Assalto al cielo

Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Teoria

Marx, critico della democrazia

 

I nostri let­to­ri ricor­de­ran­no che già in pas­sa­to, su que­sto stes­so sito, ci sia­mo inte­res­sa­ti al tema del­la “redi­stri­bu­zio­ne del­la ric­chez­za”, che è tut­to­ra il caval­lo di bat­ta­glia del rifor­mi­smo pic­co­lo-bor­ghe­se, nono­stan­te Marx lo abbia affron­ta­to e teo­ri­ca­men­te “demo­li­to” qua­si centocinquant’anni fa. Eppu­re, ancor oggi esso vie­ne ripre­so, ripro­po­sto e nuo­va­men­te decli­na­to dal­la sini­stra rifor­mi­sta, che in tal modo osta­co­la la for­ma­zio­ne nei lavo­ra­to­ri di una coscien­za di clas­se fon­da­ta sull’autonomia dal­lo Sta­to e dal­le isti­tu­zio­ni bor­ghe­si.
Com­pi­to dei rivo­lu­zio­na­ri, inve­ce, soprat­tut­to in una fase di arre­tra­men­to del­la coscien­za, è distrug­ge­re la fidu­cia che nel­lo Sta­to e nel­le sue isti­tu­zio­ni la clas­se lavo­ra­tri­ce ripo­ne: com­pi­to, que­sto, che deve esse­re affron­ta­to a par­ti­re  dal­la riap­pro­pria­zio­ne del­la rifles­sio­ne teo­ri­ca.
Il sag­gio che pre­sen­tia­mo tra­dot­to in ita­lia­no – dopo quel­lo, del­lo stes­so auto­re, sul­la cri­ti­ca del­lo Sta­to – si foca­liz­za sul­la cri­ti­ca del­la demo­cra­zia bor­ghe­se e costi­tui­sce un uti­le tas­sel­lo di quel­la stes­sa neces­sa­ria rifles­sio­ne teo­ri­ca.
Buo­na let­tu­ra.
La reda­zio­ne

Marx, critico della democrazia

 

Ariel Mayo [*]

 

«Ogni pas­so del movi­men­to rea­le
è più impor­tan­te di una doz­zi­na di pro­gram­mi»
(K. Marx, let­te­ra a Wilhelm Brac­ke, 5/5/1875)

 

