Il tratto davvero incontestabile della rivoluzione è l'irruzione violenta delle masse negli avvenimenti storici (L.D. Trotsky, Storia della rivoluzione russa)

Cuba e Rivoluzione cubana, Politica internazionale: America Latina

«El pueblo no come planes»

«El pueblo no come planes»


Le pro­te­ste dell’11 luglio apro­no una nuo­va fase a Cuba?


Vale­rio Torre

 

«El pue­blo no come pla­nes». Il popo­lo non man­gia pia­ni: è una fra­se emble­ma­ti­ca, pro­nun­cia­ta lo scor­so mese di mar­zo dal pri­mo mini­stro cuba­no Manuel Mar­re­ro Cruz in una riu­nio­ne con 200 fun­zio­na­ri del Mini­ste­ro dell’Agricoltura, in cui ha aper­ta­men­te rico­no­sciu­to l’incapacità del suo gover­no di rifor­ni­re la popo­la­zio­ne di gene­ri ali­men­ta­ri. Que­sto con­ve­gno si svol­ge­va pro­prio nel momen­to in cui a Cuba la cri­si toc­ca­va il suo api­ce ed era estre­ma­men­te dif­fi­ci­le tro­va­re e com­pra­re cibo, medi­ci­ne e altri pro­dot­ti di pri­ma neces­si­tà. Fuo­ri ai pochi nego­zi in gra­do di offri­re arti­co­li, lun­ghis­si­me e sner­van­ti code.
In un’economia comun­que segna­ta dall’embargo impo­sto dagli Usa[1], la pan­de­mia da Coro­na­vi­rus, il crol­lo del­le entra­te pro­ve­nien­ti dal turi­smo e la rifor­ma economico‑valutaria[2] deno­mi­na­ta “Tarea Orde­na­mien­to” entra­ta in vigo­re lo scor­so 1° gen­na­io han­no enor­me­men­te aggra­va­to la cri­si eco­no­mi­ca che imper­ver­sa sul Pae­se. Nel cor­so del mee­ting, Mar­re­ro ha fran­ca­men­te rico­no­sciu­to che la pro­du­zio­ne ali­men­ta­re costi­tui­sce il pro­ble­ma più impor­tan­te che Cuba deve affron­ta­re, addi­rit­tu­ra un pro­ble­ma di «sicu­rez­za nazio­na­le», e che la doman­da popo­la­re al riguar­do è «for­te­men­te insod­di­sfat­ta», tan­to che in alcu­ne regio­ni «non si ven­de nul­la per lun­go tem­po». Infi­ne, il pre­mier ha dovu­to ammet­te­re che «i pia­ni di con­se­gna di car­ne di ani­ma­li di alle­va­men­to e maia­le non sono sta­ti asso­lu­ta­men­te rispet­ta­ti». Ecco spie­ga­to, dun­que, che “il popo­lo non man­gia piani”.

Le mani­fe­sta­zio­ni dell’11 luglio
L’accesso gene­ra­liz­za­to a inter­net (che è una con­qui­sta mol­to recen­te dei cuba­ni) ha crea­to un’enorme cas­sa di riso­nan­za, e non solo a livel­lo nazio­na­le, per il males­se­re popo­la­re, che si è così tra­dot­to nel­la denun­cia dif­fu­sa attra­ver­so le reti socia­li del­la caren­za di gene­ri ali­men­ta­ri e medi­ci­na­li e del­la fame pati­ta da vasti set­to­ri di mas­sa. Ad aggra­va­re la situa­zio­ne, l’aumento espo­nen­zia­le dei prez­zi di tut­ti i pro­dot­ti e le inter­ru­zio­ni pres­so­ché quo­ti­dia­ne del­la distri­bu­zio­ne di ener­gia elet­tri­ca per quattro‑sei ore. Ebbe­ne, que­sta è sta­ta la misce­la esplo­si­va che dome­ni­ca 11 luglio ha spin­to miglia­ia di per­so­ne a scen­de­re nel­le stra­de di diver­se cit­tà per mani­fe­sta­re con­tro il governo.
Gli slo­gan urla­ti esi­ge­va­no soprat­tut­to “liber­tà” e, para­fra­san­do lo slo­gan castri­sta “patria o muer­te”, riven­di­ca­va­no inve­ce “patria y vida”. In alcu­ni casi, sono sta­te lan­cia­te pie­tre all’indirizzo del­la poli­zia e ne sono sta­te rove­scia­te alcu­ne auto. Le for­ze dell’ordine (sia in divi­sa che in bor­ghe­se) han­no repres­so con vio­len­za le pro­te­ste, arre­stan­do nume­ro­si manifestanti.
Il pre­si­den­te cuba­no, Miguel Díaz‑Canel – dal dub­bio cari­sma rispet­to ai fra­tel­li Castro ai qua­li è suc­ce­du­to alla gui­da del Pae­se – ha subi­to accu­sa­to gli Sta­ti Uni­ti di esse­re gli orga­niz­za­to­ri e i mano­vra­to­ri del­le pro­te­ste, defi­nen­do i dimo­stran­ti “lac­chè” e “mer­ce­na­ri”. Com­pa­ren­do poi in tele­vi­sio­ne, ha invi­ta­to i “rivo­lu­zio­na­ri” a scen­de­re in stra­da a com­bat­te­re, sot­to­li­nean­do che «l’ordine di com­bat­ti­men­to è già sta­to dato», in un evi­den­te ten­ta­ti­vo di pola­riz­za­re la situa­zio­ne fino ai limi­ti del­la guer­ra civi­le. Sono quin­di sta­te orga­niz­za­te con­tro­ma­ni­fe­sta­zio­ni in dife­sa del regi­me con qual­che scon­tro fra oppo­ste fazioni.

La pro­te­sta è figlia del­la restau­ra­zio­ne del capitalismo
La vio­len­ta cri­si eco­no­mi­ca che sta atta­na­glian­do Cuba vie­ne da lon­ta­no, da mol­to lon­ta­no. Pre­ci­sa­men­te da quan­do i pila­stri di un’economia in tran­si­zio­ne ver­so il socia­li­smo, pro­dot­to del­la rivo­lu­zio­ne del 1959, ven­ne­ro smon­ta­ti pez­zo a pez­zo restau­ran­do com­ple­ta­men­te il capi­ta­li­smo sull’isola; da quan­do, cioè, la buro­cra­zia castri­sta del Par­ti­to comu­ni­sta cuba­no si è appro­pria­ta, attra­ver­so l’occupazione del pote­re, dei mez­zi di pro­du­zio­ne nazio­na­li, con­ver­ten­do­si da casta buro­cra­ti­ca in clas­se, e pre­ci­sa­men­te in clas­se bor­ghe­se: la nuo­va bor­ghe­sia di Cuba, ora­mai uno Sta­to capi­ta­li­sta diret­to da una dit­ta­tu­ra sot­to le men­ti­te spo­glie di un sedi­cen­te “par­ti­to comunista”.
Que­sta è la tesi che, con dovi­zia di argo­men­ti, abbia­mo soste­nu­to in quest’articolo, al qua­le per­ciò rin­via­mo[3].
Dun­que, man mano che avan­za­va il pro­ces­so di restau­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo (secon­do la dina­mi­ca e il rit­mo del­le modi­fi­che dell’assetto giuridico‑istituzionale che abbia­mo descrit­to nel testo appe­na segna­la­to), tut­te le con­qui­ste del­la rivo­lu­zio­ne veni­va­no una ad una per­se, esat­ta­men­te in fun­zio­ne del pas­sag­gio ad un’economia capi­ta­li­sta. Tan­to per fare un esem­pio, il pie­no impie­go, con l’approvazione, nel 2011, di un prov­ve­di­men­to che pre­ve­de­va il licen­zia­men­to di un milio­ne di lavo­ra­to­ri sta­ta­li (con una pri­ma tran­che di 500.000, equi­va­len­te al 10% del­la forza‑lavoro dell’intero Pae­se), con la giu­sti­fi­ca­zio­ne uffi­cia­le di aiu­ta­re a rilan­cia­re l’economia in difficoltà.
Non voglia­mo dilun­gar­ci però sul tema del­la com­piu­ta restau­ra­zio­ne del capi­ta­li­smo a Cuba, che, in difet­to di argo­men­ti con­tra­ri a quel­li che abbia­mo svi­lup­pa­to nel testo cui abbia­mo appe­na rin­via­to, dia­mo per asso­da­to e sul qua­le non tor­nia­mo in que­sta sede a discutere.
Voglia­mo, inve­ce, affron­ta­re la que­stio­ne del­le pro­te­ste del­lo scor­so 11 luglio, inda­gan­do­ne più a fon­do le ragio­ni sul­le qua­li ci sia­mo fino­ra espres­si solo di sfug­gi­ta; appro­fon­den­do l’argomento del­la com­po­si­zio­ne socia­le del­le mani­fe­sta­zio­ni; cer­can­do di ipo­tiz­za­re qua­le svi­lup­po potrà ave­re la fase che indub­bia­men­te si è aper­ta; infi­ne, ten­tan­do di trar­re le oppor­tu­ne con­clu­sio­ni politiche.

