Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Polemica, Politica nazionale

Le elezioni, il referendum, Rosa Luxemburg … e Novella 2000

Le elezioni, il referendum, Rosa Luxemburg … e Novella 2000


Cosa nasconde il radicalismo verbale dell’estremismo?

 

Vale­rio Tor­re

 

«Per un mar­xi­sta, non è la cita­zio­ne
ben­sì il meto­do cor­ret­to
ciò che per­met­te di risol­ve­re il pro­ble­ma.
Ma con l’a­iu­to di un meto­do cor­ret­to
non è dif­fi­ci­le tro­va­re la cita­zio­ne appro­pria­ta»
(L. Tro­tsky)

 

Il 20 e 21 set­tem­bre pros­si­mi si ter­ran­no le ele­zio­ni per il rin­no­vo dei con­si­gli regio­na­li di set­te regio­ni (Vene­to, Cam­pa­nia, Ligu­ria, Puglia, Mar­che, Tosca­na e Val­le d’Aosta). A que­ste con­sul­ta­zio­ni è sta­to accor­pa­to anche il refe­ren­dum costi­tu­zio­na­le che dovrà deci­de­re se con­fer­ma­re o respin­ge­re la leg­ge che pre­ve­de il taglio dei par­la­men­ta­ri.
Abbia­mo espo­sto le ragio­ni che ci spin­go­no a vota­re per il NO all’approvazione di tale rifor­ma[1] e vi ritor­ne­re­mo nel pro­sie­guo di que­sto arti­co­lo. Inten­dia­mo ora, inve­ce, sof­fer­mar­ci sul­le ele­zio­ni regio­na­li.

Ciò che fare­mo al seg­gio elet­to­ra­le
Abbia­mo, a dif­fe­ren­za di tan­ti, il sen­so del­la misu­ra; per cui le righe che seguo­no non deb­bo­no esse­re inte­se come una “indi­ca­zio­ne di voto”: non abbia­mo la pre­te­sa di esse­re rap­pre­sen­ta­ti­vi di alcun­ché, sic­ché sareb­be pre­sun­tuo­so da par­te nostra dare “indi­ca­zio­ni”. Voglia­mo però spie­ga­re ai nostri “ven­ti­cin­que let­to­ri” di man­zo­nia­na memo­ria[2] che in nes­su­na del­le regio­ni chia­ma­te al voto è pre­sen­te una qual­sia­si lista che in qual­che modo rap­pre­sen­ti le ragio­ni del­la clas­se ope­ra­ia. Oltre­tut­to, le nor­ma­ti­ve che riguar­da­no la pos­si­bi­li­tà di con­cor­re­re alle ele­zio­ni sono estre­ma­men­te pena­liz­zan­ti per le pic­co­le orga­niz­za­zio­ni, e, ren­den­do di fat­to pres­so­ché impos­si­bi­le una loro auto­no­ma pre­sen­ta­zio­ne, sono per­ciò anti­de­mo­cra­ti­che. Per que­sti moti­vi rifiu­te­re­mo la sche­da per que­sta con­sul­ta­zio­ne men­tre riti­re­re­mo quel­la per il refe­ren­dum, chie­den­do di espli­ci­ta­re e ver­ba­liz­za­re le moti­va­zio­ni di tale con­dot­ta.
Si trat­ta, infat­ti, di un pro­ce­di­men­to non espres­sa­men­te disci­pli­na­to dal­la leg­ge, ma con­sen­ti­to dal­la cir­co­la­re del Mini­ste­ro dell’Interno n. 30/2016 del 27/5/2016, al pun­to h. L’elettore che voglia mani­fe­sta­re il pro­prio “asten­sio­ni­smo atti­vo” (così vie­ne defi­ni­to) dovrà rifiu­ta­re la sche­da chie­den­do al pre­si­den­te del seg­gio di rac­co­glie­re a ver­ba­le le sin­te­ti­che moti­va­zio­ni del rifiu­to. Per faci­li­ta­re la spe­di­tez­za del­le ope­ra­zio­ni di voto – ed evi­ta­re anche di incor­re­re in ingiu­sti­fi­ca­ti osta­co­li da par­te dell’ufficio elet­to­ra­le del­la sezio­ne – è con­sen­ti­to di depo­si­ta­re un docu­men­to che espon­ga le ragio­ni dell’elettore e che dovrà esse­re alle­ga­to al ver­ba­le del­le ope­ra­zio­ni elet­to­ra­li. Ed è esat­ta­men­te ciò che fare­mo, soprat­tut­to in Cam­pa­nia, che è la regio­ne dove pre­va­len­te­men­te ope­ra il nostro pic­co­lo col­let­ti­vo, con­si­de­ran­do che entram­be le liste che pre­ten­de­reb­be­ro di col­lo­car­si “a sini­stra”, e cioè “Pote­re al popo­lo” e “Ter­ra”, sono espres­sio­ne di una poli­ti­ca rifor­mi­sta e non di clas­se, pri­ve di un pro­gram­ma anti­ca­pi­ta­li­sta[3].