A mo’ di pre­fa­zio­ne
Karl Marx (1818–1883) ripre­se nei suoi lavo­ri degli anni dopo il 1870 diver­si pro­ble­mi affron­ta­ti nei pri­mi anni del­la sua pro­du­zio­ne intel­let­tua­le, soprat­tut­to quel­li riguar­dan­ti gli aspet­ti poli­ti­ci del­la domi­na­zio­ne capi­ta­li­sta, e i pro­ble­mi del­lo Sta­to e del­la rivo­lu­zio­ne. Così, La guer­ra civi­le in Fran­cia (1871) può esse­re con­si­de­ra­ta come la cri­ti­ca del­lo Sta­to[1], men­tre la Cri­ti­ca del Pro­gram­ma di Gotha (1875) rap­pre­sen­ta la cri­ti­ca del­la demo­cra­zia.
I lavo­ri appe­na cita­ti han­no in comu­ne l’essere il pro­dot­to del­la lot­ta dei lavo­ra­to­ri. In altri ter­mi­ni, Marx affron­ta i pro­ble­mi del­lo Sta­to e del­la demo­cra­zia a par­ti­re dall’esperienza del­la clas­se ope­ra­ia. La sua pre­oc­cu­pa­zio­ne è, innan­zi­tut­to, la pra­ti­ca.
La Comu­ne di Pari­gi (marzo‑maggio 1871), alla cui ana­li­si è dedi­ca­ta l’opera La guer­ra civi­le in Fran­cia, fu la pri­ma espe­rien­za di pre­sa del pote­re da par­te dei lavo­ra­to­ri e dei set­to­ri popo­la­ri, e pose bru­sca­men­te il seguen­te pro­ble­ma: che dovreb­be fare del­lo Sta­to una rivo­lu­zio­ne vit­to­rio­sa?
Lo svi­lup­po del Par­ti­to socia­li­sta in Ger­ma­nia, le cui ori­gi­ni risal­go­no al decen­nio del 1860 e che nel 1875 ver­sa­va in un pro­ces­so di uni­fi­ca­zio­ne, pose Marx di fron­te ai pro­ble­mi del­la poli­ti­ca pra­ti­ca e, spe­cial­men­te, del­la demo­cra­zia[2]. In altre paro­le, qua­li era­no i com­pi­ti dell’organizzazione poli­ti­ca rivo­lu­zio­na­ria in un con­te­sto di demo­cra­zia? Come agi­re in un qua­dro di lega­li­tà? Che fare del­la demo­cra­zia (bor­ghe­se)?
Non che Marx non aves­se in pre­ce­den­za affron­ta­to i pro­ble­mi pra­ti­ci del­la poli­ti­ca. Il suo ope­ra­to duran­te la Rivo­lu­zio­ne tede­sca del 1848‑1849 e, soprat­tut­to, la sua atti­vi­tà dal 1864 nell’Associazione Inter­na­zio­na­le dei Lavo­ra­to­ri (la Pri­ma Inter­na­zio­na­le) indi­ca­no che non era un neo­fi­ta del­la poli­ti­ca. Ma lo svi­lup­po del movi­men­to ope­ra­io euro­peo, il sal­to qua­li­ta­ti­vo rap­pre­sen­ta­to dal­la Comu­ne e la cre­sci­ta dei par­ti­ti socia­li­sti, la pro­gres­si­va lega­liz­za­zio­ne dei sin­da­ca­ti, l’estensione del suf­fra­gio uni­ver­sa­le, ecc., pro­dus­se­ro nume­ro­si nuo­vi pro­ble­mi per i qua­li non basta­va­no le vec­chie rispo­ste.
I testi degli anni 70 del XIX seco­lo mostra­no l’interazione fra le lot­te del­la clas­se ope­ra­ia e lo svi­lup­po del­la teo­ria mar­xi­sta, così come anche la revi­sio­ne costan­te del­la teo­ria da par­te di un Marx atten­to ai cam­bia­men­ti socia­li. L’espressione «tut­to ciò che è isti­tui­to, tut­to ciò che sta in pie­di eva­po­ra», conia­ta da Marx ed Engels per il Mani­fe­sto comu­ni­sta (1848), con­ser­va pie­na vali­di­tà nel momen­to di ana­liz­za­re le rispo­ste di Marx ai nuo­vi pro­ble­mi del­la clas­se ope­ra­ia.
Ma ope­re come La guer­ra civi­le in Fran­cia e Cri­ti­ca del Pro­gram­ma di Gotha han­no impor­tan­za anche da una pro­spet­ti­va attua­le. In que­sti lavo­ri ven­go­no discus­si lo Sta­to e la demo­cra­zia. E pro­prio lo sta­ta­li­smo e il cul­to del­la demo­cra­zia (bor­ghe­se) sono ampia­men­te dif­fu­si nel­le file del­le orga­niz­za­zio­ni del­la sini­stra, al pun­to che si può affer­ma­re, sia pure con un po’ di esa­ge­ra­zio­ne, che costi­tui­sco­no una sor­ta di pen­sie­ro ege­mo­ni­co che ha rim­piaz­za­to il mar­xi­smo. Marx non può offrir­ci nes­su­na rispo­sta ai pro­ble­mi attua­li, però pos­sia­mo tro­va­re nel­la let­tu­ra dei suoi testi una pro­spet­ti­va dif­fe­ren­te per affron­ta­re que­sti pro­ble­mi. In altri ter­mi­ni, con­tri­bui­sce affin­ché pos­sia­mo for­mu­la­re doman­de diver­se; e, mol­te vol­te, cam­bia­re la doman­da rap­pre­sen­ta l’inizio del­la solu­zio­ne.