La cri­si eco­no­mi­ca e sani­ta­ria a Cuba
Abbia­mo det­to del­la scar­si­tà di gene­ri ali­men­ta­ri e medi­ci­na­li. Al di là del peso dell’embargo, che ine­vi­ta­bil­men­te inci­de su un’economia come quel­la cuba­na, non diver­si­fi­ca­ta e dagli scar­si inve­sti­men­ti, resta il fat­to che, come rico­no­sco­no gli stes­si cana­li uffi­cia­li del gover­no, le spe­se sani­ta­rie sono aumen­ta­te, a cau­sa dell’emergenza da Covid‑19, rispet­to a quel­le ori­gi­na­ria­men­te pre­vi­ste nel bilan­cio sta­ta­le: sic­ché, sol­tan­to per far fron­te alla pan­de­mia è sta­ta stan­zia­ta la cifra di 1,3 miliar­di di pesos in più. E anche per l’anno cor­ren­te è pre­vi­sto un aumen­to del­lo stan­zia­men­to per spe­se sanitarie.
Pro­prio per il fat­to che Cuba è un Pae­se alta­men­te dipen­den­te dal­le impor­ta­zio­ni dall’estero a cau­sa del­la sua scar­sa capa­ci­tà pro­dut­ti­va, la dimi­nu­zio­ne dei volu­mi di com­mer­cio este­ro a livel­lo mon­dia­le ha inci­so anche sul­la situa­zio­ne cuba­na, le cui impor­ta­zio­ni nel 2020 si sono atte­sta­te a 7,04 miliar­di di euro, in net­ta dimi­nu­zio­ne rispet­to all’anno pre­ce­den­te in cui era­no sta­te pari a 8,84 miliar­di di euro.
Ma, oltre al peg­gio­ra­men­to dei con­ti del­lo Sta­to, ci sono sta­ti anco­ra altri fat­to­ri che han­no con­tri­bui­to ad aggra­va­re le con­di­zio­ni del­la popolazione.
La vio­len­ta cri­si in cui da anni ver­sa il Vene­zue­la[4] ha for­te­men­te ridot­to le espor­ta­zio­ni di petro­lio e com­bu­sti­bi­li ver­so Cuba: ciò che ha crea­to una dimi­nu­zio­ne del­la pro­du­zio­ne di ener­gia elet­tri­ca[5]. E uno dei moti­vi del­le pro­te­ste è sta­to pro­prio la sospen­sio­ne del­la distri­bu­zio­ne di cor­ren­te per perio­di di quattro‑sei ore al gior­no (e in regio­ni peri­fe­ri­che del Pae­se anche di più), col con­se­guen­te spe­gni­men­to dei con­di­zio­na­to­ri e dei fri­go­ri­fe­ri, essen­zia­li per il cli­ma di Cuba.
Le rimes­se dall’estero (in con­tan­ti e beni) – che rap­pre­sen­ta­no la ter­za fon­te di red­di­to nel­la bilan­cia dei paga­men­ti cuba­na e costi­tui­sco­no un ingres­so signi­fi­ca­ti­vo, dal carat­te­re anti­ci­cli­co e alla base del con­su­mo per mol­te fami­glie in tem­pi di cri­si – sono signi­fi­ca­ti­va­men­te dimi­nui­te pro­prio a cau­sa del­la pan­de­mia, pas­san­do dai 6,62 miliar­di di dol­la­ri del 2019 ai 2,97 miliar­di di dol­la­ri del 2020, con una cadu­ta del 54,14%. Infat­ti, la più gran­de comu­ni­tà cuba­na resi­den­te all’e­ste­ro si tro­va negli Sta­ti Uni­ti, nel­la con­tea di Miami‑Dade, in Flo­ri­da[6]. Nel luglio dell’anno scor­so, que­sto Sta­to è diven­ta­to il nuo­vo epi­cen­tro glo­ba­le del­la pan­de­mia. Gran par­te del­la sua eco­no­mia è basa­ta sul­le indu­strie del turi­smo, del­la gastro­no­mia e del­lo spet­ta­co­lo, le più col­pi­te dal­le restri­zio­ni appli­ca­te per con­tra­sta­re il Covid-19. A segui­to del­la chiu­su­ra del­le atti­vi­tà eco­no­mi­che è aumen­ta­ta la disoc­cu­pa­zio­ne nel­la comu­ni­tà cuba­na che abi­ta in quel­la loca­li­tà, e ciò ha pro­dot­to un sostan­zia­le fer­mo nell’invio del­le rimes­se, tan­to essen­zia­li per la vita dei nuclei fami­lia­ri resi­den­ti sull’isola. Ma lo stes­so fat­to che il gover­no di Cuba abbia impo­sto una limi­ta­zio­ne dei voli inter­na­zio­na­li in ingres­so nel Pae­se allo sco­po di con­tra­sta­re la pan­de­mia ha avu­to un’incidenza nega­ti­va sui flus­si del­le rimes­se in beni mate­ria­li[7].
Anche l’economia inter­na ha subi­to le pesan­ti con­se­guen­ze del Covid‑19: la chiu­su­ra for­za­ta di bar, risto­ran­ti e nego­zi – che sosten­ta­no le entra­te dei cuen­ta­pro­pi­stas (pic­co­li lavo­ra­to­ri auto­no­mi, mol­ti dei qua­li ex dipen­den­ti sta­ta­li licen­zia­ti[8] che si era­no dovu­ti rici­cla­re in que­ste mode­ste atti­vi­tà pro­dut­ti­ve) – ha dato un ulte­rio­re gra­ve col­po alle famiglie.
E il mal­con­ten­to popo­la­re ha riguar­da­to anche l’assistenza sani­ta­ria per quel che con­cer­ne la vac­ci­na­zio­ne, tan­to che fra gli slo­gan urla­ti duran­te le mani­fe­sta­zio­ni c’era quel­lo per “più vac­ci­ni”. E infat­ti, a dispet­to del­la nar­ra­zio­ne, che soprat­tut­to da noi è dif­fu­sa dai set­to­ri filo­ca­stri­sti a pro­po­si­to del­la bon­tà del vac­ci­no cuba­no, il tas­so di vac­ci­na­zio­ne a Cuba rela­ti­vo a per­so­ne che ne han­no rice­vu­to alme­no una dose è, men­tre scri­via­mo, sol­tan­to del 27,84% del­la popolazione.

Ciò non fa altro che impe­di­re la ripar­ten­za dell’economia.

La “Tarea Ordenamiento”
Ma un accen­no e un rilie­vo a par­te meri­ta la rifor­ma economico‑valutaria deno­mi­na­ta “Tarea Orde­na­mien­to”, entra­ta in vigo­re lo scor­so 1° gen­na­io. Si trat­ta di un pac­chet­to di misu­re che, innan­zi­tut­to, prov­ve­de all’unificazione mone­ta­ria fra peso e dol­la­ro (con la deter­mi­na­zio­ne di un tas­so fis­so di cam­bio), gene­ran­do una for­te sva­lu­ta­zio­ne del­la divi­sa nazio­na­le allo sco­po di recu­pe­ra­re com­pe­ti­ti­vi­tà sui mer­ca­ti este­ri: l’obiettivo che il gover­no si era pre­fis­so è quel­lo di disin­cen­ti­va­re le impor­ta­zio­ni favo­ren­do inve­ce le espor­ta­zio­ni recu­pe­ran­do così valu­ta pre­gia­ta (dol­la­ro) per l’economia nazio­na­le, Ma, oltre a que­sto, i rela­ti­vi decre­ti appli­ca­ti­vi han­no anche dispo­sto un aumen­to dei prez­zi, che infat­ti sono sali­ti di cin­que vol­te. Per com­pen­sar­lo, si è deci­so il con­te­stua­le aumen­to nel­la stes­sa misu­ra di sala­ri e pen­sio­ni[9]. Il fat­to è, però, che, come fu segna­la­to in uno stu­dio redat­to dall’economista cuba­no Car­me­lo Mesa‑Lago nel feb­bra­io 2021 (di poco suc­ces­si­vo, dun­que, all’entrata in vigo­re del­la rifor­ma)[10], nel Pae­se c’era al momen­to dell’entrata in vigo­re del­la rifor­ma un tas­so di disoc­cu­pa­zio­ne (fra quel­lo uffi­cia­le e quel­lo occul­to) del 30,9%: il che signi­fi­ca oltre tre milio­ni di cuba­ni che non per­ce­pi­sco­no sala­ri, ai qua­li van­no aggiun­ti i cuen­ta­pro­pi­stas che non han­no lavo­ra­to duran­te il con­fi­na­men­to dovu­to alla pan­de­mia. È evi­den­te, allo­ra, che una simi­le mas­sa di non per­cet­to­ri di red­di­to deb­ba sof­fri­re le con­se­guen­ze degli aumen­ti dei prez­zi. D’altro can­to, sem­pre Mesa‑Lago ave­va evi­den­zia­to nel­lo stes­so stu­dio che «gli effet­ti a bre­ve ter­mi­ne dell’unificazione saran­no avver­si, poi­ché essa pro­dur­rà infla­zio­ne e disoc­cu­pa­zio­ne, e potreb­be esser­ci una signi­fi­ca­ti­va cadu­ta del pote­re d’acquisto se i sala­ri e le pen­sio­ni resta­no sot­to il tas­so di infla­zio­ne»[11]. In ogni caso, lo stes­so Diaz‑Canel – cita­to da Mesa‑Lago – ave­va ipo­tiz­za­to, a pro­po­si­to dei rischi del­la rifor­ma, che «uno dei prin­ci­pa­li è che si pro­du­ca un’inflazione supe­rio­re a quel­la pre­ven­ti­va­ta»[12].
A tut­to ciò va aggiun­to che il pote­re d’acquisto dei sala­ri e del­le pen­sio­ni è for­te­men­te dimi­nui­to, per­ché è vero che «il sala­rio nomi­na­le è cre­sciu­to dal suo pun­to più bas­so nel 1993, ma il sala­rio rea­le (ade­gua­to all’inflazione) è sot­to il livel­lo del 1989 e si è ridot­to il pote­re d’acquisto. Il sala­rio medio men­si­le nomi­na­le nel 2019 era di 879 CUP e, a cau­sa dell’inflazione annua­le, il sala­rio rea­le nel 2019 equi­va­le­va al 47,3% del suo valo­re nel 1989. Si è sva­lu­ta­to del 52,7% […], men­tre la pen­sio­ne media nomi­na­le di 362 CUP equi­va­le­va al 64,3% del suo valo­re rea­le nel 1989. Si è sva­lu­ta­ta del 35,7%»[13].