Le cita­zio­ni e il “con­te­sto”
Per quan­to riguar­da inve­ce la con­sul­ta­zio­ne refe­ren­da­ria, rin­via­mo – come già accen­na­to – alle ragio­ni espo­ste nell’articolo segna­la­to nel­la nota 1 a sup­por­to del NO alla rifor­ma costi­tu­zio­na­le.
Se tor­nia­mo in argo­men­to, è per­ché ci è sta­to segna­la­to un arti­co­lo pre­sen­te sul web, scrit­to da soste­ni­to­ri di una sor­ta di boi­cot­tag­gio del refe­ren­dum, i qua­li con­te­sta­no sia le ragio­ni del SÌ che quel­le del NO. In par­ti­co­la­re, rela­ti­va­men­te a que­ste ulti­me, essi pole­miz­za­no con tut­te le orga­niz­za­zio­ni che si rifan­no al mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio; ma dedi­ca­no uno spa­zio spro­po­si­ta­to, che sicu­ra­men­te non meri­tia­mo atte­sa la nostra inin­fluen­za (di cui sia­mo con­sa­pe­vo­li), pro­prio a quel nostro testo.
L’utilizzo di un lin­guag­gio sgra­de­vo­le, gre­ve e vol­ga­re uti­liz­za­to dai sud­det­ti boi­cot­ta­to­ri dis­si­mu­la in real­tà la loro sesqui­pe­da­le igno­ran­za teo­ri­ca e la chi­lo­me­tri­ca distan­za dal mar­xi­smo (che peral­tro non si fan­no scru­po­lo di far tra­pe­la­re tra le righe).
Una del­le cri­ti­che che vie­ne mos­sa al nostro scrit­to è quel­la di ave­re estra­po­la­to e decon­te­stua­liz­za­to alcu­ne cita­zio­ni per usar­le a sup­por­to del­le ragio­ni da noi dife­se: si sostie­ne, cioè, che i pas­sag­gi da noi ripor­ta­ti riguar­di­no epo­che sto­ri­che mor­te e sepol­te, che nul­la avreb­be­ro a che fare con la situa­zio­ne odier­na.
Ah, il “con­te­sto”! Un dio paga­no che da Bern­stein in poi vie­ne invo­ca­to da tut­ti gli oppor­tu­ni­sti per giu­sti­fi­ca­re l’abbandono dei prin­ci­pi del mar­xi­smo con la scu­sa che “non sia­mo più agli ini­zi del 1900”, ormai “il con­te­sto è diver­so”, “l’Italia di oggi non è la Rus­sia di allo­ra”, e altre con­si­mi­li ame­ni­tà. Sull’altare del “dio con­te­sto” la furia ico­no­cla­sta di que­sti sedi­cen­ti “anti­dog­ma­ti­ci” e puri­sti dell’azione, piut­to­sto che del­la teo­ria, sod­di­sfa l’incontenibile bra­ma di bru­cia­re quel­li che pro­prio loro ergo­no a “sacri libri”, men­tre per noi sono sol­tan­to la teo­riz­za­zio­ne e siste­ma­tiz­za­zio­ne dell’esperienza sto­ri­ca del movi­men­to ope­ra­io.
Se que­sti asten­sio­ni­sti d’acciaio cono­sces­se­ro la sto­ria, oltre che la teo­ria, sapreb­be­ro che Lenin era un fior di “cita­zio­ni­sta”, aven­do scrit­to uno dei suoi più famo­si sag­gi – Sta­to e rivo­lu­zio­ne – rac­co­glien­do in un qua­der­no (il famo­so, ma cer­to igno­to agli ado­ra­to­ri del “dio con­te­sto”, Qua­der­no azzur­ro) pro­prio le più impor­tan­ti cita­zio­ni del­la teo­ria del­lo Sta­to ela­bo­ra­ta da Marx e da Engels. E, vero­si­mil­men­te, avreb­be­ro rivol­to anche al gran­de rivo­lu­zio­na­rio rus­so l’accusa di “cita­zio­ni­smo”.

