na­tio­na­le et l’Urss. La natu­re de clas­se de l’État sovie­ti­que”, 1° otto­bre 1933, in Œuvres, vol. 2, EDI, 1978, pp. 243 e ss. La tra­du­zio­ne ita­lia­na che ripor­tia­mo d’ora in avan­ti nel testo è di P. Cascio­la, che ha pub­bli­ca­to il sag­gio nel n. 13 dei Qua­der­ni del Cen­tro stu­di Pie­tro Tres­so (1992) col tito­lo “La natu­ra di clas­se del­lo Sta­to sovie­ti­co”.
[6] Anche in que­sto caso, il vir­go­let­ta­to si ren­de neces­sa­rio per­ché, come cer­che­re­mo di spie­ga­re nel pro­sie­guo, qui si trat­ta­va di ipo­te­si, e non di “teo­rie”.
[7] A. Gram­sci, “La rivo­lu­zio­ne con­tro il «Capi­ta­le»”, in 2000 pagi­ne di Gram­sci, t. I, Casa edi­tri­ce Il Sag­gia­to­re, 1964, pp. 265 e ss.
[8] Non è qui pos­si­bi­le – e por­te­reb­be cer­ta­men­te fuo­ri tema – sof­fer­mar­si su quest’aspetto dell’elaborazione mar­xia­na. Riman­dia­mo, per chi voles­se appro­fon­di­re la que­stio­ne, alle ope­re di Marx ed Engels sul­la Rus­sia, e, in par­ti­co­la­re, al car­teg­gio fra Marx e Vera Zasu­lič, che gli ave­va scrit­to chie­den­do­gli di pro­nun­ciar­si sull’opinione di talu­ni “mar­xi­sti” secon­do i qua­li era neces­sa­rio che la for­ma arcai­ca del­la comu­ni­tà rura­le rus­sa doves­se esse­re distrut­ta per fare posto al capi­ta­li­smo: e cioè, gli chie­de­va se egli rite­nes­se fon­da­ta – come costo­ro affer­ma­va­no – la «teo­ria per cui è sto­ri­ca­men­te neces­sa­rio che ogni pae­se del mon­do attra­ver­si tut­te le fasi del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta» (Zasu­lič a Marx, 16 feb­bra­io 1881). Marx rispo­se (8 mar­zo 1881) che «l’analisi for­ni­ta nel Capi­ta­le non offre alcun argo­men­to, né a favo­re né con­tro la vita­li­tà del­la comu­ni­tà rura­le, ma la spe­cia­le ricer­ca che su que­sto tema ho con­dot­to […] mi ha con­vin­to che que­sta comu­ni­tà è il ful­cro del risve­glio socia­le del­la Rus­sia; non­di­me­no, affin­ché fun­zio­ni in que­sto modo si dovreb­be­ro pri­ma eli­mi­na­re le influen­ze distrut­ti­ve che la asse­dia­no da tut­ti i lati e quin­di assi­cu­ra­re le con­di­zio­ni nor­ma­li per un suo svi­lup­po spon­ta­neo». Tut­ta­via, la let­te­ra di rispo­sta di Marx fu pre­ce­du­ta da ben quat­tro ver­sio­ni, ela­bo­ra­te e rie­la­bo­ra­te, nel­la pri­ma del­le qua­li veni­va esclu­sa la neces­si­tà che la comu­ne rura­le doves­se subi­re «l’inevitabile dis­so­lu­zio­ne», e anzi veni­va ipo­tiz­za­to che essa potes­se «svi­lup­par­si diret­ta­men­te come ele­men­to di pro­du­zio­ne col­let­ti­va su sca­la nazio­na­le». Marx, in altri ter­mi­ni, pren­de­va posi­zio­ne con­tro le let­tu­re dog­ma­ti­che che veni­va­no fat­te del­le sue ana­li­si, cor­reg­gen­do la visio­ne “uni­li­nea­ri­sta” del­lo svi­lup­po sto­ri­co e spie­gan­do che la Rus­sia non ave­va dovu­to «subi­re una lun­ga incu­ba­zio­ne in sti­le occi­den­ta­le dell’industria mec­ca­ni­ca pri­ma di poter uti­liz­za­re mac­chi­na­ri, navi a vapo­re, fer­ro­vie, ecc.» e che ave­va anzi potu­to «intro­dur­re, in un bat­ter d’occhio, l’intero mec­ca­ni­smo di scam­bio (ban­che, socie­tà di cre­di­to, ecc.) che è