La Cri­ti­ca del Pro­gram­ma di Gotha e la cri­ti­ca del­la demo­cra­zia (bor­ghe­se)
Esi­sto­no mol­ti pos­si­bi­li modi di leg­ge­re un’opera. Ognu­na di que­ste let­tu­re è arbi­tra­ria, nel sen­so che si rea­liz­za in fun­zio­ne degli inte­res­si spe­ci­fi­ci del let­to­re. In que­sto caso, abbia­mo opta­to per leg­ge­re la Cri­ti­ca del Pro­gram­ma di Gotha con­si­de­ran­do­la come una cri­ti­ca dei gran­di luo­ghi comu­ni del­la demo­cra­zia bor­ghe­se, a par­ti­re dal con­cet­to di ugua­glian­za.
La pre­oc­cu­pa­zio­ne per la demo­cra­zia fu una costan­te nel­la pro­du­zio­ne di Marx. Nei suoi scrit­ti sul­la Rivo­lu­zio­ne fran­ce­se del 1848, Marx segna­lò che la demo­cra­zia era la for­ma miglio­re di domi­na­zio­ne del­la bor­ghe­sia. Ne Il Capi­ta­le (1867), svi­lup­pò le nozio­ni di rei­fi­ca­zio­ne del­le rela­zio­ni socia­li capi­ta­li­ste e di coer­ci­zio­ne eco­no­mi­ca. I capi­ta­li­sti sono pro­prie­ta­ri dei mez­zi di pro­du­zio­ne. In vir­tù di que­sta pro­prie­tà, essi con­trol­la­no il pro­ces­so di lavo­ro, l’istanza in cui si pro­du­co­no i beni che sod­di­sfa­no i biso­gni dei mem­bri del­la socie­tà.
I lavo­ra­to­ri, inve­ce, pos­sie­do­no solo la loro forza‑lavoro (i loro sape­ri e le abi­li­tà per lavo­ra­re); per­tan­to, si vedo­no costret­ti a ven­der­si sul mer­ca­to come sala­ria­ti, poi­ché sol­tan­to così pos­so­no acce­de­re ai mez­zi di cui han­no biso­gno per vive­re. Il lavo­ra­to­re va a lavo­ra­re per coer­ci­zio­ne eco­no­mi­ca (ha biso­gno del sala­rio per com­pra­re le mer­ci che gli ser­vo­no per soprav­vi­ve­re); non ser­ve la pre­sen­za di un capo­ra­le che a fru­sta­te lo fac­cia alza­re dal let­to per recar­si al lavo­ro.
In poche paro­le, i capi­ta­li­sti non deb­bo­no per for­za esse­re pro­prie­ta­ri del­lo Sta­to, dato che essi sono pro­prie­ta­ri dei mez­zi di pro­du­zio­ne. Da qui deri­va la scis­sio­ne tra Sta­to e socie­tà civi­le, descrit­ta in “La que­stio­ne ebrai­ca” (1844), carat­te­ri­sti­ca del­la socie­tà bor­ghe­se. Ciò per­met­te la rela­ti­va auto­no­mia del­lo Sta­to, che appa­re come il rap­pre­sen­tan­te di tut­ta la socie­tà, il difen­so­re del “bene comu­ne”, ecc., e non già come lo stru­men­to che assi­cu­ra la domi­na­zio­ne del­la clas­se capi­ta­li­sta. Una del­le con­di­zio­ni affin­ché lo Sta­to assu­ma quest’apparenza è la dif­fu­sio­ne dell’ideologia dell’uguaglianza, che si espan­de con lo svi­lup­po del­la pro­du­zio­ne mer­can­ti­le. Quest’ideologia si pla­smò nel dirit­to e si espres­se nell’istruzione “ugua­le per tut­ti”.
L’insieme di que­sti aspet­ti model­la la for­mi­da­bi­le strut­tu­ra di domi­nio che è la demo­cra­zia. Sen­za que­sto per­cor­so, che Marx rea­liz­zò duran­te decen­ni di inda­gi­ne e stu­dio del capi­ta­li­smo, e che nel­la Cri­ti­ca del Pro­gram­ma di Gotha appa­re pla­sma­to come una cri­ti­ca degli ele­men­ti cen­tra­li del­la demo­cra­zia, risul­ta impos­si­bi­le com­pren­de­re l’egemonia bor­ghe­se.

La cri­ti­ca dell’uguaglianza
Uno degli aspet­ti fon­da­men­ta­li del­la Cri­ti­ca del Pro­gram­ma di Gotha è rife­ri­to alla discus­sio­ne del­la paro­la d’ordine del­la “distri­bu­zio­ne equi­ta­ti­va del frut­to del lavo­ro”[3], intro­dot­ta nel pro­gram­ma dai soste­ni­to­ri di Fer­di­nand Las­sal­le (1825‑1864). Marx cri­ti­ca l’inserimento del­la paro­la d’ordine da due pro­spet­ti­ve dif­fe­ren­ti ma com­ple­men­ta­ri.

Dise­gno com­me­mo­ra­ti­vo del Con­gres­so di Gotha (al cen­tro, Marx e Las­sal­le)