Rosa Luxem­burg e il par­la­men­ta­ri­smo bor­ghe­se: un approc­cio dia­let­ti­co
Ci è sta­to anche segna­la­to che qual­cu­no degli espo­nen­ti dell’eterogeneo grup­po dei “boi­cot­ta­to­ri”, incon­sa­pe­vo­le di poter esse­re anch’egli accu­sa­to di ste­ri­le “cita­zio­ni­smo”, abbia su qual­che social forum uti­liz­za­to del­le cita­zio­ni di Rosa Luxem­burg a sup­por­to del­la pro­pria posi­zio­ne: in par­ti­co­la­re, attin­gen­do dal più famo­so dei suoi pam­phlet – Rifor­ma socia­le o rivo­lu­zio­ne? – la cri­ti­ca fero­ce che la rivo­lu­zio­na­ria polac­ca lan­ciò con­tro la demo­cra­zia bor­ghe­se pro­prio in occa­sio­ne del Bern­stein­de­bat­te. Uti­liz­zan­do gli argo­men­ti che Rosa sca­gliò con­tro Bern­stein e i suoi segua­ci, non­ché con­tro il par­la­men­ta­ri­smo bor­ghe­se, i “citazionisti‑boicotattori” pen­sa­no così di ave­re posto fine alla discus­sio­ne.
Il fat­to è che Rosa Luxem­burg era una mae­stra nell’uso del meto­do mar­xi­sta di ana­li­si dia­let­ti­ca, a dif­fe­ren­za di que­sti suoi abu­si­vi sac­cheg­gia­to­ri. E, quan­tun­que sia­mo con­sa­pe­vo­li di far veni­re l’orticaria ai nostri cri­ti­ci, ci vedia­mo costret­ti a cita­re alcu­ni note­vo­li pas­sag­gi del suo pam­phlet.
Rosa Luxem­burg non si limi­ta a ripe­te­re – come pap­pa­gal­le­sca­men­te fan­no gli intre­pi­di asten­sio­ni­sti nostra­ni – che il par­la­men­ta­ri­smo bor­ghe­se è l’espressione degli inte­res­si del­la clas­se domi­nan­te. Al con­tra­rio: dia­let­ti­ca­men­te, ella osser­va che «non appe­na la demo­cra­zia ten­de a smen­ti­re il suo carat­te­re clas­si­sta ed a tra­sfor­mar­si in uno stru­men­to dei rea­li inte­res­si del popo­lo, le stes­se for­me demo­cra­ti­che ven­go­no sacri­fi­ca­te dal­la bor­ghe­sia e dal­la sua rap­pre­sen­tan­za sta­ta­le»[4].
Sor­pre­sa! Luxem­burg che difen­de la pos­si­bi­li­tà che il par­la­men­to bor­ghe­se diven­ti “stru­men­to dei rea­li inte­res­si del popo­lo”? Imma­gi­nia­mo lo sbi­got­ti­men­to dei nostri acer­ri­mi cri­ti­ci, i qua­li, a digiu­no del meto­do dia­let­ti­co, igno­ra­no ciò che avven­ne duran­te la Rivo­lu­zio­ne fin­lan­de­se del 1917‑1918[5], la guer­ra civi­le spa­gno­la e il col­po di sta­to del 1973 in Cile[6], allor­quan­do, per l’appunto, la bor­ghe­sia ave­va per­so il con­trol­lo del suo par­la­men­to.
E non è fini­ta: per­ché la stes­sa Rosa evi­den­zia che

«oggi il movi­men­to ope­ra­io socia­li­sta è e può esse­re l’unico pun­to d’appoggio del­la demo­cra­zia, e … non i desti­ni del movi­men­to socia­li­sta sono lega­ti alla demo­cra­zia bor­ghe­se, ma piut­to­sto i desti­ni del­lo svi­lup­po demo­cra­ti­co sono lega­ti al movi­men­to socia­li­sta»[7].

Dun­que, secon­do i nostra­ni boi­cot­ta­to­ri le lot­te per il suf­fra­gio uni­ver­sa­le, per il voto alle don­ne, sareb­be­ro lot­te per otte­ne­re i “dirit­ti for­ma­li” del­la demo­cra­zia bor­ghe­se? E, quin­di, in ulti­ma ana­li­si, chi le ha con­dot­te, chi addi­rit­tu­ra ha sacri­fi­ca­to in esse la pro­pria vita, ha dife­so il par­la­men­ta­ri­smo bor­ghe­se?
Che stra­no. Rosa Luxem­burg non sem­bra pen­sar­la così:

«Se per la bor­ghe­sia la demo­cra­zia è diven­ta­ta un ele­men­to in par­te super­fluo, in par­te di osta­co­lo, essa per la clas­se ope­ra­ia, inve­ce, è diven­ta­ta neces­sa­ria e indi­spen­sa­bi­le. Neces­sa­ria, pri­ma di tut­to in quan­to offre le for­me poli­ti­che (auto­go­ver­no, dirit­to elet­to­ra­le) che ser­vi­ran­no al pro­le­ta­ria­to da appi­gli e pun­ti di appog­gio nel­la sua ope­ra di tra­sfor­ma­zio­ne del­la socie­tà bor­ghe­se. Ma anche indi­spen­sa­bi­le, per­ché solo in essa, nel­la lot­ta com­bat­tu­ta per la demo­cra­zia, nell’esercizio dei dirit­ti demo­cra­ti­ci, il pro­le­ta­ria­to divie­ne coscien­te dei pro­pri inte­res­si di clas­se e dei pro­pri com­pi­ti sto­ri­ci. La demo­cra­zia insom­ma è indi­spen­sa­bi­le, non in quan­to ren­de super­flua la con­qui­sta del pote­re poli­ti­co da par­te del pro­le­ta­ria­to, ma al con­tra­rio per­ché fa di que­sta con­qui­sta una neces­si­tà e al tem­po stes­so l’unica pos­si­bi­li­tà»[8].