L’eliminazione dei sus­si­di (e una pole­mi­ca a margine)
Come se non bastas­se, con la rifor­ma sono sta­ti eli­mi­na­ti mol­ti degli aiu­ti che lo Sta­to con­ce­de­va alla popo­la­zio­ne per ave­re acces­so a beni di pri­ma neces­si­tà a un costo estre­ma­men­te con­te­nu­to, sus­si­dia­to dal governo.
Per ave­re chia­ro il sen­so di una misu­ra del gene­re, ripor­tia­mo di segui­to la dichia­ra­zio­ne di José Ale­jan­dro Rodrí­guez, un diri­gen­te del regi­me cuba­no, pub­bli­ca­ta sul sito gover­na­ti­vo Juven­tud Rebel­de alla vigi­lia dell’entrata in vigo­re del­la “Tarea Orde­na­mien­to”: «Papà Sta­to si è infi­ne con­vin­to che la fami­glia Cuba non può pro­spe­ra­re con tan­ta iper­pro­te­zio­ne ugua­li­ta­ria, al pun­to in cui i suoi figli labo­rio­si e valo­ro­si si sfian­ca­no lavo­ran­do e non pro­gre­di­sco­no come desi­de­ra­no per far sì che i loro fra­tel­li sfa­ti­ca­ti e sen­za rego­le viva­no mol­to meglio, ricor­ren­do a truf­fe e ingan­ni pro­spe­ran­do nel­le dif­fi­col­tà. Il vec­chio pater­na­li­sta ha capi­to che è lui il prin­ci­pa­le respon­sa­bi­le del fat­to che l’intera fami­glia non par­te­ci­pa tut­ta insie­me allo sfor­zo e dei tan­ti acco­mo­da­men­ti con­ces­si a una par­te dei suoi ragaz­zi e degli abu­si da que­sti per­pe­tra­ti. “Dai un pesce ad un uomo e oggi man­ge­rà; inse­gna­gli a pesca­re e man­ge­rà per tut­ta la vita”, reci­ta il sag­gio pro­ver­bio cine­se che que­sto patriar­ca, così gene­ro­so ver­so i suoi figli, non ha sapu­to appli­ca­re col dovu­to rigo­re, al pun­to che né i pesci e né i pani han­no potu­to mol­ti­pli­car­si in abbon­dan­za in que­sta fami­glia. Ades­so papà Sta­to sta cam­bian­do le rego­le del gio­co, per­ché non ha sem­pre sapu­to, o potu­to, orien­ta­re i suoi ragaz­zi ver­so la rego­la per cui tut­to vie­ne dal lavo­ro. E anco­ra oggi mol­ti di que­sti man­te­nu­ti cre­do­no di meri­ta­re que­sto man­te­ni­men­to, fac­cia­no o meno qual­co­sa per la fami­glia».
Come si vede, il buro­cra­te cuba­no uti­liz­za il tipi­co argo­men­to che vie­ne usa­to anche dai capi­ta­li­sti nostra­ni: lo Sta­to come una fami­glia, con il capo­fa­mi­glia che è sta­to poco riso­lu­to con i suoi figli, alcu­ni dei qua­li si rom­po­no la schie­na lavo­ran­do, men­tre altri – sfa­ti­ca­ti – vivo­no ozian­do del­le paghet­te che il geni­to­re con­ce­de trop­po generosamente.
Se si vole­va una pro­va del fat­to che Cuba è ormai uno Sta­to capi­ta­li­sta a tut­ti gli effet­ti, gover­na­to da una cric­ca buro­cra­ti­ca che si è con­ver­ti­ta in clas­se bor­ghe­se appro­prian­do­si dei mez­zi di pro­du­zio­ne gra­zie ai qua­li estrae plu­sva­lo­re dal­la clas­se lavo­ra­tri­ce accu­mu­lan­do pro­fit­ti, ecco: que­sta dichia­ra­zio­ne ne è la dimo­stra­zio­ne lam­pan­te. E ci sia con­sen­ti­ta, di pas­sa­ta, una pic­co­la nota pole­mi­ca nei con­fron­ti di una del­le orga­niz­za­zio­ni che, pur richia­man­do­si al mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio, nega que­sta evi­den­za fattuale.
Jor­ge Mar­tín, diri­gen­te del­la Ten­den­za mar­xi­sta inter­na­zio­na­le, cui in Ita­lia fa capo Sini­stra Clas­se Rivo­lu­zio­ne, nel com­men­ta­re l’affermazione di José Ale­jan­dro Rodrí­guez, si duo­le che que­sti abbia uti­liz­za­to un argo­men­to tipi­co dei «difen­so­ri del “libe­ro mer­ca­to” capi­ta­li­sta per giu­sti­fi­ca­re l’attacco alle con­qui­ste che la clas­se ope­ra­ia ha strap­pa­to negli ulti­mi cen­to anni di lot­te e orga­niz­za­zio­ne». L’ingenuità del com­pa­gno Mar­tín è com­mo­ven­te: tan­to gli sem­bra­va impos­si­bi­le che un diri­gen­te del­la cupo­la castri­sta si fos­se lascia­to anda­re a una dichia­ra­zio­ne così sin­ce­ra (evvi­va la sin­ce­ri­tà!, ci vie­ne da dire) che in un pri­mo momen­to ave­va addi­rit­tu­ra pen­sa­to trat­tar­si di «un fal­so per scre­di­ta­re la rivi­sta». Sareb­be bene inve­ce che il can­di­do Jor­ge – insie­me a tut­te le altre orga­niz­za­zio­ni che, pur riven­di­can­do la pro­pria appar­te­nen­za al mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio, si dislo­ca­no nel cam­po del regi­me cre­den­do in tal modo di “difen­de­re la Rivo­lu­zio­ne” – scen­des­se coi pie­di per ter­ra e accet­tas­se l’idea che una dichia­ra­zio­ne del gene­re non pro­vie­ne da un incau­to “com­pa­gno che sba­glia”, ma può esse­re fat­ta sol­tan­to se la base mate­ria­le in nome del­la qua­le essa vie­ne espres­sa è, appun­to, quel­la capi­ta­li­sta. Ma avre­mo modo di sof­fer­mar­ci nel pro­sie­guo del testo sull’atteggiamento di que­ste organizzazioni.