Da un lato, la scien­za eco­no­mi­ca dimo­stra che è impos­si­bi­le la distri­bu­zio­ne di tut­to il “frut­to del lavo­ro”, poi­ché ciò impe­di­reb­be di riav­via­re il suc­ces­si­vo ciclo pro­dut­ti­vo e con­dan­ne­reb­be alla mor­te per fame tut­ti i mem­bri del­la socie­tà. Pri­ma di effet­tua­re la distri­bu­zio­ne, occor­re infat­ti ope­ra­re alcu­ne detra­zio­ni dal pro­dot­to del lavo­ro, e cioè: 1) rein­te­gra­zio­ne dei mez­zi di pro­du­zio­ne con­su­ma­ti duran­te il ciclo pro­dut­ti­vo; 2) una par­te sup­ple­men­ta­re per amplia­re la pro­du­zio­ne; 3) un fon­do di riser­va o di assi­cu­ra­zio­ni con­tro infor­tu­ni e dan­ni cau­sa­ti da avve­ni­men­ti natu­ra­li. Que­ste detra­zio­ni discen­do­no diret­ta­men­te dal­la neces­si­tà eco­no­mi­ca. Una vol­ta che esse sia­no sta­te ope­ra­te, resta­no, del pro­dot­to gene­ra­to nel ciclo pro­dut­ti­vo, i beni di con­su­mo. Tut­ta­via, non è pos­si­bi­le pro­ce­de­re alla distri­bu­zio­ne indi­vi­dua­le, poi­ché pri­ma di rea­liz­zar­la è neces­sa­rio com­pie­re altre detra­zio­ni: 4) le spe­se gene­ra­li di ammi­ni­stra­zio­ne; 5) le neces­si­tà col­let­ti­ve (scuo­le, ospe­da­li, ecc.); 6) un fon­do per gli ina­bi­li al lavo­ro.
Una vol­ta effet­tua­te le detra­zio­ni appe­na cita­te, è pos­si­bi­le met­te­re in atto la distri­bu­zio­ne indi­vi­dua­le. A que­sto pun­to Marx intro­du­ce un’altra pro­spet­ti­va, pas­san­do a discu­te­re il con­cet­to di ugua­glian­za, uno dei pila­stri dell’ideologia capi­ta­li­sta.
È neces­sa­rio fare una digres­sio­ne pri­ma di esa­mi­na­re la que­stio­ne prin­ci­pa­le. La pro­du­zio­ne di mer­ci richie­de l’uguaglianza: in altre paro­le, lo scam­bio di mer­ci è scam­bio di equi­va­len­ti. Cosa signi­fi­ca que­sto? Vuol dire che le mer­ci più diver­se (ad esem­pio, com­pu­ter e car­ta igie­ni­ca), pro­dot­te a loro vol­ta attra­ver­so i lavo­ri più diver­si, sono rese ugua­li in quan­to pro­dot­to del lavo­ro uma­no astrat­to, in cui spa­ri­sco­no le carat­te­ri­sti­che spe­ci­fi­che di ogni mestie­re e vie­ne con­ser­va­ta sol­tan­to la qua­li­tà dell’essere la risul­tan­te dell’impiego di for­za uma­na indif­fe­ren­zia­ta, la cui misu­ra è il tem­po di lavo­ro. Tut­te le qua­li­tà uma­ne (che si con­cre­ta­no nel­la fab­bri­ca­zio­ne di un pro­dot­to deter­mi­na­to) sono ridot­te a tem­po di lavo­ro. Le dif­fe­ren­ze tra gli indi­vi­dui (gusti, pre­fe­ren­ze, ecc.) sono egua­glia­te; le mer­ci ammet­to­no solo una dif­fe­ren­za tra loro: la quan­ti­tà di tem­po di lavo­ro che richie­de la loro pro­du­zio­ne. Il con­cet­to di ugua­glian­za accom­pa­gna, dun­que, lo svi­lup­po del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­ca.