Che signi­fi­ca, dun­que, il ragio­na­men­to del­la gran­de rivo­lu­zio­na­ria? Signi­fi­ca che la demo­cra­zia è un valo­re essen­zia­le che il movi­men­to socia­li­sta deve sal­va­re dal­la stes­sa bor­ghe­sia rea­zio­na­ria quan­do, in nome dei pro­pri inte­res­si, que­sta dimen­ti­ca i “prin­ci­pi demo­cra­ti­ci” for­mal­men­te pro­cla­ma­ti e sban­die­ra­ti ed è subi­to pron­ta a tra­di­re e sacri­fi­ca­re le for­me demo­cra­ti­che.

Quan­do Rosa soste­ne­va che la tra­sfor­ma­zio­ne del par­la­men­to bor­ghe­se in “stru­men­to dei rea­li inte­res­si del popo­lo” indu­ce­va la bor­ghe­sia a “sacri­fi­ca­re le stes­se for­me demo­cra­ti­che”, non ave­va avu­to modo di assi­ste­re al sor­ge­re del fasci­smo, cioè un regi­me in cui, seb­be­ne con­tro­vo­glia, le clas­si domi­nan­ti usa­no meto­di di guer­ra civi­le con­tro il pro­le­ta­ria­to ed eli­mi­na­no del tut­to le for­me par­la­men­ta­ri del­la demo­cra­zia bor­ghe­se. Non­di­me­no, sor­pren­den­te­men­te, il suo ragio­na­men­to e la sua ana­li­si dia­let­ti­ca si atta­glia­no per­fet­ta­men­te a regi­mi che avreb­be­ro visto la pro­pria nasci­ta mol­ti anni dopo.

Tro­tsky sui diver­si regi­mi bor­ghe­si
Tro­tsky, che poté inve­ce assi­ste­re allo svi­lup­po e alla muta­zio­ne del­la demo­cra­zia libe­ra­le in bona­par­ti­smo e poi in fasci­smo, spie­ga­va bene que­sta linea evo­lu­ti­va:

«[…] con la guer­ra impe­ria­li­sta è ini­zia­to il pale­se decli­no del capi­ta­li­smo e, pri­ma di tut­to, del­la sua for­ma demo­cra­ti­ca di domi­nio. Ora non si trat­ta più di con­ce­de­re nuo­ve rifor­me e nuo­ve ele­mo­si­ne, ben­sì di rosic­chia­re e di eli­mi­na­re le anti­che. Il domi­nio del­la bor­ghe­sia entra così in con­trad­di­zio­ne non solo con gli isti­tu­ti del­la demo­cra­zia pro­le­ta­ria (sin­da­ca­ti e par­ti­ti poli­ti­ci), ma anche con la demo­cra­zia par­la­men­ta­re entro il cui qua­dro si sono costi­tui­te le orga­niz­za­zio­ni ope­ra­ie. Di qui la cam­pa­gna con­tro il “mar­xi­smo” da una par­te e con­tro il par­la­men­ta­ri­smo demo­cra­ti­co dall’altra»[9].

A dif­fe­ren­za dei nostri fer­rei cri­ti­ci, che sono invi­schia­ti nel pan­ta­no del­la logi­ca for­ma­le – su cui ci sof­fer­me­re­mo in con­clu­sio­ne di que­sto testo – la bor­ghe­sia uti­liz­za mol­to bene il meto­do dia­let­ti­co. Non quel­lo mar­xi­sta, sia chia­ro; ma quel­lo fun­zio­na­le ai pro­pri inte­res­si. Sic­ché, a secon­da del­le neces­si­tà del­la fase sto­ri­ca, pas­sa più o meno indif­fe­ren­te­men­te dall’una all’altra for­ma di regi­me di domi­na­zio­ne: attra­ver­so la demo­cra­zia libe­ra­le, quan­do può tra­dur­re quest’ultima in for­me ordi­na­te, paci­fi­che, con­ser­va­tri­ci; e attra­ver­so l’utilizzo di meto­di di guer­ra civi­le con­tro il pro­le­ta­ria­to, quan­do si sen­te inve­ce costret­ta dall’impellente neces­si­tà di tute­la­re il pro­prio “dirit­to allo sfrut­ta­men­to” minac­cia­to da qual­che for­za con­trap­po­sta. Tra que­sti due estre­mi, non si fa scru­po­lo di ricor­re­re a una mag­gio­re o mino­re tor­sio­ne in sen­so rea­zio­na­rio del­la for­ma democratico‑borghese intro­du­cen­do di vol­ta in vol­ta ele­men­ti di bona­par­ti­smo (come peral­tro sta acca­den­do da anni anche in Ita­lia, per­si­no sot­to gli occhi degli igna­ri boi­cot­ta­to­ri nostra­ni che sem­bra­no non accor­ger­si di nul­la).
Tut­ta­via, quan­do è spin­ta da situa­zio­ni cri­ti­che,