La rab­bia popo­la­re come con­se­guen­za del­la rifor­ma governativa
Dob­bia­mo anche aggiun­ge­re a quan­to fino­ra abbia­mo espo­sto che una del­le con­se­guen­ze del­la rifor­ma è sta­ta l’apertura di nego­zi in cui si pote­va com­pra­re solo in dol­la­ri (Tien­das en mone­da libre­men­te con­ver­ti­ble). Ma, con il bloc­co del turi­smo dovu­to alla pan­de­mia e l’enorme ridu­zio­ne del­le rimes­se in dol­la­ri di cui abbia­mo par­la­to in pre­ce­den­za, sono ormai pochi i cuba­ni che pos­so­no spen­de­re la divi­sa sta­tu­ni­ten­se. E se anche ne aves­se­ro in con­tan­ti, non pos­so­no spen­der­la diret­ta­men­te in que­sti eser­ci­zi, ma sono obbli­ga­ti a depo­si­tar­la in con­ti ban­ca­ri rice­ven­do l’equivalente in car­ta di debi­to. Con que­sto siste­ma, il regi­me ha cer­ca­to di sod­di­sfa­re il pro­prio dispe­ra­to biso­gno di rastrel­la­re dol­la­ri sul mer­ca­to inter­no per poter paga­re ciò che vie­ne impor­ta­to[14], dato che il peso cuba­no non è nego­zia­to sui mer­ca­ti finan­zia­ri; ma, al con­tem­po, la popo­la­zio­ne si è ulte­rior­men­te impo­ve­ri­ta. Per di più, men­tre gli scaf­fa­li dei nego­zi in cui si può acqui­sta­re in pesos era­no tri­ste­men­te vuo­ti, quel­li del­le Tien­das en Mlc era­no ben rifor­ni­ti, ma inac­ces­si­bi­li al gros­so dei cuba­ni. Ecco per­ché duran­te le mani­fe­sta­zio­ni dell’11 luglio scor­so la rab­bia popo­la­re si è indi­riz­za­ta con­tro le vetri­ne di que­sti ulti­mi, sim­bo­lo del­la rapi­na di cui le mas­se popo­la­ri si sen­to­no vittime.
Insom­ma, per ripren­de­re il discor­so, la rifor­ma intro­dot­ta dal gover­no cuba­no non ha nul­la da invi­dia­re ai pro­gram­mi di aggiu­sta­men­to eco­no­mi­co come li abbia­mo visti nei Pae­si euro­pei dopo la cri­si eco­no­mi­ca del 2009 e ha ulte­rior­men­te impo­ve­ri­to enor­mi fasce di popolazione.
È evi­den­te, quin­di, che il com­ples­so di que­ste cir­co­stan­ze, così come le abbia­mo rap­pre­sen­ta­te, ha sca­te­na­to la rab­bia popo­la­re che si è espres­sa nel­le mani­fe­sta­zio­ni di qual­che gior­no fa: una rab­bia ine­di­ta per un Pae­se come Cuba, in cui soli­ta­men­te le pro­te­ste – quan­do ci sono – sono estre­ma­men­te limi­ta­te e imme­dia­ta­men­te mes­se a tace­re. Ma una rab­bia che non pote­va fare a meno di esplo­de­re in un qua­dro eco­no­mi­co che ha visto il crol­lo del Pil dell’11% nel 2020.

L’embargo
Natu­ral­men­te, il gover­no cuba­no non rico­no­sce affat­to l’incidenza di tut­to quan­to abbia­mo fino­ra descrit­to sul­le con­di­zio­ni in cui vive la popo­la­zio­ne e, di con­se­guen­za, sul­le pro­te­ste dell’11 luglio scor­so. Il ritor­nel­lo che, come un disco rot­to, le isti­tu­zio­ni gover­na­ti­ve reci­ta­no è quel­lo dell’embargo impo­sto dagli Sta­ti Uni­ti: la pro­pa­gan­da del­la cupo­la castri­sta ritie­ne che que­sta misu­ra sia la cau­sa dell’impoverimento gene­ra­liz­za­to e uti­liz­za quest’argomento per scrol­lar­si di dos­so le respon­sa­bi­li­tà del­la situa­zio­ne in cui ver­sa­no le masse.
Ora, è inne­ga­bi­le, come abbia­mo già det­to, che l’embargo costi­tui­sca un osta­co­lo per lo svi­lup­po di un’economia, come quel­la cuba­na, non diver­si­fi­ca­ta e dagli scar­si inve­sti­men­ti. Lo sareb­be anche per un’economia ben più flo­ri­da. Ma la nar­ra­zio­ne che vie­ne dif­fu­sa – ampli­fi­ca­ta a livel­lo inter­na­zio­na­le da quel che resta del­le orga­niz­za­zio­ni sta­li­ni­ste e da quel­le rifor­mi­ste – fa volu­ta­men­te e arti­fi­cio­sa­men­te imma­gi­na­re che nes­sun Pae­se del glo­bo voglia ven­de­re o acqui­sta­re un solo spil­lo da Cuba.
La veri­tà è un’altra. Nono­stan­te le san­zio­ni impo­ste dagli Usa, Cuba com­mer­cia col mon­do inte­ro. E con gli stes­si Sta­ti Uniti.
Solo per limi­tar­ci agli ulti­mi anni ripor­tia­mo di segui­to i volu­mi dell’import‑export cuba­no (i valo­ri sono espres­si in miglia­ia di milio­ni di euro):

Espor­ta­zio­ni Impor­ta­zio­ni
2020 1.911,2 M.€ 2020 7.039,1 M.€
2019 1.841,9 M.€ 2019 8.844,1 M.€
2018 2.009,3 M.€ 2018 9.724,0 M.€
2017 2.126,2 M.€ 2017 9.004,2 M.€
2016 2.093,2 M.€ 2016 9.278,1 M.€
2015 3.019,1 M.€ 2015 10.547,4 M.€

Nel 2019[15] Cuba ha ven­du­to in Cina beni per il 38,2% del suo export com­ples­si­vo; 10,5% in Spa­gna; 5,84% negli Usa; 5,44% nei Pae­si Bas­si; 5,37% in Ger­ma­nia; 3,21% in Sviz­ze­ra; 2,99% in Por­to­gal­lo; 2,15% in Fran­cia; 1,53% in Rus­sia; 1,38% in Ita­lia, tra gli altri.
Le per­cen­tua­li rela­ti­ve alle impor­ta­zio­ni per lo stes­so anno sono: 19,2% dal­la Spa­gna; 15,2% dal­la Cina; 6,20% dall’Italia; 5,40% dal Cana­da; 5,39% dal­la Rus­sia; 5,29% dagli Usa; 5,05% dal Bra­si­le, tra gli altri.
In rife­ri­men­to agli scam­bi con i soli Sta­ti Uni­ti, i volu­mi dell’import‑export cuba­no sono i seguen­ti (espres­si in milio­ni di dollari):

Espor­ta­zio­ni Impor­ta­zio­ni
2021 (gen./mag.) 1,6 M.$ 2021 134,3 M.$
2020 14,9 M.$ 2020 176,8 M.$
2019 2,5 M.$ 2019 286,5 M.$
2018 1,3 M.$ 2018 271,0 M.$
2017 0,0 M.$ 2017 291,3 M.$
2016 0,0 M.$ 2016 241,8 M.$
2015 0,0 M.$ 2015 185,7 M.$

E dun­que, come si vede dai dati sopra ripor­ta­ti, Cuba com­mer­cia con chiun­que, com­pre­si gli Usa, nono­stan­te le san­zio­ni. Al riguar­do, va anzi osser­va­to, che stu­di del­la Came­ra di Com­mer­cio sta­tu­ni­ten­se sti­ma­no che l’embargo rap­pre­sen­ti un dan­no per gli Usa nell’ordine di 1,2 miliar­di di dol­la­ri all’anno. Per que­sto moti­vo, è da tem­po atti­va un’organizzazione no‑profit – Enga­ge­Cu­ba – for­ma­ta da diver­se mul­ti­na­zio­na­li ame­ri­ca­ne che, con­sa­pe­vo­li del pre­giu­di­zio che subi­sco­no per non pote­re libe­ra­men­te com­mer­cia­re con il Pae­se carai­bi­co (a tut­to van­tag­gio del­le con­cor­ren­ti cana­de­si, euro­pee e asia­ti­che), stan­no attuan­do attra­ver­so di essa un’opera di lob­by­ing per por­re fine all’embargo e pote­re par­te­ci­pa­re anch’esse alla spar­ti­zio­ne del­la tor­ta del mer­ca­to cubano.
In ogni caso, poi­ché pecu­nia non olet[16] e una mon­ta­gna di pro­fit­ti val bene una san­zio­ne, va evi­den­zia­to che diver­se com­pa­gnie sta­tu­ni­ten­si (e non solo) com­mer­cia­no e inve­sto­no a Cuba infi­schian­do­se­ne del blo­queo: è lo stes­so gover­no de L’Avana a segna­la­re che MSC Crui­ses SA (com­pa­gnia sviz­ze­ra) con la sua filia­le sta­tu­ni­ten­se, Royal Carib­bean Crui­ses e Nor­we­gian Crui­se Line Hol­dings (entram­be sta­tu­ni­ten­si), Ama­zon, Trip Advi­sor, Boo­king, Per­nod Ricard (fran­ce­se), Teck Resour­ces Limi­ted (cana­de­se), tra le altre, sono sta­te cita­te in giu­di­zio in base alla leg­ge Helms‑Burton, dinan­zi a Tri­bu­na­li Usa, da pre­sun­ti ere­di dei pro­prie­ta­ri espro­pria­ti dopo la rivo­lu­zio­ne. Ma dif­fi­cil­men­te que­ste socie­tà saran­no sanzionate.
Pur non negan­do allo­ra l’incidenza del­le san­zio­ni impo­ste a Cuba, va sma­sche­ra­ta l’interessata fal­sa nar­ra­zio­ne del­la cupo­la castri­sta che, por­tan­do in pri­mo pia­no le con­se­guen­ze dell’embargo, occul­ta le pro­prie respon­sa­bi­li­tà deri­van­ti dal­le cri­mi­na­li poli­ti­che eco­no­mi­che filo­ca­pi­ta­li­ste tenu­te negli anni e aggra­va­te dal­la rifor­ma del 2021, che – esse sì – han­no immi­se­ri­to oltre ogni misu­ra le mas­se popo­la­ri cuba­ne indu­cen­do­le a scen­de­re in piaz­za per riven­di­ca­re una vita dignitosa.