L’uguaglianza, ori­gi­na­ta nell’ambito del­la pro­du­zio­ne mer­can­ti­le, è un ele­men­to fon­da­men­ta­le dell’ideologia bor­ghe­se e costi­tui­sce una del­le risor­se più effi­ca­ci per il man­te­ni­men­to del­la domi­na­zio­ne dei capi­ta­li­sti. Un siste­ma la cui nor­ma dichia­ra­ta è l’uguaglianza sem­bra esse­re incom­pa­ti­bi­le con lo sfrut­ta­men­to dei lavo­ra­to­ri. Di qui l’importanza del­la cri­ti­ca di Marx alla paro­la d’ordine del­la distri­bu­zio­ne del “frut­to del lavo­ro”. Non si trat­ta di una discus­sio­ne sto­ri­ca sopra una o un’altra posi­zio­ne dei socia­li­sti tede­schi nel 1875 (ben­ché il testo pos­sa esse­re comun­que let­to in tale otti­ca). Sen­za pro­por­se­lo, Marx sta dibat­ten­do una que­stio­ne di pre­men­te attua­li­tà: come affron­ta­re l’ideologia bor­ghe­se?
Come abbia­mo in pre­ce­den­za indi­ca­to, il con­cet­to di ugua­glian­za è alla base dell’ideologia demo­cra­ti­ca, e quest’ultima fa par­te dell’ideologia bor­ghe­se. A que­sto pun­to, è neces­sa­rio avver­ti­re che, nel­la Cri­ti­ca del Pro­gram­ma di Gotha, Marx affron­ta il tema dell’uguaglianza rife­ren­do­si a una socie­tà post‑rivoluzionaria, quan­do la bor­ghe­sia sarà già sta­ta rove­scia­ta. In que­sto tipo di orga­niz­za­zio­ne socia­le, la distri­bu­zio­ne dei beni per il con­su­mo con­ti­nua ad esse­re effet­tua­ta secon­do le rego­le del dirit­to bor­ghe­se. Ogni per­so­na rice­ve una retri­bu­zio­ne ugua­le al lavo­ro appor­ta­to alla socie­tà. Chi più lavo­ra, più rice­ve. Tut­to sem­bra anda­re bene, poi­ché vige il prin­ci­pio di ugua­glian­za.
Tut­ta­via, l’uguaglianza si tra­sfor­ma in disu­gua­glian­za. Ad esem­pio, A e B sono lavo­ra­to­ri, entram­bi appor­ta­no la stes­sa quan­ti­tà di lavo­ro alla socie­tà e rice­vo­no per il loro lavo­ro una remu­ne­ra­zio­ne ugua­le al pro­dot­to rea­liz­za­to da cia­scu­no. Però A non ha figli, men­tre B ha due figli. L’uguale dirit­to asse­gna ad entram­bi la stes­sa remu­ne­ra­zio­ne, ma A fini­sce per gua­da­gnar­ci per­ché non ha fami­glia, men­tre B deve sud­di­vi­de­re fra i mem­bri del suo grup­po fami­lia­re la retri­bu­zio­ne otte­nu­ta. Il dirit­to bor­ghe­se, il cui nucleo è l’uguaglianza giu­ri­di­ca del­le per­so­ne, elu­de un fat­to fon­da­men­ta­le: gli esse­ri uma­ni sono disu­gua­li per natu­ra. In altri ter­mi­ni, gli esse­ri uma­ni han­no dif­fe­ren­ti gusti, abi­li­tà, pre­fe­ren­ze, ecc.; le per­so­ne par­to­no da posi­zio­ni socia­li diver­se (alcu­ni sono impren­di­to­ri, altri non han­no gli occhi per pian­ge­re). Ciò non sem­bra esse­re con­tem­pla­to nel dirit­to bor­ghe­se, per­ché la sua nor­ma è la stan­dar­diz­za­zio­ne degli esse­ri uma­ni, così come si veri­fi­ca con il mer­ca­to.
Per­tan­to, la socie­tà post‑rivoluzionaria con­ti­nua a per­pe­tua­re for­me di dise­gua­glian­za. Come sostie­ne Marx:

«Sup­po­sti ugua­li il ren­di­men­to e quin­di la par­te­ci­pa­zio­ne al fon­do di con­su­mo socia­le, l’uno rice­ve dun­que più dell’altro, l’uno è più ric­co dell’altro e così via. Per evi­ta­re tut­ti que­sti incon­ve­nien­ti, il dirit­to, inve­ce di esse­re ugua­le, dovreb­be esse­re disu­gua­le» (p. 90).

Il dirit­to bor­ghe­se e la demo­cra­zia si basa­no sul prin­ci­pio di ugua­glian­za; in tal modo, rati­fi­ca­no la disu­gua­glian­za esi­sten­te e, con­tem­po­ra­nea­men­te, la legit­ti­ma­no sot­to l’ombrello “ugua­li­ta­rio”. Le affer­ma­zio­ni di Marx sul dirit­to nel­la socie­tà post‑capitalista assu­mo­no mag­gio­re vali­di­tà se rife­ri­te alla socie­tà capi­ta­li­sta. Difen­de­re l’uguaglianza e la demo­cra­zia signi­fi­ca, para­dos­sal­men­te, difen­de­re la domi­na­zio­ne del­la bor­ghe­sia. A ciò con­du­ce l’accettazione acri­ti­ca dei pila­stri del­la demo­cra­zia bor­ghe­se.
Per­tan­to, l’uguaglianza nel­la distri­bu­zio­ne del “frut­to del lavo­ro” occul­ta la per­si­sten­za del­la disu­gua­glian­za nell’accesso ai pro­dot­ti del lavo­ro. Anzi, per­si­sten­do que­sta situa­zio­ne, si pro­dur­rà un’accumulazione disu­gua­le di beni. E tut­to que­sto nel­le con­di­zio­ni del­la pie­na vali­di­tà dell’uguaglianza. Di con­se­guen­za, il dirit­to bor­ghe­se più ugua­li­ta­rio è un dirit­to che legit­ti­ma la disu­gua­glian­za ine­ren­te al capi­ta­li­smo. La pro­prie­tà pri­va­ta dei mez­zi di pro­du­zio­ne fa sì che le per­so­ne sia­no disu­gua­li fin dall’inizio, e l’uguaglianza giu­ri­di­ca non fa altro che raf­for­za­re la disu­gua­glian­za ini­zia­le.
Marx giun­ge qui al nucleo del­la sua cri­ti­ca alla demo­cra­zia. I difen­so­ri dell’ideologia demo­cra­ti­ca, per­si­no i più con­se­guen­ti, si limi­ta­no a modi­fi­ca­re la distri­bu­zio­ne dei pro­dot­ti, sen­za però toc­ca­re la pro­prie­tà pri­va­ta dei mez­zi di pro­du­zio­ne. Per essi si trat­ta di distri­bui­re più equa­men­te quan­to pro­dot­to, di far sì che nes­su­no muo­ia di fame, che tut­ti pos­sa­no acce­de­re alla scuo­la dell’obbligo, a quel­la supe­rio­re, all’università; che tut­ti pos­sa­no ave­re acces­so alla sani­tà pub­bli­ca, e così via. Ma la pro­prie­tà non si toc­ca. Marx descri­ve que­sta con­ce­zio­ne nel para­gra­fo che segue:

«La ripar­ti­zio­ne dei mez­zi di con­su­mo è in ogni caso sol­tan­to con­se­guen­za del­la ripar­ti­zio­ne dei mez­zi di pro­du­zio­ne. Ma quest’ultima ripar­ti­zio­ne è un carat­te­re del modo stes­so di pro­du­zio­ne. Il modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co, per esem­pio, pog­gia sul fat­to che le con­di­zio­ni mate­ria­li del­la pro­du­zio­ne sono a dispo­si­zio­ne dei non ope­rai sot­to for­ma di pro­prie­tà del capi­ta­le e pro­prie­tà del­la ter­ra, men­tre la mas­sa è sol­tan­to pro­prie­ta­ria del­la con­di­zio­ne per­so­na­le del­la pro­du­zio­ne, del­la forza‑lavoro. Essen­do gli ele­men­ti del­la pro­du­zio­ne così ripar­ti­ti, ne deri­va da sé l’odierna ripar­ti­zio­ne dei mez­zi di con­su­mo. Se i mez­zi di pro­du­zio­ne mate­ria­li sono pro­prie­tà col­let­ti­va degli ope­rai, ne deri­va ugual­men­te una ripar­ti­zio­ne dei mez­zi di con­su­mo diver­sa dall’attuale. Il socia­li­smo vol­ga­re ha pre­so dagli eco­no­mi­sti bor­ghe­si (e a sua vol­ta da lui una par­te del­la demo­cra­zia), l’abitudine di con­si­de­ra­re e trat­ta­re la distri­bu­zio­ne come indi­pen­den­te dal modo di pro­du­zio­ne, e per­ciò di rap­pre­sen­ta­re il socia­li­smo come qual­co­sa che si aggi­ri prin­ci­pal­men­te attor­no alla distri­bu­zio­ne» (p. 91).

La demo­cra­zia è impo­ten­te di fron­te al capi­ta­li­smo per­ché non col­pi­sce la base di que­sto modo di pro­du­zio­ne, la pro­prie­tà pri­va­ta dei mez­zi di pro­du­zio­ne.
In tal modo, l’uguaglianza e il dirit­to che la pro­cla­ma non sono la stra­da per la libe­ra­zio­ne dal­lo sfrut­ta­men­to capi­ta­li­sta. Al con­tra­rio, l’organizzazione rivo­lu­zio­na­ria è obbli­ga­ta a mostra­re con­ti­nua­men­te il nes­so tra que­sto dirit­to e quest’uguaglianza con la domi­na­zio­ne del­la bor­ghe­sia. Solo così la clas­se lavo­ra­tri­ce può svi­lup­pa­re una coscien­za poli­ti­ca auto­no­ma, capa­ce di supe­ra­re la trap­po­la del­la demo­cra­zia bor­ghe­se.