«la bor­ghe­sia è inca­pa­ce di man­te­ner­si al pote­re con i siste­mi del­lo Sta­to par­la­men­ta­re che essa stes­sa ha crea­to, ha biso­gno del fasci­smo come arma di auto­di­fe­sa […]. Ma la bor­ghe­sia non ama il modo “ple­beo” di rea­liz­za­zio­ne dei suoi obiet­ti­vi […] in quan­to gli scon­vol­gi­men­ti, anche se pro­vo­ca­ti per difen­de­re la socie­tà bor­ghe­se, impli­ca­no dei peri­co­li. Di qui la con­trap­po­si­zio­ne tra fasci­smo e par­ti­ti bor­ghe­si tra­di­zio­na­li. La gran­de bor­ghe­sia fa ricor­so al fasci­smo con la stes­sa alle­gria con cui una per­so­na che ha la mascel­la amma­la­ta si fa strap­pa­re i den­ti»[10].

Pri­ma che gli ado­ra­to­ri del “dio con­te­sto” pos­sa­no accu­sar­ci di vede­re il fasci­smo alle por­te, ci pre­me pre­ci­sa­re che que­ste – per loro indi­ge­ste – cita­zio­ni ser­vo­no a mostra­re e dimo­stra­re ciò che abbia­mo già accen­na­to: e cioè, quan­to la bor­ghe­sia sia infi­ni­ta­men­te più “dia­let­ti­ca” dei mono­li­ti­ci e infles­si­bi­li puri­sti del­la lot­ta con­tro di essa e le sue isti­tu­zio­ni. Per loro no, non c’è dif­fe­ren­za tra regi­me democratico‑parlamentare bor­ghe­se, regi­me più o meno bona­par­ti­sta (sia pure nel­le for­me appa­ren­ti del­la demo­cra­zia isti­tu­zio­na­le) e regi­me fasci­sta: sono tut­ti espres­sio­ne di una «sovra­strut­tu­ra fun­zio­na­le al man­te­ni­men­to del­la strut­tu­ra eco­no­mi­ca vigen­te e alla pre­ser­va­zio­ne del pote­re nel­le mani del­la clas­se domi­nan­te». Così stan­do le cose, secon­do costo­ro non ci sono spa­zi di agi­bi­li­tà demo­cra­ti­ca (nem­me­no pura­men­te for­ma­li) da difen­de­re: la “ricet­ta magi­ca” che pro­pon­go­no è di una sem­pli­ci­tà disar­man­te. È suf­fi­cien­te «taglia­re i pon­ti con l’istituzionalismo, in tut­te le sue varian­ti», come «par­te dell’impegno atti­vo che i mar­xi­sti devo­no met­te­re in atto quo­ti­dia­na­men­te con­tro le isti­tu­zio­ni bor­ghe­si e i suoi tra­nel­li».
Per­bac­co! Come non aver­ci pen­sa­to pri­ma?
Be’, no. In real­tà qual­cun altro ci ave­va già pen­sa­to. Ne par­le­re­mo fra poco.