Chi c’era a protestare?
Chia­ri­te dun­que le cau­se che han­no pro­dot­to le mani­fe­sta­zio­ni dell’11 luglio, è neces­sa­rio get­ta­re uno sguar­do sul­la com­po­si­zio­ne socia­le del­le piaz­ze per veri­fi­ca­re se pos­sa esse­re pos­si­bi­le che le miglia­ia di cuba­ni che pro­te­sta­va­no fos­se­ro com­po­ste tut­te da “mer­ce­na­ri” e “lac­chè dell’imperialismo”, e se chi le orga­niz­za­va fos­se­ro agen­zie con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rie forag­gia­te dagli Sta­ti Uni­ti e dai “gusa­nos” di Miami.
In pri­mo luo­go, sem­bra dav­ve­ro stra­no che un regi­me tan­to repres­si­vo e con un con­tro­spio­nag­gio così occhiu­to da fare invi­dia a quel­lo dell’ex DDR si sia fat­to pas­sa­re sot­to al naso un com­ples­so pro­ces­so orga­niz­za­ti­vo che cer­ta­men­te avreb­be richie­sto, per risul­ta­re effi­ca­ce, risor­se e tem­po per poter esse­re imple­men­ta­to. E già que­sta sola osser­va­zio­ne smon­ta la costru­zio­ne governativa.
Ma, ciò det­to, abbia­mo con­fron­ta­to mol­tis­si­me del­le rico­stru­zio­ni che cir­co­la­no in rete ad ope­ra di orga­niz­za­zio­ni, grup­pi e per­fi­no sin­go­li, rife­ren­ti­si alla sini­stra, anche cuba­na[17], e rite­nia­mo atten­di­bi­li – per­ché con­cor­dan­ti sul­la base di diver­si ele­men­ti – quel­le per cui la stra­gran­de mag­gio­ran­za di chi ha par­te­ci­pa­to alle pro­te­ste era com­po­sta da per­so­ne che inten­de­va­no espri­me­re il loro mal­con­ten­to rispet­to alla tre­men­da penu­ria di beni di pri­ma neces­si­tà e medi­ci­na­li pro­vo­ca­ta prin­ci­pal­men­te dal­la cri­si eco­no­mi­ca e dall’inefficienza del­la mac­chi­na buro­cra­ti­ca sta­ta­le, e aggra­va­ta dal­le san­zio­ni impo­ste dagli Usa. Le mani­fe­sta­zio­ni allar­ga­te­si a qua­si tut­to il Pae­se han­no rap­pre­sen­ta­to il ripu­dio popo­la­re con­tro le lun­ghe file per com­pra­re gene­ri ali­men­ta­ri di base, con­tro l’aumento dei prez­zi e la can­cel­la­zio­ne dei sus­si­di, con­tro l’aumento espo­nen­zia­le dell’inflazione, con­tro le intol­le­ra­bi­li inter­ru­zio­ni nel­la distri­bu­zio­ne di ener­gia elet­tri­ca: tut­ti fat­to­ri, que­sti, che han­no favo­ri­to e reso pos­si­bi­le un’esplosione socia­le cer­to signi­fi­ca­ti­va, viste le con­di­zio­ni di ina­gi­bi­li­tà demo­cra­ti­ca impo­ste dal regi­me nell’espressione del pen­sie­ro, ma sicu­ra­men­te non mag­gio­ri­ta­ria nel Pae­se. D’altro can­to, pro­prio il fat­to che la rab­bia popo­la­re sia sta­ta rivol­ta con­tro le Tien­das en Mlc, inac­ces­si­bi­li alla qua­si tota­li­tà del­la popo­la­zio­ne che non pos­sie­de valu­te stra­nie­re, ne è un’evidente dimostrazione.

Aleg­gia­va inol­tre, nel­le mani­fe­sta­zio­ni, un sen­ti­men­to – espres­so con mag­gio­re gra­do di con­sa­pe­vo­lez­za soprat­tut­to da set­to­ri gio­va­ni­li – di respon­sa­bi­liz­za­zio­ne del gover­no e del­le sue poli­ti­che per l’incancrenirsi del­la situa­zio­ne. E anco­ra: le pro­te­ste sono scop­pia­te, pri­ma di pro­pa­gar­si in altre zone dell’isola, nei quar­tie­ri più pove­ri ed emar­gi­na­ti e ad esse han­no par­te­ci­pa­to set­to­ri di clas­se lavo­ra­tri­ce e popo­la­re, disoc­cu­pa­ti, stu­den­ti e inse­gnan­ti, ope­rai e con­ta­di­ni. C’era un pez­zo mino­ri­ta­rio di intel­let­tua­li. E così pure fasce di sottoproletariato.
Que­sta varie­ga­ta com­po­si­zio­ne socia­le cor­ri­spon­de­va alle riven­di­ca­zio­ni di miglio­ri con­di­zio­ni di vita che sono sta­te espres­se nel­le mani­fe­sta­zio­ni e che rap­pre­sen­ta­va­no, non una dis­si­den­za “poli­ti­ca”, ben­sì una dis­si­den­za “socia­le”.
Lo stes­so Julio César Guan­che, un noto intel­let­tua­le e acca­de­mi­co dell’Università de L’Avana, dopo i fat­ti dell’11 luglio ha segna­la­to che «la situa­zio­ne cuba­na sta­va da parec­chio tem­po dan­do segna­li che uno sce­na­rio come quel­lo a cui abbia­mo appe­na assi­sti­to sareb­be arri­va­to. Gran par­te degli avver­ti­men­ti è rima­sta ina­scol­ta­ta e mol­ti dei loro auto­ri, com­pre­si quel­li che avan­za­va­no pro­po­ste patriot­ti­che rifles­si­ve di dia­lo­go e gestio­ne del con­flit­to, sono sta­ti silen­zia­ti, o peg­gio anco­ra, repres­si». E ha evi­den­zia­to il gros­so­la­no erro­re da par­te di un gover­no che ha chia­ma­to a rac­col­ta i pro­pri soste­ni­to­ri sca­glian­do­li con­tro i mani­fe­stan­ti in una rispo­sta vio­len­ta ai limi­ti del­la guer­ra civi­le: «Un popo­lo con­vo­ca­to dal­lo Sta­to e appog­gia­to da tut­te le sue isti­tu­zio­ni, com­pre­se quel­le mili­ta­ri, non è “il popo­lo” che com­bat­te la con­tro­ri­vo­lu­zio­ne. È una par­te del popo­lo appog­gia­to dal­lo Sta­to che com­bat­te insie­me ad esso con­tro una pro­te­sta socia­le che ha una lun­ga incu­ba­zio­ne, cau­se note, doman­de urgen­ti, biso­gni mol­to chia­ri e neces­si­tà pro­fon­de»[18].
Ciò vuol for­se dire che non c’erano anche set­to­ri più o meno vici­ni alla con­tro­ri­vo­lu­zio­ne, alla bor­ghe­sia rea­zio­na­ria di Mia­mi? Cer­to che no! Sicu­ra­men­te era­no infil­tra­ti nel­le pro­te­ste e agi­ta­va­no paro­le d’ordine che sono il caval­lo di bat­ta­glia del­la destra, ma era­no infi­ni­ta­men­te mino­ri­ta­ri (e peral­tro chia­ra­men­te rico­no­sci­bi­li). La pro­pa­gan­da rea­zio­na­ria del­la par­te più retri­va del­la destra sta­tu­ni­ten­se ha inve­sti­to risor­se per orga­niz­za­re cam­pa­gne pub­bli­ci­ta­rie, soprat­tut­to attra­ver­so le reti socia­li[19], ma non è riu­sci­ta a smuo­ve­re che fran­ge asso­lu­ta­men­te insi­gni­fi­can­ti del­la popo­la­zio­ne rispet­to ai recla­mi sen­ti­ti e con­di­vi­si dal­la sua stra­gran­de mag­gio­ran­za, che non si è mos­sa spin­ta dall’ideologia, ben­sì dal­lo “sto­ma­co”.