L’istruzione sta­ta­le[4]
L’atteggiamento di Marx rispet­to all’istruzione a cari­co del­lo Sta­to è un esem­pio di quan­to appe­na espo­sto. La demo­cra­zia bor­ghe­se pro­po­ne un’istruzione basa­ta sul prin­ci­pio di ugua­glian­za e a cari­co del­lo Sta­to. Ma non sol­le­va il pro­ble­ma dell’abolizione del­la pro­prie­tà pri­va­ta che costi­tui­sce la pre­con­di­zio­ne di quest’istruzione. Per­tan­to, non fa altro che ripro­dur­re in ogni stu­den­te che esce dal siste­ma edu­ca­ti­vo le con­di­zio­ni socia­li dei suoi geni­to­ri; in altre paro­le, ripro­du­ce i pre­sup­po­sti del­la socie­tà esi­sten­te. Inol­tre, si trat­ta di istru­zio­ne sta­ta­le. Ciò signi­fi­ca che è ema­na­zio­ne del­lo Sta­to, che è un orga­no di domi­na­zio­ne e oppres­sio­ne. Il par­ti­to socia­li­sta non può aval­la­re un’istruzione che pon­ga i ragaz­zi nel­le mani del­lo Sta­to; è obbli­ga­to a mostra­re con­ti­nua­men­te i limi­ti di quest’istruzione, che altro non sono se non l’espressione in un ambi­to spe­ci­fi­co – quel­lo edu­ca­ti­vo – del­le limi­ta­zio­ni impli­ci­te di ogni poli­ti­ca bor­ghe­se.
Il pas­sag­gio seguen­te non ha biso­gno di par­ti­co­la­ri com­men­ti:

«Fis­sa­re con una leg­ge gene­ra­le i mez­zi del­le scuo­le popo­la­ri, la qua­li­fi­ca del per­so­na­le inse­gnan­te, i rami d’insegnamento, ecc., e, come acca­de negli Sta­ti Uni­ti, sor­ve­glia­re per mez­zo di ispet­to­ri del­lo Sta­to l’adempimento di que­ste pre­scri­zio­ni lega­li, è qual­co­sa di affat­to diver­so dal nomi­na­re lo Sta­to edu­ca­to­re del popo­lo! Piut­to­sto si deb­bo­no ugual­men­te esclu­de­re gover­no e Chie­sa da ogni influen­za sul­la scuo­la» (p. 99: il gras­set­to è mio).

Marx difen­de, di fron­te alla timi­dez­za rispet­to alla demo­cra­zia e lo Sta­to, le ini­zia­ti­ve auto­no­me del­la clas­se ope­ra­ia. Così, per esem­pio, rife­ren­do­si alle coo­pe­ra­ti­ve, scri­ve:

«Per ciò che riguar­da le odier­ne socie­tà coo­pe­ra­ti­ve, esse han­no un valo­re sol­tan­to in quan­to sono crea­zio­ni ope­ra­ie indi­pen­den­ti, non pro­tet­te né dai gover­ni né dai bor­ghe­si» (p. 96).

Ben lun­gi dal cer­ca­re il soste­gno sta­ta­le per l’azione dei lavo­ra­to­ri, Marx indi­ca che l’accettazione di tale soste­gno sup­po­ne la subor­di­na­zio­ne allo Sta­to. E lo Sta­to non è il rap­pre­sen­tan­te di “tut­ti”, ben­sì l’organo di domi­na­zio­ne poli­ti­ca sui lavo­ra­to­ri.

A mo’ di con­clu­sio­ne
Marx pro­po­ne, rispet­to alla demo­cra­zia, lo svi­lup­po del­la lot­ta ideo­lo­gi­ca e la dife­sa dell’iniziativa auto­no­ma dei lavo­ra­to­ri. È neces­sa­rio com­pren­de­re e difen­de­re l’idea che la demo­cra­zia bor­ghe­se è uno stru­men­to di domi­na­zio­ne e non cer­to di libe­ra­zio­ne. Vota­re e amplia­re l’uguaglianza giu­ri­di­ca non modi­fi­ca di una vir­go­la la domi­na­zio­ne capi­ta­li­sta. Al con­tra­rio, pro­cla­man­do l’uguaglianza come prin­ci­pio del­la socie­tà bor­ghe­se (e pla­sman­do­lo in for­ma di misu­re che sono con­cre­te, non pura­men­te ideo­lo­gi­che), la demo­cra­zia offu­sca e sfu­ma l’oppressione e lo sfrut­ta­men­to. Di fron­te a una cri­si capi­ta­li­sti­ca, le ele­zio­ni appa­io­no alla stra­gran­de mag­gio­ran­za dell’elettorato come la solu­zio­ne poli­ti­ca del­le cri­si. Nien­te disor­di­ni e rivo­lu­zio­ni.
Noi, mili­tan­ti del XXI seco­lo, dob­bia­mo rico­no­sce­re due que­stio­ni: a) che la bor­ghe­sia può fare con­ces­sio­ni per­ché il capi­ta­li­smo non è esau­ri­to; b) che la demo­cra­zia capi­ta­li­sta è sta­ta capa­ce di costrui­re socie­tà più ugua­li­ta­rie, sia nei Pae­si cen­tra­li che nel­la peri­fe­ria del mon­do. Sen­za que­sta pre­sa di coscien­za è impos­si­bi­le la cri­ti­ca alla demo­cra­zia[5]. E sen­za cri­ti­ca del­la demo­cra­zia è impos­si­bi­le la rivo­lu­zio­ne.
La cri­ti­ca del­la demo­cra­zia e del­lo Sta­to svol­ge un ruo­lo simi­le – e inte­gra – la cri­ti­ca dell’economia poli­ti­ca avvia­ta ne Il Capi­ta­le (1867). In que­sto sen­so, dun­que, gli scrit­ti poli­ti­ci del decen­nio del 1870 avan­za­no una pro­spet­ti­va più ampia del­la mera cri­ti­ca “eco­no­mi­ca” del capi­ta­li­smo.