La logi­ca for­ma­le e l’otzovismo dei gior­ni nostri
Intor­no al 1907[11], all’interno del­la fra­zio­ne bol­sce­vi­ca del Posdr sor­se una ten­den­za che si deno­mi­nò degli “otzo­vi­sti”. All’indomani del­la Rivo­lu­zio­ne del 1905, era suben­tra­to un perio­do di riflus­so del movi­men­to ope­ra­io, favo­ri­to anche dal­la repres­sio­ne del regi­me zari­sta. Ini­ziò anche una fase di smar­ri­men­to fra gli intel­let­tua­li, e per­si­no fra gli stes­si bol­sce­vi­chi. Gli otzo­vi­sti espri­me­va­no posi­zio­ni estre­mi­sti­che e avan­za­va­no riven­di­ca­zio­ni radi­ca­li: in par­ti­co­la­re, esi­ge­va­no il “riti­ro” (otz­vat’, in rus­so) dei depu­ta­ti bol­sce­vi­chi dal­la Duma, giun­gen­do a pre­ten­de­re che il par­ti­to boi­cot­tas­se il lavo­ro nel­le orga­niz­za­zio­ni lega­li e pas­sas­se imme­dia­ta­men­te all’azione vio­len­ta. Se però poli­ti­ca­men­te gli otzo­vi­sti era­no estre­mi­sti per le misu­re da loro pro­po­ste, da un pun­to di vista teo­ri­co espri­me­va­no una posi­zio­ne di destra aven­do ade­ri­to a una cor­ren­te filo­so­fi­ca che di fat­to rin­ne­ga­va il mate­ria­li­smo[12].
Lenin con­dus­se una lot­ta impla­ca­bi­le con­tro que­sta ten­den­za, com­bat­ten­do­la con for­za anche attra­ver­so il famo­so sag­gio Mate­ria­li­smo ed empi­rio­cri­ti­ci­smo.
Ora, non è ovvia­men­te que­sta la sede per affron­ta­re un simi­le tema, dal­le pro­fon­de impli­ca­zio­ni filo­so­fi­che. Ma è inte­res­san­te nota­re che già ben oltre cen­to­die­ci anni fa c’era chi ave­va svi­lup­pa­to uno degli argo­men­ti – for­se quel­lo prin­ci­pa­le – su cui si basa il tra­bal­lan­te edi­fi­cio dei boi­cot­ta­to­ri nostra­ni.
I nostri intre­pi­di asten­sio­ni­sti di prin­ci­pio, che pos­sia­mo cer­ta­men­te iscri­ve­re alla set­ta degli otzo­vi­sti (da ope­ret­ta, natu­ral­men­te) pro­cla­ma­no, infat­ti, che, «essen­do le isti­tu­zio­ni bor­ghe­si […] lar­ghis­si­ma­men­te dele­git­ti­ma­te, gran par­te del­la popo­la­zio­ne non si reca alle urne né si inte­res­sa dei tea­tri­ni elet­to­ra­li»; e che «lar­ga par­te di popo­la­zio­ne … non vota, dato che […] non è inte­res­sa­ta alla dife­sa degli spa­zi “for­ma­li” di “agi­bi­li­tà demo­cra­ti­ca” e alle disqui­si­zio­ni intor­no ad essa».
In un testo del novem­bre 1908[13], Lenin ci rac­con­ta che un ope­ra­io otzo­vi­sta ave­va scrit­to una let­te­ra – poi pub­bli­ca­ta sul perio­di­co bol­sce­vi­co Pro­le­ta­rij – in cui riven­di­ca­va il riti­ro dei par­la­men­ta­ri bol­sce­vi­chi dal­la Duma con le seguen­ti moti­va­zio­ni:

«Uno dei moti­vi prin­ci­pa­li che han­no sol­le­ci­ta­to il par­ti­to a pren­de­re par­te alle ele­zio­ni è sta­ta la spe­ran­za ripo­sta nel­la fun­zio­ne pro­pa­gan­di­sti­ca e agi­ta­to­ria del­la tri­bu­na del­la Duma. […] La real­tà ha tut­ta­via dimo­stra­to […] che l’agitazione alla ter­za Duma si ridu­ce a zero, anzi­tut­to, per la com­po­si­zio­ne stes­sa del grup­po e, inol­tre, a cau­sa del­la tota­le indif­fe­ren­za del­le mas­se per tut­to ciò che avvie­ne tra le mura del palaz­zo di Tau­ri­de»[14].

È incre­di­bi­le come ben cen­to­do­di­ci anni dopo ven­ga­no ripro­po­ste le stes­se, iden­ti­che cri­ti­che. Sarà per caso per­ché chi oggi non vuol pas­sa­re per “cita­zio­ni­sta” in real­tà espri­me il pro­prio tota­le disprez­zo per la teo­ria?
Bene. Vedia­mo ora come Lenin affron­ta gli argo­men­ti dell’operaio otzo­vi­sta.

«Alla Duma … si svi­lup­pa, e noi tut­ti lo sap­pia­mo, la poli­ti­ca dell’autocrazia, una poli­ti­ca di soste­gno del­lo zari­smo da par­te del gran­de pro­prie­ta­rio fon­dia­rio cen­to­ne­ro e del gran­de capi­ta­li­sta otto­bri­sta, una poli­ti­ca di ser­vi­li­smo del paro­la­io cadet­to libe­ra­le nei con­fron­ti del­lo zari­smo. Esse­re indif­fe­ren­ti per “tut­to ciò che avvie­ne tra le mura del palaz­zo di Tau­ri­de” signi­fi­ca esse­re indif­fe­ren­ti nei con­fron­ti dell’autocrazia, nei con­fron­ti di tut­ta la sua poli­ti­ca inter­na ed este­ra! L’autore ha fat­to […] un ragio­na­men­to ispi­ra­to al men­sce­vi­smo alla rove­scia. “Se le mas­se sono indif­fe­ren­ti, devo­no esser­lo anche i social­de­mo­cra­ti­ci”. Ma noi sia­mo il par­ti­to che gui­da le mas­se ver­so il socia­li­smo e che non segue affat­to ogni muta­men­to d’umore e ogni avvi­li­men­to del­le mas­se. […] i social­de­mo­cra­ti­ci rivo­lu­zio­na­ri fede­li ai prin­ci­pi non si pie­ga­no a ogni muta­men­to d’umore del­le mas­se. […] dire che l’agitazione si ridu­ce a zero a cau­sa del­la tota­le indif­fe­ren­za del­le mas­se signi­fi­ca non ragio­na­re da social­de­mo­cra­ti­ci».