E la “sini­stra” cubana?
Va anche det­to che alle pro­te­ste ha par­te­ci­pa­to anche qual­che pic­co­lis­si­mo grup­po poli­ti­co che fa rife­ri­men­to a una sor­ta di “sini­stra” del Par­ti­to comu­ni­sta cuba­no. Fra que­sti, quel­lo che ani­ma il sito “Comu­ni­stas”, un’organizzazione che non va al di là di qual­che tie­pi­da cri­ti­ca alla buro­cra­zia, con­ti­nuan­do a richia­mar­si comun­que alla tra­di­zio­ne castri­sta e, soprat­tut­to, alla figu­ra di Fidel. Que­sto grup­po si limi­ta a rim­pro­ve­ra­re al par­ti­to e al grup­po diri­gen­te un’eccessiva buro­cra­tiz­za­zio­ne, a disap­pro­va­re la cor­ru­zio­ne e i bas­si livel­li di pro­dut­ti­vi­tà dell’economia, a rimar­ca­re il fat­to che non ci sia discus­sio­ne nel Pae­se e che ci sia­no nel­le libre­rie pochi testi rela­ti­vi a tut­te le bran­che del sape­re, a bia­si­ma­re l’introduzione di misu­re capi­ta­li­sti­che. Eppu­re, nel­la tipi­ca con­for­ma­zio­ne di quel­lo che sto­ri­ca­men­te è il cen­tri­smo, i suoi mili­tan­ti gio­ca­no al “pic­co­lo chi­mi­co” pen­san­do che con l’introduzione qui e là di qual­che ele­men­to di “socia­li­smo”, Cuba potreb­be rin­ver­di­re i fasti del­la Revo­lu­ción[20].
Uno dei prin­ci­pa­li espo­nen­ti di “Comu­ni­stas” è Frank Gar­cía Her­nán­dez, un gio­va­ne socio­lo­go e ricer­ca­to­re iscrit­to al Par­ti­to comu­ni­sta cuba­no, dipen­den­te di un’istituzione cul­tu­ra­le sta­ta­le, che si è rita­glia­to una cer­ta qual noto­rie­tà inter­na­zio­na­le per ave­re orga­niz­za­to – pur spe­ci­fi­can­do di non esse­re tro­tski­sta – un con­ve­gno su Tro­tsky a L’Avana nel 2019, a cui han­no par­te­ci­pa­to acca­de­mi­ci e diri­gen­ti di par­ti­ti, ten­den­ze e grup­pi del­la sini­stra di diver­se nazio­ni che si richia­ma­no al mar­xi­smo rivoluzionario.
Ebbe­ne, Gar­cía Her­nán­dez si è tro­va­to coin­vol­to nei disor­di­ni scop­pia­ti duran­te le mani­fe­sta­zio­ni dell’11 luglio, alle qua­li ha par­te­ci­pa­to – secon­do quan­to han­no dichia­ra­to i suoi stes­si com­pa­gni – «da mili­tan­te del Par­ti­to comu­ni­sta», ed è sta­to arre­sta­to. Il suo arre­sto ha mes­so in moto una cam­pa­gna inter­na­zio­na­le di soste­gno. Dopo poco più di ven­ti­quat­tro ore di deten­zio­ne, è sta­to rila­scia­to ed è tor­na­to a casa sua, dal­la qua­le però non può usci­re se non per lavo­ra­re o recar­si dal medi­co. I suoi com­pa­gni del sito bene­vol­men­te la defi­ni­sco­no «una misu­ra cau­te­la­re» che dovrà esse­re osser­va­ta fino al ter­mi­ne del pro­ces­so a cui sarà sottoposto.
Da par­te nostra non pos­sia­mo che sen­tir­ci sol­le­va­ti per la sua libe­ra­zio­ne. Ci pia­ce­reb­be però sape­re a che tito­lo il “mili­tan­te del Par­ti­to comu­ni­sta” Gar­cía Her­nán­dez ha par­te­ci­pa­to a quel­le mani­fe­sta­zio­ni; qua­li slo­gan ha into­na­to; se espri­me­va sim­pa­tia per i mani­fe­stan­ti che urla­va­no con­tro il gover­no o se, in quan­to “mili­tan­te del Par­ti­to comu­ni­sta”, sim­pa­tiz­za­va per quel­lo stes­so gover­no che non­di­me­no lo avreb­be di lì a poco repres­so e arre­sta­to. E ci chie­dia­mo anche se la tutt’altro che pia­ce­vo­le espe­rien­za del­la deten­zio­ne farà cam­bia­re idea a lui e al suo grup­po cen­tri­sta rispet­to al carat­te­re repres­si­vo, non sol­tan­to per­ché “un po’ buro­cra­ti­co, anche se in fon­do pur sem­pre socia­li­sta”, del regi­me che essi vor­reb­be­ro “rifor­ma­re”, ma per­ché quel regi­me è inve­ce espres­sio­ne di una fero­ce dit­ta­tu­ra capi­ta­li­sta[21].

E ora?
Dopo che le mani­fe­sta­zio­ni di pro­te­sta, a quan­to è dato sape­re, si sono esau­ri­te nel­la stes­sa gior­na­ta dell’11 luglio, una vio­len­ta repres­sio­ne, espli­ci­ta e al con­tem­po sot­ter­ra­nea, si è fat­ta stra­da nel­la socie­tà cuba­na. Sono aumen­ta­ti i reclu­ta­men­ti di gio­va­ni in età mili­ta­re e sono sta­ti mobi­li­ta­ti i riser­vi­sti. Inol­tre, il gover­no con­ti­nua nel­la sua fol­le con­trap­po­si­zio­ne alle istan­ze popo­la­ri orga­niz­zan­do i lavo­ra­to­ri sta­ta­li (i più sog­get­ti ad esse­re ricat­ta­ti a cau­sa del loro rap­por­to di lavo­ro) in squa­dre para­mi­li­ta­ri che pat­tu­glia­no le stra­de e con­vo­can­do mani­fe­sta­zio­ni di mas­sa a dife­sa del regi­me per dare, anche all’esterno, un’immagine di pie­no con­trol­lo del­la situazione.

Intan­to, anche a distan­za di gior­ni, la repres­sio­ne con­ti­nua: la poli­zia fa irru­zio­ne nel­le case seque­stran­do cel­lu­la­ri allo sco­po di tro­va­re video dai qua­li risa­li­re ai par­te­ci­pan­ti del­le mani­fe­sta­zio­ni. Gli arre­sti sono anco­ra nume­ro­si e non se ne cono­sce il nume­ro pre­ci­so; mol­te fami­glie non han­no noti­zie sul­la deten­zio­ne dei pro­pri cari. Dopo le pro­te­ste, per gior­ni la rete inter­net è sta­ta inter­rot­ta e non ha dato segni di vita, con il chia­ro obiet­ti­vo di evi­ta­re che venis­se­ro orga­niz­za­te e con­vo­ca­te nuo­ve proteste.
In que­sto momen­to, è pres­so­ché impos­si­bi­le fare pre­vi­sio­ni sugli svi­lup­pi del­la situa­zio­ne. Cer­ta­men­te, non sem­bra­no alle viste nuo­ve mani­fe­sta­zio­ni; e, d’altro can­to, il gover­no ha imme­dia­ta­men­te assun­to alcu­ne misu­re per­ché fun­ga­no da val­vo­la di sfo­go dell’enorme pres­sio­ne socia­le accu­mu­la­ta­si: in par­ti­co­la­re, ha aper­to le fron­tie­re all’importazione libe­ra – sen­za cioè limi­ti quan­ti­ta­ti­vi ed esen­tan­do­li dai dazi doga­na­li – di gene­ri ali­men­ta­ri, pro­dot­ti per l’igiene e medi­ci­na­li. Natu­ral­men­te, si trat­ta di bri­cio­le che non modi­fi­che­ran­no in nul­la la disa­stro­sa situa­zio­ne in cui ver­sa­no l’economia nazio­na­le e le clas­si popolari.
Per que­sti moti­vi – l’esacerbarsi del­la repres­sio­ne, da un lato; la sta­gna­zio­ne eco­no­mi­ca e l’ulteriore aumen­to del­la pover­tà del­la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne, dall’altro – il fuo­co potreb­be con­ti­nua­re a cova­re sot­to la cene­re e il mal­con­ten­to repres­so potreb­be anco­ra accu­mu­lar­si fino a fun­ge­re da scin­til­la per altre esplo­sio­ni di rab­bia sociale.
Se, quan­do e come, è dif­fi­ci­le da dire. Ma quel che sicu­ra­men­te si può affer­ma­re in que­sto momen­to è che la dit­ta­tu­ra capi­ta­li­sta inse­dia­ta a Cuba nel for­ti­li­zio edi­fi­ca­to dal­la buro­cra­zia castri­sta sul­la pro­pa­gan­da, sul­le mace­rie e sul­le cene­ri del­la Revo­lu­ción non mori­rà di mor­te natu­ra­le. Come acca­de per tut­ti i siste­mi capi­ta­li­sti, il pos­ses­so del­la for­za (l’esercito e la poli­zia), del­la base mate­ria­le dell’economia (i mez­zi di pro­du­zio­ne) e di quel­la ideo­lo­gi­ca sul­la socie­tà (mono­po­lio del­la stam­pa, del­la cul­tu­ra, dei mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne), deter­mi­na una ten­den­zia­le sta­bi­li­tà per il regi­me fino a che l’equilibrio non si spezza.
Cosa occor­re per­ché ciò acca­da? Non pro­prio un’inezia: occor­re che la clas­se ope­ra­ia, appog­gia­ta dai lavo­ra­to­ri del­le cam­pa­gne, dal­la pic­co­lis­si­ma bor­ghe­sia urba­na pro­ve­nien­te dal­le file del pro­le­ta­ria­to (i cuen­ta­pro­pi­stas, che oggi si sono ri‑proletarizzati) e dai set­to­ri di base del­le for­ze arma­te e di quel­le para­mi­li­ta­ri che il regi­me assol­da fra le mas­se popo­la­ri, rove­sci la clas­se bor­ghe­se al pote­re espro­prian­do­la dei mez­zi di pro­du­zio­ne di cui essa si è appro­pria­ta ed espel­len­do i capi­ta­li­sti stra­nie­ri dal Pae­se dopo aver­li pari­men­ti espro­pria­ti. Occor­re, insom­ma, la distru­zio­ne del­la socie­tà capi­ta­li­sta cuba­na oggi esi­sten­te e la costru­zio­ne di una socie­tà socia­li­sta: la vera Cuba socia­li­sta.
Come otte­ne­re que­sto risul­ta­to? Non sta a noi dir­lo, ma ai lavo­ra­to­ri cuba­ni: che dovran­no ini­zia­re, sfi­dan­do la repres­sio­ne del regi­me, un pro­ces­so di autor­ga­niz­za­zio­ne dan­do­si un pro­gram­ma di indi­pen­den­za di classe.
In que­sto arduo com­pi­to, che deve por­si l’obiettivo del­la rivo­lu­zio­ne socia­le, sareb­be impor­tan­te che il pro­le­ta­ria­to cuba­no venis­se cir­con­da­to dal­la soli­da­rie­tà poli­ti­ca innan­zi­tut­to del­le mas­se popo­la­ri dell’intero con­ti­nen­te lati­noa­me­ri­ca­no e poi del mon­do inte­ro. Sareb­be impor­tan­te anche la soli­da­rie­tà mili­tan­te del­le orga­niz­za­zio­ni inter­na­zio­na­li che si richia­ma­no al mar­xi­smo rivo­lu­zio­na­rio. Ma que­sto, pur­trop­po, è un pun­to dolen­te – e dram­ma­ti­co – dell’intera vicen­da che riguar­da Cuba.