sta­to il lavo­ro di seco­li in Occi­den­te». Ma que­sta “inter­pre­ta­zio­ne auten­ti­ca” del pen­sie­ro di Marx rima­se a lun­go sco­no­sciu­ta, per­ché sia la desti­na­ta­ria del­la rispo­sta di Marx, Vera Zasu­lič, sia Geor­gij Ple­cha­nov, a cui que­sta ne ave­va invia­to una copia, nega­ro­no a più ripre­se l’esistenza del­la let­te­ra, fin­ché fu David Rja­za­nov, il cura­to­re dell’Archivio Marx‑Engels, a tro­var­ne le boz­ze e a pub­bli­car­le nel 1924, insie­me alla ver­sio­ne defi­ni­ti­va del­la rispo­sta di Marx e a una sar­ca­sti­ca nota di accom­pa­gna­men­to sul­la “stra­na” sme­mo­ra­tez­za di Zasu­lič e Ple­cha­nov (D. Rja­za­nov, “The disco­ve­ry of the Draf­ts”, in T. Sha­nin, Late Marx and the Rus­sian Road. Marx and the “peri­phe­ries of capi­ta­li­sm”, Mon­thly Review Press, 1983, pp. 127 e ss.). E, a ben vede­re, è solo gra­zie a que­sta serie di cir­co­stan­ze che pos­sia­mo “per­do­na­re” a Gram­sci di ave­re scrit­to una cosa ine­sat­ta: per­ché la Rivo­lu­zio­ne rus­sa fu con­tro il capi­ta­le, ma non già con­tro Il Capi­ta­le!
[9] L. Tro­tsky, “La natu­ra di clas­se del­lo Sta­to sovie­ti­co”, (trad. P. Cascio­la), p. 2.
[10] Ivi, p. 12.
[11] Ivi, p. 14.
[12] L. Tro­tsky, La rivo­lu­zio­ne tra­di­ta, A.C. Edi­to­ria­le, 2000, p. 294.
[13] Y. Crai­peau, “Extrai­ts du con­tre-rap­port du cama­ra­de Crai­peau” al II Con­gres­so del Par­ti Ouvrier Inter­na­tio­na­li­ste (novem­bre 1937), in Qua­triè­me Inter­na­tio­na­le, n. spe­cia­le, giu­gno 1938, p. 82.
[14] L. Tro­tsky, “Enco­re une fois: l’Urss et sa défen­se”, 4 novem­bre 1937, in Qua­triè­me Inter­na­tio­na­le, cit., pp. 85 e ss.
[15] Ivi, pp. 86‑87.
[16] V. pre­ce­den­te nota 11.
[17] J.V. Sta­lin, “Discor­so del 1° ago­sto 1927 alla Ses­sio­ne ple­na­ria comu­ne del Comi­ta­to cen­tra­le e del­la Com­mis­sio­ne cen­tra­le di con­trol­lo del Pc(b) dell’Urss”, in Ope­re com­ple­te, vol. 10, Edi­zio­ni Rina­sci­ta, 1956, p. 64.
[18] Ricor­dia­mo, per quan­to riguar­da l’Urss, la “svol­ta a sini­stra” del­la cric­ca buro­cra­ti­ca sta­li­nia­na che, dopo aver respin­to le pro­po­ste eco­no­mi­che del­la “Oppo­si­zio­ne con­giun­ta del 1926” (indu­stria­liz­za­zio­ne pia­ni­fi­ca­ta, orga­niz­za­zio­ne dei con­ta­di­ni pove­ri in oppo­si­zio­ne ai kula­ki), agli ini­zi del 1929 adot­tò quel­le stes­se misu­re, natu­ral­men­te su di un pia­no pura­men­te ammi­ni­stra­ti­vo e con l’uso del­la for­za, met­ten­do in atto la “distru­zio­ne dei kula­ki in quan­to clas­se”, la col­let­ti­viz­za­zio­ne for­za­ta del­le cam­pa­gne e l’accelerazione del­lo svi­lup­po indu­stria­le. Anche il pro­ces­so di restau­ra­zio­ne capi­ta­li­sti­ca occor­so a Cuba non fu esen­te da que­sti andi­ri­vie­ni: dopo che, a par­ti­re dal­la metà degli anni 70, era­no sta­ti avvia­ti in alcu­ni set­to­ri dell’economia impor­tan­ti e con­cre­ti cam­bia­men­ti – carat­te­riz­za­ti dal­la decen­tra­liz­za­zio­ne del pro­ces­so deci­sio­na­le e dall’introduzione di mec­ca­ni­smi di mer­ca­to – che impli­ca­ro­no signi­fi­ca­ti­ve con­ces­sio­ni al capi­ta­li­smo e l’avvio del pro­ces­so di