E poi, dopo ave­re fat­to un’analisi con­cre­ta del­la situa­zio­ne con­cre­ta, e cioè dopo aver con­si­de­ra­to che il perio­do in cui que­sta discus­sio­ne avve­ni­va era «di sta­gna­zio­ne, di cri­si e di dis­sol­vi­men­to di tut­te le orga­niz­za­zio­ni social­de­mo­cra­ti­che e ope­ra­ie», e non cer­to un perio­do «di evi­den­te inte­res­se del­le mas­se per le for­me diret­ta­men­te rivo­lu­zio­na­rie del­la lot­ta» (quan­te asso­nan­ze con la situa­zio­ne dell’Italia del 2020, vero? A dispet­to del dif­fe­ren­te “con­te­sto”!), Lenin con­clu­de:

«For­se – dicia­mo noi – avre­ste ragio­ne, com­pa­gno otzo­vi­sta, se la mas­sa potes­se “oggi” […] spez­za­re … le bar­rie­re: cioè, se la mas­sa potes­se oggi spez­za­re le “bar­rie­re” del­la ter­za Duma, for­se sareb­be inu­ti­le per la social­de­mo­cra­zia rivo­lu­zio­na­ria invia­re alla Duma un pro­prio repar­to. For­se. Ma voi stes­so dite che non è pos­si­bi­le, voi stes­so rico­no­sce­te che nel­le attua­li con­di­zio­ni è indi­spen­sa­bi­le un lavo­ro pre­li­mi­na­re serio e tena­ce per tra­mu­ta­re que­sta pos­si­bi­li­tà in real­tà».

Dun­que, come si vede, e con­clu­dia­mo qui que­sto scrit­to, Lenin uti­liz­za a pie­no il meto­do dia­let­ti­co dell’analisi mar­xi­sta. Gli otzo­vi­sti da ope­ret­ta, inve­ce, sono invi­schia­ti nel­la loro logi­ca for­ma­le: “isti­tu­zio­ni dele­git­ti­ma­te = disin­te­res­se del­le mas­se = disin­te­res­se dei comu­ni­sti per quel­le isti­tu­zio­ni”. E, in ulti­ma ana­li­si, ciò non rap­pre­sen­ta altro che sta­re alla coda del­le mas­se: le qua­li – è chia­ro – non si accor­ge­ran­no nean­che di pas­sa­ta di una posi­zio­ne sif­fat­ta, e l’ignoreranno.
For­se sareb­be il caso, visto il loro disprez­zo per la teo­ria, che gli otzo­vi­sti nostra­ni abban­do­nas­se­ro la loro logi­ca for­ma­le e ini­zias­se­ro alme­no a stu­dia­re un po’ di logi­ca mar­xi­sta. Potrem­mo con­si­glia­re loro, ad esem­pio, il bel libro di Geor­ge Novack, Intro­du­zio­ne alla logi­ca mar­xi­sta, … se non fos­se che essi sem­bra­no mol­to più avvez­zi a for­mar­si su roto­cal­chi come Novel­la 2000[15].