Cosa difen­de la sini­stra inter­na­zio­na­le? Non cer­to la rivoluzione!
Tra­la­scian­do le orga­niz­za­zio­ni sta­li­ni­ste e filo­ca­stri­ste in giro per il mon­do, sfor­tu­na­ta­men­te la mag­gior par­te del­le ten­den­ze e dei par­ti­ti che si dico­no mar­xi­sti rivo­lu­zio­na­ri ritie­ne, chiu­den­do gli occhi sul­la real­tà cuba­na, che Cuba sia anco­ra uno Sta­to “socia­li­sta” – ben­ché buro­cra­tiz­za­to – e che sia neces­sa­rio “difen­de­re la rivo­lu­zio­ne” con una gene­ri­ca e asso­lu­ta­men­te inde­ter­mi­na­ta “oppo­si­zio­ne” all’attuale cric­ca al pote­re, ma lascian­do sostan­zial­men­te inal­te­ra­ti i rap­por­ti socia­li di pro­du­zio­ne oggi vigen­ti per­ché rite­nu­ti “socia­li­sti”. Con mag­gio­re o mino­re accen­tua­zio­ne, sosten­go­no in Ita­lia que­sta tesi Sini­stra Clas­se Rivo­lu­zio­ne, Sini­stra anti­ca­pi­ta­li­sta e il Par­ti­to comu­ni­sta dei lavo­ra­to­ri, che repli­ca­no – in un’incoercibile coa­zio­ne a ripe­te­re – lo stes­so, iden­ti­co erro­re poli­ti­co com­mes­so a pro­po­si­to del Vene­zue­la. Come in quell’occasione, quan­do que­ste orga­niz­za­zio­ni abba­ia­va­no alla luna del paven­ta­to “gol­pe” dell’imperialismo ai dan­ni del regi­me tardo‑chavista di Madu­ro dislo­can­do­si per­ciò, al di là del­le loro stes­se inten­zio­ni, nel cam­po poli­ti­co del dit­ta­to­re vene­zue­la­no[22], così oggi esse si dislo­ca­no in quel­lo del­la cupo­la castri­sta de L’Avana.
Sul­la base del­la loro ana­li­si, la “dife­sa del­la rivo­lu­zio­ne” pas­sa attra­ver­so qual­che slo­gan demo­cra­ti­ci­sta e una impre­ci­sa­ta “oppo­si­zio­ne” a Díaz‑Canel e ai suoi acco­li­ti. Curio­sa­men­te, nes­su­na di esse indi­ca se essi dovreb­be­ro esse­re sosti­tui­ti al gover­no e da chi; ma, con­si­de­ran­do quan­to si sono fat­te imbam­bo­la­re dal grup­po cen­tri­sta cuba­no “Comu­ni­stas” (di cui ripren­do­no del tut­to acri­ti­ca­men­te ogni dichia­ra­zio­ne), non pare fuo­ri luo­go pen­sa­re che abbia­no in ani­mo, se sarà pro­prio indi­spen­sa­bi­le, di pro­por­re per la cari­ca pro­prio i diri­gen­ti e mili­tan­ti di quel gruppo!
In ogni caso, tut­te le orga­niz­za­zio­ni cui ci stia­mo rife­ren­do sono uni­te nel pro­por­re come riven­di­ca­zio­ne “uni­fi­can­te” per le mas­se cuba­ne quel­la con­tro l’embargo. Al di là di quan­to abbia­mo già pre­ci­sa­to a pro­po­si­to del­la rea­le por­ta­ta del­le san­zio­ni com­mer­cia­li, va rimar­ca­to che spo­sta­re del tut­to il cen­tro del­la lot­ta da un obiet­ti­vo “inter­no” (il regi­me e il gover­no che ne è l’espressione) a uno “ester­no” (l’embargo) impli­ca appun­to, ogget­ti­va­men­te, un soste­gno poli­ti­co – per quan­to invo­lon­ta­rio – a quel regi­me e a quel gover­no. Così come, limi­tar­si a pro­pa­gan­da­re un’indeterminata e timi­da “oppo­si­zio­ne” al gover­no castri­sta non ren­de un buon ser­vi­gio alle mas­se popo­la­ri cuba­ne. Dal can­to nostro, rite­nia­mo inve­ce che l’unico modo per difen­de­re dav­ve­ro il loro spi­ri­to rivo­lu­zio­na­rio sia attra­ver­so una rivo­lu­zio­ne socia­le (e cioè, il rove­scia­men­to vio­len­to del regi­me capi­ta­li­sta oggi vigen­te a Cuba e l’espropriazione del­la bor­ghe­sia nazio­na­le – imper­so­na­ta dai bon­zi del castri­smo – ed este­ra, per avvia­re il pro­ces­so di costru­zio­ne di una socie­tà socialista).
Il fat­to è che, come giu­sta­men­te ebbe a scri­ve­re un intel­let­tua­le che peral­tro non susci­ta nes­su­na sim­pa­tia in noi, «i cuba­ni paga­no il prez­zo di esse­re rima­sti impri­gio­na­ti nei sogni del­la sini­stra occi­den­ta­le»[23]. In tan­ti – trop­pi! – a sini­stra par­la­no roman­ti­ca­men­te di “dife­sa del­la rivo­lu­zio­ne” ricor­dan­do i tem­pi lon­ta­ni del­la gio­ven­tù e il poster di Che Gue­va­ra sul­la pare­te del­la pro­pria stan­za. Ma gli argo­men­ti che uti­liz­za­no dimo­stra­no che in real­tà essi difen­do­no la nuo­va bor­ghe­sia cuba­na nata dal­la casta buro­cra­ti­ca e paras­si­ta­ria che ha tra­di­to e affos­sa­to la vera Rivo­lu­zio­ne, che ormai resta solo un nostal­gi­co ricordo.
E lo fan­no qua­si evo­can­do una nuo­va “Baia dei Por­ci”[24], qua­si facen­do appel­lo, per con­tra­sta­re un’ipotetica inva­sio­ne impe­ria­li­sta, a for­ma­re bri­ga­te inter­na­zio­na­li. Eppu­re, come un nostro ami­co – atten­to e acu­to osser­va­to­re del­la real­tà del­la sini­stra ita­lia­na – ha scrit­to, per soste­ne­re quel­lo che vie­ne spac­cia­to per “socia­li­smo” cuba­no non ser­vo­no le bri­ga­te inter­na­zio­na­li. È suf­fi­cien­te che i “tifo­si” del regi­me vada­no a far­si le vacan­ze a Cuba col por­ta­fo­glio pie­no di valu­ta pre­gia­ta. Rimet­te­reb­be­ro così in fun­zio­ne il set­to­re turi­sti­co del­la Isla. Che poi, in fon­do, è pure un bel posto.