Par­que Avel­la­ne­da, 4 feb­bra­io 2020.

Nota biblio­gra­fi­ca
Per la reda­zio­ne di que­sto sag­gio ho uti­liz­za­to la tra­du­zio­ne spa­gno­la del­le Glos­se mar­gi­na­li al Pro­gram­ma del Par­ti­to ope­ra­io tede­sco (Pro­gram­ma di Gotha), com­pre­sa in Chi­vi­ló Vil­lar, Matías, comp., Pro­gra­mas del movi­mien­to obre­ro y socia­li­sta, Bue­nos Aires, Argen­ti­na, Rum­bos, 2013, pp. 85‑100.


Note

[1] V., in pro­po­si­to, il sag­gio “Marx con­tro lo Sta­to”, pub­bli­ca­to il 24 gen­na­io 2020 sul blog “Mise­ria del­la Socio­lo­gia”.
[2] La Ger­ma­nia del 1875 era mol­to lon­ta­na dall’essere uno Sta­to demo­cra­ti­co. Nel­la Cri­ti­ca del Pro­gram­ma di Gotha il regi­me poli­ti­co tede­sco vie­ne così carat­te­riz­za­to: «uno Sta­to che non è altro se non un dispo­ti­smo mili­ta­re, masche­ra­to di for­me par­la­men­ta­ri, mesco­la­to con appen­di­ci feu­da­li, influen­za­to già dal­la bor­ghe­sia, tenu­to assie­me da una buro­cra­zia, dife­so con meto­di poli­zie­schi» (p. 98).
[3] Il pro­get­to di pro­gram­ma pre­ve­de­va: «3. “L’emancipazione del lavo­ro richie­de la ele­va­zio­ne dei mez­zi di lavo­ro a pro­prie­tà comu­ne del­la socie­tà e l’organizzazione col­let­ti­va del lavo­ro com­ples­si­vo con giu­sta ripar­ti­zio­ne del frut­to del lavo­ro”» (p. 87).
[4] Per una trat­ta­zio­ne più este­sa del tema, v. il mio sag­gio “Marx, nemi­co dell’istruzione sta­ta­le”, sul sito Mise­ria del­la Socio­lo­gia, pub­bli­ca­to il 19 giu­gno 2016.
[5] Entram­be le affer­ma­zio­ni deb­bo­no esse­re svi­lup­pa­te. Basti dire che il capi­ta­li­smo non si è esau­ri­to per­ché è sta­to capa­ce di con­ti­nua­re a svi­lup­pa­re le for­ze pro­dut­ti­ve, e che la sua capa­ci­tà di for­ma­re socie­tà più ugua­li­ta­rie in ter­mi­ni rela­ti­vi (rispet­to a socie­tà pre­ce­den­ti) non eli­mi­na, ma anzi accre­sce, la disu­gua­glian­za e lo sfrut­ta­men­to ine­ren­ti al modo di pro­du­zio­ne capi­ta­li­sti­co.

[*] Ariel Mayo, stu­dio­so mar­xi­sta, inse­gna all’Università Nazio­na­le di San Mar­tín (Unsam) e all’Istituto Supe­rio­re di For­ma­zio­ne Docen­te “Dr. Joa­quín V. Gon­zá­lez”.

 

(Tra­du­zio­ne di Erne­sto Rus­so)

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