Note

[1] “Con­tro l’estremismo iper‑rivoluzionario”, su que­sto stes­so sito.
[2] A. Man­zo­ni, I pro­mes­si spo­si, cap. I.
[3] Su “Pote­re al popo­lo” man­te­nia­mo fer­me, nono­stan­te il tem­po tra­scor­so, le carat­te­riz­za­zio­ni estre­ma­men­te cri­ti­che che espo­ne­va­mo nell’articolo “Pote­re al popo­lo o pote­re dei lavo­ra­to­ri?” e che, sem­mai, si sono da allo­ra ulte­rior­men­te aggra­va­te. Per quan­to riguar­da inve­ce “Ter­ra”, si trat­ta di una lista che rag­grup­pa comi­ta­ti ambien­ta­li­sti e nel­la qua­le si è cata­pul­ta­ta Rifon­da­zio­ne comu­ni­sta (o, meglio, ciò che ne resta), par­ti­to del tut­to inca­pa­ce ormai di una poli­ti­ca e di una con­no­ta­zio­ne auto­no­me. In ogni caso, entram­be le liste pre­sen­ta­no dei pro­gram­mi rifor­mi­sti, che non met­to­no mini­ma­men­te in discus­sio­ne il siste­ma capi­ta­li­sti­co.
[4] R. Luxem­burg, Rifor­ma socia­le o rivo­lu­zio­ne?, in Scrit­ti poli­ti­ci, vol. 1, Edi­to­ri Inter­na­zio­na­li Riu­ni­ti, 2012, p. 189.
[5] Ne abbia­mo par­la­to su que­sto stes­so sito attra­ver­so i due arti­co­li, “La rivo­lu­zio­ne fin­lan­de­se” e “Le lezio­ni del­la Fin­lan­dia: repli­ca a Eric Blanc”.
[6] Sul col­po di sta­to che pose fine al pro­ces­so rivo­lu­zio­na­rio cile­no, abbia­mo pub­bli­ca­to da ulti­mo “Le lezio­ni dell’11 set­tem­bre 1973”.
[7] R. Luxem­burg, op. cit., p. 216.
[8] R. Luxem­burg, ivi, p. 222.
[9] L. Tro­tsky, “La sola via”, in I pro­ble­mi del­la rivo­lu­zio­ne cine­se e altri scrit­ti su que­stio­ni inter­na­zio­na­li, 1924‑1940, Giu­lio Einau­di Edi­to­re, 1970, p. 360.
[10] L. Tro­tsky, op. cit., pp. 361‑362.
[11] Ahi­noi! Ci sia­mo rica­sca­ti: ora susci­te­re­mo l’ira degli ado­ra­to­ri del “dio con­te­sto”. E vab­bè: ce ne fare­mo una ragio­ne.
[12] Tro­tsky spie­ga mol­to effi­ca­ce­men­te che «men­tre i men­sce­vi­chi con­si­de­ra­va­no sem­pre e comun­que neces­sa­rio par­te­ci­pa­re a qual­sia­si “par­la­men­to”, anche sot­to la irre­si­sti­bi­le pres­sio­ne del­la rivo­lu­zio­ne, anche a un par­la­men­to pura­men­te arbi­tra­rio model­la­to dal­lo zar, gli otzo­vi­sti pen­sa­va­no che boi­cot­tan­do il par­la­men­to inse­dia­to in con­se­guen­za del­la scon­fit­ta del­la rivo­lu­zio­ne sareb­be­ro sta­ti in gra­do di susci­ta­re una nuo­va pres­sio­ne di mas­sa». E, facen­do ricor­so alla sua nota iro­nia, con­clu­de: «Poi­ché le sca­ri­che elet­tri­che si accom­pa­gna­no ai tuo­ni, gli “irre­con­ci­lia­bi­li” ten­ta­va­no di gene­ra­re del­le sca­ri­che elet­tri­che per mez­zo di tuo­ni arti­fi­cia­li» (L. Tro­tsky, Sta­lin, A.C. Edi­to­ria­le, 2017, p. 194).
[13] V.I. Lenin, “A pro­po­si­to di due let­te­re”, in Ope­re, vol. 15, Edi­zio­ni Lot­ta comu­ni­sta, 2002, pp. 271‑286.
[14] Il gras­set­to è nostro.
[15] Ci sia­mo fin trop­po lun­ga­men­te espres­si a pro­po­si­to del­le cri­ti­che nei nostri con­fron­ti avan­za­te dagli intre­pi­di boi­cot­ta­to­ri. Ma non pos­sia­mo chiu­de­re que­sto testo sen­za accen­na­re di pas­sa­ta al vol­ga­re rife­ri­men­to che essi fan­no al com­pa­gno Valé­rio Arca­ry, auto­re dell’articolo che accom­pa­gna lo scrit­to da loro cri­ti­ca­to. Pre­met­tia­mo che il Col­let­ti­vo che ani­ma que­sto sito non è, come vor­reb­be­ro fare inten­de­re gli otzo­vi­sti da ope­ret­ta nostra­ni, la suc­cur­sa­le ita­lia­na del Psol bra­si­lia­no, dal­la cui pra­ti­ca poli­ti­ca è ben lon­ta­no. Non­di­me­no, a bene­fi­cio di chi non segue le vicen­de del­la sini­stra del Bra­si­le, va det­to che il Psol è un “partito‑contenitore”, che rag­grup­pa – tra le altre – la ten­den­za mar­xi­sta di sini­stra Resi­stên­cia. Valé­rio Arca­ry, che mili­ta in tale cor­ren­te e del­la cui per­so­na­le ami­ci­zia chi scri­ve que­sto testo è ono­ra­to, è uno dei più impor­tan­ti stu­dio­si mar­xi­sti bra­si­lia­ni, pro­fon­do cono­sci­to­re del­la sto­ria del movi­men­to ope­ra­io e valen­te teo­ri­co, con un’importante tra­iet­to­ria poli­ti­ca nel cam­po del mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio, aven­do par­te­ci­pa­to anche alla Rivo­lu­zio­ne dei Garo­fa­ni del 1974 in Por­to­gal­lo. Le paro­le di dileg­gio nei suoi con­fron­ti espres­se dai boi­cot­ta­to­ri pro­ven­go­no, inve­ce, da chi ha tutt’al più par­te­ci­pa­to a qual­che assem­blea con­do­mi­nia­le o riu­nio­ne par­roc­chia­le. E in quan­to tali si qua­li­fi­ca­no.