Note

[1] Ci sof­fer­me­re­mo più a lun­go su quest’aspetto nel pro­sie­guo di que­sto testo.
[2] Di cui pure par­le­re­mo più avanti.
[3] León Tro­tsky ave­va pre­vi­sto que­sta pos­si­bi­li­tà nel­la sua ana­li­si sull’Urss: «La buro­cra­zia sovie­ti­ca ha poli­ti­ca­men­te espro­pria­to il pro­le­ta­ria­to per difen­de­re con i pro­pri meto­di le con­qui­ste socia­li del pro­le­ta­ria­to. Ma il fat­to stes­so che si sia appro­pria­ta del pote­re in un Pae­se in cui i mez­zi di pro­du­zio­ne più impor­tan­ti appar­ten­go­no allo Sta­to crea tra essa e le ric­chez­ze nazio­na­li rap­por­ti inte­ra­men­te nuo­vi. I mez­zi di pro­du­zio­ne appar­ten­go­no allo Sta­to. Lo Sta­to “appar­tie­ne” in qual­che modo alla buro­cra­zia. Se que­sti rap­por­ti … si sta­bi­liz­zas­se­ro, si lega­liz­zas­se­ro, dive­nis­se­ro nor­ma­li sen­za resi­sten­za o con­tro la resi­sten­za dei lavo­ra­to­ri, por­te­reb­be­ro alla liqui­da­zio­ne com­ple­ta del­le con­qui­ste del­la rivo­lu­zio­ne pro­le­ta­ria» (L. Tro­tsky, La rivo­lu­zio­ne tra­di­ta, A.C. Edi­to­ria­le, 2000, p. 294). D’altro can­to, lo stes­so Tro­tsky, in un’altra sua ope­ra (“Enco­re une fois: l’Urss et sa défen­se”, 4 novem­bre 1937, in Qua­triè­me Inter­na­tio­na­le, n. spe­cia­le, giu­gno 1938, pp. 86‑87), ave­va ancor più espli­ci­ta­men­te ipo­tiz­za­to «la pos­si­bi­li­tà, soprat­tut­to nel caso di una deca­den­za mon­dia­le pro­lun­ga­ta, del­la restau­ra­zio­ne di una nuo­va clas­se pro­prie­ta­ria ori­gi­na­ta dal­la buro­cra­zia. L’attuale posi­zio­ne del­la buro­cra­zia, che “in qual­che modo” ha nel­le sue mani, attra­ver­so lo Sta­to, le for­ze pro­dut­ti­ve, costi­tui­sce un pun­to di par­ten­za estre­ma­men­te impor­tan­te per un pro­ces­so di tra­sfor­ma­zio­ne».
[4] Ne abbia­mo par­la­to in diver­si arti­co­li su que­sto sito: ad esem­pio, qui.
[5] Le for­ni­tu­re a Cuba di petro­lio dal Vene­zue­la sono pas­sa­te dai 105.000 bari­li al gior­no del 2012 ai 35.300 di oggi. Com­ples­si­va­men­te, l’interscambio fra i due Pae­si si è ridot­to, tra il 2014 e il 2019, del 74%.
[6] Secon­do il cen­si­men­to degli Sta­ti Uni­ti del 2019, qua­si un milio­ne di cuba­ni vive in quel­la regione.
[7] I voli aerei dagli Usa ver­so Cuba era­no sta­ti 12.989 nel 2019, sce­si poi a 2532 nel 2020.
[8] In segui­to ai prov­ve­di­men­ti del 2011, come abbia­mo spie­ga­to più sopra.
[9] In alcu­ni casi, però, l’aumento dei prez­zi è sta­to espo­nen­zia­le, come nel caso dell’energia elet­tri­ca e del Gpl, aumen­ta­ti rispet­ti­va­men­te del 500 e del 200%, ben­ché, dopo le pri­me rea­zio­ni popo­la­ri, il gover­no abbia ridot­to que­ste per­cen­tua­li. Ma anche i beni del panie­re basi­co sono schiz­za­ti ver­so l’alto: il riso è aumen­ta­to di 11 vol­te, il pane di 20, i fagio­li di 12.
[10] C. Mesa‑Lago, “La uni­fi­ca­ción mone­ta­ria y cam­bia­ria en Cuba: nor­mas, efec­tos, obstá­cu­los y per­spec­ti­vas”, 5 feb­bra­io 2021, Real Insti­tu­to Elcano.
[11] Ivi, p. 12.
[12] Ivi, p. 13.
[13] Ivi, p. 20.
[14] Esat­ta­men­te in que­sti ter­mi­ni si è espres­so il vice Pri­mo mini­stro, non­ché mini­stro dell’economia, Ale­jan­dro Gil Fer­nán­dez, nel­la tavo­la roton­da tenu­ta­si il 3 dicem­bre 2020 a pro­po­si­to dell’applicazione del­la “Stra­te­gia eco­no­mi­ca e socia­le”. Il reso­con­to di que­sto incon­tro si tro­va sul sito www.mep.gob.cu.
[15] Per il 2020 i dati non risul­ta­no esse­re sta­ti anco­ra elaborati.
[16] “I sol­di non puzzano”.
[17] Non abbia­mo nean­che pre­so in con­si­de­ra­zio­ne, com’è del tut­to ovvio, quel­le del­la stam­pa bor­ghe­se e rea­zio­na­ria di tut­te le nazionalità.
[18] J.C. Guan­che, “Cuba: solo la polí­ti­ca nos hará ama­ne­cer maña­na”, 11 luglio 2021, La Cosa.
[19] Anco­ra ades­so, dopo la fine del­le mani­fe­sta­zio­ni, è in atto, sot­to for­ma di cam­pa­gna inter­na­zio­na­le che riven­di­ca il “soc­cor­so uma­ni­ta­rio per Cuba”, un chia­ro ten­ta­ti­vo di ingerenza.
[20] Un esem­pio lam­pan­te di quest’atteggiamento può rin­ve­nir­si nel­l’ar­ti­co­lo “Socia­li­smo sí, mer­can­ti­li­za­ción no”. Ci pre­me però pre­ci­sa­re che sia­mo con­sa­pe­vo­li dell’approssimazione con cui abbia­mo uti­liz­za­to il ter­mi­ne “cen­tri­smo” per carat­te­riz­za­re il grup­po “Comu­ni­stas”. In real­tà, con quest’espressione si defi­ni­sco­no di soli­to colo­ro che oscil­la­no tra il rifor­mi­smo e la rivo­lu­zio­ne. Nel caso di que­sti mili­tan­ti cuba­ni, vero­si­mil­men­te il ter­mi­ne non è appro­pria­to, poi­ché essi oscil­la­no inve­ce fra la dife­sa roman­ti­ca del castri­smo “fide­li­sta” (di Fidel) e il maquil­la­ge con­cre­to del castri­smo “rau­li­sta” (di Raúl): in que­sto sen­so, for­se, sareb­be sta­to più cor­ret­to carat­te­riz­zar­li ricor­ren­do all’espressione “eclet­ti­smo”. I let­to­ri ci per­do­ne­ran­no l’imprecisione che però, per con­ven­zio­ne, man­ter­re­mo nel pro­sie­guo di que­sto testo.
[21] Una dimo­stra­zio­ne evi­den­tis­si­ma del cen­tri­smo di que­sto grup­po sta nel­la con­clu­sio­ne dell’articolo con cui vie­ne avan­za­ta un’analisi sui fat­ti dell’11 luglio. Avu­ta cono­scen­za del­la simul­ta­nea con­vo­ca­zio­ne nel­lo stes­so luo­go di due con­trap­po­ste mani­fe­sta­zio­ni di soste­ni­to­ri e avver­sa­ri del gover­no, “Comu­ni­stas” ha dichia­ra­to a gran voce di esse­re con­tra­rio ad entram­be con la sur­rea­le moti­va­zio­ne del rispet­to del­le rego­le di distan­zia­men­to per la pan­de­mia! Cre­dia­mo che non ci sia miglio­re dimo­stra­zio­ne del­la nostra carat­te­riz­za­zio­ne di que­sto grup­po come “cen­tri­sta”. Non sia mai che il regi­me pen­si che il grup­po espri­me pul­sio­ni anti­go­ver­na­ti­ve, poco patriot­ti­che e con­tro­ri­vo­lu­zio­na­rie … Sani­ta­rie sì!
[22] Ne abbia­mo dif­fu­sa­men­te par­la­to su que­sto sito in diver­si arti­co­li: per esem­pio, qui, qui e qui.
[23] S. Žižek, “The Left’s Fide­li­ty to Castro‑ation”, 29 novem­bre 2016, In The­se Times.
[24] La fal­li­ta inva­sio­ne di Cuba da par­te degli Sta­ti Uni­ti in un’operazione orga­niz­za­ta dal­la Cia.