restau­ra­zio­ne (l’apertura del Mer­ca­do Libre Cam­pe­si­no [Mer­ca­to libe­ro con­ta­di­no], l’apertura del lavo­ro auto­no­mo in 48 set­to­ri di atti­vi­tà, il per­mes­so di assu­me­re dipen­den­ti da par­te di pic­co­li agri­col­to­ri e l’autorizzazione alla costru­zio­ne di abi­ta­zio­ni da par­te di impre­se edi­li pri­va­te), fu lo stes­so Fidel Castro nel 1986 ad assu­me­re l’iniziativa, attra­ver­so il c.d. Pro­ce­so de Rec­ti­fi­ca­ción, per limi­ta­re la pro­prie­tà e il mer­ca­to abo­len­do mol­te del­le misu­re fino ad allo­ra vara­te: con­trad­dit­to­ria­men­te, però, lascian­do inal­te­ra­ta la nor­ma­ti­va che favo­ri­va gli inve­sti­men­ti este­ri a Cuba (Decre­to Ley n. 50 del 15 feb­bra­io 1982), e cioè la pene­tra­zio­ne del capi­ta­le stra­nie­ro. Allo stes­so modo, la Cina maoi­sta, dopo aver aper­to nel 1956 a una libe­ra­liz­za­zio­ne rifor­mi­sta attra­ver­so la c.d. “Cam­pa­gna dei Cen­to Fio­ri”, tor­nò bru­tal­men­te sui suoi pas­si (55.000 arre­sti e un milio­ne di per­se­gui­ta­ti) quan­do si rese con­to che le aper­tu­re le era­no sfug­gi­te di mano e l’apparato buro­cra­ti­co sta­va per per­de­re il con­trol­lo del siste­ma. Dal can­to suo, il “rifor­ma­to­re” Deng ebbe un ruo­lo di pri­mo pia­no nell’ideare la repres­sio­ne che pose fine alla Cam­pa­gna dei Cen­to Fio­ri (con­ti­nuan­do a giu­sti­fi­car­la anche dopo la mor­te di Mao), e, pur aven­do in più occa­sio­ni subi­to l’epurazione dagli inca­ri­chi del par­ti­to a cau­sa del­le sue dif­fe­ren­ze con il “Gran­de Timo­nie­re”, una vol­ta tor­na­to in auge man­ten­ne sem­pre viva la con­trad­di­zio­ne fra prov­ve­di­men­ti di aper­tu­ra all’economia di mer­ca­to e pugno di fer­ro nel­la gestio­ne del siste­ma burocratico‑dittatoriale, fino a ren­der­si respon­sa­bi­le del­la car­ne­fi­ci­na del 1989 in Piaz­za Tia­nan­men. Quel che è cer­to è che la bru­ta­li­tà del­le for­ze di sicu­rez­za cine­si (e del­la repres­sio­ne) è rima­sta inal­te­ra­ta, sia sot­to la “orto­dos­sia” di Mao che sot­to il “rifor­mi­smo” di Deng. Insom­ma, in tut­ti e tre i più impor­tan­ti ex Sta­ti ope­rai, con le pecu­lia­ri­tà pro­prie di cia­scu­no dei Pae­si, il pro­ces­so di restau­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo si è com­piu­to tutt’altro che “paci­fi­ca­men­te” e ad ope­ra del­le stes­se buro­cra­zie al pote­re dopo le rivo­lu­zio­ni che lo ave­va­no rove­scia­to. E si è trat­ta­to, come det­to, di una dina­mi­ca nient’affatto linea­re, ma anzi intri­sa di con­trad­di­zio­ni. Ma in tut­ti e tre i casi la restau­ra­zio­ne è sta­ta por­ta­ta a ter­mi­ne da buro­cra­zie che dis­si­mu­la­va­no la pro­pria azio­ne con­tro­ri­vo­lu­zio­na­ria sven­to­lan­do la ban­die­ra del socia­li­smo, men­tre inve­ce avan­za­va­no ver­so il capi­ta­li­smo.
[19] L. Tro­tsky, Pro­gram­ma di tran­si­zio­ne, Mas­sa­ri edi­to­re, 2008, p. 118.
[20] L. Tro­tsky, La rivo­lu­zio­ne tra­di­ta, A.C. Edi­to­ria­le, 2000, p. 298.
[21] L. Tro­tsky, “L’Urss in guer­ra”, 25 set­tem­bre 1939, in In dife­sa del mar­xi­smo, Gio­va­ne Tal­pa, 2004, p. 29.
[22] V. pre­ce­den­te nota 2.